Fondazione Fondazione memoria

Statuto CdA - Revisori Comitato Scientifico-Garanzia bacheca 2005 bacheca 2006 bacheca 2007 bacheca 2008 bacheca 2009 bacheca 2010 bacheca 2011 bacheca 2012 bacheca 2013 bacheca 2014 bacheca 2015 bacheca 2016 bacheca 2017 bacheca 2018 bacheca 2019 bacheca 2020 Bergamaschi Paolo-info Mezzalira Giorgio Info memoria
adelaide aglietta andreina emeri anna segre anna bravo lisa foa renzo imbeni marino vocci giuseppina ciuffreda José Ramos Regidor clemente manenti simone sechi Programma attività bilanci consuntivi Relazioni finali findbuch - archivio Quaderni della Fondazione
RE 2009-giardino dell'Arca (18) Spazio all'integrazione! (12)

Rusell Ally: Sudafrica, la pena della verità

1.12.1998, UNA CITTÀ n. 64 / Dicembre/Gennaio 1998
Non dimenticare i crimini del passato ma amnistiare i criminali è l’obiettivo del Sudafrica. Dire tutta la verità, dirla di fronte alle vittime o ai loro familiari in pubblico, aver agito comunque per motivi politici, sono alcune delle condizioni per usufruire dell’amnistia. Gli attivisti che non si sentono vittime e il problema dei crimini commessi dai militanti Anc. Intervista a Russell Ally.

Russell Ally, quarantenne sudafricano, laureato a Cambridge e professore universitario a Città del capo, è vicepresidente della Truth and Reconciliation Commission.

La Truth Commission deve fare luce sui crimini commessi durante l’apartheid, ma anche, contemporaneamente, concedere l’amnistia per gli stessi crimini. Puoi spiegarci come opera?
Quando la commissione ha avviato i suoi lavori, nessun membro aveva ben chiaro quello che saremmo andati a fare e le possibili implicazioni. Questo, da una parte ci ha stimolato, ma dall’altra ha comportato anche una certa dose di preoccupazione. Il passato del Sudafrica è stato segnato dal conflitto e dalla violenza e se tutti credevano che ci sarebbe stato un cambiamento, nessuno in realtà era in grado di prevedere quale. Certamente, non erano in molti a immaginare una transizione così pacifica.
E, quando il cambiamento è pacifico, si corre sempre il rischio di dimenticare il passato; all’opposto, quando il cambiamento avviene violentemente, si tende a guardare al passato con il desiderio di punire chi prima deteneva le leve del potere. Quando Nelson Mandela uscì di prigione, molta gente si sorprese che il suo primo messaggio al paese fosse di riconciliazione e unità. Vedere il nostro leader uscire dopo tanti anni di prigione senza tracce di amarezza fece impressione. E provocò anche dei fraintendimenti: non era facile comprendere che proprio un messaggio di comprensione e di riconciliazione comportasse la necessità di riesaminare il passato. Molte persone, in particolare quelle che avevano tratto vantaggio dal regime, pensarono che questo volesse dire passare un colpo di spugna sul passato. Dicevano: "Se stiamo assistendo a un miracolo del perdono e della comprensione, perché guardare a un passato in cui regnavano conflitto e divisione? Questo porterà odio, aumenterà le divisioni del paese e minaccerà il clima di comprensione che si sta creando". Contemporaneamente a questa reazione, che non voleva gettare lo sguardo sul passato, ne sorse un’altra di rabbia contro la grande magnanimità di Mandela. Tanti neri che avevano sofferto, e che alla fine avevano visto la comunità internazionale trattare l’apartheid come un crimine, ora si chiedevano perché non ci dovesse essere alcun colpevole da processare e mandare in carcere. Ecco, al momento della transizione abbiamo visto svilupparsi queste due posizioni estreme. La discussione è stata lunga e intensa e la commissione è stata creata proprio a partire da questo dibattito. Alla fine, basandoci sull’esperienza maturata a livello internazionale, studiando gli esempi della Germania, dei paesi latinoamericani come il Cile, l’Argentina, ma anche dell’Africa, abbiamo trovato una soluzione tipicamente sudafricana: non avremmo dimenticato il passato, ma nello stesso tempo non ci sarebbero state persecuzioni.
