Premio Internazionale Premio Internazionale Premio 2005 Bosnia Erzegovina

Premio regolamento Libro Premi Langer alla CAmera Anna Bravo: il filo rosso dei Premi I premi 1997-2018 Premio 1997 Algeria Premio 1998 Ruanda Premio 1999 Cina Premio 2000 Kosovo-Serbia Premio 2003 Italia Premio 2004 Polonia Premio 2001 Israel-Palest. Premio 2002 Ecuador Premio 2005 Bosnia Erzegovina
link motivazione
Premio 2007 Sudafrica Premio 2006 Indonesia Premio 2008: Somalia premio 2009: Iran premio 2010 Fondazione Stava premio 2011 Haiti premio 2012 Tunisia premio 2013 - Donatori di musica Premio 2014 Borderline Sicilia Premio 2015 - Adopt, Srebrenica premio 2017 - Angalià - Asgi premio 2018 - Istituto Arava
premi Langer 1997- 2011 (18) Premio 2004 (2) Premio 2005 (13) Premio 2006 (8) Premio 2007 (15) premio 2008 (18) premio 2008 -II (18) premio 2009 (36) premio 2010 (6) premio 2011 - haiti (36) premio 2012 - Tunisia (26) premio 2013 - Donatori di musica (15)

Selim Beslagic: Tuzla, la tomba 51

1.4.2000, Una città aprile 2000
Selim Beslagic è stato sindaco di Tuzla dal 1990 al 2000. L’incontro si è tenuto presso l’Auditorium del Palazzo Comunale di Arezzo.

Come fu che per la determinazione dei genitori dei ragazzi uccisi un’intera città salvò la sua anima. Ricordare non per vendicarsi ma per impedire che tutto ciò possa ripetersi. Intervento di Selim Beslagic, sindaco di Tuzla.
Vorrei iniziare il mio intervento con la prima parte di una preghiera che in qualche modo rappresenta il mio credo di vita.
"Signore mio, insegnami che la tolleranza è il livello più alto del potere e che il desiderio di vendetta è il primo segnale di debolezza. Signore mio, se commetto degli errori nei confronti delle altre persone, dammi la forza di chiedere scusa; se altri si comportano scorrettamente nei miei confronti, dammi la forza per perdonare".
Questo credo mi ha aiutato a portare avanti una determinata politica in questi anni. Sono stato eletto sindaco nel 1990, ed ero sicuro di doverlo fare solo per due anni. Poi è arrivata l’aggressione alla Bosnia Erzegovina, la guerra, e quindi tuttora mi trovo a ricoprire quest’incarico.
Mi piacerebbe non dover mai più pronunciare la parola "guerra", ma purtroppo dobbiamo farlo. La guerra in Bosnia Erzegovina è stata una vera catastrofe che ha portato con sé 300.000 morti e un milione e mezzo tra profughi e sfollati, di cui un milione all’interno della Bosnia.
Credo sia opportuno non stancarsi di parlarne, e continuare a ricordare, anche se ormai sono passati cinque anni.
Prima della guerra, Tuzla contava 132.000 abitanti; durante la guerra è diventata una città di 200.000 abitanti. Ora siamo attorno ai 160.000, cifra comunque superiore a quelle che erano le nostre previsioni di crescita demografica per il 2015.
Devo dire che la guerra ci ha costretto a far fronte principalmente a tre emergenze: prima, la sopravvivenza; seconda, come evitare lo scontro tra la popolazione locale e tutti i profughi che si sono riversati nelle città; terza, come tenere uniti i cittadini appartenenti ai vari gruppi, per poterci difendere dal male che ci minacciava.
Dall’inizio degli anni novanta i leader nazionalisti hanno infatti cercato di convincere la popolazione della ex Jugoslavia che era impossibile che cittadini appartenenti a gruppi diversi potessero vivere assieme.
A Tuzla, fortunatamente, la gente comune si è dissociata, di fatto, da questa politica. Così siamo riusciti ad andare avanti evitando gli scontri tra i cittadini appartenenti alle diverse etnie. A Tuzla abbiamo sempre considerato le persone in base alle loro qualità, a come lavorano, alle loro capacità, e non per la loro appartenenza etnica. Purtroppo tra le città della Bosnia, rappresentiamo un caso più unico che raro, nell’esserci sottratti a questo tragico scontro interno.
