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I figli: "È come se noi fossimo stati educati per un mondo che non esisteva, un mondo che non c’è, che forse non ci sarà mai..."

20.11.2005, Intervista a Valentina, Michele e Claudio Emeri

Fin da piccoli avete partecipato a un periodo importante del femminismo bolzanino. Ma quando ne siete divenuti consapevoli? Quali sono i ricordi più lontani di questa vostra esperienza esistenziale?

Valentina -

Intanto … le situazioni di gruppo. Le manifestazioni in cui ero coinvolta mi sembravano sempre una cosa molto bella, momenti gioiosi… Sì, c’era la protesta, ma ciò che vede un bambino sono tante persone insieme, che cantano, che stanno bene…

Ricordo in quegli anni l’occupazione di una fabbrica, che mi aveva molto impressionato, tutto questo ambiente di donne alle macchine, era un lanificio mi sembra, facevano le maglie. Non ricordo né il nome né niente, solo che andammo lì un paio di volte. Una cosa che mi aveva molto colpito. Lì ho sentito la fatica e la durezza della vita di queste donne, della lotta. L’ho avvertita fortemente.

Poi mi viene in mente una manifestazione, una volta a Ponte Talvera, una manifestazione di donne, credo sull’aborto. Mi pare di aver visto anche delle foto di questa, in un libro. Interessante poi che avessero scelto questo luogo simbolico del ponte Talvera.

Ero già grandicella, alle medie, e ci ero andata per mio conto. Così ricordo questo schieramento di donne da una parte e di polizia dall’altra, e la mamma con il suo berrettone, e le amiche che facevano i girotondi, cantavano, erano sempre molto allegre le loro manifestazioni. Però c’erano questi due schieramenti, e io devo passare in mezzo per raggiungere la mamma, così mi avviai pensando che in quanto bambina mi avrebbero ignorata. E invece questi poliziotti mi fermarono e cominciarono a interrogarmi, cosa fa qui? dove va? … Una bambinetta capite! Uno spavento! Comunque poi mi lasciarono andare e raggiunsi il gruppo.

Poi ricordo che la mamma era molto occupata. Andava ogni settimana alla riunione femminista del gruppo Kollontaj, poi all’AIED.

 

Michele - Sì, erano gli anni ‘70, io avevo dieci anni. Ricordo che il lunedì sera la mamma usciva sempre, regolarmente alle 20.30, perché doveva andare alla riunione del Kollontaj. È difficile ora dire cosa ne capissi, sicuramente sapevo che lei andava a un incontro con altre donne. Altre volte, la sera venivano delle amiche a casa nostra, ma non so se fossero proprio riunioni. Erano anche le stesse persone con cui ci si frequentava, si usciva insieme. L’impegno del lunedì è durato per molti anni. A un certo punto è subentrata anche una riunione del giovedì, del gruppo dell’AIED. E per quello che ricordo, non c’è stato un passaggio netto da un gruppo all’altro, i due momenti hanno convissuto lungamente: il lunedì Kollontaj, il giovedì AIED… posso sbagliarmi, sono passati molti anni.

Tra le persone che lei incontrava - nel gruppo Kollontaj ce n’erano almeno una trentina- alcune, quattro o cinque, le vedevamo anche nei fine settimana, si andava in montagna assieme… C’erano Umbertina Bacchin, Marina Rossi, Luisa Gnecchi, Maria Luisa Bassi, Mimma Battisti, Adriana Ferrari, Mia Merler, Daniela Calderola, Bassi Maria Luisa, Lia Nadalet, Sonia Insam, Gabriella Cecchelin, Betti Pavone, … e ancora altre che ora non mi vengono in mente. Io frequentavo già le scuole superiori. Anche dopo l’85, l’anno in cui è morta la mamma, alcune di loro sono rimaste molto presenti.

Valentina - Naturalmente non c’erano solo riunioni. Con alcune delle amiche di mamma siamo andate spesso in vacanza. Con Umbertina Bacchin e altre sue e nostre amiche abbiamo fatto dei viaggi favolosi.

Claudio - Umbertina era una grande amica della mamma. Noi l’abbiamo conosciuta… mi sembra fossi ancora alle medie, lei venne a fare una supplenza. In seguito - io e Michele frequentavamo il classico - lei ci dette ripetizioni di latino e greco.

Ma con Umbertina abbiamo fatto molti viaggi e vacanze. Veniva spessissimo a cena, si facevano passeggiate in città o gite in montagna la domenica… Tra le ultime vacanze insieme, prima che cominciassimo a muoverci da soli, la formazione era proprio: lei, mia mamma, Michele e Claudio, Valentina.

Poi, dopo la morte della mamma, con Umbertina abbiamo continuato a vederci, fino alla sua scomparsa. Ci si sentiva, si andava a pranzo da lei… un po’ ci seguiva ancora anche da lontano. Io non ero più a Bolzano. Quando mia madre è morta già frequentavo l’università, a Firenze, che è una città abbastanza lontana, tornavo al massimo una volta al mese.

 

Michele - Anche per me è stato importante il rapporto con Umbertina, da bambini e fino agli ultimi anni, nel periodo della sua malattia, si andava anche a mangiare da lei … Un episodio, non politico ma personale, che ricordo di lei è legato al mio lavoro. Sono un tecnico informatico, sistemista e ho un’azienda che si occupa di consulenza e soluzioni informatiche. E fu proprio Umbertina a indirizzarmi verso questa attività. Una volta mi disse: guarda ho un amico che ha un’azienda, so che cerca delle persone da formare, vacci a parlare. Ci sono andato, ho imparato a programmare e questa è diventata la mia professione.

Valentina - Per me, quando Umbertina è entrata nella nostra famiglia è stato come se fosse entrato… il sud. Lei ha portato intanto la cucina del sud. Faceva queste “caponate” con il peperoncino, che in famiglia non usavamo, l’aglio, il pomodoro... Lei mi ha insegnato a fare il sugo con il pomodoro fresco: come si scottano i pomodori, come si spellano. Questa manualità del sud, della cucina più … italiana. Ma in generale era una presenza più “italiana”. Era scura di pelle, si abbronzava poi in un modo incredibile. O i suoi racconti…

Ricordavamo prima che fu lei a farci scoprire le more di gelso. Io non le avevo mai viste. Un giorno in una passeggiata, c’era anche la mamma, non so esattamente in quale località comunque al sud, Umbertina ci raccontò di questo albero con le more e quindi ce lo fece vedere. Per me abituata ai rovi, ai cespugli e le spine, salire su un albero a prendere le more fu … la scoperta di un nuovo mondo.