Volevamo creare un meccanismo che ci permettesse di capire ciò che era successo, senza arrivare ad azioni di vendetta. E’ così che è nata la commissione sulla verità e la riconciliazione.
Come è organizzata la commissione?
Ci sono tre sottocomitati indipendenti, che collaborano strettamente e sono uniti dal filo rosso dei diritti dell’uomo. Il sottocomitato di cui faccio parte è quello che si occupa delle violazioni dei diritti dell’uomo. Il suo compito principale è indagare su tutti gli abusi subìti: sulle persone uccise durante conflitti politici, su quelle sottoposte a torture, sui desaparecidos, su quelli che sono stati sottoposti a gravi maltrattamenti, o confinati in isolamento.
Il nostro compito primario è trovare le vittime e stilarne un elenco. Già questo è un grosso problema. Noi pensiamo che le vittime, non solo i morti, siano state 80-100.000. Siccome noi lavoriamo con le testimonianze attuali, non con vecchi documenti dei diritti umani o con documenti della polizia, fino ad oggi abbiamo contattato circa 20.000 testimoni. Questo ci preoccupa. Solo per fare un esempio: noi sappiamo con certezza che in un solo giorno a Sharpo durante una sommossa sono morte 67 persone, ma di queste solo 15 sono state confermate dai familiari con testimonianze. Dove sono gli altri familiari? La verità è che le famiglie trovano difficoltà a presentarsi davanti alla Truth Commission. Essendo sopravvissuti, essendo stati tanti di loro degli attivisti, non si ritengono vittime, anche se i loro diritti umani sono stati violati. Vogliono rimanere degli attivisti, non esser visti come vittime. Noi viaggiamo in lungo e in largo nel paese, in zone rurali, urbane, teniamo degli incontri per sensibilizzare l’opinione pubblica, lavoriamo con le chiese, con i sindacati, con le organizzazioni politiche, con le Ong. Grazie a questa collaborazione sul territorio, convinciamo le vittime di violenze contro i diritti dell’uomo a scrivere una dichiarazione. Tra queste operiamo una selezione dei casi più gravi e poi organizziamo incontri con il pubblico, durante i quali le vittime parlano delle violazioni subìte.
Il secondo sottocomitato è quello dell’amnistia. Questo comitato si occupa degli aspetti più prettamente legati alla giustizia, e quindi di istruire i processi veri e propri per i cinque reati più gravi: omicidio, tentativo di omicidio, tortura, rapimento e maltrattamenti gravi. La legge dice che se vi è una grave violazione dei diritti dell’uomo ci deve essere un’audizione pubblica. Il sottocomitato per l’amnistia ha il dovere di organizzare delle audizioni pubbliche nel caso vengano comunicati gravi reati inerenti la violazione dei diritti dell’uomo. In queste audizioni c’è l’obbligo di presenza delle vittime o dei familiari delle vittime. Quindi la commissione ha la responsabilità di notificare ai parenti della vittima o alla vittima, se è ancora in vita, l’avvio di questo processo, e di andarli a prelevare qualora abbiano difficoltà a presentarsi con i propri mezzi. Se una persona riesce a farsi concedere l’amnistia, coloro che sono stati torturati o uccisi vengono automaticamente e "ufficialmente" riconosciuti come vittime. A questo punto comincia il lavoro del terzo sottocomitato, quello addetto alla riparazione e alla riabilitazione. La sua responsabilità precipua consiste nell’esaminare in modo approfondito il caso di ogni vittima per decidere le misure adeguate di riparazione e riabilitazione.
La vittima ha un ruolo centrale in tutte queste procedure?
Sia che si tratti del sottocomitato ai diritti dell’uomo, dove a parlare è innanzitutto la vittima, oppure del sottocomitato per l’amnistia, in cui i rei si devono confrontare con le vittime, o ancora del terzo, in cui è lo Stato a mettersi in relazione con la vittima, non c’è dubbio che l’attenzione massima della commissione è rivolta alle vittime.