Oggi però Tuzla non può essere considerata separatamente; certo, ha una situazione particolare, tuttavia dev’essere guardata nel contesto generale, che è quello della Bosnia, ma anche dei Balcani in generale, Croazia e Serbia comprese.
In Croazia, ad esempio, al potere era stato a lungo l’Hdz, il partito nazionalista di Tudjiman, che negava esplicitamente la possibilità di vivere assieme e che chiedeva la spartizione della Bosnia. Dall’altra parte, in Serbia, c’è ancora Milosevic, che in questi anni ha lavorato per la realizzazione del progetto della Grande Serbia, auspicando anch’egli una spartizione della Bosnia Erzegovina.
Questi due stati operavano in Bosnia anche attraverso dei partiti nazionalisti locali, l’Hdz croato tramite l’Hdz bosniaco; Politika serba attraverso l’Sds, il partito democratico serbo, il partito di Karadzic. E anche i musulmano-bosniaci avevano un loro partito nazionalista, l’Sda, partito dell’azione democratica.
E’ evidente che, pur avendo promosso tre politiche separate, e senza ora mettere sullo stesso piano le loro responsabilità storiche, sono stati questi tre nazionalismi il vero problema.
Tuzla, pur negando questo principio comune ai tre nazionalismi, cioè l’impossibilità che la gente possa vivere assieme, si colloca in questo contesto. Noi infatti, dal 1992 al 1999, siamo stati costantemente sottoposti alla pressione dei vari nazionalismi che, di volta in volta, ci hanno accusato di essere cetnici, quindi venduti ai nazionalisti serbi, oppure ustascia, ossia venduti ai nazionalisti croati.

Alla fine della guerra in Bosnia, nel ’95, sono stati siglati gli accordi di pace di Dayton. Questi accordi non riconoscono né vincitori né vinti: semplicemente congelano una specie di status quo, in cui la Bosnia è ora uno stato costituito da tre popoli e da due entità territoriali, di cui una è la federazione croato-musulmana, l’altra la Repubblica serba di Bosnia. Con questi accordi è stata creata una struttura del potere che credo non esista da nessuna parte nel mondo. Ci sono addirittura 5 livelli decisionali all’interno. E infatti il numero degli impiegati nell’apparato amministrativo, rispetto al 1990, quindi prima della guerra, è aumentato del 30%, mentre la produzione totale, nello stesso periodo, si è ridotta al 15% rispetto al 1990.

Perché oggi la Bosnia non è uno stato "normale". Perché quelli che hanno condotto questa guerra in nome del principio che non si può vivere insieme, sono gli stessi incaricati di stipulare gli accordi di pace. Negli organi centrali un ministro deve sempre avere due sostituti di due etnie diverse, e ognuno controlla gli altri. Se il ministro è serbo, i sostituti sono croato e bosniaco, e viceversa. Ma il problema è che questo non si verifica solo al livello dei ministri: arriva fino ai portieri. Quando cambierà la situazione anche in Croazia e Serbia, credo che la gente in Bosnia capirà che il nazionalismo non ha alcuna prospettiva. La Bosnia Erzegovina è uno stato più antico sia della Croazia che della Serbia; da sempre è stata oggetto di battaglie. E’ stata a volte più piccola a volte più grande, ma non era stata mai divisa.
Noi accettiamo l’impostazione base degli accordi di Dayton dove si dice che la Bosnia è un unico stato, per il resto credo che con il passare del tempo, cambiando la situazione economica, alcune parti degli accordi potranno essere riviste. Io vedo l’inizio di questa Bosnia reintegrata proprio nel famoso "corridoio" di Brcko; oggi Brcko è diventato un "distretto" nei cui organi amministrativi ci sono rappresentanti di tutte e tre le etnie in base al censimento dei cittadini del 1991; ecco, questo a mio avviso può diventare un modello per tutta la Bosnia Erzegovina. Ora bisogna lasciar passare del tempo per valutare se questo modello può essere ampliato alla Republika Srpska e alla Federazione, ma io credo che con l’arrivo della gente "normale" abbiamo buone opportunità.