Poi anche ricordo le grandi partite a carte, le chiacchierate in macchina nei viaggi. Questo sentimento di unione, di vicinanza, molto meridionale. E sempre che ci chiamava, voleva sapere, sempre pronta ad aiutare, a dare una cosa o un pensiero. Sia prima che dopo la morte della mamma ci ha sempre sostenuti, io la ricordo presentissima…

Si può dire che avete praticamente vissuto così, spontaneamente, un “apprendistato femminista”. Hai avuto poi il tempo di approfondirlo culturalmente, teoricamente o di militarvi poi?

Valentina - No. Non l’ho vissuto, lo vivo. Ho avuto abbastanza scontri nella vita proprio perché sono stata educata, formata, in maniera diversa. È come se noi fossimo stati educati per un mondo che non esisteva, un mondo che … non c’è. Non so se ci sarà mai.

Io mi stupisco ancora quando incontro certi uomini, certe donne, che nei rapporti interpersonali mi portano a dire “Cavolo. Ma com’è possibile che siamo ancora così indietro?”. Anzi, secondo me stiamo retrocedendo. Forse è un po’ di pessimismo, il mio. Vedo le ragazzine, le figlie adolescenti di mie amiche … Una roba… È per quello che è importante fare queste cose. Solo che il movimento dovrebbe, insomma dovrebbe … muoversi. È importante la quotidianità, la presenza, la voce…

Il tipo di vita in cui voi siete cresciuti non si trova più…

Valentina - Non so dirlo… cavolo! Non riesco a dirlo... Che sacrifici che hanno fatto queste donne. Perché li hanno fatti. È stata una passione, totale. È stata lotta. Lotta e anche rinuncia. Certe sere tutti quanti vogliono stare a casa, tranquilli, nell’intimità. Ma io ricordo la mamma quando era stravolta di stanchezza… Loro però uscivano comunque. Facevano. Non è stato affatto facile. Io l’ho vissuto solo come bambina…

E poi questa cosa dell’unione, del tenere insieme... La mamma e l’Umbertina… Ricordo Umbertina, quasi morente, a casa sua, che ancora cercava di tenere insieme le altre.

Poi il problema delle convinzioni profondamente diverse fra lei e la sua famiglia. La mamma allora andava alle manifestazioni per l’aborto e la sua famiglia era cattolica osservante. Penso siano stati momenti molto duri, dolorosi da vivere…

La mamma non ne parlava con noi, ma sono cose che ho intuito nel tempo.

Michele - Io ricordo il loro impegno costante, la passione, le lotte per esempio per ottenere il riconoscimento del ruolo della donna o per l’apertura di un consultorio. Ricordo la battaglia per evitare l’abrogazione della legge sul divorzio e sull’aborto. È difficile ora credere a quel che qualcuno ha dovuto fare per ottenere cose che oggi sembrano assolutamente normali.

Valentina - Rispetto all’“apprendistato femminista” anche in famiglia, la nostra è stata semplicemente un’educazione, in cui non c’era una particolare differenziazione tra i doveri di un bambino o di una bambina. Questo era molto chiaro e non so se fosse così in altre famiglie. Sicuramente io non dovevo alzarmi a portare il piatto. In casa c’erano i turni per i lavori domestici ed erano uguali per tutti, senza diversità.

Tutto era piuttosto organizzato. Anche quando si partiva per le vacanze ognuno di noi doveva preparare il suo pacchettino con gli oggetti, i vestiti e andare a metterlo assieme agli altri nel valigione…

Quindi c’era una gestione comune, collettiva della casa. Volete parlarne un po’ in generale?

Claudio - Eravamo tutti impegnati nella gestione domestica, tutti alla pari, tranne forse mio padre, perché c’era poco. In generale casa nostra era una casa molto aperta. “Casa Emeri”, come si diceva allora, è grande, con tre piani, il giardino. Avevamo anche un campetto per la pallacanestro, il ping-pong. Era un luogo molto frequentato, non solo dagli amici dei nostri genitori, ma dai nostri stessi amici, e ne venivano tanti. Un’apertura totale, tanti amici e amiche. Nostra madre ci spingeva in questo senso, era più contenta se venivano altri a trovarci, piuttosto che noi andassimo da loro. Ricordo, quando eravamo più grandi, queste serate estive che non finivano mai. Si ascoltava lo stereo fino a tarda notte.

 

Valentina - Però il regime domestico era abbastanza rigido, quasi “spartano”. Avevamo i “turni”.

Così la sera, quando avevi il tuo turno, andavi a fare la spesa, anche se per fortuna il negozio era accanto con il conto aperto, poi facevi da mangiare, dopo sparecchiavi e mettevi in lavastoviglie, eccetera. Il turno è iniziato verso i dieci anni. Cucinavamo pasta, insalata, formaggio. A merenda ricordo queste tazze traboccanti di cioccolata calda con il pane.

Sabato mattina si andava al mercato dei contadini, con il cesto di vimini. Ricordo la mamma sempre col cesto di vimini a fare la spesa. Anche noi con queste sporte… Il sabato era forse l’unico giorno, in cui la mamma cucinava a pranzo. Faceva anche il budino. Quando cucinava era proprio brava. Faceva i carciofi ripieni, mai più mangiati carciofi così buoni! Insomma, quando cucina la mamma è sempre la mamma. E dato che lei lo faceva raramente… Sabato era il giorno in cui lei faceva queste cose.

Capitava a volte che si fermassero i nostri amici a mangiare. Ricordo la mamma che comprava forme intere di formaggio, che scomparivano in una settimana… era disperata. Insomma la nostra casa era anche la casa dei nostri amici … anche il frigorifero.

Poi c’erano sempre molti bambini e mi ricordo quante volte ho fatto la babysitter. C’era una bella differenza di età tra me e i bambini di Luisa Gnecchi o di Marina Rossi Dordi e allora io facevo loro da babysitter. Da una parte c’erano le riunioni e dall’altra noi, con i bambini più piccoli, insieme a giocare, spesso anche nel nostro giardino. Non c’era nessuno della nostra età, erano molto più piccoli, avranno avuto dieci anni meno di noi. C’era questa differenza che era perfetta per loro. Insomma giocavamo molto.

