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Veronica Fratelli, Elisa Grazzi: Tesina finale sullo stages a Tuzla per il corso operatori/Operatrici di pace 2003/2004

25.11.2005, Corso Pace
Cinque settimane trascorse a Tuzla, collaborando Tuzlanska Amica, l'associazione diretta da Irfanka Pasagic, psichiatra, dal 27 luglio al 31 agosto 2004.


INDICE

1. Introduzione
2. La Bosnia come zona post-conflitto
2.1. La prima Jugoslavia
2.2. La seconda guerra mondiale
2.3. Tito e la seconda Jugoslavia
2.4. Gli anni Ottanta
2.5. La fine della federazione jugoslava
2.6. La guerra in Bosnia
2.7. La Bosnia oggi
3. Tuzla
4. La struttura della famiglia
5. L’attività di Tuzlanska Amica
6. Un’esperienza di stage
6.1. I “bambini di Irfanka
6.2. Le giornate sul territorio
7. Riflessioni personali
8. Conclusioni

Bibliografia


Dal momento che durante le cinque settimane trascorse a Tuzla abbiamo condiviso tutto e rielaborato insieme le esperienze, ci è risultato naturale scrivere questo lavoro a quattro mani. Le nostre tesine, perciò, risultano identiche, con l’unica eccezione del paragrafo 7, che contiene le nostre riflessioni individuali.

1. INTRODUZIONE

Oltre ad essere il lavoro conclusivo del corso per operatore/operatrice di pace, per noi questa tesina costituisce anche e soprattutto un mezzo per riflettere in modo articolato e compiuto sulle esperienze che abbiamo fatto durante lo stage. Un compito che si rivela tutt’altro che semplice, a causa di due fattori principali: il tempo e il contesto. Infatti, dato che lo stage si è appena concluso, il distacco temporale che ci separa da quell’esperienza è piuttosto ridotto, ciò che rende più difficile lo sforzo di articolare e organizzare impressioni e riflessioni dentro uno schema di senso compiuto. Inoltre, il contesto stesso in cui ci siamo trovate era estremamente frastagliato e contraddittorio: ogni evento ci è apparso così ricco di sfumature, naturalmente anche emotive, che ritrovarne adesso il nocciolo essenziale, per poterlo comunicare, ci riesce alquanto difficile.
Tuttavia, cominciamo a scrivere dopo aver deciso insieme di adottare delle linee guida generali che vogliamo chiarire subito, per arginare il pericolo della deriva verbale: il nostro obiettivo principale è che il lettore possa comprendere con chiarezza il nostro percorso intellettuale ed emotivo. Procederemo perciò dal generale al particolare, presentando innanzitutto un breve excursus storico che aiuti a capire meglio la situazione attuale della Bosnia e delle persone che ci vivono. In secondo luogo, parleremo della città di Tuzla e dei suoi dintorni, tentando un’interpretazione dei principali fenomeni sociali che abbiamo osservato in questi luoghi. Passeremo quindi a descrivere com’è strutturata l’associazione presso cui abbiamo svolto il nostro stage, ovvero Tuzlanska Amica, per poi collocare dentro questo quadro le attività che abbiamo portato a termine nelle nostre cinque settimane di permanenza. Infine, dedicheremo un paragrafo all’analisi della nostra personale esperienza, alla riflessione sul come abbiamo vissuto ciò che abbiamo vissuto.
In tutto questo, gli strumenti di analisi e i concetti acquisiti durante il corso, più che emergere in modo esplicito e puntuale, si collocano sullo sfondo, dal momento che per noi costituiscono un retroterra più che una mèta fine a se stessa.



2. LA BOSNIA COME ZONA POST-CONFLITTO

Come abbiamo già evidenziato sopra, la Bosnia ci si è presentata subito come una realtà complessa, dove una superficie opaca e difficile da penetrare nasconde una storia pesantemente traumatica. Anche se la violenza diretta appartiene ormai al passato, il conflitto che ha lacerato questi luoghi non si può considerare risolto. Infatti, a nostro giudizio sono ancora vivi forti elementi di tensione e ostilità fra i gruppi etnici che si sono scontrati all’inizio degli anni Novanta.
La città dove abbiamo lavorato, Tuzla, si trova alle porte delle zone montuose lambite dal fiume Drina, che segna oggi il confine fra Bosnia e Serbia-Montenegro (figura 1). La popolazione musulmana che abitava queste vallate ha subito le campagne di pulizia etnica, portate avanti principalmente dai cetnici, militari nazionalisti serbi, i cui leader più noti a livello internazionale sono Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Quando parliamo di tensioni fra gruppi etnici, perciò, ci riferiamo principalmente a quelle fra musulmani e serbi .
In questa sezione vogliamo fornire qualche ragguaglio storico che aiuti a comprendere meglio le dinamiche, se non le radici, del conflitto che ha sconvolto l’ex Jugoslavia, e che continua a segnare questi luoghi. È importante sottolineare ulteriormente che non stiamo cercando di presentare un riassunto della millenaria storia bosniaca, in primo luogo perché non abbiamo pretese di esaustività, e in secondo luogo perché non intendiamo svolgere un excursus storico fine a se stesso. Invece, dal momento che la nostra esperienza a Tuzla si è svolta principalmente nel segno del contatto umano con persone che hanno vissuto direttamente il conflitto (o le sue conseguenze, come nel caso dei bambini) , ci interessa chiarire insieme quanto a nostro avviso è necessario per capire meglio le situazioni e i sentimenti comuni presenti oggi in Bosnia.
Un punto di riferimento molto importante quando si tratti la stria della Bosnia è senz’altro il libro di Noel Malcolm, Bosnia, a Short History . Per la letteratura in lingua italiana sull’argomento sono da citare soprattutto due libri di Paolo Rumiz, Maschere per un massacro e Il sentiero dei mirtilli . Inoltre, grazie alla sua brevità e schematicità, per noi si è rivelata fondamentale anche l’introduzione storica fornita da Eduard Klain in un articolo sulla trasmissione intergenerazionale del conflitto in ex Jugoslavia . Il taglio generale dell’articolo di Klain, presente anche nella breve trattazione storica, è di tipo psicosociale e psicoanalitico. Tuttavia, più che una debolezza questo costituisce per noi un punto di forza, considerato anche il fatto che l’intero modo di operare dell’associazione presso cui abbiamo lavorato, e quindi anche la nostra esperienza di stage, sono affini a quest’impronta .

2.1.La Prima Jugoslavia
Creata dal Trattato di Versailles alla fine della prima guerra mondiale, e da un accordo fra gli Alleati dopo la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia è nata per rispondere alle intenzioni di grandi poteri esterni, più che ai bisogni dei popoli da cui era composta. Popoli eterogenei, la cui convivenza ebbe carattere forzato e spontaneo insieme. Spesso, si resse grazie al potere autoritario conferito ad un capo idealizzato e demonizzato allo stesso tempo, e supportato da un gruppo ristretto, un’élite, che ne eseguisse gli ordini.
Dal 1918 al 1941, ai tempi della Prima Jugoslavia, era il Re Serbo a detenere l’autorità suprema, coadiuvato da una forza di polizia serba. In termini per così dire etnici, la predominanza era quindi dei Serbi, mentre le uniche altre due etnie riconosciute, quella croata e quella slovena, avevano un ruolo subordinato. In questo periodo i Croati si dimostrarono particolarmente attivi nella lotta politica contro il centralismo di Belgrado, finché alla fine degli anni Venti il leader politico croato Ante Pavelić lasciò il Paese, rifugiandosi in Italia, e cominciò ad organizzare il movimento degli ustascia con l’aiuto di Mussolini. La repressione riuscì a tenere in vita la Jugoslavia fino al 1941, quando il potere monarchico si disintegrò con la fuga del Re, espulso insieme al suo entourage, in un colpo di stato incruento al suo ritorno dalla firma di un trattato di adesione della Jugoslavia all’Asse. Dieci giorni dopo, il 6 aprile 1941, Belgrado fu bombardata pesantemente e la Jugoslavia fu invasa dalle forze tedesche, italiane, bulgare e ungheresi, per arrendersi dopo una resistenza durata solo poche settimane.