Oggi nella federazione croata musulmana lo stipendio medio è di 250.000 lire, nella Republika Srpska è anche inferiore. E però ogni volta che dobbiamo discutere di come riavviare la produzione, di come sviluppare la vita economica, il discorso scivola sempre su altre questioni: noi non possiamo vivere assieme... Purtroppo, con gli accordi di Dayton, si è creato uno stato basato sulla sfiducia reciproca tra le diverse popolazioni. In questo contesto operano anche certi scrittori, come Huntington, che parla di "scontro tra le civiltà": in sostanza in Bosnia sarebbe avvenuto uno scontro tra due civiltà, occidentale e orientale, che non possono convivere. In realtà si tratta di versioni dei fatti che fanno il gioco di determinati politici che, proprio in base a queste tesi, possono ancora rimanere al potere. Del resto, la teoria di Huntington contenuta nel libro Scontro delle civiltà, era il motto politico dell’ex presidente croato Tudjiman. Il punto è che Huntington e la sua teoria non reggono per il semplice fatto che, se noi fossimo stati realmente civili, non saremmo mai arrivati a un tale scontro. E non è un caso che, appena è morto il signor Tudjiman, questa tesi abbia perso ogni validità in Croazia. E’ difficile crederci, ma oggi in Croazia Tudjiman è già dimenticato. Dovete sapere che anche quelli che fino a poco tempo fa appoggiavano Tudjiman e il suo regime, oggi negano di aver sostenuto che non si può vivere assieme. Dopo le recenti elezioni in Croazia, noi siamo stati testimoni di un cambiamento radicale della politica, anche nei confronti della Bosnia.

Ora rimane il problema della Serbia, che purtroppo non ha maturato al suo interno un’opposizione pari a quella presente in Croazia.
Quasi il 90% dell’opposizione, infatti, non rimprovera a Milosevic la sua politica, bensì di non aver realizzato fino in fondo i suoi obiettivi. Naturalmente dobbiamo ricordare che dal primo momento in cui è salito al potere, Milosevic ha messo sotto controllo tutti i media, e quindi l’unica verità emersa in questi anni in Serbia è stata quella fornita dal regime.
In Croazia il cambiamento è arrivato con un semplice cambio di potere, con le elezioni che hanno sancito la fine del partito nazionalista; in Serbia auspichiamo un tale cambiamento, anche con questa opposizione.
In Bosnia, in un certo senso, la situazione è anche più problematica. Noi democratici infatti dovremmo essere tre volte più forti dell’opposizione croata o serba, perché qui abbiamo ben tre partiti nazionalisti.
Il compito quindi è molto duro, ma noi ce la possiamo fare e lo stiamo facendo attraverso il dialogo coi cittadini.
Che cosa significa dialogare? Cercherò di illustrarvelo raccontandovi alcuni episodi avvenuti durante la guerra o immediatamente dopo.
Nel 1993 membri dell’Hvo, l’esercito croato in Bosnia, hanno catturato il muftì di Tuzla. Noi inizialmente abbiamo provato a liberarlo attraverso i nostri contatti politici, ma non c’è stato niente da fare. Allora fra’ Petar Matanovic, del convento francescano a Tuzla, si è mobilitato, è andato a parlare con l’Hvo, cercando di liberare il muftì, ma anche questo con scarsi risultati.
Ebbene, mentre cercavamo di capire come risolvere questo problema, in una delle riunioni dei rappresentanti politici a livello regionale, uno dell’Sda, il partito musulmano bosniaco, ha proposto: ma perché non catturiamo fra’ Petar Matanovic e poi lo scambiamo con il muftì?
Cosa fare di fronte a una simile proposta? Io ho chiamato il capo della polizia, dicendo che avrei parlato con fra’ Petar e che gli avremmo procurato una scorta, delle guardie del corpo. Abbiamo così disposto per impedire un tale rapimento. Com’è finita? A fra’ Petar non è successo niente, e dopo dieci giorni hanno liberato il muftì.
Se noi avessimo dato seguito alla folle proposta uscita in quella sede a Tuzla, lo scontro sarebbe stato inevitabile.