Che età avevate?

Valentina - Mah, dieci, dodici anni. Oggi ne ho 41, sono nata nel 1963.

 

Michele - Anch’io credo di avere iniziato a tenere i bambini verso i 12 anni, forse di più. Ricordo che andavo con la bicicletta, anche la sera, a casa loro a fare il babysitter. Mia madre mi chiedeva: hai voglia stasera di andare a tenere questa o quello? Io ero contento, accettavo subito, mi davano un po’ di soldini (mi pare mille lire l’ora) e la cosa era interessante. Poi non era faticoso, i bambini erano molto piccoli e spesso dormivano tutto il tempo. Questo perché le madri erano impegnate anche se non sempre necessariamente per riunioni. Magari andavano al cinema.

Per noi comunque era una buona cosa, quei soldini ci servivano. Anche perché non avevamo una “paghetta” settimanale fissa, la paghetta era legata a un’attività. Non ci davano denaro così, gratis.

E con i vostri figli come vi regolate?

Michele - Beh, diciamo che … sto cercando di impostare lo stesso tipo di rapporto. Giulio ha otto anni, Giorgia ne ha sei, e cominciano a sparecchiare e così via, sempre con un piccolo compenso.

Certo allora c’era un’organizzazione più rigida della famiglia. A me sembra di essere più morbido rispetto a com’era mia madre. Non ne sono certissimo, nel senso che mi piacerebbe averla ancora, anche per poterglielo chiedere. I miei figli sono ancora piccoli e della mia educazione di quell’età non ho grandi ricordi.

D’altra parte noi eravamo quattro figli. Non è che uno può stare ad allacciare le scarpe a tutti. Bisogna che impari in fretta e che te le allacci. Se si va in montagna ognuno deve farsi il suo zainetto, eccetera. Cose che anch’io cerco di insegnare ai miei figli. Ecco, magari noi le facevamo un po’ prima. Da questo punto di vista credo che i genitori di oggi siano più morbidi, più disposti ad ascoltare i capricci dei loro bambini. Poi anche il fatto di averli messi al mondo più tardi. Mia madre era del ’36 e Andrea è nato nel ‘57. Quando è nato il nostro primo figlio io avevo 36 anni (15 più di mia madre) e mia moglie 32. Questo ti porta a essere un po’ più ansioso, specialmente al primo figlio, se ne hai due va un po’ meglio, se ne hai quattro meglio ancora… Anch’io forse, avessi cominciato prima, avrei un terzo figlio.

Claudio - Mia figlia si chiama Ginevra, ha otto anni. Io ho ricordi molto piacevoli della mia infanzia e dei modi in cui ci conducevano i nostri genitori. Così, senza particolari pretese, anche con mia figlia, cerco semplicemente di riproporre le cose che ho appreso nella mia educazione e che mi piacciono. Ad esempio, se vivendo qui usavamo andare tutta l’estate in montagna, ora, abitando a Firenze ed essendo più vicino il mare, ci siamo organizzati con la mia famiglia in un modo simile. Abbiamo affittato una casa al mare con altri amici e ci andiamo d’estate, o nei fine settimana, a volte vengono i fratelli. C’è un po’ questo spirito.

Valentina - A casa nostra

c’era sempre questa passione per l’aggregazione, bambini, adulti, tantissimi amici. La domenica, andavamo a sciare con “quintali” di persone. La mamma organizzava queste cose, con le altre mamme. Con “i Banissoni”per esempio, nelle gite d’estate, eravamo sempre otto, dieci ragazzi. Moltissime gite in montagna. Avevamo un appartamento a Siusi e lo utilizzavamo costantemente. Stavamo su tutta l’estate, mentre il papà e la mamma andavano avanti indietro, noi restavamo su, nei boschi. Si andava a funghi, in montagna e lei che veniva su tutti i pomeriggi e andavamo a raccogliere i mirtilli, tonnellate di mirtilli. D’inverno a sciare…

 

Ma la presenza di così tante persone insieme non mi ha mai pesato, anche perché avevamo momenti tutti per noi. La domenica pomeriggio, quando si tornava dalla gita, dalla “sciata”, era un momento molto dolce. Si stava a riposare, a leggere, un momento di rilassamento, un bel clima.

 

Torniamo indietro, alla battuta di Valentina sulla scelta di andare a frequentare una scuola di lingua tedesca. All’epoca era una cosa rarissima, quasi proibita. Com’è andata?

 

Valentina – I miei genitori avevano sperimentato con i miei fratelli che alle scuole italiane non c’era verso di imparare il tedesco. Allora mi hanno iscritto all’ultimo anno di asilo tedesco. Quindi, mio zio Franco, che parla bene il dialetto tedesco, avrebbe ottenuto la mia iscrizione alla scuola tedesca, sostenendo che già parlavo perfettamente la lingua. Questo mi hanno raccontato. Ricordo ancora il primo giorno di scuola, nella Volkswagen con la mamma, che le dicevo “non ti devi preoccupare, io cinque parole le so bene.”

E una di queste sembra fosse … Kasperle!

Poi a Natale dalla scuola hanno chiamato i miei e hanno detto loro: “O vostra figlia ha dei problemi di ritardo mentale - perché sembra che non capisca e va in giro a quattro zampe e disturba la classe - oppure non sa il tedesco.” E poi: “O la ritirate o la bocciamo.” E mio padre rispose: “Bocciatela”. Ma poi non accadde nulla.

Oggi sono felicissima di sapere il tedesco. Certo non è stata una passeggiata. Ero una delle pochissime, rarissime, italiane; ero in una scuola dove tutte le bambine si vestivano per bene, mentre io usavo anche i vestiti dei mie fratelli, sapevo picchiare come loro, ero un po’ un maschiaccio. Ho avuto vari problemi di inserimento. Cinque anni in una classe solo femminile. E poi la Goethe era una scuola davvero dell’Ottocento, un altro mondo, molto religioso.

