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Viaggio in Israele

12.12.1992, Il Manifesto - Il viaggiatore leggero
Dieci europei in cerca di un ruolo vanno in Israele. Parlano con le massime autorità dello Stato, decidono dopo esitazioni e controversie di incontrare a Gerusalemme est anche lo stato maggiore palestinese (in piena ufficialita),

piantano i loro alberelli augurali nel "bosco della pace", cercano di districarsi tra le convergenti ed opposte pressioni di cui sono fatti oggetto e finalmente tornano in Europa, convinti che in Medio Oriente qualcosa di utile ed urgente da fare ci sarebbe. Ma come può una Comunità impotente davanti alla dilaniante guerra jugoslava ed esposta a crescenti spinte centrifughe e nazionaliste sperare di aiutare altri a fare la pace?

Ce lo siamo chiesti, andando a Gerusalemme con Renzo Imbeni, sindaco di Bologna, presidente della Delegazione del Parlamento europeo per le relazioni con Israele. Nella cordata c'erano socialisti, democristiani, conservatori, liberali, verdi e "sinistra unitaria", di vari paesi (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Danimarca), con simpatie ed inclinazioni diverse. "Voi dovete far capire all'Europa che Israele ha bisogno di incoraggiamento sulla via della pace. Le cose sono meno drammatiche di quanto sembrino: siamo nel Medio Oriente, occorre un po' di scena prima di concludere un affare. I palestinesi che vivono sotto il nostro controllo, stanno cambiando sensibilmente, succede a loro quel che e successo all'Est: la nostra televisione, i contatti con noi, la nostra democrazia li influenza, e sempre meno fanno riferimento a Tunisi e ad Arafat. Credo che si potrà convivere da buoni vicini", rassicura il presidente Chaim Herzog. Ed aggiunge una considerazione che sarà poi ripetuta da tutti gli interlocutori più ragionevoli e perspicaci, israeliani e palestinesi. " Israele ormai non può più vivere al di fuori di questa regione, ci avviamo verso un mercato ed una cooperazione in quest'area che guarda all'Europa come ad un possibile esempio". Lo ribadisce anche Feysal Husseini, il leader palestinese, due giorni dopo, spingendosi più avanti con una battuta: "Come potranno arrivare alle soglie del Duemila degli Stati nazionali cosi piccoli come l'Inghilterra o la Germania? Figuriamoci Israele, la Palestina, la Giordania, la Siria... Bisognerà arrivare a confini politici che non siano più confini fisici, e ad un processo federativo in tutta la regione. Ma prima noi palestinesi abbiamo bisogno di una nostra sovranità, di recuperare dignità e agibilità internazionale". Anche Shimon Peres, ministro degli esteri ed in certo senso antagonista, oltre che partner, del premier Rabin, in un discorso a ruota libera, in risposta alle nostre domande, si lancia sulla pista dell'integrazione regionale: "Abbiamo bisogno di risorse per produrre, non di soldi per consumare, e sappiamo che la spesa che in questa regione si investe in 6-7 anni per armamenti, basterebbe per pagare il prezzo della pace: indennizzare i colori, dare casa alla gente, aprire infrastrutture di trasporti, risolvere la questione dei rifugiati... La pace oggi non e una specie di olio di ricino da ingoiare, ma piuttosto l'unica vera prospettiva di sviluppo". Ma i leaders palestinesi e la stessa sinistra radicale israeliana lamentano la scarsità di risultati che sinora la vittoria laburista ha comportato. "Nei quattro mesi di Rabin sono state uccise più persone che negli ultimi quattro mesi di Shamir, la Quarta Convenzione di Ginevra sui doveri di una potenza occupante non viene rispettata, i cambiamenti nella vita quotidiana sono minimi e le "squadre speciali mascherate" assassinano deliberatamente giovani palestinesi per demoralizzarci", insiste Tamer Issawi, uno dei negoziatori palestinesi. Ed i redattori di "Challenge", rivista israeliana di sinistra, confermano; Yakov Ben Efrat e Michal Schwartz rincarano persino la dose e parlano di foglia di fico, rappresentata dalla presenza del Meretz di Shulamit Aloni nella coalizione governativa. Ma la verità e più promettente, ed uno dei più prestigiosi leaders palestinesi della diaspora, presidente della commissione politica del comitato centrale dell'OLP, Nabil Shaat (lo ha detto pochi giorni fa in un impressionante discorso pubblico all'Università libera di Bruxelles) dimostra chiaramente di essere di opinione diversa: pur rigettando l'ipotesi di un'autonomia di transizione, troppo frammentata nelle