Vi darò un altro esempio: sul territorio della regione di Tuzla, durante la guerra sono stati distrutti quasi 3000 edifici sacri. Si tratta sostanzialmente di moschee musulmane e chiese cattoliche. Come sapete Tuzla è una delle città che hanno subìto l’assedio dell’esercito che aveva seguito i nazionalisti nei loro piani. Ebbene, nel corso dei massicci bombardamenti hanno colpito una delle due chiese ortodosse che ci sono in città. In quei giorni ho ricevuto parecchie telefonate spiacevoli da parte di alcuni che suggerivano: "Visto che loro distruggono le nostre chiese, le nostre moschee, perché non distruggiamo la loro chiesa, tanto l’hanno già danneggiata loro per primi?".
Naturalmente la mia risposta è stata: no. Siccome a Tuzla vivevano allora 10.000 cittadini serbi, io ho detto: questa non è la loro chiesa, è la chiesa di tutti di cittadini che vivono a Tuzla. Così abbiamo deciso di ripararla. Questo era il periodo in cui mi accusavano di essere "cetnico", ossia nazionalista serbo. Io oggi, però, sono fiero che quella chiesa sia stata riparata. Potrei farvi ancora moltissimi di questi esempi, ma ciò che voglio dirvi è che la nostra politica a Tuzla è stata sempre incentrata sul dialogo e sulla collaborazione coi cittadini.
Non abbiamo mai accettato la tesi per cui è un popolo ad essere genocida; abbiamo sempre insistito nell’individuare le colpe dei singoli. In questo senso siamo assolutamente determinati a pretendere quanto previsto dagli accordi di Dayton, ossia che tutti i colpevoli di guerra o di atti di genocidio vengano processati dal Tribunale dell’Aja.

Purtroppo, anche se siamo riusciti a preservare Tuzla da quegli scontri interni che hanno caratterizzato altre città, una delle più grandi tragedie avvenute durante la guerra in Bosnia ha colpito proprio Tuzla.
Il 25 maggio del 1995 una sola granata, lanciata dalle postazioni degli assedianti, ha causato la morte di 71 ragazzi. Quella sera, alle 8 e 45, è suonato l’allarme di pericolo granate. I giovani tuttavia non ne potevano più di rimanere chiusi in casa. Era uno dei primi giorni belli dopo il lungo inverno, così hanno ignorato questo allarme e molti si sono dati appuntamento in alcuni dei caffè del corso principale della città. Immediatamente dopo, alle 8 e 55, è stata lanciata una granata che è caduta esattamente nella piazza sita al centro della città. Alle 9 e 15 sono stato prelevato a casa mia dal mio autista e accompagnatore che mi ha detto: "Sindaco, è successa una cosa orribile".
Io mi sono vestito e sono andato sul luogo della tragedia e subito dopo all’ospedale. Credetemi, ero convinto che alla fine ci sarebbero stati anche più morti di quanti ce ne sono stati.
Il luogo in cui è avvenuta questa tragedia è infatti una piazzetta dove si incrociano ben sette piccole vie. E al momento della caduta della granata erano presenti quasi 1000 giovani. Quindi le sirene, le ambulanze e il dolore per l’identificazione delle vittime; le madri che cercavano i bambini e a cui non potevo dire niente. I primi dati parlavano di circa 60 morti. Nei giorni successivi il numero dei morti è aumentato fino a raggiungere quella cifra.
E’ stato orribile, veramente il giorno più brutto che io ricordi. Però la vita doveva continuare e poi si è presentato subito un altro problema urgente: seppellire i morti.
Noi abbiamo visitato tutti i genitori per far loro le condoglianze e abbiamo offerto la nostra disponibilità a seppellire i giovani tutti assieme.
Di 71 persone, 21 famiglie non hanno voluto che i loro figli venissero seppelliti in quel luogo, 11 perché profughi da altre città a cui volevano riportarli e 10 per altri motivi, perlopiù perché li volevano più vicini alle loro case.
