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Liliana Cori e Fabrizio Bianchi: da Chernobyl a Seveso a Marghera, le molte ragioni di Gabriele Bortolozzo
La Dow Chemical annuncia a metà agosto di non voler riaprire gli impianti di Porto Marghera e si accende la discussione sul futuro: i timori prevalgono sul sollievo nei commenti riportati dai media, perché non si tratta più di una possibilità teorica ma può avvenire davvero un cambio epocale.
C’è davvero la possibilità che in un arco di tempo breve, a partire dalla dismissione dell’impianto veneziano, si possa determinare un effetto a catena sugli altri impianti e alimentare una crisi degli altri poli chimici italiani. La mancanza di materie prime in loco costringerebbe ad aumentare i costi e, come denuncia il sindacato, esporrebbe l’ambiente ai rischi del trasporto su nave di prodotti tossici.
Porto Marghera è un luogo simbolo del mito della cultura industrialista degli anni ’60, comune alla sinistra e alla destra nel nostro paese, ma anche simbolo delle morti in fabbrica da CVM, che Gabriele Bortolozzo aveva così precocemente denunciato, su cui aveva raccolto per anni le prove che servirono ad istruire il processo all’Enichem. E le discussioni sulla presenza del mostruoso polo chimico di 600 ettari accanto alla piccola gemma di Venezia non si sono mai davvero sopite, fino al recente referendum che ha visto l’ottanta per cento degli abitanti del Comune di Venezia pronunciarsi contro il mantenimento del ciclo del cloro a Marghera. Probabilmente la Down non ha avuto garanzie che l’Accordo sulla chimica aggiornato a fine 2005 dal precedente governo venisse rispettato, alcune autorizzazioni alla produzione languivano da sei anni al Ministero dell’Ambiente, e in fondo la presenza così recente (la Dow comprò gli impianti per la produzione di poliuretano nel 2001) non giustificava il mantenimento di un impianto in terra d’Europa. Molti dicono che si vogliano trasferire in Croazia, e con un breve tragitto oltre Adriatico risparmiare un bel po’, avendo con tutta probabilità controlli ambientali e sui lavoratori assai più blandi.
Il problema delle aree ad alto rischio, aree di bonifica e variamente inquinate in Italia si comincia a conoscere in maniera più articolata, anche grazie all’evoluzione delle legislazioni, in particolare la legge nazionale e quelle regionali sulle bonifiche, e ad una crescente attenzione sull’argomento da parte degli esperti sia di ambiente che di salute. Le procedure e la realizzazione delle bonifiche si sono rivelate assai più lente del previsto e di quanto imporrebbero i testi, ma in questo anno 2006 una serie di risultati si possono provare a valutare. A trenta anni da Seveso e venti da Chernobyl abbiamo a disposizione molte conoscenze in più sui rischi delle produzioni industriali sull’ambiente e sulla salute: è cresciuta quantitativamente ed evoluta qualitativamente la rete di monitoraggio ambientale che, pure con i suoi limiti, può fornire informazioni utili su chi, come, dove e cosa inquina il nostro ambiente; ci sono buoni registri regionali della mortalità e sufficienti dati per darne una copertura nazionale, mentre solo alcune aree hanno registri sui tumori e sulle malformazioni congenite, peraltro spesso non nelle aree a più elevato rischio.
Ci sono ancora molti vuoti da colmare, sia sul piano del controllo che dell’intervento, soprattutto nelle regioni del sud Italia, dove non sempre i controlli sono attivi o affidabili, anche se i recenti scandali sullo spandimento illegale di fanghi tossici si sono verificati in Emilia-Romagna e Toscana. In controtendenza c’è da rilevare che i finanziamenti europei alle regioni svantaggiate (Obiettivo 1), ancora in corso di erogazione, hanno permesso l’attivazione delle Agenzie ambientali regionali (ARPA) in tutto il meridione, hanno rafforzato gli Osservatori epidemiologici, e più in generale hanno stimolato un lavoro su ambiente e salute che si è concentrato in modo specifico sulle aree da bonificare. Grazie alla realizzazione di alcuni nuovi studi di epidemiologia ambientale, seppure ancora insufficienti a dare un quadro esaustivo della distribuzione e dell’andamento di malattie associate alla contaminazione ambientale, adesso si cominciano a conoscere meglio le condizioni di salute delle comunità che vivono vicino a impianti a rischio.