competenze e soprattutto troppo spezzettata sul territorio, si capisce che pensa anche lui che mai situazione più favorevole (o meno sfavorevole) ai palestinesi ed alla pace si era presentata. Forse condivide, senza poterlo dire chiaramente, ciò che Abba Eban aveva detto della leadership palestinese: "Mai ha perso l'occasione di perdere un'occasione". Ma al tempo stesso i palestinesi dei territori occupati, grazie all'"Intifada" sempre più protagonisti del loro destino e del negoziato, rigettano chiaramente ogni tentativo di giocarli contro l'OLP, come certuni in Israele vorrebbero ancora. " Senza Arafat il processo di pace non sarebbe iniziato e senza di lui non si potrà concludere", taglia secco Feysal Husseini, quando gli viene chiesto se non sarebbe forse utile che da entrambe le parti si cambiassero gli interlocutori. "Israele ha oggi due problemi chiave: la pace ed i nuovi immigranti", precisa Amnon Rubinstein, oggi ministro dell'energia e delle infrastrutture, esponente del Meretz, l'alleanza inter-etnica piu favorevole alla riconciliazione; "entrambi possono essere risolti, ma ci occorrono aiuti esterni. Dateci uno status simile a quello dei paesi EFTA, con un rapporto speciale verso la Comunità europea". Un ritornello frequente, ritenuto dalle autorità israeliane il banco di prova decisivo per l'Europa, accanto alla questione del boicottaggio commerciale arabo contro Israele, che la CE dovrebbe far togliere di mezzo. Qualcuno vede anche il rischio di un "pericolo OAS": che la destra israeliana, come quella francese al momento dell'indipendenza algerina, possa reagire violentemente. Lo evoca esplicitamente il segretario dell'"United Kibbutz Move- ment", Mukie Zur. Anche "Shalom Achshaw - Peace now" sottolinea che ci sarà scontro di opinione da sostenere, ma si dicono ottimisti e pronti a scendere nuovamente in piazza, con centinaia di migliaia di persone, come per la pace con l'Egitto e contro la guerra nel Libano. "Bisogna mettere in conto dei moti contro ogni concessione territoriale, ma il governo deve restare fermo, e decidersi finalmente a negoziati con l'OLP, ci dice Tsali Reshev, leader del movimento, e tira fuori la dettagliata carta etno-demografica pubblicata da loro in questi giorni: "Da qui si vede che il ritiro dai territori occupati oggi non è impossibile, ci vivono solo poco più di 100.000 persone, mentre se gli insediamenti continuassero, tutto diventerebbe molto più drammatico"; anche lui evoca il paragone con l'Algeria: "De Gaulle ha trattato con l'FLN, senza pretendere prima elezioni: era chiaro che quella era la leadership, ed era con loro che bisognava concludere la pace". A Michel Warshavsky, figlio del Gran Rabbino di Strasburgo, arrivato in Israele poco prima della Guerra dei 6 giorni per i suoi studi rabbinici ed oggi direttore dello "Jerusalem Alternative Information Center", domando cosa chiederebbe, se potesse esprimere due desideri: uno a Dio ed uno all'Europa. Ci pensa su molto seriamente, poi dice: "All'Onnipotente chiederei di dare una nuova e coraggiosa leadership allo Stato d'Israele: potrebbe invitare Arafat a Gerusalemme e concludere tutto in una settimana; agli europei chiedo di prendere sul serio Israele come Stato democratico, che deve rispettare i diritti umani e le convenzioni inter- nazionali: nessuna indulgenza a questo proposito e giustificata. Poi, su questa base, abbiamo bisogno della vostra cooperazione". Lo dice la sera del 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani, dopo aver sentito alla Tv la notizia-bomba, come lui la chiama: un sondaggio commissionato per questa occasione da Avraham Burg, laburista, presidente della Commissione Educazione della Knesset (il parlamento israeliano), effettuato dalla " Telseker" tra 501 ebrei israeliani, da per Israele analoghi dati sul razzismo e sulla xenofobia come per i paesi europei: il 40% degli interpellati sono favorevoli all'uso della violenza come risposta al terrorismo arabo, quasi il 30% sono favorevoli a previsioni sugli arabi perché se ne vadano. Ma la domanda-scandalo, su cui si scatena la rabbia della stampa israeliana, che accusa il nr. 3 del partito laburista di essere ricaduto nella peggiore auto-flagellazione, e un'altra: "Ritenete voi che l'odio e la violenza contro le minoranze che si registra in Israele possa essere comparabile a ciò che avviene in Germania?". Il 60% ha risposto di si, ed il nuovo governo israeliano non ha esitato a rendere pubblico questo dato, nella giornata internazionale dei diritti umani. Non si può negare che qualcosa di importante si muove.


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