La mia maestra elementare era molto dolce, ma la scuola era così conservatrice… Ricordo un episodio alle medie. Si parlava di filosofia o storia e ricordo la “profe” a dire: “Tu vero sei figlia di atei, non credi in Dio… Allora qual è il tuo credo? Perché non ti alzi e non ci dici qual è il tuo credo? Perché sei figlia di comunisti…” . O qualcosa di simile.

Insomma io avrei dovuto alzarmi a undici anni e spiegare alla classe cos’era il comunismo.

In complesso non ho fatto una grande carriera scolastica. Al liceo ho avuto sempre gli esami a settembre. E sono riuscita anche a essere bocciata alla maturità.

Però questo mi ha offerto un’occasione grandiosa, perché mi ha spinto a frequentare la scuola germanica a Roma, per riprovare la maturità, e questo mi ha consentito di incontrare quel mondo tedesco che, rispetto all’Alto Adige, era di grande apertura. Quella germanica era una scuola molto divertente, un’esperienza straordinaria, con persone molto interessanti, un ambiente internazionale.

In realtà la bocciatura alla maturità è stata così alla fine … un’esperienza ottima. Eravamo in viaggio in Jugoslavia, con Adriana e Umbertina. La mamma ha chiamato a casa e ha saputo che ero stata bocciata. Mi ha detto “Ci riproviamo il prossimo anno, eh?”. Sì, è andata così.

 

Cosa ricordate del periodo in cui Andreina decise di entrare in prima persona nella politica?

Valentina – Ho pochi ricordi di quel periodo perché stavo già a Roma. A me è sembrata la cosa giusta per lei. Se non lo faceva lei chi avrebbe dovuto? Mi mangio le mani ora di non essere andata a sentirla a certe conferenze o in Consiglio provinciale…

Peccato che se ne sia andata così presto, perché sapeva fare delle cose proprio belle, giuste.

 

Michele - Io la ricordo già prima, nell’impegno con la scuola. Quando frequentavo il liceo classico, mia madre fu eletta nel consiglio d’istituto, per qualche anno fu anche presidente. Ricordo che quando nel 1977 noi studenti occupammo il liceo, lei ebbe qualche problema per il fatto che tra gli occupanti c’erano anche i suoi figli.

Quanto alla sua attività come consigliera provinciale, io la seguivo per quello che mi raccontava, ma anche per quel poco che passava sui giornali. Una considerazione già di allora era: guarda quanta fatica, quanti sforzi, e quanto poco passa, quanto poco ne sa la gente. Io vedevo lei e Alex Langer che lavoravano come matti, con un impegno, uno sforzo, sovrumani, poi sul giornale c’era giusto il trafiletto o incontravi persone che sapevano tutto del calcio e delle squadre, ma sul resto...

Ho letto di recente sul mensile “Tandem” la relazione di minoranza al bilancio di previsione del 1985, scritta da mia madre. Beh, anche oggi le cose sono sempre quelle di vent’anni fa.

Sull’inquinamento, sul turismo, la devastazione ambientale, le valli sempre più costruite, eccetera.

Alex veniva anche ogni tanto a casa nostra, si frequentavano e c’era un buon rapporto, ma non ho ricordi particolari. Solo questa loro grande fatica e lo sforzo comune. Ricordo che lei ammirava la sua capacità di lavoro, la facilità con cui scriveva e l’abilità nel sintetizzare posizioni anche discordanti.

Ricordo che mia madre quando non usciva la sera, non è che si mettesse davanti alla televisione. Si sedeva sul divano a leggere magari i bilanci o a scrivere l’intervento per il giorno successivo. Insomma se non era fuori per una riunione, anche in casa lavorava tutte le sere. Se lo faccio io, due sere di seguito, la terza non riesco più a dormire. Ecco, ci vuole una capacità incredibile.

 

Claudio - Ci fu anche l’occupazione dell’ex Monopolio Tabacchi. Era una di quelle situazioni che capitavano allora, in cui c’erano i miei amici e poi lì, alla manifestazione, incontravo anche mia madre. Nel periodo in cui lei è stata consigliera provinciale io ero soprattutto all’università, a Firenze, però quando tornavo se ne parlava. Incontravo spesso a tavola anche Alex Langer. Ricordo una volta, si parlava di una strage allo stadio, in Belgio. Mia madre scrisse anche qualcosa su quel triste evento.

O ancora, sul far politica in prima persona, tipico di quegli anni, ricordo che una volta mia madre partì con Arnold Tribus, per andare a Strasburgo al Parlamento europeo, per una manifestazione contro il censimento 1981. Partì in macchina guidando lei, perché lui non aveva la patente, facendo anche l’autista. Una tirata di molte ore naturalmente, andata e ritorno. Più di vent’anni fa poi, con auto diverse, strade diverse… anche la politica allora si faceva forse in un modo diverso.

Comizi fatti da lei invece non ne ricordo precisamente, né l’ho mai sentita parlare in Consiglio. In pubblico sì, qualche volta, a scuola penso. Aveva un modo di argomentare molto preciso, puntuale. Una grande capacità di spiegare le cose, fondata anche su una memoria eccezionale.

 

Valentina - Sulla chiarezza della mamma anche in politica, volevo aggiungere qualcosa sull’aborto. Lei su questo era nettissima. Nero o bianco. Si tratta della donna, è il suo corpo e lei ha il diritto di scegliere. Non c’erano no, ma … Non c’erano cavoli… è il mio corpo, mio figlio, sono io, nessun altro può decidere. Nonostante tutta la sofferenza, la difficoltà che questo comporta.

Per questo penso che per lei fosse stato un momento di dolore quel contrasto, quelle differenze di opinione con le persone che amava. Lei non poteva accettare un compromesso su questo tema. Devo dire che sulla questione, anche in America, vedo molte mie amiche che magari a vent’anni hanno abortito e ora a quaranta cambiano opinione. È una cosa che non riesco a concepire, non mi sembra possibile…

Quanto sono stati importanti, anche per la vostra formazione, quegli anni di “pieno politico”, di partecipazione, di manifestazioni?

Michele -

Per quanto riguarda la formazione politica, posso dire che noi discutevamo sempre in casa di politica, spesso a tavola, con anche delle belle litigate, sanguigne. Su qualsiasi argomento c’erano discussioni. Sicuramente il mio interesse attuale per la politica deriva da quelle frequentazioni.