2.2. La seconda guerra mondiale
La seconda guerra mondiale segnò pesantemente le relazioni fra i popoli jugoslavi, che secondo Klain vi trovarono un’occasione per liberare gli istinti aggressivi forzatamente repressi in seguito alla formazione dello stato unitario. Le potenze dell’Asse occuparono l’intera Jugoslavia, creando due stati fantoccio, la Croazia, che comprendeva tutto il territorio della Bosnia attuale, e la Serbia. Ante Pavelić fu nominato capo della Croazia da Hitler e gli ustascia iniziarono una doppia campagna di pulizia etnica, contro gli Ebrei e soprattutto contro i Serbi che vivevano in territorio croato. Un numero sempre maggiore di Serbi andò a riempire le fila dei cetnici, un corpo paramilitare serbo di affiliazione monarchica, che cominciò a combattere contro gli ustascia e l’occupazione tedesca. Nel frattempo, nacque un secondo movimento di resistenza contro la Germania: quello dei partigiani comunisti, capeggiati da Josip Broz, il futuro Maresciallo Tito. Sia gli ustascia che i cetnici commisero enormi atrocità non solo gli uni contro gli altri, ma anche contro le altre etnie. A questi episodi risalgono le principali memorie traumatiche legate all’aggressione etnica di un gruppo verso un altro, memorie che vennero largamente rinfocolate e strumentalizzate durante l’ultima guerra e nel decennio precedente.


2.3. Tito e la Seconda Jugoslavia
Nel 1944 i partigiani comunisti, appoggiati dagli Alleati, cominciarono ad avere la meglio sugli ustascia e sui cetnici, finché in estate la Germania cominciò a ritirarsi dal territorio jugoslavo, e nel 1945 Tito fondò la Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Nel corso del suo governo, nuovi gruppi etnici, come i Musulmani, i Macedoni, e i Montenegrini, guadagnarono riconoscimento. Tuttavia, soprattutto all’inizio dell’era titoista, ogni minaccia alla politica di “unità e fratellanza” all’interno della nuova entità statale venne repressa con la forza, secondo l’idea che i nazionalismi etnici impedivano il corso all’ideologia socialista. Questa politica costò la vita, si stima, a circa 250.000 persone. Il regime di Tito cambiò lentamente rotta a partire dal 1948, dopo che Stalin espulse la Jugoslavia dal Cominform. Verso la fine degli anni Cinquanta la gente poteva godere di una discreta libertà di culto, e negli anni Sessanta toccò l’apice del benessere: il governo finanziò la costruzione di nuove infrastrutture, biblioteche, scuole, centri di assistenza sanitaria, nuovi poli universitari. Questi anni sono spesso ricordati come l’era gloriosa del regime, quando tutti avevano un lavoro, una casa, un’istruzione, e si poteva viaggiare liberamente nel resto del mondo. Inoltre, alle varie repubbliche della Federazione era concessa una discreta autonomia amministrativa.
Le cose cominciarono lentamente a peggiorare nel corso degli anni Settanta. Con i problemi economici, si ravvivarono sentimenti nazionalisti, soprattutto croati. La principale rivendicazione riguardava la composizione etnica della classe dirigente jugoslava: giudici, sindaci, direttori amministrativi, e ufficiali delle forze armate erano quasi tutti serbi. Nonostante questa smaccata predominanza numerica, e benché il governo centrale fosse a Belgrado, in Serbia cominciò a diffondersi il malcontento rispetto ad ogni concessione di autonomia territoriale. Fra i nazionalisti serbi e croati si riprese a parlare di una spartizione della Bosnia.

2.4. Gli anni Ottanta
Dopo la morte di Tito, avvenuta nel 1980, per diversi anni la situazione jugoslava sembrò stagnante. Ma il nazionalismo e il malcontento continuarono a crescere in Serbia, alimentati da un’élite politica corrotta e senza scrupoli, che iniziava a farsi strada nei ranghi del partito comunista. Il peggiorare della crisi in Kossovo, dove la maggioranza albanese cominciò a ribellarsi contro la dominazione serba, da un lato, e la propaganda anti-islamica dall’altro furono il carburante ideologico che, debitamente strumentalizzato, fomentò il nazionalismo serbo. Alla fine degli anni Ottanta l’inflazione crebbe vertiginosamente e si diffusero gli scioperi contro il governo centrale. Fu in questi anni che emerse un nuovo leader all’interno del Partito Comunista serbo: Slobodan Milošević.
Fra i primi provvedimenti adottati da Milošević ci fu l’abolizione dell’autonomia del Kossovo e della Vojvodina, ciò che generò un malcontento sempre maggiore. Ma il collasso della Jugoslavia ebbe il suo punto di svolta simbolico nell’estate del 1989 a Kossovo Polje. Davanti ad una folla di centinaia di migliaia di serbi, che si erano radunati per celebrare i seicento anni dalla battaglia che segnò la sconfitta dei Serbi da parte dei Turchi, Milošević tenne un discorso che segnò l’apice della fomentazione dell’odio etnico.
La leggenda di Kossovo Polje (ma le ricostruzioni storiche non lo confermano) racconta che dopo la vittoria i Turchi uccisero tutti i bambini serbi e violentarono le giovani donne, perché partorissero dei Turchi. Questa leggenda è sempre rimasta nella memoria storica dei serbi, ma venne ravvivata e rinforzata negli anni Ottanta, e durante la guerra si rivelò un potente generatore di sentimenti di vendetta nei confronti dei musulmani. Nei dieci anni precedenti la guerra, la Battaglia del Kossovo fu celebrata come una vittoria più che come una sconfitta, e nel 1989 le ossa del duca Lazar, caduto in quella battaglia, furono riesumate e portate in processione attraverso la Serbia . Questo è un buon esempio non solo del populismo su cui si basava il potere di Milošević, ma anche della decennale preparazione propagandistica della guerra da parte di una classe dominante serba senza scrupoli .
Infine, la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica stimolarono le richieste di maggiore autonomia da parte delle diverse Repubbliche jugoslave. Il governo centralista serbo tentò in tutti i modi di ostacolare la frammentazione ormai imminente.


2.5. La fine della Federazione Jugoslava
All’inizio degli anni Novanta le spinte indipendentiste crebbero di intensità, in Slovenia ma in misura ancora maggiore in Croazia, con la schiacciante vittoria del partito nazionalista croato (HDZ) e l’elezione di Franjo Tuđman nel 1990. Dal 27 giugno al 2 luglio dello stesso anno, in una dimostrazione di forza, l’esercito jugoslavo (il quarto d’Europa), attacca la Slovenia, ma vi rinuncia immediatamente. Nel frattempo, per contrastare il nazionalismo croato, i Serbi di Croazia si organizzano in un partito etnico, il Partito Democratico Serbo (SDS), il cui attivismo causa disordini sempre crescenti. I due estremismi nazionalisti si fomentano a vicenda, finché nel gennaio del 1991 l’SDS proclama la nascita della Regione Autonoma Serba delle Krajine, e nel luglio seguente Tuđman dichiara la secessione della Croazia dalla Federazione . È a questo punto che l’esercito Jugoslavo sferra un terribile attacco alla Croazia: la guerra comincia con la caduta di Vukovar nel novembre del 1991, e con le atrocità che l’accompagnarono.

