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Anna Bravo: La resistenza e la cura. Uno sguardo su donne e uomini nelle guerre contro i civili. Esperienze storiche.

27.2.2007, UNA CITTÀ n. 103 / Aprile 2002
Ho pensato molto a quale contributo poteva dare la storia a un percorso formativo complicato e delicato come quello da offrire a persone che vanno in situazioni difficili, di guerre civili e di guerre contro i civili; mi è sembrato possibile presentare alcune riflessioni sulle forme di reazione sociale all’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale.
La seconda guerra mondiale è la prima che si può definire guerra contro i civili, per i bombardamenti a tappeto sulle città, per le violenze e le rappresaglie di massa, e prima ancora per le deportazioni e per i giganteschi spostamenti di popolazioni. Nel Terzo Reich ci sono la deportazione degli ebrei e degli zingari, le deportazioni per motivi politici, e i grandi spostamenti di popolazioni destinate al lavoro coatto nell’economia di guerra. In Urss prima e durante la guerra, gruppi nazionali non russi come ceceni, tatari, ingusci, turchi, giudicati di “dubbia lealtà” o accusati in massa di aver collaborato con i nazisti, sono deportati quasi per intero, sia per “russificare” le loro terre sia per avere a disposizione forza-lavoro semicoatta per l’industria di guerra.
C’è un altro elemento che mi incoraggia a parlare della seconda guerra mondiale e riguarda il Kosovo, dove la resistenza non violenta condotta dalla Lega democratica di Rugova è durata parecchi anni, senza che mai trovasse spazio sui media e considerazione adeguata sul piano internazionale. Ci si è accorti del Kosovo solo quando è iniziata la lotta armata, e a quel punto Rugova è stato emarginato.
Se si fossero conosciute le tante forme di resistenza civile o non armata (le due parole grosso modo si equivalgono) che ci sono state nell’Europa sotto dominio nazista, forse si sarebbe prestata più attenzione all’esperienza kosovara, unica, fra l’altro, nella situazione balcanica. Invece non c’era conoscenza, non c’era un orizzonte simbolico che facesse capire come fosse importante. Qui anche la storiografia ha i suoi torti. Se si fosse creata una memoria condivisa capace di valorizzare quella resistenza, forse anche in Kosovo si sarebbe potuto fare qualcosa prima che la situazione degenerasse. Tanto più che ci sono delle parentele fra alcune pratiche adottate nei paesi occupati dal Terzo Reich e altre messe in atto dalla società civile per esempio in Kosovo, in Afghanistan e anche in Sud Tirolo nel periodo fascista.
Intendo la società come luogo dell’associarsi delle persone in tante forme, che esprimono e producono libertà, ma contemplano anche ambivalenze e conflitti. Le identità collettive, comprese quelle etniche, che dall’esterno sembrano un tutt’uno, sono segnate da conflitti interni che, per fortuna, portano a cambiamenti di idee, di mentalità. Società quindi come insieme di attori collettivi, di complesse strutture di coesione. Schematicamente, se ne possono indicare due tipi, uno formalizzato, l’altro informale. Il primo sono le associazioni di persone che si danno un nome, uno statuto e si riuniscono intorno a una ragione sociale che può essere la più varia, dalla cultura all’assistenza, allo sport e quant’altro. Per esempio la Germania pre-nazista era un pullulare di organizzazioni di base di questo tipo, dalle corali alle filarmoniche, alle bocciofile, alle società di storia locale, alle associazioni di mestiere. La seconda forma, molto più fluida, è quella dei reticoli familiari, amicali, parentali, di quartiere, di vicinato.
Tutte e due queste strutture della coesione sociale hanno in comune un radicamento locale forte e la presenza di un solo obiettivo, o di obiettivi circoscritti, a differenza dei partiti che chiedono un’adesione a una linea complessiva. Tutte e due hanno una funzione particolarmente importante durante le emergenze e le guerre, in generale quando lo stato vive una crisi; e in queste circostanze si può cogliere con più chiarezza quel loro carattere ambivalente, progressivo sotto certi aspetti, regressivo per altri.