Prendiamo proprio il momento cruciale del confronto in tribunale fra la vittima e il carnefice: tutto è molto diverso rispetto a un processo in tribunale, dove l’accusato ha sempre la tendenza a proteggersi, a dire bugie, a negare, perché vuole evitare, per quanto possibile, conseguenze penali; nel processo per l’amnistia, invece, è proprio il racconto della verità che evita la condanna; se non si dice la verità o non si dice tutto, non c’è amnistia. Così succede che le vittime e le famiglie delle vittime a volte si vedano assegnare un posto più importante di quello dell’avvocato difensore nello stabilire la verità.
D’altra parte la presenza delle vittime non è solo indispensabile per l’analisi finale delle cose, ma è decisiva per la riconciliazione: la tutela delle vittime dei diritti umani è un punto fondante nella costruzione di una società. Ed è interessante notare che anche se i familiari delle vittime si oppongono al processo, non rinunciano mai ad essere presenti, a presentare il proprio punto di vista, sebbene sappiano che l’amnistia verrà concessa.
Date molta importanza al momento pubblico dell’audizione?
Credo che questo sia l’unico modo per ripristinare la dignità delle vittime, perché purtroppo, nel vecchio Sudafrica, non è mai stata offerta loro la possibilità di parlare pubblicamente delle loro sofferenze. Questo è molto importante, specialmente per le famiglie il cui amato non c’è più. Parlo dei padri, delle madri, dei fratelli, delle sorelle, che vengono per celebrare le azioni delle persone morte combattendo per i diritti dell’uomo. Questa è un’esperienza potente e delicata, perché la gente narra storie orribili, di vera sofferenza. Si tratta di gente "ordinaria", spesso analfabeta, che non sempre ha delle convinzioni politiche e che, a volte, non ha capito quello che faceva suo figlio o sua figlia. A volte si tratta di madri che in vent’anni non hanno mai avuto l’occasione di parlare in pubblico del proprio figlio sparito nel nulla, né di raccontare, per esempio, di quando i poliziotti, entrati all’improvviso in casa, avevano continuato a picchiare qualcuno finché non era morto. Ogni momento di questo incontro pubblico, viene registrato dalla televisione, e trasmesso in diretta dalla radio in tutte le undici lingue ufficiali parlate in Sudafrica. Viene seguìto dai giornalisti perché tutte le testate assegnano un giornalista a questo evento.
Come viene concessa l’amnistia?
L’amnistia non è data a priori. Ci sono molti criteri, ma tre sono quelli principali. Il primo vincolo è che l’amnistia riguarda i reati commessi durante un periodo di tempo determinato, da quando, cioè, è iniziato il conflitto armato, nel marzo 1960, fino al 10 maggio 1994, quando Mandela fu nominato primo presidente della nuova repubblica.
La seconda condizione è che l’atto perpetrato, che si tratti di omicidio, di rapimento o di tortura, abbia avuto delle motivazioni politiche, non personali. La terza condizione, forse la più importante, è che ci deve essere una rivelazione, una dichiarazione piena e totale. Bisogna dichiarare tutto perché l’amnistia è molto mirata, vale specificamente per ogni atto singolo. Ad esempio, uno non può chiederla perché nella polizia era addetto alla sicurezza, ma solo per avere ammazzato o torturato una persona. Le famiglie delle vittime, o la vittima se ancora in vita, che hanno anche il diritto di essere rappresentati da un legale, possono opporsi alla concessione dell’amnistia perché, secondo loro, non è stata dichiarata tutta la verità oppure perché non c’era nessuna motivazione politica per l’atto. Sono questi infatti i due motivi principali in base ai quali l’amnistia può essere rifiutata. Famoso è il caso di Chris Hani, leader del Partito Comunista Sudafricano, comandante dell’apparato militare sudafricano e figura chiave dell’esecutivo del National Congress, dopo Mandela la figura forse più di spicco a livello nazionale. Nel 1993, fu assassinato. All’epoca furono catturate due persone, un immigrato polacco e un ex-immigrato di passaporto britannico che viveva da tempo in Sudafrica. Ora alla commissione queste due persone hanno dichiarato che l’assassinio faceva parte di un attentato di destra per impedire l’avvento del comunismo in Sudafrica, ma gli avvocati e la moglie, che adesso è parlamentare, sostengono invece l’impossibilità che l’ordine venisse da qualsiasi partito. Quindi queste persone o non hanno detto tutta la verità, e quindi proteggono qualcuno, o hanno agito a livello individuale. In ogni caso, si sono opposti a che venga loro concessa l’amnistia, e quindi il processo è ancora in corso.