Anche solo che so, aver imparato a leggere i giornali o seguire trasmissioni alla radio e alla TV con una certa capacità critica.

Entrambi i miei facevano politica. Mio padre lo ricordo impegnato da sempre. Tornava spessissimo tardi la sera. Mangiava dopo di noi, alle nove e anche più tardi, dopo le riunioni del Consiglio comunale, dove era entrato già nel 1948.

Quando la mamma ha cominciato a impegnarsi in politica, mio padre aveva già iniziato ad andare molto spesso a Roma per seguire la sua attività professionale. Aveva avuto un periodo in cui faceva l’assessore qui e contemporaneamente l’avvocato a Roma, un impegno eccessivo e troppo faticoso. A un certo punto, per fortuna, ha dato le dimissioni da assessore.

Invece fino a quando eravamo piccoli mia madre lavorava solo la mattina, come avvocato, mentre il pomeriggio rimaneva a casa con noi. Poi, quando già frequentavo le medie, lei ha iniziato a lavorare a tempo pieno nello studio professionale, e fra sindacato e Centro casa era impegnata moltissimo, anche la sera. Questo, allora mi sembrava abbastanza normale, già mio padre faceva così, la mamma anche. Poi, dopo a ripensarci però, mi sembra che avrei voluto averla un po’ di più anche per me.

 

Claudio - Mah, premetto che quella era un’epoca molto particolare, la politica aveva un peso, una presenza enorme, rispetto a ora. Era presente ovunque, a scuola, in famiglia, tutto il nostro ambiente ne era … traboccante. Una situazione che non ho più vissuto in seguito, forse perché sono cambiati i tempi, forse perché ho frequentato altri lidi, forse perché me ne sono tenuto lontano. E questo probabilmente anche per l’effetto o l’impressione che deriva dall’aver perso nostra madre in un momento, in cui lei era fortemente impegnata politicamente, e quindi avere anche attribuito - forse sbagliando - una certa responsabilità della sua morte anche a quell’impegno politico così gravoso, stressante. Non che abbiamo degli elementi precisi. Non era così evidente, però certo io la ricordo spesso stanca la sera. Ricordo che le dicevo “mamma, io non lavorerò mai come te da grande: la mattina, il pomeriggio, la sera dopo cena…”.

Ma ripensando in generale a quel periodo, anche oggi, devo dire che mi manca, ci sono sempre molto legato affettivamente. C’era tutta la mia famiglia, eravamo tutti e sei a tavola e c’erano queste discussioni animatissime, a pranzo, a cena… Me li ricordo come momenti bellissimi…

 

Valentina - Anche a Siusi, nei periodi di vacanza, c’erano spesso lunghe discussioni con Livio Zanetti e altri del gruppo dell’Espresso.

 

Claudio - Certo. Persone che avevano le idee più chiare di quanto noi abbiamo oggi. Però di tutto ciò attualmente non trovo molto. Nella vita quotidiana, non capitano più situazioni dove si confrontano le idee, occasioni per fare dibattito politico. Poi certo mi informo, leggo i giornali, eccetera. La lettura dei giornali era molto praticata a casa nostra e anche a me è rimasta.

 

Valentina - Sì, non ci sono più gli ambiti, neanche l’abitudine alla discussione. Io ricordo queste serate dove si stava semplicemente a discutere su un argomento, poi su un altro e poi avanti fino a che non si raggiungevano delle conclusioni, si trovava una posizione. Non so quanto ora questo avvenga, forse giusto in periodo elettorale.

 

Claudio - A proposito di ambienti, ricordo come noi, con i genitori, andassimo spessissimo ai Festival dell’Unità, andavamo a Modena e stavamo lì anche una settimana. Si vedevano gli spettacoli, si giocava, ma anche partecipavamo ai comizi. Abbiamo persino sentito, a metà degli anni 70 a Venezia mi sembra, Berlinguer, nel suo famoso discorso che annunciava il compromesso storico. Ricordo anche come noi avessimo seguito nostro padre, candidato in una campagna elettorale per il Senato, nei suoi comizi. Partivamo in auto, i sabati e le domeniche, con gli altoparlanti montati sulla macchina, andavamo magari in qualche piazza del Trentino. Allora era così…

Non voglio però dire che siamo vissuti a pane e politica…

 

Valentina - Forse pane, montagna e politica …

 

Claudio - Già, e mare… andavamo anche al mare, con la barca a vela. Abbiamo goduto i mari della Jugoslavia, della Puglia, della Grecia… quasi ogni estate. Certo in campeggi spartani, altri tempi.

Nelle vostre parole e nei racconti colpisce la grande determinazione, l’energia enorme di Andreina, vorrei chiedervi: dove trovava la forza, in quali motivazioni?

 

Michele - Beh, ci credeva. Per quanto riguarda lei, sicuramente, ci credeva. Voleva cambiare, non so se il mondo, ma almeno un po’ le cose. Lei ci credeva e anche mio padre. Io sono un po’ più disilluso. Ma loro avevano questa speranza. E alcune cose le hanno anche raggiunte.

 

Claudio - L’impegno politico della mamma non era fine a se stesso, nasceva da un impegno sociale costante. Me la ricordo che andava al centro casa, come consulente legale, e lì prestava assistenza, seguiva le cause di separazione, per varie persone e gratuitamente. Quando si occupava di questi casi c’era tutta, con tutta la sua energia, intelligenza, eccetera. Una dedizione che originava, penso, da una sua visone del mondo, una visone etica precedente, anche dalle sue radici cattoliche direi. I genitori di mia madre erano profondamente cattolici.

Quindi c’era sì l’appartenenza a un mondo di sinistra, a un riferimento marxista, però accanto a questi riferimenti ideologici c’era anche un pensiero, maturato in un epoca anteriore, pre-politica, ed era credo la visione del mondo come di un luogo dove le ingiustizie sono enormi e nel quale occorre fare qualcosa per opporsi.

In questa formazione anche i libri, le letture hanno avuto un grande ruolo. Noi abbiamo la casa che ancora trabocca di libri. Qualsiasi luogo in cui arrivava mio padre dopo poco tempo si riempie di libri. Andrea era uguale. La mamma era una lettrice formidabile. Leggeva velocissima. Come mio padre era una divoratrice di libri, romanzi, saggi… C’era anche una riflessione che partiva dalle letture e che però si rivolgeva successivamente alla vita vera.

