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Dal raccondo di Adriana Ferrari: Cara Andreina...

19.11.2005, Andreina 2005

Quando ci siamo conosciute e incontrate in quarta ginnasio, nel 1949, le nostre famiglie erano ben inserite a Bolzano. Il primo giorno di scuola lei è arrivata con un po’ di ritardo e si è seduta nell’unico banco con un posto ancora libero. Il mio. Così è iniziata la nostra amicizia, il nostro lungo e intimo sodalizio che non si è mai interrotto, anche se le nostre strade si sono separate. Lei per l’università a Roma, io a Milano. A Bolzano ci siamo rincontrate solo dopo il 1962 quando ho iniziato a insegnare. Nel frattempo lei ne aveva fatta di strada. Un matrimonio a 19 anni, già tre figli piccolissimi da accudire, e Valentina in arrivo.
Negli anni del Liceo eravamo una coppia davvero affiatata. Anzi c’era anche una terza ragazza, la Paola Invernizzi, nella nostra più ristretta compagnia femminile la più corteggiata. Il Liceo era allora una piccola scuola di élite, con una minuscola sezione maschile di 17 studenti,la A, e una femminile di 9 studentesse, la B.
A dire il vero alcuni dei nostri docenti non erano proprio entusiasmanti. Così dalla scuola non ci aspettavamo molto: buone letture, molti classici, ma guai a parlare del mondo che ci circondava o del fatto che ci trovavamo in una società plurilingue, con problemi non risolti. Niente politica quindi, solo alcune manifestazioni per Trieste e un insegnante di matematica comunista che lanciava qualche idea intelligente nel vuoto.

Eravamo giovani, con una vita extrascolastica gioiosa, giocosa, piena di frenetiche attività. Intanto si studiava, lei più di tutte noi. Si discuteva molto. Non c’era ancora la TV, né macchine e motorini. Si parlava di filosofia, letteratura americana, cinema. Era il tempo dell’esistenzialismo. Di politica non si parlava, se non per iniziativa di qualche studente della sezione accanto,
Di religione poco, almeno con me. Andreina andava a Messa regolarmente e discuteva in classe animatamente con gli insegnanti di religione, tra i quali emergevano don Canal e don Vinotti dotati almeno di una solida base culturale. Si è anche sposata in Chiesta ma poi ha lentamente abbandonato la pratica religiosa.
Eravamo tutte prese dal nostro desiderio di vivere, di costruirci il nostro presente prima ancora che un lontano futuro. Ecco allora le interminabili vasche in via Museo, il caffè al Fink verso sera. Poi qualche volta a ballare, le festicciole in casa, brevi vacanze, una volta ad Alassio insieme con i rispettivi genitori.

Ci siamo appunto ritrovate nel 1962. Io immersa sempre più nell’insegnamento scolastico che mi soddisfaceva: nessun volontariato extra, niente collettivi. Lei in uno spazio di crescente impegno civile. Certo tentava di coinvolgermi nelle sue cose, a volte. Ci provava almeno, ma inutilmente. Avevamo delle vedute proprio coincidenti su tutto, una perfettissima sintonia, un riscontro immediato, la stessa intransigenza e rifiuto dei compromessi, una confidenza rodata negli anni. Doversa da quella che lei poteva avere con altre donne di 10-15 anni più giovani. Ma la militanza no, nemmeno ad un partito mi sono mai iscritta. Ogni tanto mi chiedo il perché. Forse ho preferito fare la spettatrice e me ne rimane a volte un qualche rammarico, come un problema non risolto.
Lei comunque si mostrava sempre rispettosa delle mie scelte, come di quelle altrui. Ci rimanevano egualmente molti spazi di condivisione nel tempo libero: molte escursioni, il teatro, vacanze comuni e viaggi, concerti, tanto cinema….molte chiacchiere in libertà.
Ricordo un periodo in cui ci eravamo lasciate prendere da un suo progetto avvincente: visitare con le amiche Gianna, Mia, Luisa, Umbertina. Lia, e altre, tutte le più prestigiose mostre d’arte figurativa del mondo.Ed avevamo pure iniziato: Parigi, Amsterdam,. Londra, New York, Milano. Lei le preparava con grande meticolosità. Ci faceva da guida, sapeva tutto.Non era solo “casa e politica”.Era anche tante altre cose, sapeva tenerle bene insieme e le piaceva viverle “alla grande”.

E poi la casa Emeri sempre aperta. Bastava suonare ed entrare, nessuna fredda formalità tipica della borghesia bolzanina. Accoglienza, la disponibilità all’ascolto che ha trasmesso ai suoi figli.
Anche nel ’68 era una casa fuori del normale. Lì si discuteva animatamente anche di politica, soprattutto quando era presente Claudio Emeri, padre e marito, già da tempo impegnato nella politica attiva e nel giro dell’Espresso. La mattina si apriva con il rito della lettura e del commento dei giornali, con una tavola imbandita di rosette e leccornie. E poi grandi piatti di pastasciutta per tutti. Era una buona forchetta e le piaceva mangiare bene. Si mescolavano a tavola e nel cortile di casa Emeri le generazioni, i piccoli con i grandicelli, i ragazzi con gli adulti, le giovani madri con i loro neonati da allattare.

