pro dialog

Alexander Langer

Cosa si può fare per gli albanesi?
Dopo le prime elezioni pluraliste, svoltesi la domenica di Pasqua, che hanno comunque segnato un inizio di resurrezione per l'Albania, ora quel paese ancora non trova pace.

Molta gente delle città ritiene i risultati elettorali ipotecati da brogli, talmente è convinta che quel regime può solo dire bugie al popolo, e ritorna in piazza (per protestare) e forse sulle navi e nelle ambasciate (per fuggire). Molta altra gente, soprattutto dell'apparato del partito e delle campagne, guarda con sospetto al processo tumultuoso che ha portato la gente in città ad abbattere le statue di Enver Hoxha ed a sfiduciare persino il presidente Ramiz Alia e reclama reazioni di forza per riportare disciplina nel paese. Ed decine di migliaia di albanesi sono già all'estero, senza arte nè parte, ed altri ancora premono per seguirli. Per non parlare degli altri focolai di incendio che ormai un po' dovunque si segnalano sui Balcani.

Il caso albanese dovrebbe rappresentare una particolare sfida per l'Europa e per l'Italia. Un paese piccolo che si sente molto europeo e che è fiero di essersi opposto nel 1400 ai turchi e di essere uscito nel 1968 dal Patto di Varsavia e di aver espulso i sovietici dall'Adriatico, oggi reclama una sorta di riparazione per il lungo oblio al quale è stato costretto non solo dalla politica di auto-isolamento dei suoi dirigenti. L'Europa deve sapere che l'ulteriore avanzamento del processo democratico in Albania dipenderà in misura notevole dal livello e dalla qualità dei rapporti tra il popolo albanese e gli altri popoli europei.

Cosa l'Europa, l'Italia può fare oggi per gli albanesi? Penso a tre ordini di possibili risposte: 1) per gli albanesi all'estero; 2) sul piano della società civile; 3) nelle relazioni con lo Stato albanese.

A proposito dei "rifugiati", non c'è dubbio che la soluzione dei problemi dell'Albania non potrà essere cercata nella disordinata emigrazione di massa, ma principalmente nei cambiamenti interni a quel paese. Ma non si possono chiudere gli occhi davanti alla massiccia e fondata domanda di tutta la gioventù albanese di recuperare legami con l'Europa e di mettersi rapidamente in condizioni di maggiore parità. Perchè non elaborare programmi di inserimenti organizzati e temporanei per giovani albanesi che in altri paesi europei vogliano lavorare e studiare, per riportare poi in patria conoscenze e saperi oggi non disponibili? E perché non inserire, almeno, l'Albania tra i paesi dai quali potrebbe affluire un'emigrazione contrattata e regolata, nel quadro di una politica europea sull'immigrazione?

Per quanto concerne la società civile, che oggi - checché se ne pensi - comincia ad esistere e ad emergere con forza anche in Albania, è ancor più urgente che si aprano relazioni di cooperazione e di scambio tra Europa ed Albania. Non da Stati a Stato, soltanto, ma da cittadini a cittadini. Gli esempi che si potrebbero fare sono innumerevoli: dalla circolazione di pubblicazioni all'istituzione di ostelli per la gioventù (in modo che giovani europei possano conoscere i loro coetanei albanesi), da iniziative tra sindacati o movimenti ambientalisti o gruppi religiosi o istituzioni scientifiche e culturali a scambi temporanei di giovani, soprattutto studenti. L'incredibilmente diffusa conoscenza di lingue straniere (apprese da autodidatti albanesi di tutte le condizioni sociali, operai compresi) può essere un preziosissimo aiuto a questo proposito. Se non si vuole lasciare il campo alle sole iniziative diplomatiche o imprenditoriali, che spesso non mostrano grande riguardo per la dignità e le esigenze delle persone, bisogna che una variegata "Europa dei cittadini" diventi percepibile ed entri in circolo.

Il terzo livello, quello delle relazioni ufficiali (politiche ed economiche) dipenderà naturalmente anch'esso in misura consistente dall'andamento della situazione politica e dal progresso dei diritti umani e democratici, ma fin d'ora si può dire che l'Albania dovrebbe cominciare a poter far parte di alcuni "tavoli comuni": quello di "Helsinki II" (Sicurezza e cooperazione in Europa), come il Parlamento Europeo ha già ripetutamente raccomandato; quello della promuovenda CSCM (Conferenza sulla sicurezza e cooperazione nel Mediterraneo); e si può pensare ad un accordo di cooperazione con la Comunità Europea, accanto - ovviamente - ai tavoli bilaterali, soprattutto con i paesi comunitari più vicini (Italia, Grecia).

Oggi in Albania c'è scontro e dissenso tra i sostenitori del vecchio "partito del lavoro" ed i nuovi democratici su quasi tutto - ma sulla necessità di aprire ed intensificare i legami col resto dell'Europa c'è accordo convinto, persino entusiasmo. Un'opportunità da non sprecare, nell'interesse della democrazia in Albania. E forse l'Europa dovrebbe - almeno - non essere seconda agli USA, che, ancor prima delle elezioni, hanno riaperto i rapporti reciproci e fatto uno sforzo consistente per essere visibilmente presenti in Albania, nelle ultime settimane.