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Ricordo di Andrea Emeri: Le belle bandiere. quando il teatro era una rivoluzione

20.11.2005, lettera non firmata, pubblicata nel Mattino dell’Alto Adige del 10 aprile 1996)
Andrea Emeri era il primogenito di Andreina e Claudio Emeri. Studente brillante al Liceo Scientifico, leader del movimento studentesco, laureato in lettere. Aveva scelto di fare l’attore. Fu a lui che venne affidata la parte del poeta Norbert C. Kaser in un documentario che lo ricorda. E’ morto di un malore simile a quello che ha colpito Andreina, all’età di 38 anni, mentre si apprestava ad entrare in scena per una rappresentazione teatrale.

Due settimane fa è mancato improvvisamente Andrea Emeri, giovane attore assai noto a Bolzano. Grande è stato lo sgomento e il dolore tra chi lo ha conosciuto e apprezzato per le sue doti di interprete drammatico. Ma per chi ha frequentato il Liceo scientifico Torricelli tra il 1971 e il 1976 Andrea Emeri ha significato qualcosa di molto diverso. È stato, per certi versi, il leader studentesco per eccellenza. Giorni fa qualcuno ha scritto una breve lettera, struggente e tristissima, non solo perché riferita alla persona, che se n’è andata via così velocemente da lasciare il dubbio che si sia trattato di un’apparenza, ma perché con Andrea Emeri se n’è andato via un pezzo importante della vita di tanti. Erano gli anni dell’impegno, in una città insonnolita da una lentezza atavica, che si traduceva in un ritardo storico che anno dopo anno si accumulava. Il ’68 era giunto anche questo in ritardo, e nella sonnacchiosa provincia rischiava di assumere le forme un po’ tristi di ogni imitazione in miniatura. Tra il 1974 e il 1976, in un ambiente come quello studentesco, stretto tra le beghe quasi involontariamente parodistiche dei diversi gruppuscoli, dai nomi altisonanti perché riecheggiavano glorie metropolitane altrove “eroicamente” vissute e qui solo vagheggiate, il liceo scientifico costituì un’anomalia. Pullulava di “cattivi maestri”. Un’autentica fucina di “Neinsager”, avrebbe detto Bertold Brecht. E proprio l’autore della “Mutter Courage” era uno dei numi tutelari di quella piccola rivoluzione, ma forse non troppo piccola, che era in corso nell’allora nuovissimo edificio in mattoni rossi, una “Bauhaus” di periferia, nella proletaria via Rovigo.
Gli studenti fecero la rivoluzione, e Andrea era tra di loro, e a un certo punto parlava per loro. Con il teatro. Il teatro non poteva essere il suo destino, aveva imparato a recitare come forma di lotta. Nell’anno scolastico 1974/75 un’intera classe, la IV C si ribellò a sistemi di studio che reputava autoritari. Ma non per evitare di studiare, come qualcuno un po’ imbolsito potrebbe sostenere: soltanto per studiare in modo diverso. E alcuni amarono così tanto quel tipo “diverso” di studio da non abbandonarlo più.
Andrea Emeri non era in C, ma in D, con altri “attivi/cattivi maestri” che giocavano con la letteratura e facevano rimbalzare citazioni in modo forse non sempre simpatico ma certamente formativo. Perché nessuno ha sottolineato che Andrea è stato un attore anomalo, giunto sulla scena non con ingenue aspirazioni “istintuali” alla recitazione, ma come compito intellettuale? Perché intellettuale è certo stato, e forse uno dei pochi autentici di questa nostra sempre più povera terra altoatesina. Aveva letto molto e crediamo anche con disperazione: perché il bel teatro della rivoluzione andava tramontando, e gli ultimi fuochi del collettivo teatrale del liceo scientifico si chiamavano Il bagno dell’irriverente Majakovskj e L’eccezione e la regola del marxista più noto ortodosso ed eretico del teatro, l’immancabile Brecht.
Andrea Emeri sfoggiava citazioni della Scuola di Francoforte, Adorno soprattutto, e recitava. Recitava per lo studente intellettuale, gustandosi da esteta le reazioni spesso comicamente iperideologiche di alcuni “puri” delle organizzazioni. Gli studenti si riconoscevano in Andrea Emeri, e probabilmente un po’ tutti l’hanno imitato e amato oppure odiato ferocemente, come accade solo alle persone veramente decisive. Aveva i capelli lunghissimi, allora, di quel rossiccio che faceva pensare ad ambienti lontani, magari un campus americano, di un’America così amata, tra le suggestioni della controcultura e della musica. Durante le assemblee, con dibattiti spesso aspri ma di alto livello davvero, teneva per sé la parte dello spiazzatore.
Altri, Lorenzo, Ferruccio, Stefano, tessevano trame di parole. Poi, gettando indietro i capelli, scendeva dalle scale quell’insolito giovane cattivo maestro, un po’ messianico e un poco gigione. E diceva cose importanti, dirette, concise. Ricordo ancora il bagliore metallico degli occhiali rotondi, e di un sorriso che esibiva con compiacimento lontani riflessi d’oro, stranamente intonati con quel viso giovane. Ci è mancato, quel giovane cattivo maestro.



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