Quali sono le misure di riparazione e riabilitazione a favore delle vittime?
A volte si tratta semplicemente di fornire alle vittime una consulenza, o delle cure mediche, perché spesso durante i conflitti la gente aveva paura di andare all’ospedale, perché lì si poteva essere avvicinati dalla polizia. Ci sono persone che, ancora dopo 10 anni, hanno nella carne i proiettili o le schegge, altri che hanno bisogno di cure per le gravi lesioni provocate da tutte le torture subìte. Uno dei metodi di tortura preferito all’epoca, e lo stiamo scoprendo adesso, era la mutilazione dei genitali con pinze o elettrodi.
Poi ci possono essere casi di persone costrette a interrompere l’istruzione, che vogliono riprendere la scolarizzazione. A volte chiedono una tomba perché le persone venivano sepolte senza lapide, a volte si chiede una risepoltura perché le persone possono essere decedute in Angola, in Mozambico oppure perché la polizia addetta alla sicurezza aveva seppellito i cadaveri da qualche parte e quindi viene richiesta una degna sepoltura. A volte si chiede di dedicare una strada o una scuola alla memoria della persona morta, ed è compito del governo decidere se esaudire queste indicazioni. Naturalmente questo non è un compito facile perché le risorse sono limitate, ci sono già richieste di denaro per l’edilizia pubblica, per l’acqua e per altre cose. Ecco perché sono fermamente convinto che uno dei test più importanti per la commissione per la verità sarà il comportamento, a riguardo, del governo, visto che l’amnistia toglie alle vittime un loro diritto fondamentale. Se si concede l’amnistia, non vi saranno cause né penali né civili e quindi, una volta tolto alle vittime il diritto di appellarsi in processi penali o civili, è importante sostituire questa privazione con qualcos’altro, altrimenti le vittime avranno il diritto di sentirsi amareggiate e tradite.
Sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani anche da parte di appartenenti ai movimenti di liberazione. Come vi regolate in questi casi?
La Commissione per la verità e per la riconciliazione ha deciso di impegnarsi a costruire una nuova cultura, quella dei diritti dell’uomo. Distinguere tra violazioni buone e cattive vorrebbe dire distruggere la base di questa cultura. Non si può dire che, siccome l’African National Congress si batteva per la liberazione, era giusto per l’Anc torturare le persone in galere putrescenti. Anche se si trattava di spie del vecchio ordine, l’Anc aveva la responsabilità di trattare i prigionieri in maniera degna. Lo stesso Thabo Mbechi, l’attuale vicepresidente del paese, e probabile prossimo presidente, ammette che l’Anc ha torturato e ucciso.
Viviamo la situazione un po’ peculiare, direi unica, di un movimento di liberazione nazionale che deve ammettere la propria responsabilità di fronte a episodi del genere. Abbiamo giovani di 14, 16, 18 anni che si rivolgono alla commissione confessando che, convinti che quella tal persona fosse un nemico, avevano preso un pneumatico, glielo avevano messo attorno al collo, gli avevano gettato la benzina addosso e avevano acceso un fiammifero. "Ritenevamo che quella persona lavorasse per il governo dell’apartheid", dichiarano. A chi dare retta? Dovete dare retta a chi ha perpetrato il crimine o alla vittima?
