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Giovanni Vultaggio: operatore di pace in divisa - Intervista
Quando mi sono iscritto al corso per operatori di pace mi incuriosiva molto capire cosa pensasse di noi militari il gruppo di giovani che lo frequentava. Mi infastidivano da tempo certe dure critiche e certi pregiudizi nei confronti del nostro lavoro. All’inizio c’è stata qualche scintilla e degli scambi di opinioni anche duri, ma man mano che il corso procedeva, si è creato un clima di grande rispetto e di curiosità reciproca, anche se certe differenze di valutazione sono ovviamente rimaste.
Ognuno dei partecipanti ha accettato di mettersi alla prova. Alcuni diplomati sono già partiti per paesi lontani, a dimostrazione che la qualifica professionale acquisita viene molto apprezzata. Altri invece – e lo trovo molto positivo - hanno deciso che la vita degli operatori di pace internazionali non fa per loro e che possono mettere a frutto le competenze acquisite per agire nel loro territorio, nell’ambito della loro professione.
Le lezioni dei docenti, le testimonianze, i racconti degli stage in luoghi di crisi mi hanno dato un importante bagaglio di conoscenze teoriche sulla gestione dei conflitti, che potrebbero benissimo far parte anche dei corsi di formazione militare. Conoscere culture e tradizioni diverse, metodi di mediazione e di gestione dello stress è ormai indispensabile per chiunque si rapporti con un territorio sconosciuto. Così come ai civili mandati in zone di conflitto può essere molto utile avere presenti le regole di comportamento dei militari nelle emergenze umanitarie o sapere come muoversi in zone pericolose o tra campi minati. Ci sono infatti già numerosi corsi e master universitari, come ad esempio quello di Torino, dove si prevede una formazione congiunta di militari e civili.

Non tutti vedono bene questa cooperazione

Personalmente credo che l’intervento umanitario debba essere svolto dai militari solo nei casi estremi, in presenza di un ambiente molto insicuro, di pericolo per le ONG. Ma una volta che l’ambiente si è stabilizzato, si è affermato un potere politico e si sono delineate vie d’accordo tra le parti in conflitto, i militari devono progressivamente ridurre la loro presenza. Così sta succedendo in Bosnia, mentre in Kosovo e in Afghanistan la situazione è ancora molto precaria.
So che in Italia l’argomento è molto controverso. Ho avuto modo di partecipare a missioni in Albania nel 1999, in Kosovo nel 2001 e in Afghanistan nel 2003. Al di là dei gruppi più radicali, interessati a perpetuare la guerra, non ho mai sentito un atteggiamento di ostilità nei nostri confronti da parte delle popolazioni. Perfino in situazioni estreme come ai confini con il Pakistan. Anzi. La gente capisce. Riconosce i simboli, riconosce il colore delle uniformi, sa distinguere i diversi comportamenti.
Ritengo che il tema del dialogo fra le Forze Armate e la società civile sia un argomento fondamentale. E’ anche per questo motivo che ho deciso di frequentare il corso per operatori di pace. Le Forze Armate sono l’espressione della società civile della quale fanno parte e hanno dimostrato di saper reagire agli input provenienti dai cambiamenti avvenuti a livello mondiale, di essere sensibili alle novità e pronti ad aggiornare le modalità di svolgimento dei compiti che la politica affida loro. Oggi l’esercito non è più un corpo separato dalla società. Accetta di essere sottoposto alla critica dei giornali e al controllo dell’opinione pubblica.




L’Italia di nuovo in Libano?

L’esercito italiano ha da tempo avviato una profonda ristrutturazione. Ha iniziato con la partecipazione alle operazioni di soccorso in occasione del terremoto del Friuli del 1976 e in quello dell’Irpinia del 1980. Poi proprio in Libano, dall’agosto 1982, è stata avviata la prima missione delle Forze Armate italiane all’estero.
L’Italia ha mostrato una notevole capacità di peacekeeping, di interazione con la popolazione locale, senza profilarsi come corpo estraneo e nemico. Non tutti gli eserciti hanno questo tipo di formazione, che potrebbe dimostrarsi particolarmente importante in una missione delicata come quella che si prospetta in Libano. I paesi europei possono trovare anche lì, dopo la Bosnia, un’occasione per intensificare i processi d’integrazione delle Forze Armate, iniziato da tempo con esercitazioni comuni e forme di coordinamento permanenti.
Per la missione in Libano ho qualche perplessità. Abbiamo capito da tempo che il concetto di “sicurezza” non ha più una connotazione solo militare, ma viene necessariamente ad assumere rilevanti dimensioni politiche, economiche, sociali, etniche, religiose e anche umanitarie. In Libano, invece, non è chiaro come si evolverà la missione rispetto alle regole del mandato che questo contingente sarà chiamato a seguire, e cosa accadrà con le forze irregolari, private, finanziate da paesi ostili a Israele. Non si sa se saranno inquadrate nell’esercito libanese e accetteranno l’autorità del governo libanese.
Spero che non si tratti di gestire solo una precaria tregua, in preparazione di una nuova sanguinosa guerra.

Giovanni Vultaggio, 48 anni, colonnello presso il commissariato dell’esercito a Trento, ha iniziato la carriera militare nel 1976. Ha frequentato il secondo corso per operatori di pace organizzato dalla Formazione Professionale di Bolzano. Vive a Bolzano con la moglie e due bambini.

(a cura di Edi Rabini)