2.6. La guerra in Bosnia
In Bosnia, la situazione rimase relativamente tranquilla fino al 1992. Quell’anno ebbe inizio la parte più sanguinosa del conflitto, che coincise con l’occupazione della Bosnia da parte dei serbi di Bosnia e da parte della Serbia. In questa fase, ebbero luogo le maggiori operazioni di pulizia etnica, le quali colpirono soprattutto la popolazione musulmana che abitava le zone ai confini con la Serbia. Queste persone vennero espulse dai loro villaggi e spinte verso l’interno, e da profughi raggiunsero i maggiori centri della Bosnia, nonché destinazioni estere.
Alla fine del 1992, più del 70% della Bosnia Erzegovina era occupato dalle forze serbe. Nel 1993, divenne chiaro che i bosniaci croati erano sotto il controllo di Tuđman. Sembra che in quell’anno Tuđman e Milošević abbiano raggiunto un accordo segreto per la spartizione della Bosnia Erzegovina, un piano che non teneva conto dei bosniaci musulmani: nella migliore delle ipotesi, essi avrebbero dovuto vivere come minoranze in Serbia o in Croazia.
L’embargo che fu imposto sui paesi della Ex Jugoslavia nel 1991 per i rifornimenti di armi si rivelò vantaggioso per i serbi, che disponevano dell’armata federale, ma fu letale per i musulmani. Mentre i croati avevano delle riserve, infatti, i musulmani non avevano né un esercito di qualsiasi tipo, né armi. Si trovarono così completamente indifesi e stretti in mezzo a due fuochi, quando nella primavera del 1993 i croati li attaccarono da Ovest, rompendo l’alleanza militare firmata un anno prima da Tuđman e Izetbegović, il leader dei bosniaci musulmani. Il 9 maggio 1993, l’esercito croato lanciò un attacco su Mostar, distruggendo lo storico ponte che da più di quattrocento anni collegava le due parti della città, quella croata e quella musulmana. L’assedio di Mostar durò undici mesi, cioè fino a quando la firma dell’accordo di Washington, nel marzo del 1994, pose formalmente fine al conflitto croato-musulmano. Da quel momento, alla popolazione bosniaca – ma non ai cittadini di Sarajevo - fu almeno possibile ricevere gli aiuti umanitari.
Il ruolo delle Nazioni Unite nel conflitto jugoslavo è quantomeno controverso. Nel 1992, dopo la visita a Sarajevo del presidente francese Mitterand, i bosniaci pensarono che la comunità internazionale non li avrebbe lasciati soli. Invece, in Bosnia fu mandata una forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) che aveva il compito di proteggere la via per gli aiuti umanitari, ma non poteva sparare neanche per difendersi. La neutralità di questa forza di protezione fu spesso vista come una sorta di indifferenza morale che si rifiutava di distinguere fra la vittima e l’aggressore. Furono stabilite delle “zone protette”, fra cui c’era anche quella di Srebrenica, che dovevano essere difese da UNPROFOR, ma questo non impedì il massacro dell’11 luglio 1995 . Le truppe dell’ONU si trovarono spesso in pericolo, e fu forse proprio la polemica sul loro ruolo a smuovere le acque.
L’intervento militare esterno avvenne solo dopo che aspre polemiche divisero le Nazioni Unite e la NATO, e dopo che gli Stati Uniti cominciarono a fare pressioni perché la guerra finisse. I bombardamenti NATO danneggiarono gravemente le vie di comunicazione e rifornimento dell’esercito jugoslavo, e le forze bosniache e croate riuscirono a guadagnare terreno, fino ad arrivare alle porte di Banja Luka, il principale avamposto serbo. Fu allora che i tre leader, Tuđman, Izetbegović e Milošević, furono chiamati dagli Stati Uniti a negoziare, nella base militare di Dayton, Ohio. Dopo settimane di estenuanti trattative, il 21 novembre 1995 si giunse alla firma dell’accordo che ancora oggi sancisce i confini della Bosnia Erzegovina.

2.7. La Bosnia oggi
Sono passati ormai quasi dieci anni dalla fine della guerra, ma i segni della devastazione sono ancora ben evidenti in Bosnia. Case sventrate e bruciate in campagna, palazzi segnati dai proiettili e fabbriche chiuse in città. Disoccupazione al 40%, corruzione diffusa e un governo che in genere viene considerato inesistente. A detta di molti, la presenza delle forze militari straniere è ancora necessaria.
Ciononostante, il processo di ricostruzione è in atto da qualche anno, e supporta soprattutto il rientro dei profughi nelle campagne che avevano abbandonato a causa della pulizia etnica. Un rientro difficile, ma affrontato da molti con coraggio e speranza: negli orti bosniaci accanto alla verdura ci sono sempre molti fiori dai colori sgargianti. Anche in città la gente ha voglia di voltare pagina e ricominciare, come si vedrà nel paragrafo seguente.