Comunque anche seppellire questi 50 non è stato così semplice, perché noi eravamo costantemente sotto le bombe. Così, non potendolo fare durante il giorno, li abbiamo seppelliti all’alba. E’ sorto infine un altro problema: il settore più fondamentalista della comunità islamica non voleva che i ragazzi musulmani venissero sepolti assieme agli altri. Abbiamo allora convocato tutti i genitori assieme ai rappresentati delle comunità religiose e abbiamo spiegato loro: qui è sorto un problema, non so se lo possiamo più fare. E i genitori mi hanno risposto: "Voi ce l’avete promesso e loro devono essere sepolti assieme. Se non lo fate voi, lo facciamo noi!". Io allora li ho rassicurati: "Quello che ho promesso verrà fatto". E così li abbiamo sepolti tutti e 50 insieme.
Oggi però in quel luogo ci sono 51 tombe, e ora vi voglio raccontare il perché. Quella sera sulla piazzetta c’erano due sorelle: una è morta, l’altra è stata gravemente ferita. La sorella ferita è stata portata all’estero per essere curata. Nel frattempo, i genitori hanno chiesto che l’altra figlia venisse sepolta più vicino a casa. Ebbene, quando dopo qualche tempo, finite le cure, la sorella sopravvissuta è tornata dall’estero, ha chiesto ai genitori come mai la sorella non fosse sepolta assieme agli altri, chiedendo che venisse trasferita anche lei in quel luogo. I genitori allora sono venuti da noi e hanno chiesto l’esumazione del corpo, ottenendo la concessione. E questa è la 51° tomba. Devo dire che questo è stato uno dei momenti più duri e dolorosi della mia vita. E tuttavia questa determinazione dei genitori ha rappresentato ancora una volta la vittoria della ragione e dell’umanità dei cittadini di Tuzla, che poi hanno mostrato durante tutta la guerra.
Oggi questo è un complesso memoriale; quest’anno costruiremo accanto un monumento dove verranno scritti i nomi di tutte le 1360 vittime di guerra di Tuzla. Questo centro deve ricordarci e ammonirci, perché è meglio parlare per cento anni che avere un solo giorno di guerra.

Noi sentiamo spesso spiegare che la guerra nei Balcani è iniziata con il riconoscimento precoce di Slovenia, Croazia e della Bosnia. A mio avviso, prima di parlare, bisognerebbe conoscere bene la successione degli eventi: già dopo la morte di Tito, gradualmente, nel corso degli anni, c’è stata l’ascesa al potere di Milosevic che, nascondendosi dietro una certa idea di Jugoslavia, di fatto ha alimentato il nazionalismo serbo. Conducendo con abilità questo gioco, è anche riuscito a portare dalla sua parte la maggioranza dei generali federali. Ha così trasformato un’armata, che noi tutti sentivamo come "iugoslava", come la "nostra" armata, in un esercito etnicamente serbo.
L’ultimo primo ministro iugoslavo, Ante Markovic, proponeva che si creasse una federazione degli stati dell’ex Jugoslavia, trasformando contemporaneamente l’intero sistema socialista in uno basato sull’economia di mercato con un adeguato stato sociale. Questo ovviamente avrebbe anche voluto dire che non ci sarebbe più stata una politica economica che destinava il 70% del prodotto interno lordo alle spese dell’esercito.
Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente: il regime serbo, con una serie di manipolazioni molto ben riuscite e con una certa alleanza con i circoli nazionalisti in Croazia, ha portato ad una situazione in cui la vittima designata è stata proprio la Bosnia Erzegovina.
E tuttavia oggi, nonostante la Bosnia abbia sofferto enormi perdite umane e materiali in questo conflitto, io credo che le vere vittime siano i serbi che hanno seguito Milosevic in questa guerra. Oggi, ad esempio, nelle krajine serbe in Croazia non ci sono più serbi, e nonostante Seselj vada dicendo che con la guerra li riporterà in Croazia, noi sappiamo bene che invece loro potranno tornare in Croazia solo grazie al nuovo governo democratico croato. Il problema è che il popolo serbo ancora non riesce a capire chi sia il principale colpevole. Ma alla fine arriverà la catarsi; una catarsi che sembra aver scelto come sede proprio il Kosovo, in cui oggi c’è purtroppo un tragico revanscismo da parte degli albanesi nei confronti dei serbi. Noi dobbiamo trovare una soluzione senza ricorrere al revanscismo, a condizione però che tutti quelli che si sono macchiati di crimini ne rispondano.