In ogni caso sono forme vitali, che hanno contato e contano nel farsi della storia. Non è vero che la storia va avanti secondo processi economici o decisioni a livello di alta politica. Reti familiari e di tipo etnico hanno avuto un grande peso nel determinare i tempi del mutamento sociale: in Usa nella prima fase del taylorismo, per esempio, spesso le fabbriche assumevano non secondo i criteri attitudinali, ma tenendo conto dei legami “etnici” degli operai immigrati.
Quanto fossero importanti le strutture della coesione sociale lo dice innanzitutto il modo in cui sono state trattate dai totalitarismi. La prima cosa che fanno i nazisti quando salgono al potere è distruggere completamente queste realtà, sciogliendole di forza, o nazificandole, ossia assimilandole nelle organizzazioni di massa per il tempo libero del partito nazista. Anche per quanto riguarda la seconda tipologia -le reti di relazione- c’è il tentativo di penetrazione spionistica, che magari non riesce totalmente, ma basta a seminare quella sfiducia reciproca che non permette più di parlare tranquillamente con gli amici e persino nella famiglia. In Urss c’è un processo simile: lo stato, il partito-stato azzera tutte le realtà associative e comunitarie tradizionali, e già all’indomani dell’ottobre azzera anche, svuotandoli o sciogliendoli brutalmente, i tanti comitati e associazioni -di inquilini, di massaie, di caseggiato, di mestieri- nate tra febbraio e ottobre nel fervore del mutamento.
In Italia, la situazione è un po’ diversa perché il fascismo deve patteggiare molto con i centri di potere preesistenti, innanzitutto con la chiesa cattolica. Il partito fascista neanche lontanamente avrebbe potuto pensare di azzerare le organizzazioni dell’Azione cattolica.
I totalitarismi temono le strutture della coesione sociale perché sono i luoghi delle relazioni fra persone, quelle relazioni che possono produrre l’imprevisto nella storia. Sono luoghi in cui ci si parla, ci si confronta, si possono avere delle idee diverse da quelle dominanti.
Però sono anche luoghi del conformismo di gruppo, qualsiasi gruppo ne ha in sé i germi, sono luoghi dove si è esercitata e si esercita anche la violenza.
Sta di fatto che nell’Europa occupata queste realtà hanno avuto un ruolo primario in quella che un importante studioso francese, Jacques Sémelin, chiama “resistenza civile”; la chiama così perché nasce dalla società, dai cittadini, ed è una resistenza non violenta, ma non sempre: ci sono azioni non armate, soprattutto di donne, in cui si usa la massa d’urto dei corpi, come quando si assaltano i magazzini di viveri.
Queste innervature di base della società, sia di tipo associazionistico, sia di tipo familiare, parentale, di mestiere, anche di bar se volete, sono decisive per impedire al nazismo di esercitare pienamente la sua volontà di dominio sulla società civile, di sfruttamento di tutte le sue risorse, comprese quelle umane; sono decisive per far sì che ci siano degli ostacoli, che le cose non possano funzionare come loro vorrebbero; con differenze fra situazione e situazione, fra paese e paese, anche in relazione alla diversità dei piani riservati da Hitler alla loro popolazione.
Vi faccio l’esempio della Polonia, primo stato ad essere invaso, uno stato che Hitler, nei suoi piani del Reich millenario aveva destinato al lavoro servile, a essere una sorta di colonia che facesse il lavoro grezzo, bruto. La pratica applicata nei confronti del popolo polacco era sfruttarlo sul piano economico, depotenziarlo anche demograficamente, ma soprattutto decapitarlo culturalmente, assassinando intellettuali e membri della classe dirigente, e poi impedendo la formazione della futura classe dirigente. Ecco perché i nazisti distruggono le scuole, ecco perché una delle azioni più ammirevoli della resistenza polacca è l’organizzazione di scuole clandestine che vanno dalle elementari fino all’università in modo che, a guerra finita, la Polonia possa avere una sua classe dirigente.
Qui, e non è una forzatura, viene immediatamente da pensare alle scuole del Kosovo, che la Lega democratica aveva organizzato a tutti i livelli ovunque fosse possibile, magari nelle case, in modo che ci fossero scuole dove si parlava la lingua della maggioranza della popolazione, sia per continuare a formare i quadri dirigenti, sia per garantire l’istruzione di base a tutti. Mi viene in mente l’Afghanistan, dove c’erano gruppi di donne che organizzavano scuole clandestine per le bambine, non solo nei campi profughi in Pakistan, ma anche nel paese. Mi dicono che in questa zona, in Sud Tirolo, quando il fascismo, con il suo nazionalismo razzista e aggressivo, voleva estirpare la lingua tedesca, c’erano le Katacomben Schulen, in cui si dava l’istruzione che non si sarebbe ricevuta nella scuola statale fascistizzata.