3. TUZLA

L’associazione che ci ha ospitate – Tuzlanska Amica – ha sede a Tuzla, nel nord est della Bosnia. Tuzla è una città di piccole dimensioni, con un centro storico circoscritto, ma molto curato, famosa nell’area dell’ex Jugoslavia per le sue saline.
La particolarità di Tuzla nel panorama bosniaco è data dal fatto che durante il conflitto i suoi abitanti hanno rifiutato le logiche di contrapposizione etnica e si sono mantenuti compatti, andando incontro all’isolamento della città, alla morte, alla fame ed al freddo uniti, come cittadini di Tuzla e non come musulmani, ortodossi, cattolici o ebrei. Questa opposizione al nazionalismo, riconducibile già all’epoca della II Guerra Mondiale, ha fatto sì che la città nei primi anni della guerra diventasse il punto di riferimento e quindi anche il luogo di ricovero di profughi e sfollati provenienti da tutto il nord della Bosnia Erzegovina. Tolleranza, multiculturalità e apertura sono in effetti il fiore all’occhiello di Tuzla, che non può vantare grandi bellezze artistiche, ma che si fregia appunto dell’ospitalità e del calore dei suoi abitanti, della loro prontezza a mettersi in gioco.
All’occhio del visitatore occasionale, questa diversità di Tuzla rispetto alle altre città bosniache non è evidente, pare si tratti ancora una volta di campanilismo, tanto più che l’eterno termine di paragone è ambizioso, ovvero sono gli abitanti di Sarajevo, indicati come molto tradizionalisti, ingabbiati nelle categorie religiose e poco aperti al nuovo. Tuttavia, anche uno sguardo superficiale non può non notare che Tuzla è sicuramente più laica di Sarajevo e meno ripiegata su se stessa.
Il piccolo centro storico della città è tristemente famoso per essere stato teatro della morte di 71 giovani il 25 maggio1995. Erano le otto di sera, era un giorno di festa perché alla radio era stata data notizia che la guerra era finalmente finita, il bar della piazzetta suonava la canzone “Zombie” dei Cranberries, quand’ecco che una granata ha fatto strage di tutti quei giovani -musulmani, ortodossi cattolici che fossero-felici di poter finalmente intravedere un futuro migliore. La scelta coraggiosa delle famiglie di questi ragazzi è stata di seppellirli tutti insieme, come insieme sono morti, su una verde collina ai margini del centro città, senza fanfare, con tombe tutte uguali e toni dimessi. Ora quel luogo è parte integrante di un parco pubblico frequentato da tutti, giovani e anziani, e sempre aperto.
Oggi Tuzla, come forse tutta la Bosnia, è la città delle contraddizioni, oscillante tra la memoria del passato, tanti attualissimi problemi da affrontare e una disperata vitalità. Il centro storico è scintillante di negozi nuovi, bar e ristoranti sempre pieni, alle 19.30 di ogni sera, puntualissimo, comincia il passeggio dei giovani per le vie della zona pedonale e a malapena si riesce a camminare facendosi largo in un tripudio di minigonne, tacchi alti, muscoli, decolleté prosperosi, dopobarba maschili, capigliature biondo platino, abiti, se non eleganti, per lo meno decisamente alla moda. Eppure, il tasso di disoccupazione in Bosnia è molto alto , i due bei centri commerciali di Tuzla, delle catene Omega e Mercator, sono sempre pressoché vuoti, nonostante siano ben forniti di merce di marche prestigiose provenienti da tutto il mondo. Sarà forse per i prezzi assolutamente in linea con quelli dell’Unione Europea, mentre invece, i prezzi del mercato e dei negozietti bosniaci agli angoli di strada sono molto più bassi? Al mercato sì, c’è gente, e si trova di tutto. In Europa i piccoli commercianti falliscono per la durissima concorrenza della grande distribuzione che spunta prezzi più bassi dai produttori, in Bosnia, dove in generale il costo della vita è più basso che nella UE, invece sembra essere in atto una tendenza contraria, il supermercato è una cosa da ricchi e fa molto status symbol, mentre invece le piccole spese di tutti giorni si fanno sulle più convenienti bancarelle di strada .
In generale, gran parte dei giovani di Tuzla sembra vivere ampiamente al di sopra delle sue possibilità. Questa esasperata cura dell’apparenza- tra abbigliamento capelli prodotti per il corpo e accessori – è piuttosto dispendiosa e non si capisce come possa essere sostenibile da parte di persone che – quando hanno un lavoro - vivono in due o in tre con uno stipendio di 250 Euro al mese. I conti, per noi che abbiamo provato a fare alcuni calcoli, non tornano. Esiste evidentemente un’economia sommersa di scambi, favori tra le persone, aiuti non molto trasparenti, che permette alla gran parte dei giovani di avere un aspetto molto “tecno”, nonostante la loro vita sia ai limiti della povertà.
Del resto, come non è chiaro in che maniera vivano gli abitanti di Tuzla, alla stessa maniera non è dato sapere il reale numero dei residenti in città e nelle zone limitrofe. L’ultimo censimento ufficiale jugoslavo, avvenuto nel 1991, indicava circa 100.000 residenti. In seguito ai flussi dei cosiddetti internally displaced people (IDP) confluiti a Tuzla durante la guerra il numero di abitanti della città è notevolmente aumentato, pare fino alle 130.000 persone circa, parte delle quali ora è rientrata nei luoghi d’origine, parte è ancora ferma a Tuzla. A parte i centri commerciali proliferati di recente infatti, a nove anni dalla fine del conflitto, a Tuzla esistono ancora una decina di campi profughi che, non essendo immediatamente visibili ed essendo costituiti da decenti casette prefabbricate (e non le orride tendopoli che tanto sanno di Africa) non urtano la sensibilità di nessuno e vengono sempre più ignorati.
Irfanka Pašagić, la responsabile del centro che ci ha ospitato, chiama i campi profughi “the waiting room”, ovvero la sala d’aspetto. Si aspetta di ritornare a casa, di avere i soldi per ricostruire la propria abitazione distrutta durante la guerra, si aspetta di vedere il certificato di morte di un proprio caro disperso (in genere marito o padre) per poter ereditare la proprietà di famiglia e rientrarne in possesso…. Si aspetta. Da nove anni.
Uno dei grandi problemi delle fosse comuni e del riconoscimento dei morti è appunto di ordine burocratico-amministrativo, considerato che tante case in ogni parte della Bosnia Erzegovina risultano essere intestate a persone scomparse durante il conflitto e presumibilmente finite nelle fosse comuni. I famigliari rimasti in vita, oltre al dolore della perdita, devono sorbirsi anche la beffa di non avere alcun diritto legale sulle proprietà della famiglia, fin tanto che non viene riesumato e riconosciuto il cadavere dell’intestatario della proprietà .
Tutti questi aspetti fanno di Tuzla a nostro avviso un posto strano e appunto contraddittorio, un po’ schizofrenico. Una città bruttina che si vanta del suo essere rimasta compatta durante la guerra (e che quindi tiene molto alla memoria in alcune circostanze) e che invece nella quotidianità la guerra vorrebbe dimenticarla in fretta. Per strada, girando in macchina sui viali attorno al centro oppure camminando a piedi, regnano la fretta e la maleducazione. Sgommate a 100 chilometri all’ora, clacson, incidenti stradali agli incroci, spintoni, tentativi di guadagnare posizioni quando si è in fila sono all’ordine del giorno. E se per disgrazia capita di prendere una multa per divieto di sosta, come è successo a noi, ci si appella a tutte le possibili conoscenze in polizia o in tribunale per non pagare, facendo valere grandi minacce. Del resto, la maggior parte dei piccoli crimini vengono commessi da bande di adolescenti o comunque da minorenni (che non rischiano il carcere, visto che l’istituto del carcere minorile non è previsto dal sistema giudiziario bosniaco) ben noti alle forze dell’ordine. Si sanno nomi e cognomi, eppure non succede nulla.
Tuzla per essere stata il bacino di raccolta di moltissimi sfollati provenienti dai villaggi lungo la linea del fronte è anche la sede delle principali organizzazioni internazionali e ong straniere e bosniache attive sul territorio del nord- est della Bosnia, che fu teatro della pulizia etnica e che oggi si può identificare con la Republika Srpska.
Tra le altre associazioni, una delle più ostinate e battagliere è l’”Associazione donne di Srebrenica”- “Zene Srebrenice”. Nonostante sia piuttosto nota a livello internazionale, soprattutto grazie al film “11 Settembre 2001”, questa associazione paradossalmente è quasi sconosciuta agli abitanti di Tuzla. L’undici di ogni mese, in memoria del massacro compiuto l’11 luglio 1995 a Srebrenica, Zene Srebrenice si fa promotrice di una piccola silenziosa manifestazione tra le vie del centro storico di Tuzla. Abbiamo avuto modo di assistere alla manifestazione dell’11 agosto 2004 e di conoscere alcune componenti del direttivo dell’associazione. Donne coraggiose e volitive che nel 1995 hanno perso mariti, figli, fratelli, genitori e che ora si battono per la giustizia e per la memoria, sempre in prima linea davanti all’orrore. Collaborano attivamente con il Tribunale Penale Internazionale per la Ex Jugoslavia, e chiedono una giustizia che porti in galera tutti coloro che hanno commesso dei crimini, dalle menti del genocidio ai vicini di casa che vi hanno partecipato marginalmente e chiedono di avere delle tombe su cui piangere, perché “fin tanto che non viene seppellito un cadavere non è possibile elaborare un lutto” .
La manifestazione si snoda lenta e silenziosa, con le sue caratteristiche strisce di bandiere colorate, recanti i nomi e la data di nascita di uomini morti ricamati con fili sgargianti ( più di quattromila sono le bandiere custodite nella sede dell’associazione e usate a rotazione durante le manifestazioni- è evidente che sono ben più i morti dei temerari sopravvissuti che portano in giro quelle bandiere…). Tutto questo in mezzo ad una Tuzla riverente, ma imbarazzata o forse addirittura indifferente, come se fosse estranea a questo grande dolore. L’ennesimo paradosso di questa città contraddittoria.

