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Sparare su chi scappa dall'Albania?
25.6.1991, Da L'"Adige" del 25 giugno 1991
Che vergogna, tutti quei carabinieri, poliziotti e guardie di finanza mobilitati a imbarcare, con l'inganno e con la forza, gli "albanesi delle zattere", per rispedirli in patria!

E che pena, sentir rimpiangere, nei fatti, i bei tempi della cortina di ferro, quando almeno ognuno doveva restare al suo posto! Oggi è il nostro governo a chiedere a quello di Tirana di fare la sua parte: impedire l'espatrio dei suoi cittadini, come ai tempi della dittatura, fino al gennaio scorso. E se per fermare gli albanesi alla frontiera bisogna sparare, pazienza...

"Non ci sono più rifugiati politici tra gli albanesi, non ci possono più essere perchè in Albania non c'è più la dittatura": ragionamento ineccepibile, che tuttavia finge di non sapere che anche i "profughi delle ambasciate" del luglio 1990 non fuggivano a causa della dittatura, ma a causa della miseria.

Così il 15 luglio prossimo venturo, data annunciata per l'espulsione di tutti quegli albanesi che non hanno casa e lavoro (o che - in pochissimi - potranno vantare lo status di rifugiato politico) rischia di diventare una data di vergogna nazionale, un monumento all'egoismo ed all'insensibilità dell'Italia. Anche perché quasi nulla è stato fatto per aiutare, per esempio, quegli italiani che (come lo scrivente) hanno preso alla lettera il consiglio di Andreotti ed hanno "adottato" degli albanesi, trovando per loro una sistemazione abitativa e qualcosa da fare. Ma ottenere poi i necessari permessi (lavoro, soggiorno) e la residenza è impresa pressochè impossibile, e quindi la data di espulsione minaccia di colpire anche persone che sarebbero integrate o integrabili, almeno in via temporanea.

Finchè gli albanesi vengono percepiti in blocco, come orde di assalitori che vogliono invadere l'Italia, ed trattati in blocco ed all'ingrosso, è certamente difficile risolvere il loro problema. Dove, beninteso, va anche chiarito che l'Italia non può offrire ospitalità ad un numero indiscriminato di persone. Ma quando si parla di contingenti, di flussi regolati, di una politica dell'immigrazione entro i limiti delle capacità ragionevoli di assorbimento, non bisogna poi spaventarsi di fronte a cifre come 20-25.000 persone... Altri paesi di paragonabile entità e condizioni, come Germania, Francia e Gran Bretagna, sono abituati a ben altre cifre di immigrati e di arrivi di emergenza in determinate circostanze. Persino il povero Portogallo risulta più ospitale e solidale di noi.

Ecco perchè si dovrà finalmente invertire la tendenza e passare ad una politica che, pur nella fermezza con cui va scoraggiato l'arrivo indiscriminato e di massa, scelga qualcosa di diverso dal far marcire i rifugiati e rimpiangere con nostalgia la cortina di ferro.

Si potrebbero, ad esempio, individuare a livello locale dei "commissari straordinari" per censire - anche con l'intervento sinora troppo poco attivato degli organismi del volontariato - le possibilità ricettive, anche transitorie, e per organizzare una efficace dispersione sul territorio, che riduca l'impatto "dall'ingrosso al minuto", rendendo possibili anche relazioni umane di ben diversa qualità. Tutto ciò potrebbe essere fatto con l'aiuto di istituzioni social-caritative. Un'altra cosa che potrebbe e dovrebbe essere fatta, concretamente, sarebbe la predispozione di un programma di "borse di formazione-lavoro" per un numero (ovviamente limitato) di giovani albanesi di entrambi i sessi per rendere utile il loro periodo di emigrazione un po' disperata e farlo diventare fruttuoso anche ai fini di un successivo rientro, legato a quei programmi di cooperazione che la Comunità europea ed alcuni governi nazionali già hanno promesso. Inoltre si potrebbe concordare con altri governi europei una certa ridistribuzione del comune impegno comunitario verso l'Albania, appena ribadito giovedì scorso a larga maggioranza dal Parlamento europeo.

Infine va anche rivista a fondo la proposta di quell'"assegno di rientro", oggi quantificato a 150 dollari, che il governo prospetta agli albanesi che tornino in Albania. Decuplicare tale contributo (1500 dollari) non sarebbe ancora una grande spesa per noi, vista anche la mobilitazione di risorse che richiede il massiccio ricorso a provvedimenti costrittivi, e permetterebbe invece a parecchi albanesi di cominciare, su base volontaria e magari con una certa successiva assistenza e consulenza, qualche piccola attività economica (commerciale, artigiana, agricola) in patria.

Confrontando l'accoglienza che gli albanesi di oggi trovano nel nostro paese rispetto a quella dei loro antenati venuti - fuggiaschi anche loro - nel Rinascimento ed insediatisi sino al giorno d'oggi nel Meridione d'Italia, ci facciamo una troppo brutta figura. Si tenti, almeno, di rimediare con alcuni piccoli passi concreti e possibili, nella direzione della solidarietà e di un investimento umano e anche politico nel futuro.

Da L'"Adige" del 25 giugno 1991