Ora l’unico futuro che vedo per la Bosnia Erzegovina è l’entrata in tutte le integrazioni Euro-Atlantiche. Sento sempre un grande dispiacere quando per andare in Italia ho bisogno di un visto. Tra l’altro oggi, con l’introduzione del visto Schengen, il problema diventa sempre più proprio entrare in Europa, perché una volta entrati in uno stato poi puoi andare in qualsiasi altro. Ecco, sicuramente oggi gli investimenti meno opportuni sono proprio quelli tesi a costruire i passaggi di frontiera. Anche perché resta il pericolo che i Balcani rimangano un buco nero.
Rispetto ai popoli e alla guerra, vorrei ora raccontarvi una storia scritta da un grande scrittore serbo.
Il popolo serbo è partito per cercare la propria salvezza e ha trovato un vecchio col bastone. Siccome a loro è sembrata una persona saggia, gli hanno chiesto: vuoi guidarci tu? E lui ha risposto: sì. E così sono partiti, hanno attraversato montagne, fiumi, boschi e sono arrivati sull’orlo di un precipizio. Ma quando il vecchio era in procinto di fare un altro passo rischiando di precipitare, il primo dopo di lui gli ha chiesto: "Ma dove vai? Non vedi che c’è un precipizio?". E lui ha risposto: "Ma io sono cieco".
In tutti questi anni noi siamo stati guidati da ciechi. Noi abbiamo vissuto 50 anni in un sistema socialista, o meglio liberal-socialista: nei confronti di gran parte dell’Europa orientale, noi eravamo quasi Occidente. Ma dopo la morte di Tito e gli eventi successivi, è apparso sulla scena un gruppo di persone, appunto cieche, che hanno ingannato il popolo. Così il discorso principale è diventata la "nazione", l’etnia, e la gente ha cominciato a pensare che fosse questo il vero problema, che fosse questa la prima urgenza per poi entrare in Europa. Questi leader, dai loro pulpiti, promettevano di portarci tutti in Europa; per la verità ci hanno fatto fuggire in Europa: oltre un milione di cittadini della Bosnia Erzegovina ha preso una borsa e ha lasciato la Bosnia. Non come intellettuali, pittori, scrittori, ma come povera gente; molti professori hanno dovuto pulire i bagni pur di sopravvivere nel mondo. Promettevano ai soldati che avrebbero mangiato coi cucchiai d’oro, e oggi tutti questi combattenti non hanno nemmeno da mangiare. Si è trattato di un folle slancio nazionalista, ma noi sappiamo e confidiamo nel fatto che questi impeti siano di durata limitata. Purtroppo in Bosnia dura almeno dal 1992. Ora speriamo che con le elezioni del 2000 tutto questo finisca, anche perché credo che la gente abbia capito che con questa politica non si mangia e non si va da nessuna parte. Purtroppo bisogna essere consapevoli che il pericolo legato alla crescita di nuovi nazionalismi oggi è tutt’altro che scomparso. Per questo è importante che l’Europa si affretti ad approntare dei meccanismi per impedire l’esplosione improvvisa di questi fenomeni. Per il mio paese, posso solo auspicare che quando la gente capirà cos’è la democrazia, non si ripeta mai più quello che è successo dal ’92 al ’95.

In questi mesi, frequentemente, mi è stato chiesto un commento sull’intervento in Kosovo, e in generale sul ruolo e le responsabilità della comunità internazionale nei Balcani.
Da noi c’è un vecchio detto: dopo la battaglia è facile essere il generale. Io oggi potrei dire mille cose su cosa poteva fare l’Unione Europea per impedire che scoppiasse la guerra in ex Jugoslavia. Se le repubbliche della ex Jugoslavia fossero diventate membro del Consiglio d’Europa nel 1988-1989, quando si discuteva di questo; se fossero state in qualche modo condotte e vincolate da certi codici di comportamento europei, io sono certo che non sarebbe scoppiata la guerra. Però nel 1995 credo che la comunità internazionale abbia compiuto, con l’intervento, quella mossa estrema che ha fermato la guerra. Noi consideriamo quella una decisione molto importante.
Il problema è che fin da allora non è stata chiarita una cosa fondamentale, ossia che quelli che hanno voluto la guerra non possono fare la pace.