A Siusi, nella casa di Livio Zanetti -bolzanino e vicino di casa da giovane -, avevano cominciato ad un certo punti a riunirsi un gruppo di giornalisti legati al settimanale “Espresso”, con il quale Claudio Emeri aveva cominciato a collaborare in veste di legale. Ricordo tra gli altri Lio Rubini e Giorgio Pecorini. A volte anche Giorgio Bocca e Eugenio Scalfari. Ad un certo punto Andreina ha cominciato a mostrare qualche insofferenza verso questo cenacolo un po’ troppo maschile e a costruirne uno parallelo a casa sua, con le sue donne e i rispettivi figli.

Anche a me, che pure vi ho partecipato solo indirettamente, è rimasta una grande nostalgia di quel sogno “comunitario” che dal ’68 ha smosso pezzi interi di società. Il sentire collettivo, il sostenersi, il confortarsi a vicenda, il mettere da parte la voglia di piangersi addosso. Ora ognuno sembra essersi ritirato nel suo piccolo mondo, a curare individualmente i propri dolori o, peggio, ad esibire in modo edonistico corpo e privilegi. Non vedo più persone come quelle. Certo il tempo delle rivendicazioni è finito credo…cosa rimane da rivendicare. Oggi altri provano a realizzare concretamente quello che la generazione di Andreina ha conquistato con sacrifici e lotte. Ricordo come a scuola si è fatto impetuosamente strada il femminismo che ha dovuto vincere anche dure resistenze conservatrici. E poi più tardi la naturalità con cui le ragazze hanno cominciato a frequentare l’Aied e i consultori.

Certo non era tutto rose e fiori. Era una vita anche faticosa, impegnativa. Ma non ricordo che Andreina abbia detto una volta di essere stanca. Non ricordo di averla mai vista a letto un solo giorno, salvo in quelli dei parti.

L’unica volta che l’ho sentita confidare la sua stanchezza è stata anche l’ultima volta che l’ho vista prima di partire per l’ultimo suo viaggio verso Capo Nord. Ma non l’ho mai sentita lamentarsi del proprio carico d’impegni. Eppure quante persone ha aiutato concretamente nella professione: casa, lavoro, diritti delle donne. La politica le piaceva, le dava soddisfazione, soprattutto da quando i figli erano diventati grandi e si sentivano liberi di costruirsi la loro vita. Aveva un approccio molto positivo alle cose, a volte entusiasta, con degli slanci che le ho sempre invidiato…..Nonostante la fatica che aveva accumulato durante la settimana, era capace di alzarsi la domenica mattina alle 8 e andare a farsi una camminata di sette ore, immergendosi nei paesaggi, innamorandosi dei fiori che vedeva e delle pietre che raccoglieva.

Certo il breve periodo di suo impegno diretto in politica era stato davvero totalizzante. Non c’era più spazio per le cene fuori, per le passeggiate. Non si poteva più contare sulla sua presenza. Lavorava davvero giorno e notte. Non improvvisava mai nel suo lavoro. Benché avesse una solida cultura di base, il suo carattere la spingeva ad affrontare tutto giorno per giorno con estrema scrupolosità. Ma chi se non lei avrebbe potuto meglio rappresentare, in quel periodo, con l’autorevolezza che si era conquistata, quella parte di società sudtirolese insofferente al conservatorismo imperante.

Quando Umbertina Bacchin è diventata la più grande amica di Andreina, il mio sodalizio personale è diventato di nuovo un sodalizio a tre. Con Umbertina c’intendavamo a vista d’occhio: una figura esemplare sul piano ideale, spirituale, umano e politico. Quando Andreina è morta Umbertina ne ha raccolto la parte migliore dell’eredità. Si è presa cura dei figli, ha spronato le sue amiche a proseguire. Pur già colpita dalla malattia, ha aperto la sua di casa offrendo amicizia e ospitalità fino all’ultimo giorno.

Con Andreina e Umbertina avevamo fatto una sorta di patto per la nostra vecchiaia. Quando saremo vecchie e ricche – ci eravamo dette - prenderemo una bella macchina e ci faremo portare da un autista in giro per il mondo

E’ stato mio fratello a darmi per telefono la notizia della morte di Andreina, così misteriosa e inaspettata. Un grande dolore, un grande vuoto.

Sono passati 20 annui ma lei rimane ancora una presenza costante nella mia vita. Non è un’esagerazione. E’ una presenza così fondamentale e così incisiva, che in ogni momento della giornata mi torna in mente in qualsiasi occasione, che sia legata alla politica, agli eventi quotidiani, alla natura che ci circonda. La nostalgia di lei mi accompagna e non accenna a diminuire.

 

(Il racconto di Adriana Ferrari, insegnante, vicina di casa, sua compagna di scuola e poi complice amica di una vita.)

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