Un team qualificato di studiosi ha lavorato nelle Province di Napoli e Caserta per capire le conseguenze sanitarie del ciclo distorto dei rifiuti e i primi risultati sono tutt’altro che tranquillizzanti, sono stati realizzati rapporti sulla salute nelle aree a rischio di Sicilia e Sardegna, e sono cresciute le indagini su aree industriali (ad esempio Mantova, Brescia, Genova, Piombino, Bari, Brindisi, Crotone, ecc.) o ex-industriali, come Massa Carrara, dove un recente studio ha segnalato come il profilo di mortalità della popolazione dopo dieci anni dalla chiusura degli impianti permanga assai preoccupante.
L’urgenza delle bonifiche è chiara, così come la necessità di mettere a disposizione delle comunità locali tutte le conoscenze disponibili, e di sottoporle alla discussione per orientare le scelte sul territorio. Questo richiama la necessità di adottare un approccio di tipo precauzionale, basato sulla prevenzione di rischi certi e sulla precauzione verso rischi per i quali le conoscenze sono ancora incerte. Sull’uso del principio di precauzione, formalizzato nella legislazione comunitaria, è da registrare un ritardo culturale e scientifico nel nostro Paese che dovrà essere affrontato con maggiore impegno. Un ulteriore strumento interessante in proposito è la procedura di Valutazione di Impatto sulla Salute che include la discussione con i soggetti interessati, usata ad esempio a Firenze sulla collocazione di un nuovo inceneritore nell’area metropolitana.
Ad aprile di quest’anno il Ministero dell’Ambiente ha annunciato di aver recuperato con accordi transattivi siglati per la bonifica di Porto Marghera circa 530 milioni di Euro: i primi frutti del principio “chi inquina paga” che la legge italiana sulle bonifiche ha incluso già nel ’99. Negli stessi giorni sono stati sottoscritti due accordi di programma strategici: uno appunto per la bonifica di Marghera, l’altro per la bonifica e il rilancio di Priolo.
E proprio da Priolo si registra nei mesi scorsi una decisione su cui vale la pena di aprire una riflessione: la Syndial del gruppo Eni decide di erogare “somme di ristoro” alle donne dell’area di Augusta-Priolo che hanno abortito o partorito figli con gravi malformazioni. Le prime malformazioni vennero segnalate oltre trenta anni fa, e alla fine degli anni novanta la Procura della Repubblica di Siracusa iniziava ad occuparsi organicamente degli aspetti ambientali e sanitari. Nel 2001 venne realizzata una prima perizia, facendo uno studio epidemiologico sulle malformazioni, controlli sulle acque di falda, su sedimenti, molluschi e pesci, che verificarono la presenza massiccia di mercurio e l’esistenza di un numero rilevante di malformazioni nei neonati. Nel 2003 venivano in effetti arrestati 18 responsabili di una delle aziende del gruppo Eni per smaltimento illegale di rifiuti tossici. Le donne “compensate” sono quelle incluse nello studio, per quelle malformazioni e aborti che possono essere associate al mercurio sulla base dei dati di letteratura scientifica. Non c’è alcuna ammissione di responsabilità da parte dell’industria, e si spiega così la strana definizione delle somme, che per singola famiglia vanno da 15 mila a un milione di Euro. Il dato che emerge più evidente è la personalizzazione del problema, che sottrae probabilmente le singole famiglie a rivalse verso l’azienda in sede di procedimento civile, e nega la possibilità di affrontare il problema come un danno alla collettività: quella che vive oggi attorno al polo chimico ma ancora di più la comunità futura, i bimbi non ancora nati che vivranno in un ambiente degradato, in una certa misura irreparabilmente. La verifica delle condizioni dell’ambiente e dello stato di salute in questo caso è stata fatta grazie alla locale magistratura inquirente, e si dovrebbe fare in modo che si tratti di un’eccezione.
Non c’è dubbio che i poli chimici italiani siano inquinanti e pericolosi, anche perché gli impianti sono stati scarsamente rinnovati, e si trovano per la maggior parte in aree di enorme pregio naturalistico: innanzi tutto vanno quindi bonificati e riconvertiti, reimpiegando gli addetti per le mille opere necessarie, usando anche l’esperienza dell’Italsider di Bagnoli, mentre le stesse competenze di monitoraggio ambientale e bonifica potrebbero ritagliare un nuovo ruolo dell’Italia nei paesi della Grande Europa e dell’Europa centrale, dove la priorità ambientale è la bonifica di vecchie aree industriali e molti fondi dell’Unione saranno utilizzati nei prossimi anni.

per informazioni lilianacori@alice.it, fabriepi@ifc.cnr.it