Ricordate qualche sua lettura preferita?

Claudio - Beh, subito mi viene in mente Virgina Woolf, Gita al faro e gli altri romanzi…

Valentina - O Proust. Credo che lo abbia letto giovanissima. Lo aveva trovato in casa dei suoi e aveva cominciato a leggerlo, giovanissima…

Michele - A dieci anni aveva anche letto i Promessi Sposi - e questo può non essere una cosa eccezionale - solo che lei, certe domeniche quando tornavamo dalla montagna, si metteva lì e ce li raccontava come se li avesse letti il giorno prima. Questa è una cosa che mi stupisce sempre. Io non riesco a raccontare a mio figlio neanche … Cenerentola, per dire.

Claudio - Tornando all’impegno politico, dicevo di questa urgenza di “fare qualcosa”, destata sicuramente dai suoi genitori (in un certo modo, ugualmente persone impegnate) e in seguito alimentata dall’incontro con mio padre, dalla sua passione politica. Anche se poi i percorsi sono stati diversi, pur rimanendo dalla stessa parte. Le loro posizioni politiche erano ben differenziate, com’è noto.

Io credo che la motivazione sia in un’esigenza interiore, un’esigenza legata alla sofferenza, alla sensibilità. Mia madre era una che quando vedeva una situazione ingiusta soffriva. Non era uno spettatore estraneo. Andava nelle fabbriche occupate, ha lavorato per anni al sindacato, come avvocato, e viveva intensamente, in prima persona le situazioni che le capitavano, i problemi delle donne.

Per dire come certe passioni si tramandano, c’è una foto del 1923, dove si vedono i nostri bisnonni, in montagna, in cima allo Sciliar. L’amore per la natura, una certa attenzione per il mondo, o per il teatro, o per le letture, tutti questi elementi derivano da una loro ricorrenza nella tradizione familiare. Così anche l’impegno, sebbene vissuto in modi diversi, in condizioni storiche diverse. Ad esempio la nonna materna - si chiama Elsa De Maria - si occupava di beneficenza con la San Vincenzo. Il nonno, Delfino Ardizzone, ingegnere, è stato per molti anni consigliere comunale, anche se nello schieramento opposto a quello dei miei, nel MSI. Così quella era l’aria che lei respirava in casa, la radice di un impegno che poi avrebbe mutato di segno, ma la tensione era simile.

 

Valentina - La mamma diceva due cose del nonno. Che era stato fascista dopo il fascismo - e non durante - e poi che era un verde ante litteram. Aveva un amore estremo per la natura.

Non gli piacevano le auto, non aveva la patente, c’è una documentazione su una sua battaglia in Consiglio comunale a favore del tram, per mantenere i filobus contro coloro che li volevano togliere, per mantenere un mezzo a basso costo e incentivare il trasporto pubblico. Anche il suo fascismo era di tipo sociale. In generale era un bastian contrario, uno sempre all’opposizione.

E questo elemento dell’usare sempre la propria testa, del sviluppare un atteggiamento critico, poi lo abbiamo ricevuto anche dai nostri genitori, come insegnamento.

 

La passione per la politica, per i viaggi o la natura, le letture, ma anche nella vostra famiglia, erano sempre molto presenti la cultura in generale e lo spettacolo…

 

Claudio - Sì, certo, perfino i concerti rock. Mi viene in mente ora… ci fu forse nell’81-‘82, un grande concerto di Lou Reed, a Firenze, al “pratone” delle Cascine, e ricordo che ci ritrovammo tutti lì, c’era anche Andrea… la mamma, il papà. Una cosa non proprio ordinaria. Già prima, da adolescenti, ricordo questo interesse di mio padre che andava al cinema, a teatro sì, ma anche ad assistere a concerti per giovani o dove i giovani erano preponderanti.

 

Valentina - E le Biennali a Venezia. Ne ricordo una dove si esibì per la prima volta, credo, in Italia, John Cage. Ma anche altre, con mostre, eccetera. La cultura, il piacere di andare ad assistere agli eventi - non a caso nostro padre è stato assessore alla cultura - nella nostra famiglia ci sono sempre stati.

 

Claudio - Sì, a volte, in questi concerti pieni di giovani capitava di veder arrivare mio padre, con una seggiolina… Ricordo una volta, allo stadio Druso, erano tutti in piedi, ma arriva mio padre con questa seggiola da campeggio, si accomoda e guarda il suo concerto…

Era il periodo delle “estati in città”…

 

Michele - Che poi fu lui a promuovere, quando era assessore.

 

Valentina - E poi i musei. Con la mamma e il papà in Grecia. Tutti gli scavi che abbiamo visitato, le ore sotto il sole, non so se adesso riuscirei a rifare quella cosa. La scalata dell’Acropoli sotto il sole, avrò avuto dieci anni. O in Jugoslavia … Non so come facessero a tenerci, se provi a farlo adesso con i bambini… Ci facevano anche leggere la guida, a noi che ancora balbettavamo, mentre loro ci ascoltavano. Eppure per me era una cosa gioiosissima, c’era questo spirito della mamma, del papà, questo piacere nel vedere le cose, che si comunicava a noi.

 

Michele - La mamma era anche una grande appassionata di cinema, fin da giovane. Sapeva i nomi di tutti gli attori e dei registi di quegli anni. Andavamo anche spesso insieme al cinema. Ma anche molto teatro (più una passione di mio padre), ma ci andavano entrambi. Poi gli spettacoli politici.

Ad esempio Dario Fo. Ricordo di averlo visto già quand’ero piccolissimo, e poi varie volte in seguito. I miei facevano parte del Circolo La Comune, che all’epoca portava a Bolzano quel tipo di spettacoli.

Da giovani poi loro andavano tantissimo a ballare. Ci raccontavano di grandi feste, balli, che però erano parte di una fase precedente. Ecco, ricordo, quando eravamo molto piccoli, che a Carnevale si truccavano, si vestivano, si mettevano proprio in costume.

