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Euromediterranea

Giulia Allegrini: verso una nuova professione
Operatore e mediatore di pace, mediatori nei conflitti internazionali, peacekeeper, peaceworker, peace expert, Friedensfacharbeiter, sono alcune tra le diverse denominazione che indicano, in senso generale, il lavoro di chi opera nei conflitti con l’obiettivo di creare condizioni favorevoli alla costruzione della pace.
L’esigenza di definire, promuovere e soprattutto riconoscere a livello istituzionale una nuova professionalità in grado di agire nei confitti internazionali, è drammaticamente sempre più forte ma si scontra con la complessità e vastità del campo d’azione.
La prevenzione di conflitti violenti, il peacekeeping civile, il peacebuilding e la trasformazione dei conflitti sono gli ambiti prioritari di intervento di questa figura.

Gli strumenti che sono a disposizione sono numerosi, ma richiedono un’adeguata formazione e solide esperienze per essere efficaci.
E’ questa la convinzione con cui sono tornata dai Territori Occupati Palestinesi, nell’aprile del 2002, dove avevo preso parte ad Action for peace, un’iniziativa di presenza internazionale che si concretizzò in azioni di osservazione, accompagnamento, distribuzione di medicine e cibo, azioni dirette nonviolente, presidio di ospedali.
Non avevo una formazione alle spalle, se non uno studio approfondito della storia del conflitto israelo palestinese. Incominciavo a capire il tipo di abilità che quella situazione richiedeva: capacità di prendere decisioni in modo rapido e coordinato con il gruppo di cui facevo parte, saper analizzare i rischi e le condizioni di sicurezza, gestire le emozioni di fronte ad una minaccia, adattamento a situazioni instabili e sopportazione del senso di frustrazione e impotenza che a volte ti prendeva, leggere le informazioni provenienti da diversi fonti evitando di subire manipolazioni.

Nel 2003 mi sono recata in Rwanda per la mia tesi di laurea che trattava delle conseguenze del genocidio e delle pratiche di riconciliazione portate avanti da associazioni locali di donne. Fu un osservatorio privilegiato, da cui poter analizzare i molti tipi di interventi che in una situazione di dopo conflitto violento possono essere condotti. Solo per citarne alcuni: interventi psicosociali di lavoro sul trauma, promozione dei diritti delle donne, formazione alla gestione dei conflitti, lavoro per il reintegro di ex combattenti nella vita civile, sviluppo di comunità, interventi per il sostegno ai processi di riconciliazione, verità e giustizia, empowerment dei soggetti più colpiti dal conflitto e dalla violenza, sostegno a processi di decentramento del potere politico.

Dopo queste due preziose esperienze ho frequentato a Bolzano il corso professionale per Operatori/trici di pace nell’anno 2003/2004. Ho svolto due mesi e mezzo di stage conclusivo in Guatemala, in una situazione non segnata da violenza diffusa o da scontri armati, ma con forti livelli di violenza sociale, segnata da anni di dittatura ed oppressione militare nei confronti della popolazione indigena. Le attività alle quali ho partecipato sono andate dall’osservazione della situazione del dopo conflitto, alla stesura di un progetto di prevenzione dei conflitti in ambito comunitario, alla conduzione di attivitá di educazione alla pace con giovani di un villaggio attraverso modalità di lavoro legate al teatro dell’oppresso, all’interno di un progetto di intervento psicosociale della ONG Movimondo finalizzato al recupero della memoria storica e al community building.
Nel corso dello stage è stato per me evidente che per poter operare in quel contesto era necessario non solo conoscere alcune tecniche di gestione dei gruppi e nozioni di pedagogia, di analisi e trasformazione dei conflitti, ma anche di saperli collocare nel loro giusto contesto. Infine anche sapere costruire rapporti di fiducia e attivare processi il più possibile partecipati.
L’insieme di queste esperienze è stato per me un fondamentale riferimento per il lavoro che ho svolto insieme ad un gruppo di ricercatori e ricercatrici per l’analisi dell’offerta formativa dell’Operatore di pace e per l’elaborazione del suo profilo professionale. Un lavoro in cui ho cercato di riportare i preziosi spunti di riflessione e gli elementi di analisi che la pratica mi aveva suggerito.


Giulia Allegrini ha partecipato al progetto di ricerca interregionale “Area umanitaria: “Operatori/trici di pace e Mediatori/trici interculturali”. Fa parte del CdA della Fondazione dal 2005.