Tutto questo fa capire come tra le potenze occupanti e la popolazione si creasse spesso un contenzioso diretto; come la società non fosse soltanto il contorno della lotta armata; come il territorio della resistenza non fosse soltanto quello dove si combatteva con le armi. Fra queste forme di resistenza civile, ce n’è una particolarmente “alta”, bella, commovente, ed è la cura di chi è in pericolo, di chi ha bisogno. Dico cura per indicare un accudimento, una sollecitudine verso le persone in difficoltà, che non sempre è legata a solidarietà preesistenti o a convinzioni politiche, ideologiche o religiose. Una cura che nasce piuttosto dall’incontro tra una persona e la vulnerabilità dell’altra, proprio dall’incontro faccia a faccia, occhi negli occhi. E’ un altro imprevisto che fa paura ai totalitarismi, che non a caso puntano a isolare i perseguitati in modo da impedire contatti da cui possa scattare il desiderio di fare qualcosa per l’altro. La cura è un concetto associato molto al femminile, però bisogna dire che nei gruppi che si occupano di nascondere, di far scappare le persone ricercate c’è anche una forte presenza maschile.
Anche queste pratiche di aiuto sono diverse da fase a fase, da paese a paese. Nella protezione degli ebrei, banco di prova della resistenza civile, si vedono bene le differenze fra i tre paesi abitualmente considerati “amichevoli”, la Danimarca, la Bulgaria, che però su questo punto ha una storia troppo particolare per parlarne qui, e l’Italia che, a mio avviso, negli ultimi tempi sta un poco esagerando nel rivendicare i propri meriti.
La Danimarca era un paese di tradizione democratica, con sentimenti civici forti e un alto livello di identificazione nelle istituzioni, e visse una situazione sul filo del rasoio per tutta la guerra: il governo non si oppose militarmente all’ingresso dei nazisti, ma siglò un protocollo in cui si impegnava a fornire alla Germania delle risorse soprattutto economiche, in cambio dell’assicurazione formale che gli occupanti non avrebbero mai toccato le leggi e la costituzione danese, vale a dire i valori democratici di quel paese.
Inizia così un lungo braccio di ferro tra governo danese e nazisti: i danesi tergiversano quando si tratta di consegnare merci o viveri, ma, soprattutto, si oppongono fermissimamente all’emanazione di qualsiasi misura razzista contro gli ebrei in nome del fatto che, sancendo la costituzione danese l’uguaglianza dei cittadini, qualsiasi norma discriminatoria l’avrebbe violata. Si arriva a un punto di frizione tale che la solidarietà popolare e la fermezza del governo hanno un effetto demoralizzante sui capi nazisti e Hitler è costretto a sostituirli. Hannah Arendt ne La banalità del male parla quasi di un contagio del bene: i nazisti non riuscivano ad essere abbastanza efferati in una società che stigmatizzava il razzismo. Sta di fatto che a un certo punto i tedeschi prendono in mano la situazione e cominciano i primi arresti e le prime deportazioni degli ebrei. E qui si apre un altro scenario imprevisto, una cosa mai successa, il fatto che la grande maggioranza di un popolo con le sue istituzioni, con le sue associazioni e i suoi singoli cittadini, si organizza per portare in salvo in Svezia i “suoi” seimila ebrei. Portarli in salvo con delle navi -più facilmente con delle barche- voleva dire avvertirli segretamente, riunirli segretamente, trovare soldi per le navi o per le barche, traghettarli, trovar loro una sistemazione dall’altra parte. Questa operazione riesce. E’ il più grande episodio di salvataggio di tutta la storia della persecuzione antiebraica.
