pro dialog

Alexander Langer

L'Albania di fronte all'Europa
Da "Bianco & Rosso", Gennaio-febbraio 1991

Su mandato della Commissione Politica del Parlamento Europeo mi sono recato in Albania per sondare la situazione politica e le possibilità di relazioni tra quel paese e la Comunità europea. Ho avuto la fortuna di visitare l'Albania proprio nei giorni cruciali (11-17 dicembre 1990) che hanno segnato la rottura col vecchio regime, pur senza provocarne immediatamente il crollo. E sono tornato convinto che l'Europa, ed in particolare l'Italia, abbia un debito col popolo albanese che ora bisogna cominciare a pagare senza indugio.

Per una settimana ho potuto vivere i giorni più emozionanti di questa incipiente democratizzazione dal basso. Ho seguito dal vivo le due grandi assemblee studentesche di Tirana dell'11 e 12 dicembre (con rispettivamente 20.000 e 70-80.000 partecipanti), la formazione del nuovo "partito democratico" e qualche discussione sulla costruzione di altre formazioni politiche (di matrice democratica-cristiana, di ispirazione ecologista, ed altri), la ripresa della vita religiosa (una messa a Skutari con 7-8000 persone, altre manifestazioni di fede cattolica, musulmana ed ortodossa), le reazioni alle manifestazioni, talvolta violente, in 6-7 differenti città dell'Albania, e le ripercussioni di tutte queste scosse sulle autorità albanesi.

Come primo riassunto si può dire questo: un fiume si è aperto un varco, e non può più essere ricacciato indietro; lo spettro della Romania è ben presente a tutti, e tutti lo vogliono evitare; tutti in Albania - il governo come l'opposizione - guardano all'Europa e vogliono uscire dall'isolamento; il Presidente Ramiz Alia dovrà probabilmente - un po' come Gorbaciov - guidare ancora per un certo tempo lo Stato e tentare di avviare una transizione la meno traumatica possibile; dalla forza dei nuovi movimenti e dalla partecipazione attiva e solidale del resto dell'Europa (soprattutto occidentale e comunitaria) dipenderà molto dei tempi e della profondità della transizione. Il passaggio dal sistema ancora imperniato sull'eredità ideologica, politica, economica e istituzionale di Enver Hoxha ad un ordinamento democratico e pluralista non avverrà, probabilmente, in tempi rapidissimi: alla sete di democrazia non corrisponde ancora un'alternativa di ricambio già bell'e pronta, in una società che per decenni è vissuta nell'auto-isolamento ed isolamento quasi totale rispetto al resto dell'Europa e sotto un rigido controllo di regime che non tollerava dissenso e non ammetteva alcuno spazio al pluralismo sociale. Forse solo in qualche interstizio della società rurale, tra le minoranze etniche, nelle sacche clandestine della pratica religiosa mai repressa con totale successo si erano annidate catacombe marginali di vita e di pensiero diverso da quello controllato dal partito e dalle organizzazioni di regime, mentre non si erano manifestate zone rilevanti di dissidenza intellettuale, letteraria, politica. Tutto quello che covava, doveva rigorosamente celarsi sotto le ceneri di un manto di diffidenza reciproca generalizzata.

Tanto più liberatoria è stata la scossa che il movimento degli studenti ha impresso alla società albanese nel dicembre 1990, un anno dopo il ciclo che ha rovesciato gli altri regimi dell'est europeo. Innegabile l'onda lunga della perestrojka sovietica e l'influenza dei cambiamenti in Europa: ormai sia le autorità albanesi che la gente sapevano che non avrebbe potuto a lungo resistere un baluardo stalinista, flagellato - del resto - da una profonda crisi economica che probabilmente sconta ancora le conseguenze dell'ormai consolidato sganciamento dell'Albania dalla Cina popolare. E' così che il presidente Ramiz Alia era costretto già da qualche tempo ad avviare una sua piccola perestrojka, con resistenze e difficoltà interne notevoli (un apparato di partito, di polizia, di burocrazia amministrativa, politica, economica, ideologica...) e senza sostanziali incoraggiamenti esterni.

Se per decenni l'Albania aveva scelto l'autoisolamento come proiezione suprema di una politica del "contare sulle proprie forze", ormai questa condizione di solitudine e marginalità aveva cominciato a diventare una pesante ipoteca. "Perché l'Occidente ha coperto di coccole la Jugoslavia, pur di tenerla insieme, e l'Unione sovietica, e la Romania di Ceausescu.. e non ha mai mostrato alcun apprezzamento per alcune scelte di politica estera albanese, come l'espulsione dei sovietici dal mare Adriatico, l'uscita dell'Albania dal patto di Varsavia, la politica di stabilità sui Balcani? perchè non avete accettato l'Albania a pieno titolo alla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE)? Noi oggi siamo senz'altro meno distanti dalla Carta di Helsinki che alcuni dei suoi firmatari nel 1975.." mi veniva chiesto ripetutamente e con amarezza dalle autorità albanesi.

La risposta che davo in questi casi era di solito la seguente: "ora saranno i vostri giovani, gli studenti che sono scesi in piazza e che hanno conquistato il diritto al pluralismo politico, ad essere i migliori biglietti da visita dell'Albania in Europa: il loro giudizio sulle condizioni della democrazia e dei diritti umani nel vostro paese sarà molto ascoltato in Europa..."

Ecco perchè ritengo che ora si debba impedire innanzitutto la ricaduta dell'Albania nell'isolamento. Governo e nuovi movimenti chiedono unanimemente la piena integrazione dell'Albania nel processo CSCE (la conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa, apertasi recentemente a Parigi), e non solo come osservatrice, e l'apertura di relazioni formali tra la Comunità Europea e l'Albania. Non si dovrebbe tardare oltre a questo proposito.

Ma sopratutto bisogna moltiplicare i rapporti da società civile a società civile: contatti, informazioni, scambi, visite, gemellaggi, borse di studio. Tutta l'Europa e specialmente l'Italia, che ha anche un suo particolare conto storico da saldare, ha una grande responsabilità ed una grande opportunità. Gli albanesi rivendicano il loro carattere europeo e si ritengono ingiustamente esclusi da troppi secoli - prima a causa dell'oppressione ottomana, poi per la politica di spartizione balcanica delle grandi potenze ed infine per colpa del regime stalinista - dal flusso della comunicazione, della cultura, della democrazia europea. E guardano soprattutto ai loro dirimpettai italiani come ad un ponte verso tutta l'Europa.