4. LA STRUTTURA DELLA FAMIGLIA

A seguito dei gravissimi fatti avvenuti durante il conflitto degli anni ‘90, la struttura di molte, se non della maggior parte delle famiglie di Bosnia, è stata stravolta.
Il nucleo famigliare tradizionale composto da padre, madre e figli, eventualmente allargato anche a nonni coabitanti, infatti non rappresenta più l’unico modello di convivenza parentale in Bosnia ed è ora affiancato da una costellazione di legami affettivi ed abitativi piuttosto varia.
Sempre più spesso si incontrano infatti nuclei famigliari che hanno come capofamiglia una donna: madri vedove o separate, a volte ragazze non sposate con figli propri o di qualche sorella non più in vita, in molti casi, in assenza di entrambi i genitori, ci sono bambini che vivono e vengono allevati da una nonna, che diventa al contempo sia madre che capofamiglia. Inoltre è bene ricordare che la guerra ha lasciato un grande numero di orfani che non sempre sono stati inseriti nella famiglia allargata e allevati quindi da zie o nonne. La maggior parte di questi ragazzi è cresciuta in istituti vari ed orfanotrofi che hanno tentato di ricostruire il modello della famiglia e ora, raggiunta la maggiore età, si vedono costretti a lasciare l’orfanotrofio e risolvere il problema di dove vivere. La soluzione più comune è di dividere un appartamento con qualche amico o affittare una stanza presso una famiglia, scelte possibili però soltanto per chi dispone di un lavoro ed ha quindi entrate sicure e regolari.
C’è tuttora, anche un grande numero di bambini o addirittura neonati abbandonati che vanno a riempire i letti degli orfanotrofi. Si tratta di bambini che non necessariamente hanno perso entrambi i genitori, ma che spesso vengono lasciati agli istituti a causa della forte incidenza di problemi psichici negli adulti che hanno vissuto gli anni del conflitto. Una delle manifestazioni del trauma collettivo è appunto questa, il fatto che tante persone adulte- in particolare tante madri- non siano più in grado di occuparsi né di se stesse né dei loro figli. Le ferite sono profondissime visto che la maggior parte di queste persone si sottraggono a qualsiasi forma di terapia, conducono una vita apparentemente normale, ma covano dei disturbi psichiatrici che si manifestano soltanto tra le mura domestiche.
Questa situazione così variegata rappresenta una frattura, una linea di conflitto per la società bosniaca tradizionalmente patriarcale. Il maschio di fronte alle tante capofamiglia di sesso femminile e a fronte dei suoi stessi gravissimi traumi di guerra risulta essere sempre più in una posizione di debolezza, che potenzialmente può avere molte conseguenze sul piano sociale (educazione dei figli, etc) .
La società bosniaca sembra essere una società maschilista impazzita o per lo meno profondamente in crisi. Se infatti da un lato la cultura del macho è imperante e le stesse ragazze giovani accettano di fatto di giocarsi il rapporto tra i sessi quasi esclusivamente sulla seduzione e non su altri piani, dall’altro è evidente, in particolar modo nelle campagne, che i reduci della guerra per vari motivi hanno perso il loro ruolo chiave e sono ben lontani dall’avere il controllo su ciò che avviene in famiglia. Tanto per cominciare questi uomini non sono stati in grado di difendere le loro donne durante il conflitto, onta gravissima per una società molto maschilista in cui le donne sono considerate quasi proprietà del maschio, con conseguente profonda perdita di riconoscimento sociale e autostima. Inoltre al momento molti uomini non sono in grado di provvedere al sostentamento delle loro famiglie, in quanto disoccupati e questo non fa che peggiorare la loro posizione.
Forse anche il fatto che le organizzazioni internazionali spesso scelgano le donne come referenti non accresce l’autostima maschile . Infatti sono prevalentemente le donne ad incassare i soldi degli aiuti ed a decidere come spenderli, perché forniscono più garanzie di serietà e sono loro ad occuparsi direttamente del sostentamento e dell’educazione dei figli.
Tra l’altro in questo contesto è significativo anche il fatto che non esista al momento attuale un progetto sistematico di sostegno psicologico ai reduci di guerra. Coloro che, in qualche maniera, stanno curando i loro traumi lo fanno a titolo assolutamente personale, perché conoscono lo strumento della psicoterapia ed hanno la fortuna di potersela permettere o di aver conosciuto per caso uno dei pochi psicologi e psichiatri attivi nel paese.


5. L’ATTIVITA’ DI TUZLANSKA AMICA

Tuzlanska Amica è una organizzazione non governativa bosniaca nata dall’impegno di un gruppo di donne, principalmente medici, psicologi e psichiatri, che già durante la guerra hanno incominciato ad occuparsi dei traumi delle donne e dei bambini giunti a Tuzla come sfollati.
Nel corso degli anni, anche avvalendosi del sostegno di ONG e varie associazioni italiane, tedesche e svizzere, Tuzlanska Amica si è allargata sempre più ed alla prima attività di sostegno psicologico a donne dei campi profughi vittime di violenze (all’interno dell’associazione era attivo tra l’altro anche un ambulatorio ginecologico) ha affiancato un impegno sempre maggiore per l’infanzia. Sono stati avviati alcuni progetti di adozione a distanza con partner italiani, tra cui “Adottando” di Bologna e “Macondo3” di La Spezia e si è poi curata sempre più l’organizzazione di momenti di animazione per bambini.
I progetti di adozione a distanza sono intesi come strumento per sostenere i bambini e le loro famiglie in generale, fornendo non solo un aiuto materiale, ma anche e forse soprattutto affetto, contatti regolari, apertura e disponibilità ad incontrarsi. I bambini coinvolti nei progetti vengono selezionati dall’associazione secondo criteri di maggiore o minore bisogno e provengono principalmente dalle campagne circostanti Tuzla, nonché dall’intera zona del Podrinje, area di provenienza della maggior parte degli sfollati , dal campo profughi di Mihatovici presso Tuzla e dall’orfanotrofio municipale di Tuzla.
I donatori vengono incoraggiati ad andare a trovare i bambini in Bosnia, conoscere le loro famiglie e vedere le loro reali condizioni di vita. L’associazione si impegna a fornire aggiornamenti regolari sulla situazione dei ragazzi e delle famiglie, puntuale traduzione di tutta la corrispondenza, accompagnamento, assistenza di vario genere e interpretariato in caso di visite a Tuzla. Tutto questo fa sì che sia possibile coltivare una relazione interpersonale diretta tra donatori e beneficiari dei progetti. La chiave del particolare lavoro di Tuzlanska Amica sta proprio in questo, ovvero nella radicata convinzione che il mero aiuto materiale sia da relegare in secondo piano, a favore di una maggiore centralità degli aspetti emozionali nella relazione. Nell’esperienza dell’associazione è’infatti proprio lo spiraglio di speranza, la visione di un futuro migliore potenzialmente trasmessa dall’affetto di qualcuno anche a migliaia di chilometri di distanza a riattivare le risorse di molti ragazzi, molto più che un magari succoso sostegno economico.
Nonostante lo scetticismo iniziale, (soprattutto relativo all’opportunità di far trascorrere vacanze estive in Italia ai ragazzini bosniaci per poi farli ritornare ai loro problemi in Bosnia, con il miraggio di benessere allegria e cellulari per tutti) abbiamo potuto vedere con i nostri occhi che il metodo funziona, che la sfera emozionale di ragazzi traumatizzati dalla guerra, apparentemente indifferenti a tutto, scontrosi e chiusi in se stessi, può sbloccarsi magari anche attraverso una vacanza in Italia, presso persone disponibili ad un contatto vero.
Tale rapporto quasi terapeutico tra ragazzi bosniaci e donatori stranieri è reso possibile dalla costanza con cui Tuzlanska Amica cura la conoscenza del territorio compreso tra Tuzla, il confine di stato con la Croazia a nord e il fiume Drina ad est. Le due jeep dell’associazione sono sempre in movimento per visitare tutte le famiglie coinvolte nei progetti (sono circa 800 le famiglie beneficiate) almeno una volta ogni due mesi, se non tutti i mesi, anche quelle residenti nelle campagne più remote, a magari più di cento km di distanza da Tuzla. Le operatrici specializzate dell’associazione, perché in tutti i casi di donne si tratta , conoscono personalmente i membri delle famiglie e dispongono di schede su cui di volta in volta registrano tutte le informazioni utili.
Queste visite hanno varie funzioni: da un lato, attraverso osservazione e domande mirate, permettono di rilevare i veri bisogni delle famiglie, dall’altro diventano strumento di verifica sull’utilizzo degli aiuti e sulla veridicità delle informazioni trasmesse dalla famiglia. Inoltre hanno la fondamentale funzione di stabilire legami tra persone, favorire il dialogo e creare fiducia, ottimizzando cosi l’utilizzo delle risorse messe a disposizione dai progetti.
Un significato particolare assumono poi le visite quando sono presenti anche i donatori italiani venuti a trovare i bambini bosniaci. La visita si allunga, l’occasione diventa una festa, un momento per parlare direttamente attraverso l’interprete, per racconti, caffè, dolci, scambi di fotografie.
Un’ulteriore aspetto dell’attività di Tuzlanska Amica è poi dato dai momenti di animazione per bambini e adolescenti. In vari momenti dell’anno, ma con una maggiore concentrazione in estate, vengono organizzati corsi di lingue, prove di danza moderna, seminari di computer, giochi vari, workshop di disegno etc. nella maggior parte dei casi con l’aiuto di volontari o stagisti provenienti dall’estero. Queste sono nello specifico anche le attività che nell’estate 2004 abbiamo gestito noi e di cui parleremo più dettagliatamente nel prossimo capitolo.
Un vero evento di ogni estate da ormai sette anni è lo spettacolo di circo organizzato in collaborazione con un gruppo di volontari provenienti dalla Germania che dedicano le loro ferie estive alle attività con i bambini in Bosnia. Per quattro giorni la sede e il giardino dell’associazione vengono invasi da un centinaio di bambini del vicinato, del campo profughi e dell’orfanotrofio, che provano una serie di numeri da circo sotto la supervisione del team tedesco. All’ultimo giorno, spettacolo sotto il tendone, per la gioia di piccoli e adulti del vicinato.
Animazione per i giovani significa poi anche organizzazione di soggiorni di vacanza in Italia, a Cesenatico e Bagnolo in Emilia Romagna, ed a Neum, unica località di mare della Bosnia Erzegovina, in quella striscia di pochi chilometri che separa Dubrovnik dal resto della Croazia. I bambini e ragazzi dei progetti partono in pullman, con accompagnatori ed eventuali interpreti ed hanno la possibilità di fare una vacanza completamente spesati, con il fondamentale sostegno finanziario delle associazioni partner italiane.