Per esempio ora la nostra azione è criticata fortemente dai supporter di Winnie Mandela. Nel periodo di prigionia di Nelson Mandela, Winnie ha subìto delle pesanti ingiustizie, è stata scacciata dalla sua casa e inviata lontano, e adesso accusano noi di continuare a punirla. Ma le accuse di aver infranto i diritti umani ci obbligano a investigare. Non faremo distinzioni e i risultati verranno resi pubblici.
Se vogliamo veramente perseguire ogni violazione dei diritti umani, con la consapevolezza che ci sono vittime e colpevoli da entrambe le parti, non possiamo comunque stancarci di mettere in evidenza che il conflitto è stato combattuto da una parte per i diritti dell’uomo e, dall’altra, per la negazione di tali diritti. Che, cioè, nel caso dell’apartheid siamo di fronte a gravi violazioni dei diritti dell’uomo insite nel sistema. Mentre dall’altro lato, nella lotta per i diritti dell’uomo e la democrazia, qualche volta c’è stata confusione tra mezzi e fine. Noi diciamo che deve essere riconosciuto quanto è avvenuto, ma anche che le due cose sono profondamente diverse. Al momento, questa è la grossa lotta presente in seno alla commissione, perché i rappresentanti dell’ex governo apartheid, vogliono vederlo solo come un conflitto politico, non come una lotta intorno ai cardini dei diritti dell’uomo. Personalmente credo che senza un riconoscimento incondizionato del fatto che l’apartheid era razzista, non vi potrà essere riconciliazione vera.
Quali sono le reazioni più ricorrenti fra i bianchi al lavoro della commissione?
Sono reazioni differenti e, oltretutto, stanno cambiando col passare del tempo. La reazione più tipica è quella di non voler sapere, di non essere interessati, perché si hanno già tanti problemi. Un’altra reazione tipica, più conservativa, è: "Tutti stavano uccidendo tutti"; "C’erano neri con neri, bianchi con bianchi, bianchi con neri, le cose non sono chiare e quindi perché investigare? Dimentichiamo". Poi c’è una risposta più razzista: "Si stavano uccidendo fra di loro, e allora?".
Penso però che lentamente si stia diffondendo anche fra i bianchi un apprezzamento per il nostro lavoro proprio in vista del futuro, per costruire una nuova società, una nuova democrazia. Man mano che la Truth Commission prosegue i suoi lavori, sempre più persone la seguono alla televisione, alla radio, sui giornali e se all’inizio potevano pensare che fosse solo un modo escogitato dall’Anc, ora al governo, per dimostrare quanto brutto fosse stato il governo bianco dell’apartheid, adesso la scelta di indagare anche sull’Anc, sui campi di prigionia dell’Anc in Mozambico e a Lusaka, in Tanzania, il fatto di interrogare persone come Winnie Mandela, sta convincendo molte persone che non siamo uno strumento dell’Anc contro il National Party, ma uno strumento per affermare un sistema basato sui diritti umani.
Prima accennavi a una tendenza a rimuovere il passato negli attivisti. Come si spiega?
Nessuno di noi, se non recentemente, aveva previsto l’impatto traumatico che il conflitto avrebbe avuto sulle persone. Una delle tante ragioni era la ritrosia a considerarsi delle vittime -e quindi a parlare- da parte di tanti attivisti. In quanto attivisti erano tenuti ad essere forti e a non considerare rilevante la possibilità di parlare di quello che era successo. E infatti agli esordi della commissione erano le famiglie a venire, in particolare le madri. Anche le mogli, che pure erano state soggette a torture e violenze, venivano per conto di altre e poi scoppiavano a piangere davanti ai nostri occhi: Questo, un po’ alla volta, ha eroso la necessità di essere forti. Piangere a volte può essere un punto di forza e credo che stiano cominciando a capirlo in tanti. Ma le conseguenze di tutto questo potranno essere studiate con analisi più accurate solo in futuro.