L’Italia è un paese molto diverso, che l’8 settembre esce da vent’anni di un regime che ha frantumato l’opposizione e fascistizzato le strutture della coesione sociale. I partiti di opposizione sono debolissimi, quelli che non hanno scelto l’esilio, come il partito comunista, sono stati falcidiati dalla repressione. L’Italia poi è un paese dove non c’erano forti sentimenti civici e dove se c’era qualche barlume di identificazione con le istituzioni era stato spazzato via dalla fuga del re. Il nostro non è il re di Danimarca, che è presente, attivo e ha posizioni molto rigide, in particolare sul razzismo.
Anche in Italia una parte della popolazione si sforza di dare aiuto, sebbene forse non sia ampia come si dice oggi. Ma le “strutture” di salvataggio sono spesso costituite di un individuo solo, con una piccola rete di aiutanti; sono i religiosi che accolgono nelle sacrestie, nei conventi; sono alcuni comandanti militari delle zone occupate dall’Italia -in Francia, in particolare questi alti ufficiali, pur essendo legati al governo fascista, fanno scelte diverse, e per una serie di motivi complessi ai quali però non è estraneo l’umanitarismo, cercano di non emanare o di non applicare le le misure contro gli ebrei. Poi ci sono delle persone “comuni”; basta fare il nome di Perlasca, che comune non è per la sua azione, ma comune è per la sua origine sociale, la sua caratterizzazione culturale; è un uomo come tanti. Su scala molto più piccola poi ci sono uomini e donne che nascondono le persone, per esempio medici che le ricoverano negli ospedali facendole passare per malati, donne che fanno passare un bambino ebreo per proprio figlio.
Un grande ruolo, in Italia, ce l’hanno proprio le reti familiari, parentali, di quartiere e di vicinato, dove la fiducia reciproca consentiva di creare percorsi molto fluidi, in cui alcuni ricercati passano da un luogo all’altro seguendo i fili di queste reti. A volte ad agire sono intere comunità: in una valle piemontese, in un paesino che si chiama Rorà, per due anni vivono in segreto delle famiglie ebree e tutti lo sanno. Il paese viene rastrellato, ma nessuno le tradisce. Va reso onore a questi gruppi e persone che, a rischio di vita, a rischio di deportazione, proteggono e salvano.
Va detto che però a guerra finita, queste realtà, comprese quelle familiari e comunitarie, possono rivelare il loro aspetto violento, feroce, patrocinando vendette private e spacciandole per azioni politiche, oppure esasperando la propria vendetta politica contro alcuni, o legittimando le rese dei conti. Altre volte riescono invece a disinnescare la violenza; per esempio, qualcuno del paese garantisce per quel tale fascista che ha aderito a Salò, ma non si è macchiato di crimini, e riesce così a salvarlo, perché magari il capo della formazione partigiana locale è un parente, un amico, uno che si conosce; in questi casi spesso il ruolo delle donne è decisivo. Insomma, da queste strutture può dipendere il salvataggio di alcuni e la morte di altri, e la fisionomia del dopoguerra.
L’ambivalenza si manifesta ovunque, non solo in Italia. In Danimarca le strutture della coesione sociale svolgono un’azione di straordinaria civiltà, ma a guerra finita fanno ciò che a me sembra molto poco civile: mettono in un unico fascio le collaborazioniste donne, che c’erano, le ragazze che si erano innamorate di un soldato tedesco e le donne che si erano prostituite per ragioni di sopravvivenza, considerandole tutte traditrici della nazione e sottoponendole tutte, indiscriminatamente, a umiliazioni e violenza. Le strutture sono le stesse o dello stesso tipo, e su un aspetto si mostrano altamente civili, su un altro appaiono portatrici dell’ideologia vecchia e mortifera per cui l’onore nazionale si identifica con l’onore sessuale, misurato su quello che fanno o non fanno le donne.
Insisto, oltre che sull’ambivalenza, sulle donne, perché in molti posti dove andrete ci sono tensioni e guerre di tipo “etnico”, e uno degli aspetti principali delle “identità etniche” è lo statuto assegnato alle donne sul piano simbolico, sociale, familiare, politico; è uno dei massimi terreni di scontro fra “etnie”, ma lo è anche al loro interno. Per questo il discorso sul rispetto delle culture locali è un punto di principio necessario, ma che non mi sembra basti a orientare i comportamenti: assistere in silenzio a gesti aggressivi contro una donna, per esempio, non vuol dire automaticamente rispettare una cultura, può voler dire che se ne sta legittimando una parte, la peggiore, e sacrificandone un’altra.
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