6. UN’ESPERIENZA DI STAGE

Proseguendo nel nostro percorso dal generale al particolare, in questa sezione parleremo della nostra esperienza di stage presso Tuzlanska Amica. Siamo arrivate a Tuzla sotto una pioggia torrenziale la sera del 27 luglio, per ripartire sotto il sole la mattina del 31 agosto 2004. Ad accoglierci abbiamo trovato gran parte dello staff dell’associazione, nonché un visitatore italiano, venuto a trovare alcuni bambini presi in affido a distanza tramite i progetti di Amica. Senza saperlo, siamo così subito entrate nel vivo della nostra esperienza, che ci avrebbe riservato giornate piene di contatti umani con persone bosniache e italiane, legate dal comune coinvolgimento nei progetti di adozione a distanza.
Ma naturalmente lo stage non è stato solo questo. Dopo una settimana in cui abbiamo seguito staff bosniaco e “donatori” italiani nelle giornate di visita sul territorio, con la precisa finalità di renderci conto il più possibile dell’ambiente che ci circondava, sono incominciate le nostre attività di insegnamento e animazione con i “bambini”. Abbiamo deciso di proporre delle lezioni di italiano e inglese, in cui ogni sessione si concludesse con mezz’ora di informatica. Considerando anche le propensioni manifestate dai futuri alunni, poi, abbiamo proposto anche delle sessioni in cui i ragazzi potessero usare liberamente il computer, sotto la nostra supervisione. Dopo aver diviso i ragazzi in gruppi in base all’età (i “piccoli”, fino agli 11 anni, e i “grandi” dai 12 anni in su, dove l’età minima si è rivelata di 7 anni, e quella massima 18), abbiamo deciso che ogni gruppo si sarebbe trovato due volte a settimana. Ognuna di noi aveva tre gruppi diversi, più un gruppo in comune con l’altra: facevamo quindi lezione quattro giorni alla settimana. Nel giorno lavorativo che rimaneva “aperto”, avremmo seguito e aiutato le due équipe mobili di Tuzlanska Amica sul territorio.
Due dei tre gruppi che ognuna di noi ha seguito erano composta da ragazzi e ragazze del vicinato, mentre il terzo era costituito da bambini e adolescenti che provenivano da uno dei campi profughi che si trovano alle porte di Tuzla, quello di Mihatovići (foto).

6.1. I “bambini” di Irfanka
Dal momento in cui siamo arrivate, ad Amica si sono aperte le iscrizioni ai nostri corsi di italiano, inglese e computer. Ben presto abbiamo notato che i “bambini” interessati alle nostre attività in realtà erano per la maggior parte adolescenti. Prese dallo stupore, perché Irfanka ci aveva parlato sempre e solo di “bambini”, le abbiamo chiesto dei ragguagli in proposito. Con il tono grave dello psichiatra, Irfanka ci ha spiegato che a causa delle situazioni in cui vivono, i ragazzi con cui avremmo avuto a che fare avevano uno sviluppo psicologico diverso e in un certo senso più lento rispetto ai loro coetanei più privilegiati.
Nel giro di una settimana, abbiamo toccato con mano questa verità, e ne abbiamo scoperto da sole le varie facce, contraddittorie, affascinanti e rivelatrici, secondo noi, di un profondo disagio personale e sociale. Quasi tutti i ragazzi che hanno partecipato alle nostre attività avevano subito dei lutti famigliari, e molti erano orfani di almeno un genitore. Anche se spesso l’abbigliamento era impeccabile, sappiamo che nella maggior parte dei casi le famiglie di questi ragazzi soffrivano per via della disoccupazione. I ragazzi che venivano dal campo profughi vi risiedono da dieci anni: praticamente da sempre. Raramente hanno contatto con la realtà esterna al campo profughi, e questo si manifesta in una grande timidezza ogni qual volta sia presente qualche estraneo, in una grande timidezza e chiusura verso gli altri ragazzi.
In generale, le bambine erano quelle che dimostravano di più, anche fisicamente, il bisogno di affetto, mentre i bambini manifestavano l’esigenza di ricevere attenzioni mostrandosi indisciplinati. Sia i bambini che le bambine (gli adolescenti molto meno) volevano rimanere ad Amica anche dopo la fine delle lezioni, evidentemente per avere compagnia e un posto dove stare bene.
Ma è stato il comportamento degli adolescenti a stupirci di più. In generale, si può dire che tutti, in un modo o nell’altro, cercassero di apparire più grandi della loro età. Le ragazze, che avevano dai dodici ai quindici anni, esibivano abbigliamenti da “signorine”, talvolta anche molto provocanti. Quando ne avevano l’occasione, si lanciavano in balli degni di un video musicale, imitando le pop star del momento anche nei movimenti più sensuali. A lezione, invece, ci tenevano a dimostrarsi attente, silenziose e coscienziose. Per parte loro, i ragazzi tendevano ad ostentare verso noi “insegnanti” un atteggiamento “da duri”, mentre cercavano di coinvolgere i compagni con scherzi o battute. I più erano appassionati di break dance, rap e graffiti.
Si potrebbe obiettare che questi comportamenti sono diffusi anche fra gli adolescenti di casa nostra. Certo, è possibile. Ma la sorpresa è arrivata quando ci siamo rese conto che a tutti questi ragazzi in fondo piaceva molto giocare con noi, anche se proponevamo attività di tipo più infantile, come per esempio colorare i maccheroni crudi per farci collanine o cartelloni con collage variopinti, fare stampini con le patate, fare dei puzzle ritagliando forme geometriche e poi ricomponendole, colorare dei disegni in bianco e nero, giocare a memory o a un banale gioco di carte. Nessuno si preoccupava di nascondere l’entusiasmo per queste attività che noi all’inizio avevamo proposto con qualche esitazione, perché ci sembravano troppo “da piccoli”.