Vale la pena raccontare una storia emblematica che, fra l’altro, mi ha toccato personalmente. Nella parte occidentale di Città del Capo, un’ala clandestina del movimento militare dell’Anc era formata da un gruppo di giovani che conoscevo, perché avevo appena finito l’università e avevo cominciato a insegnare. In seguito alla loro attività, due furono uccisi, pensiamo giustiziati, anche se la polizia ha sostenuto che si trattava di autodifesa, ma gli altri quattro furono sottoposti a gravi torture. Alcuni mesi fa il torturatore, un tale di nome Benzin, molto noto all’epoca, ha chiesto l’amnistia. Chiunque fosse un’attivista sapeva che questa era una persona da cui tenersi il più possibile lontano, perché aveva un metodo di tortura infame e tristemente noto a tutti. Prendeva un sacco nero di tela, lo bagnava, faceva sdraiare supini, legava le mani, legava le gambe, saliva sulla schiena, metteva il sacco di tela nera sulla testa e lo chiudeva con una corda. Era così esperto che sapeva con esattezza il momento in cui la persona cominciava a perdere i sensi e iniziava a morire. Allora levava il cappuccio e continuava a farlo fino a che la persona non rispondeva alle domande. Si vantava che non gli servivano più di trenta minuti, che quello era il suo record per ottenere le risposte che voleva. Quando si presentò alla commissione, davanti al pubblico c’era Benzin da una parte e dall’altra quelli che aveva torturato, e lui chiedeva l’amnistia. La cosa sconvolgente è che le quattro persone che stavano di fronte a lui non si opponevano alla richiesta, ma si limitavano a precisare: "Non dici tutta la verità". Benzin, però, non era in grado di ricordare tutto quello che aveva fatto, così è stato portato a dimostrare quel genere di tortura pubblicamente. Per assurdo, ciò che lui ricordava erano solo i suoi gesti di umanità verso le persone sottoposte a torture. A uno di questi ha anche detto: "Ma non ricordi che ti ho tirato fuori di prigione e ti ho comperato il pollo e tu mi hai detto: Quanto mi è piaciuto il pollo?"; "Sì -diceva l’altro- me lo ricordo, ma è stato dopo che quasi mi avevi ammazzato! ". Evidentemente la cosa più importante per Benzin era riconquistare una fetta della sua umanità, ricordando soltanto le cose positive e umane del suo agire, non quelle barbariche. I torturati, invece, ricordavano tutto fino all’ultimo dettaglio.
Dopo la sessione, alcuni di questi attivisti, che anche adesso continuano a far politica, mi hanno confidato che era stata la prima volta che ne avevano parlato. Non l’avevano mai fatto, né con la moglie, né con la fidanzata, né con l’amico più intimo. Ognuno di loro aveva fatto questa esperienza ma non l’aveva mai condivisa con nessuno. Quando abbiamo fatto le domande a una delle persone torturate che, ironia della sorte, oggi è a capo dell’intelligence militare, questi nel momento del confronto con Benzin, è crollato ed ha cominciato a piangere davanti al pubblico.
La ricerca della verità non presenta anche il rischio di ulteriori sofferenze?
All’inizio una delle richieste più frequenti riguardo alle vittime era sapere cosa fosse successo all’amato, e chi ne fosse il responsabile. Si dichiaravano pronti a perdonare, ma dovevano sapere cosa e chi perdonare. Adesso, invece, man mano che emergono sempre più nomi e fatti, le vittime o i parenti delle vittime non sono più sicure di volere perdonare. Credo che questa sia una reazione molto umana perché, a volte, le torture sono state terribilmente violente, barbariche. Persone che sono state ridotte in cenere, avvelenate, persone gettate in fosse comuni. A volte non veniva fatta alcuna registrazione delle violenze esercitate. Per esempio, una prassi in uso comune della polizia di sicurezza era quella di intercettare le persone che venivano dalle campagne verso le città per combattere la cosiddetta guerriglia. Una volta che li avevano catturati o li convincevano a lavorare per loro diventando "ascari", era quello il termine preciso usato, oppure, se queste persone non si dichiaravano pronte a diventare collaborazionisti, venivano eliminate. In entrambi i casi, per anni e anni, non si era saputo cosa fosse successo a queste persone. Allora, a volte i familiari accusavano l’Anc, perché dicevano: "Mio figlio è venuto a far parte delle tue fila, tu devi sapere dove è andato a finire". Immaginate quindi lo choc di fronte alla scoperta che i loro figli erano venuti a combattere per l’Anc, erano poi diventati "ascari", e per questo erano stati uccisi dall’Anc!