Nel 1995, al termine del conflitto, sono stato invitato negli Stati Uniti.
Allora gli americani erano convinti che gli accordi raggiunti a Dayton fossero perfetti e che avrebbero ricevuto grandi lodi per questi risultati; quindi mi hanno chiesto che cosa ne pensassi. Io ho risposto con una barzelletta.
Stava arrivando la stagione fredda e gli animali si stavano preparando per il lungo sonno invernale. Tutti avevano la loro tana, tranne l’orso che non era ancora riuscito a trovarne una adeguata. Il povero orso, vagando per il bosco sconsolato, incontrò un gufo che gli diede il seguente consiglio: "Ma guarda che questo non è proprio un problema: per trovare una tana dove trascorrere l’inverno, basta che ti trasformi in un topo, poi buchi se ne trovano dappertutto". Così l’orso, felice di aver trovato la soluzione, tornò a passeggiare per il bosco cantando. Ad un certo punto però incontrò la volpe che gli chiese cosa fosse successo e lui le raccontò l’accaduto. A un tratto tuttavia la volpe lo interruppe: "Capisco la tua felicità, però non capisco come farai a trasformarti in un topo". Lui ritornò dal gufo spiegandogli il problema, ma il gufo a quel punto gli rispose: "Senti, io ti ho risolto il problema della teoria, per la prassi devi arrangiarti tu".
Per quanto riguarda l’intervento in Kosovo, questa azione è arrivata dopo lunghe pressioni su Milosevic per interrompere i crimini in corso in quella regione. Milosevic naturalmente non ha mai voluto raccogliere questi avvertimenti e quindi sono scattate le operazioni che avevano l’obiettivo di interrompere questi rifornimenti di armi e milizie verso il Kosovo. Oltre un milione di kosovari sono fuggiti dal Kosovo. In seguito all’intervento della Nato, oltre il 90% della popolazione è tornata.
Ecco, questo è un risultato straordinario se ricordiamo che, per esempio, oggi ci sono ancora un milione di profughi bosniaci che non sono tornati in Bosnia. Allora, la nostra conclusione è che l’intervento della Nato, in Kosovo, ma ancor più in Bosnia, alla fine, è semplicemente arrivato troppo tardi.
C’è un’ultima questione che mi sta molto a cuore: le scuole. Anticipo subito che su questo la situazione è tragica nel nostro paese. La comunità internazionale ha chiesto e si sta adoperando affinché in Bosnia in tutti i manuali vengano cancellate le parti che potrebbero incoraggiare forme di intolleranza. Hanno creato addirittura una commissione col compito di controllare i manuali e i testi rivolti ai ragazzi di tutte e tre le etnie. Forse non lo sapete, ma noi in Bosnia abbiamo i testi scolastici per i ragazzi serbi, i testi per i ragazzi musulmani, i testi per i ragazzi croati.
Ecco, questa commissione dovrebbe preparare un testo unico. Noi sappiamo che si tratta di un processo che richiederà tempi lunghi, ma speriamo venga completato con successo. Purtroppo, fino a quando tutto questo non avverrà temo che almeno cinque generazioni impareranno su testi sbagliati, crescendo nei miti. E’ triste, ma è così.
Noi speriamo che con l’uscita di scena di tutti questi dittatori, concentratisi tra l’altro in un territorio così piccolo, la gente semplice comincerà un processo di conciliazione. Ma prima i bosniaci, come pure i serbi e i croati, devono capire che spetta a loro cambiare le cose, che sono loro a dover riportare la pace nel proprio paese, senza aspettarsi questo né dalla comunità internazionale, né tanto meno dai leader nazionalisti.
E’ venuto il tempo che noi impariamo la lezione della storia del nostro passato. Ecco, se noi riuscissimo a realizzare questo obiettivo, assieme a quello imprescindibile -e sancito anche dagli accordi di Dayton, ma tuttora rimasto sulla carta- di permettere a tutti di poter tornare nelle proprie case, allora potremmo finalmente cominciare a parlare di perdono e di recupero della fiducia.
Ma dimenticare no. Noi non dobbiamo dimenticare, e non per poi vendicarci, bensì per capire bene cos’è successo, così da non permettere che tutto ciò si ripeta.


pro dialog