6.2. Le giornate sul territorio
Come abbiamo già detto, nell’organizzare il nostro stage abbiamo pianificato un giorno libero dai corsi per poter partecipare anche alle normali attività di Tuzlanska Amica. In queste giornate, abbiamo seguito l’équipe mobile dell’associazione nei viaggi sul territorio, ovvero nelle campagne della Republika Srpska a est di Tuzla. Questi sono i luoghi che hanno subito le più feroci ondate di pulizia etnica e distruzione. I segni di tutto ciò sono ancora ben evidenti, nonostante i profughi stiano lentamente rientrando e ricostruendo le proprie case distrutte.
Lo scopo della nostra partecipazione non era tanto quello di aiutare gli operatori nel loro lavoro, che sanno svolgere egregiamente da soli. Piuttosto, queste giornate ci hanno permesso di osservare da vicino e con una certa intensità uno spaccato di vita bosniaca campagnola a cui altrimenti non avremmo avuto accesso. Questo per noi è stato determinante, perché in questo modo sentiamo di essere entrate davvero in contatto con una realtà decisamente diversa da quella di Tuzla, ma altrettanto importante.
Soprattutto, quando sentiamo parlare del “ritorno” dei profughi alle loro proprietà, adesso abbiamo in mente immagini precise, e possiamo comprendere meglio in che senso questo rientro sia problematico. Anche se il paesaggio naturale è decisamente bello e armonioso, sappiamo che quei campi sono spesso pieni di mine antiuomo. Sappiamo che in quei luoghi si scoprono continuamente nuove fosse comuni. Capiamo che per una famiglia è difficile tornare se non tornano anche le altre famiglie, perché c’è bisogno di sostegno anche morale per vivere in posti dove si sono subite violenze e dove le case nuove crescono lentamente accanto a quelle sventrate.


7. RIFLESSIONI PERSONALI
di Elisa Grazzi

Il paragrafo dedicato alle impressioni personali, alle emozioni positive e negative, dovrebbe essere il più facile da scrivere, il più scorrevole…. E invece mi sembra tutto ancora così confuso, così vicino e allo stesso tempo così lontano, che non so da che parte cominciare. E questo è appunto quello che dico agli amici quando mi chiedono di raccontare della Bosnia: non so da che parte cominciare. Poi molto spesso cambio discorso, forse per il timore di vedere sulla faccia del mio interlocutore un’espressione che mi riveli che l’immagine che ho dato non è quella “giusta”. Perché ogni idea è parziale, ogni impressione mi sembra riduttiva quando la metto in parole… perché la Bosnia onestamente mi è sembrata tutto e il contrario di tutto.
Ho incontrato giovani scontrosi che non ho mai visto sorridere, e persone che emanavano una calore umano commovente, di fronte anche ad una sconosciuta come me. Siamo stati invitati a prendere il caffè in case appena ricostruite, in cui abitavano miei coetanei sposati con figli, profughi rientrati che vivevano dell’orto e di qualche capra, e che si sono sentiti in dovere di giustificare la presenza di un fucile alla parete senza che nessuno avesse fatto domande in proposito.
Ho visto enormi cartelloni pubblicitari con allusioni sessuali decisamente imbarazzanti, e donne coperte da capo a piedi. Sentivamo l’invito alla preghiera del muezzin, alle dieci di sera, mentre eravamo nel mezzo dello show dei corpi nel centro di Tuzla.
Ho visto adolescenti guardare tutti con aria di vissuta superiorità prima di esibirsi in numeri mozzafiato di breakdance, per essere applauditi e osannati da decine di bambini, loro compagni in orfanotrofio. Ancora, non la finivo mai di stupirmi nel vedere questi ragazzini dagli occhi chiari e dalla pelle bianchissima, di nome Muamer, Zahid, Adnan, Šeherazda o Jasmina, ballare al ritmo e ai suoni arabi della compilation “Arabian gold”, per poi fermarsi e dirmi che i loro cantanti preferiti sono Eminem, Pink o Shakira.
Ho osservato militari americani in licenza, seduti al ristorante più simile ad un fast food, fare l’elemosina a una bambina zingara che poi non riuscivano più a togliersi di dosso; li ho visti ordinare in inglese e sempre in inglese rimandare indietro una bistecca poco cotta, li ho sentiti parlare di cose quotidianamente americane e scambiare qualche frase con un loro collega in divisa e armato, entrato a comprarsi una coca cola.
Sono stata presa in giro e osteggiata, con modi anche piuttosto forti e sbrigativi, nella mia intenzione di pagare una multa per divieto di sosta. L’ho poi pagata, di fronte a un poliziotto tetro e aggressivo, che per spillarmi dei soldi mi voleva far credere che sarei dovuta andare in tribunale, essendo io in ritardo nel pagamento.
Ho ascoltato con grande dispiacere le donne di Srebrenica lamentarsi di Carla Del Ponte e del Tribunale dell’Aja, perché aveva dimezzato la pena ad alcuni colpevoli che avevano fornito informazioni chiave su dove trovare nuove fosse comuni. Ho sentito l’odore dei quattromila cadaveri chiusi nelle celle frigorifere del centro funerario di Tuzla, in attesa di essere identificati e sepolti a Potocari, mentre mi recavo presso la sede dell’Ufficio per i diritti umani o presso una cooperativa di donne che fanno tappeti. Ho visto al cimitero di Sarajevo moltitudini di lapidi nuove, vicino ad altre più vecchie con la scritta in tedesco; lapidi con la mezzaluna, con la croce ortodossa e la scritta in cirillico, con la croce cattolica o con la stella atea del periodo titoista, l’una di fianco all’altra.
Potrei continuare così per ore. Ma preferisco fermarmi e tentare qualche riflessione su quanto ho appena scritto.

7.1. Comportamenti
I giovani scontrosi che ho incontrato partecipavano alle attività da noi proposte, e provengono dal campo profughi di Mihatovici. Ho saputo in seguito che uno di loro, oltre ad avere altri problemi in famiglia, è orfano di padre. A giudicare dai muscoli che ha, si direbbe che è abituato a fare lavori fisici. Non mi stupirei se avesse la responsabilità di mandare in qualche modo avanti la casa, anche se ha solo quindici anni. Come gli altri di Mihatovici, è entrato nel campo profughi dieci anni fa, quando ne aveva cinque, e raramente ne esce, perché lì vive, va a scuola, frequenta gli amici, che sono profughi come lui. Sono venuta a conoscenza di alcune storie personali di questi ragazzi per mezzo dei racconti di Irfanka, ma ci sono molte cose che ho potuto osservare da sola. Per esempio: quando sono in presenza di altri, soprattutto se sono ragazzi della loro età, quelli del campo profughi si stringono in un gruppo isolato. Sembra addirittura che temano i loro coetanei. Mentre quando erano soli con me non esitavano a chiedermi aranciata e biscotti, se capitava che fossimo fuori dall’aula, in uno spazio aperto anche ad altre persone, non mangiavano e non bevevano niente per ore, rifiutando le mie offerte di cibo o acqua. Alcuni di loro volevano tornare a Mihatovici immediatamente, appena finita la lezione, anche se io chiedevo che rimanessero più a lungo per attività anche divertenti, come fare a gavettoni o assistere allo spettacolo del circo. Se gli si chiede che cosa gli piace o non gli piace, alcuni non sanno o non vogliono rispondere. Per non parlare di quando ho chiesto che cosa vorrebbero fare da grandi.
Tutto ciò mi dice che questi ragazzi soffrono, molto spesso senza neanche capire che cosa esattamente li fa stare male. Quel che mi pare chiaro, è che la situazione del campo profughi come ghetto e decennale sala d’aspetto non può non nuocere a questi giovani, che fanno fatica a pensare ad un qualsivoglia futuro. Lo si vede anche nella scarsa cura con cui trattano molto spesso gli oggetti, come per esempio i computer comuni, non pensando a conservarli funzionanti per il giorno o la settimana dopo.
Di calore umano ne ho ricevuto tanto, da tante persone. Ma quando ho scritto quella frase qui sopra stavo pensando ad una persona in particolare. Abbiamo avuto occasione di conoscere abbastanza bene questo signore fra i cinquanta e i sessant’anni, sempre sorridente e con una gran voglia di comunicare, anche se parlava solo il bosniaco e noi non ne sapevamo quasi niente. Da altri, abbiamo appreso che era originario delle campagne vicino a Srebrenica, e che quando i cetnici si misero a rastrellare tutti gli abitanti di Srebrenica e dintorni, separando le donne dagli uomini, con l’idea di mandare via le une e uccidere gli altri, lui riuscì a scappare e camminò da solo attraverso i boschi per una settimana, con la paura di essere preso o saltare su qualche mina. Fu così che arrivò a Tuzla, il posto dove ora vive.
Da lui ho imparato che anche un viso sereno e conciliante può nascondere un vissuto terribilmente traumatico. Come ho imparato in altre circostanze che anche uomini grandi e grossi possono avere paura a fermare la macchina in un certo villaggio all’apparenza del tutto innocuo. Il trauma generalizzato produce spesso comportamenti e situazioni che agli esterni possono sembrare assurdi. Ma ho sentito che avrei fatto una violenza comunicando questa mia sensazione di assurdità, senza prima ascoltare a lungo quanto tutto ciò che mi circondava aveva da dirmi.