Nella tua esperienza hai visto casi in cui la parola "riconciliazione" abbia assunto un senso concreto, di vita quotidiana?
Una delle cose che non sempre vengono capite è che il conflitto in Sudafrica, sebbene sia stato principalmente un conflitto contro uomini bianchi che opprimevano i neri, non è stato solo questo. In molte comunità nere ci sono state delle divisioni e si sono verificati dei conflitti anche fra i neri, in riferimento al supporto o alla mancata condanna dell’apartheid. Abbiamo scoperto che ci sono state molte infiltrazioni nella comunità nera da parte della polizia segreta proprio per creare divisioni. Si sono verificate lotte violente, attacchi, vendette. Quindi non si tratta solo di una riappacificazione fra bianchi e neri, ma anche fra neri e neri. E non è semplice, perché bianchi e neri vivono separati ancora oggi, mentre i neri vivono insieme, per cui la loro riconciliazione è delicata, ma inderogabile. I bambini vanno alle stesse scuole, vivono nelle stesse aree.
In molti casi, la Truth Commission ha facilitato la riappacificazione facendo sì che i diversi gruppi si mettessero a sedere per parlare. Qualche volta ha funzionato, specialmente quando si veniva a sapere che i motivi del conflitto derivavano dal coinvolgimento di una terza forza, intervenuta a volte per fermare le violenze, altre volte per farle iniziare.
Questa scoperta ha costretto a vedere le cose sotto un diverso punto di vista, e ha facilitato la riconciliazione. Per esempio, abbiamo raggiunto la verità su una delle prime uccisioni viste sulle televisioni di tutto il mondo: una donna giaceva a terra con un laccio intorno al collo, bruciata, con la gente attorno che guardava. Erano scene riprese nella periferia di Johannesburg. Abbiamo investigato l’accaduto quando la famiglia della donna si è presentata alla Truth Commission, perché lei era stata vittima di una violazione dei diritti umani, e volevano sapere cos’era accaduto, chi aveva compiuto quel delitto. Abbiamo scoperto che alcune settimane prima di quell’incidente, in quella zona a sette ragazzi erano state date delle bombe a mano da alcuni uomini della polizia segreta che si erano spacciati per rappresentanti dell’Anc. E quegli ordigni, una volta tolta la sicura, avevano un congegno a tempo che li faceva scoppiare. Tre morirono e gli altri quattro rimasero mutilati alle braccia. C’era il sospetto che Marki Scosana fosse colei che aveva collaborato coi servizi segreti nell’azione. E due settimane dopo, durante i funerali, Marki Scosana, presente alle esequie fu indicata alla folla come mandante da persone che in realtà erano informatori della polizia. La folla si inferocì e avvenne il linciaggio. Ora sappiamo che fu il responsabile della polizia di quel tempo a dare l’autorizzazione segreta per quell’operazione, chiamata "bombe a mano", e ad usare uno degli ascari, Joma Marcela, per portarla a termine.
In questo incontro pubblico di cui parlavo prima, la gente che aveva partecipato all’uccisione della donna si è alzata, e ha chiesto scusa alla sua famiglia, dicendo che, in un certo senso, erano tutti vittime del sistema politico e che erano dispiaciute che un membro della famiglia fosse morto in maniera così orribile. E per la prima volta la famiglia Scosana ha ricevuto una specie di riconoscimento, perché fino a quel momento la comunità li vedeva come nemici, colpevoli per quelle granate. Adesso invece hanno capito che la polizia ha avuto gravi responsabilità nella vicenda, e che la famiglia Scosana non aveva colpe.

pro dialog