Poi questa cosa si perse. Non so se ricordate certi dogmatismi... Ballare, era quasi proibito dalla cultura di sinistra dell’epoca. Mia sorella, quando cominciò ad andare a ballare… ci sembrò una cosa pazzesca. Non è che i genitori ci impedissero di andare a ballare, ero io che me lo impedivo per via di questa cultura generale. Era una cosa che non si faceva. Adesso anch’io vado a ballare e mi diverto un sacco, però ho cominciato a trent’anni, vittima di questa specie di pregiudizio.

Per completare il quadro educativo nei vari aspetti, volevo ancora chiedervi se avete avuto una formazione religiosa e se anche un’educazione sessuale...

 

Michele - Sì. Ricordo mia madre che ci parlava della sessualità. A tavola in particolare, magari era Andrea, che era più grande, a fare una domanda e la mamma rispondeva bene, con attenzione, e noi eravamo tutti lì e ascoltavamo. Con tanti figli era difficile avere dei momenti individuali dedicati, eravamo sempre assieme. Forse Andrea e Valentina un po’ di più, ma per me e il mio gemello era praticamente impossibile.

Quanto all’educazione religiosa, in effetti, siamo andati in chiesa, almeno fino a una certa età. Io sono stato battezzato, ho fatto la comunione, cresimato, e così via. Questo perché i genitori di mia madre, quando sposò mio padre (noto “comunista e ateo” …) le fecero promettere che avrebbe dato un educazione religiosa ai loro nipoti. Mia madre rispettò questa cosa. Non che ci fossero particolari precetti cattolici da seguire, soprattutto si trattava di andare a messa la domenica, alla chiesa di Cristo Re, dove ci accompagnava la mamma, o al Duomo con la nonna, sua madre. E noi ci siamo andati, almeno fino a che eravamo piccoli, poi ci siamo stufati e abbiamo smesso.

Non ci sono stati “obblighi”.

 

Valentina - Io ricordo che a 12, 13 anni andavo con le amiche all’AIED a chiedere informazioni sulle questioni sessuali, sugli anticoncezionali. Era ancora in piazza delle Erbe. Me lo consigliava la mamma, sempre pronta a darci qualsiasi informazione richiesta. Poi aggiungeva “se volete saperne di più andate all’AIED.” Più avanti, durante l’adolescenza la mamma diceva: “Io preferisco che i miei figli facciano l’amore in un posto pulito, sicuro, tranquillo. Insomma che abbiano la possibilità di farlo bene.” E allora si può dire che la nostra casa diventò anche un luogo … amoroso. Più tardi naturalmente, all’età giusta.

 

Poi della mamma, come genitore, come educatrice, io ricordo sempre… la semplicità della regola.

Le regole base della famiglia erano semplici, chiare. I limiti erano netti, evidenti. C’erano cose che erano “no” precisamente, altre precisamente “sì”. C’era una sua posizione chiara, retta, come una giustizia interna.

Anche da giovane aveva le idee precise. Lei fu per un anno a Roma, all’università. In questo periodo ha scritto molte lettere ai familiari e in una di queste racconta un episodio. Lei, diciannovenne, era in uno di questi salotti romani, con vari invitati, quando le fu chiesto cosa facesse, i suoi progetti per il futuro… Così aveva risposto che studiava legge, che voleva fare l’avvocato. Ma c’era lì un signore, un politico, che aveva commentato prendendola un po’in giro, consigliandole di sposarsi, di cercarsi un buon marito. Lei allora si alzò in piedi e davanti a tutti fece un bel discorso, sostenendo che lei non passava il tempo a studiare tanto per far qualcosa, che lei avrebbe fatto l’avvocato, perché era quello voleva fare e che se ne ricordasse, caro signore… Insomma, a diciannove anni, già si vedeva la sua determinazione.

 

Con lei naturalmente si poteva discutere su tutto, i dubbi sulla filosofia, sulla società o sulla politica, ma c’erano certe regole, diciamo di etica, di comportamento, che erano chiare. Che so… le uscite la sera. Se la mamma diceva che dovevo rientrare alle undici, io a quell’ora ero a casa. Altrimenti comunque avvertire, telefonare in caso di contrattempi. Adesso mi sembra che i figli discutano di più sui tempi, io non ricordo discussioni in merito, non c’era tira e molla. C’era questa chiarezza di fondo. Oppure i conflitti con i fratelli, non è che io potessi allargarmi, pretendere di più di un altro, avere più diritto su qualcosa. Lei aveva la capacità di porre anche tra di noi queste regole, queste linee chiare su ciò che potevamo o non potevamo pretendere.

Anche nei modi di vestire. Il non esibizionismo di mio madre, una certa austerità nel vestire, erano una regola nella famiglia.

 

Michele - E direi pure l’onestà, anche intellettuale. Il non mentire, in tutti i campi.

Moltissimi degli ideali che ci sono stati passati sono ideali giustissimi, sempre ancora validi.

D’altra parte sappiamo bene che per riuscire nella vita oggi bisogna essere dei … delinquenti. Scherzo. Però all’incirca è quello che vale attualmente … Ho parlato con della gente, persone con cui ho lavorato, ti dicono “Business is business!”. Come se gli affari fossero un luogo dove vale il profitto ma non valgono più il rispetto degli altri, la sincerità. Siccome sono affari si può mentire, imbrogliare… perché? È un po’ questo il senso che riconosco alla mia formazione, più che una trasmissione di ideologia.

 

Di Andreina, specialmente nella sua attività pubblica e professionale, molte persone rimandano una figura quasi austera, di serietà, di rigore. Trovate una rispondenza in quest’immagine?

 

Claudio - Ne discutevamo poco fa. In realtà noi ricordiamo una persona abbastanza diversa, certo a volte severa come educatrice, ma nient’affatto rigida, una persona anche molto giocosa, capace di ridere, di scherzare. Ci sono venuti in mente alcuni episodi…

Il primo, credo avessi 6 o 7 anni, si svolse a Castelrotto, nella piazza centrale. C’era un mercatino, con le bancarelle, dove andavamo sempre a fare la spesa con mio fratello Michele e con la mamma. Avevamo parcheggiato l’auto - ancora si poteva all’epoca - e c’era uno di quei piccoli motocarri, un “Ape”. Io e mio fratello ci giocavamo intorno. A un certo punto combiniamo una birichinata, non ricordo bene quale, e allora salta fuori un signore, il proprietario dell’Ape, tutto arrabbiato, che non solo ci rimprovera, ma mi molla perfino uno schiaffo. Mia madre è un po’ più lontana, a una bancarella. Si accorge del fatto, ci raggiunge e dapprima ci sgrida, perché la marachella c’era effettivamente stata. Quindi va verso la nostra macchina e posa il cesto con la spesa. Qui ha una specie di ripensamento, torna indietro e va da questo signore, un pezzo d’uomo, e si mette a sgridare pure lui e gli dice che sì, i bambini possono essere anche puniti, ma che insomma, prima bisogna riferire ai genitori e che poi ci pensano loro alla punizione… Una vera “lavata di capo”. E allora ricordo questo signore, che prima ci appariva enorme, mentre si allontana con la coda fra le gambe e ci sembrava piccolissimo, minuscolo.