7.2. Religione: u n Islam “particolare”
Mi rendo conto che parlare di un Islam particolare significa presupporre che ne esista uno standard. Il che è pretenzioso e approssimativo. Eppure, con le mie poche conoscenze riguardo a questa religione e ai luoghi in cui viene praticata, in Bosnia ho pensato che i principi sauditi che a detta di molti finanziavano le nuovissime moschee avrebbero avuto di che scandalizzarsi. Mi riferisco soprattutto al corpo femminile messo in bella mostra. Ma ci sono anche altre cose, come il fatto che la grappa alla prugna, la famosa šlivovica, è un prodotto locale estremamente diffuso. Oppure il fatto che ho sentito più critiche che commenti positivi riguardo alle donne velate. Direi anche che la maggior parte della gente di Tuzla non frequenta la moschea, più o meno come succede in Italia con il cattolicesimo, benché ci abbiano detto che l’Islam è più praticato oggi di quanto lo fosse prima della guerra.
Perciò, quando leggo che prima della guerra la propaganda della classe dirigente serba parlava di minaccia islamica e di preparativi per la jihad, non so se ridere o piangere. E, per semplici ragioni di buonsenso anche se so che si può sempre sbagliarsi, è con estrema incredulità che ripenso a quel servizio mandato in onda da Report la scorsa primavera, su un centro di addestramento per terroristi islamici attivo da qualche parte in Bosnia.
Penso che l’impressione di particolarità di cui parlavo sia data anche dallo stupore quasi inconscio e un po’ provinciale dato dal vedere moschee, mezzelune e scritte arabe in un posto popolato da gente fisicamente molto simile a noi, con dei lineamenti che tutt’al più tenderemmo a definire “slavi” (per quanto nebuloso sia questo concetto). Rileggendole ora e ricordando la curiosità che avevano suscitato in me qualche mese fa, queste parole di Sofri mi fanno vibrare qualcosa dentro: “L’odio accanito che i razzisti serbi e croati riservano ai bosniaci (diverso da quello che nutrono gli uni per gli altri, dedito alla mutua sopraffazione) è la conferma di una legge dei razzismi profondi: che il loro furore non è acceso dalla differenza ma dalla somiglianza. Non da una diversità troppo radicale – un altro colore della pelle, un costume – ma da una somiglianza così stretta da insinuare una frustrazione e un’invidia impaurita. Al bosniaco dal nome musulmano non si può neanche inventare un naso adunco, né un suo libro sacro in cui esiliarsi – il Corano non lo è. (…) È un musulmano più diverso dai musulmani dei paesi dell’Islam che dai cristiani e dagli ebrei della sua terra e dell’Europa” .

7.3. Militari stranieri
Le persone per così dire più “illuminate” con cui abbiamo parlato sostengono che la presenza delle forze militari straniere in Bosnia sia ancora necessaria. Girando per il centro di Tuzla, guardavamo sempre con attenzione le divise dei militari che incontravamo, per vedere quale stemma portassero sul braccio. Molti erano americani, molti altri facevano parte della forza di polizia europea.
Più che interrogarmi sull’opportunità o meno della loro presenza qui, però, ho cercato di osservare il loro comportamento nell’interazione con la gente del posto. Ho trovato arroganti alcuni atteggiamenti, mentre alcuni altri mi sono sembrati molto umani. Ho pensato che la percezione dei bosniaci di questi militari poteva basarsi tanto sul loro ruolo, quanto sul modo in cui le persone stesse di volta in volta interpretavano questo ruolo. Ho avuto conferma che è totalmente diverso girare armati e in divisa, o girare in borghese.

7.4. Corruzione
Dalla quantità di reazioni stupite e quasi infastidite che la mia volontà di pagare una multa ha suscitato, ho capito che la fiducia nelle istituzioni è quasi assente in Bosnia, o per lo meno nella parte di Bosnia in cui ho vissuto. Mi sono posta molti interrogativi in proposito, anche perché la persona che era con me ha sottolineato più e più volte che non mi dovevo preoccupare, perché i genitori del suo ragazzo sono entrambi ai vertici dell’apparato giudiziario cittadino. Ho risolto molto presto le mie perplessità sul cosa fare, decidendo che non mi sarei comunque comportata nel modo più onesto che conoscevo, cioè avrei pagato per l’infrazione commessa. Ma intanto mi erano sorti mille dubbi sul significato del mio gesto per chi mi stava intorno: non solo era un gesto stupido, perché stavo buttando via dei soldi; negli sguardi di disapprovazione che ho ricevuto ho visto anche del biasimo, perché facendo un regalo ai corrotti alimentavo il loro sistema di corruzione. Era quasi come se stessi codardamente cedendo alla paura del più forte.
Ho avuto una conferma delle mie impressioni quando mi sono effettivamente presentata alla polizia per pagare. Il poliziotto si comportava con fare arrogante e scontroso, tanto che ho persino percepito del disprezzo nel modo in cui ci parlava. L’interprete cercava di dissimulare un certo timore misto a disagio. Io mi sentivo un po’ stupida, e un po’ colpevole per essermi imposta sulla mia interprete e su tutti, che mi avevano sempre scoraggiato nel mio intento. Insomma, stavo facendo una cosa onesta, ma quest’onestà sembrava non essere né capita, né tantomeno apprezzata da nessuno. Il poliziotto voleva intimorirci e probabilmente chiederci più soldi perché ero in ritardo con il pagamento, e ad un certo punto i toni fra lui e l’interprete sono diventati un po’ concitati. Le circostanze erano tali che non sono riuscita a tenere pienamente in mano la situazione, perché ne ero in sostanza estromessa, e alla fine l’interprete ha agito di sua iniziativa, facendo il gesto di chiamare subito quest’amica fidanzata con il figlio del giudice. Alla fine il poliziotto ha ceduto e io ho pagato la cifra prevista dalla multa. Tutti mi hanno chiesto se mi sentivo meglio, adesso che avevo portato a termine la mia volontà.
Questa è forse l’occasione in cui ho fatto più fatica a portare pazienza e a non scoraggiarmi. Ho cercato di vederla come una prova da cui stavo imparando tanto, ma ne sono uscita con molte emozioni negative. Riflettendoci, ho capito che queste sensazioni avevano anche a che fare con la percezione di un potere forte e ingiusto. Mi sono sentita più vicina a chi, come le persone che mi avevano accompagnata lì, deve aver subito
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