Sulla sua ironia ricordo un episodio che mostra anche la singolarità, rispetto alla media dei nostri coetanei, di certe situazioni che noi bambini vivevamo. Lo accennavo prima… ma non so a quanti ragazzi capitasse allora, ad esempio, di partecipare a una delle tante manifestazioni politiche del periodo e di incontrare lì la mamma o il papà o entrambi! Sì, altri bambini anche piccoli, andavano alle manifestazioni, ma di solito con i genitori, “tenuti per mano” diciamo. Noi avevamo ormai 14, 15 anni, ci andavamo autonomamente e i genitori li vedevamo lì, come “compagni di lotta”, si può dire.

Così ricordo una volta, una grande assemblea, alla sala del Comune, io ero fuori in corridoio e stavo fumando una sigaretta, forse anche in modo un po’ ostentato, come si fa da ragazzi. In casa i miei non sapevano che io già fumassi, così giovane. Che accade? Ovviamente che entra la mamma mi vede e spalanca gli occhi. Solo che la sua reazione immediata non è quella che so, di sgridarmi o di strapparmi la sigaretta, invece si mette a rifarmi il verso: tira grandi boccate d’aria, soffia il fumo e in realtà mi mostra che sto facendo… la figura del cretino.

O ancora, mi viene in mente il suo viso che in effetti era capace di passare in un secondo da un’espressione gioviale a una serissima. E quest’ultima poteva apparire agli altri dura, severa.

La ricordo mentre preparava l’esame da procuratore legale, noi eravamo bambini e giocavamo correndo intorno al tavolo dove lei era immersa nello studio, con la sua incredibile capacità di concentrazione e allora aveva questo viso severo, ma, con noi intorno… per forza!

Però l’immagine che ho della mamma è soprattutto quella di una persona allegra, che faceva le battute, scherzava, rideva, era molto dolce con noi, affettuosa.

 

Valentina - Ci fu anche quell’episodio, a un esame universitario di quel periodo, lei che era seduta in attesa dell’esame e fu chiamata “signorina, signorina…” E lei si alzò in piedi mostrando a tutti il pancione e disse serissima: “Signora prego!”

Com’era professionalmente, come avvocato, vostra madre?

 

Claudio - Sulla sua attività di avvocato, posso dire che un enorme dispiacere, per me, esercitando io oggi appunto come avvocato, è quello di non aver potuto condividere con lei praticamente nulla. All’epoca ero ancora all’università. Qualche volta sono andato dai miei, allo studio che avevano assieme, a fare un po’ di pratica, ma lei era sempre molto impegnata in quel periodo, non riusciva a seguirmi…

Però anche nei suoi momenti pieni, c’erano occasioni di fare molte cose insieme, c’era un recupero. C’erano questi tempi dedicati alla famiglia, le cene, le gite, i film. Certo, col senno di poi, come puoi dire di averla avuta abbastanza, avendola persa così giovane. Avrei voluto godermela tutta, non vorrei nemmeno essere andato all’università per rimanerci più insieme… Ci fosse stata allora Giurisprudenza a Trento, ecco avremmo avuto più occasioni, sarei tornato tutti i giorni… La scomparsa di mia madre ha inciso enormemente sulla mia vita.

 

Michele - Sì, c’è il rimpianto di averla avuta troppo poco. Sia perché è morta, sia perché negli anni di cui ho memoria, per tante ragioni, io non sono riuscito ad avere un rapporto particolare con lei. Probabilmente lo avrei avuto ora, con il tempo le cose cambiano, si matura. Allora mi sentivo amato ed ero felice. I miei problemi erano altri, ad esempio la scuola, la bocciatura, o il rapporto più conflittuale con mio padre. Invece mia madre, anche quando combinavi qualcosa che non andava bene, era capace di sgridarti, anche severamente, e però nello stesso tempo riusciva a farti capire di essere comunque amato.

 

Valentina - Io ero ancora giovane, avevo solo ventuno anni quando è morta. Il nostro rapporto stava nascendo … Per me è morta troppo presto. Il rapporto tra due “donne”, come effettivo scambio, stava appena nascendo. Quindi non ho avuto le sue confidenze. Lei ha avuto molto le mie…

Lei aveva questa qualità di riuscire ad ascoltare. Cosa rarissima. Ascoltava, assorbiva quello che tu le dicevi e ti aiutava a trovare quello che era meglio per te, non quello che lei avrebbe voluto che tu facessi. Ed è una qualità che non ho riscontrato molto tra le persone. Mi ha stupito varie volte. Sapevo che lei forse non era d’accordo. Me lo diceva anche esplicitamente, magari in seguito. Però mi aiutava ad arrivare a delle conclusioni mie.

Claudio - In tutti noi è rimasto un desiderio gigantesco di averla avuta di più.

In seguito, quando ormai non c’era più, ho fatto il tirocinio nello studio di mio padre. E lì c’erano fascicoli, atti, scritti che tornavano fuori. Tutta la sua attività di studio. Però … eravamo molto colpiti dal lutto. Io non riuscivo a vedere le sue carte, a studiarle… Lo sforzo era quello di dimenticare. Tutto quello che me la richiamava alla mente mi riapriva una ferita… Incontravo nei fascicoli le sue note su fogli bianchi completamente riempiti, la sua scrittura, così caratteristica, me la richiamava di colpo, come se fosse viva… le sua calligrafia con lettere molto grandi e la firma sempre scritta per esteso, che prendeva quasi una mezza pagina.


(intervista di Sandro Ottoni e Edi Rabini)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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