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Tuzlanska Amica, scheda

6.5.2005, Una città
Tuzla è una città della Bosnia nordorientale. Pur essendo stata colpita dalla guerra, non ha subìto i pesanti bombardamenti che hanno martoriato Sarajevo. Tuttavia le varie ondate di profughi cacciati dai villaggi contigui in seguito alla pulizia etnica, oltre 60.000 persone, hanno provocato uno stato di emergenza che ancora oggi pregiudica il ritorno alla normalità dell’intera regione.

Già nel 1992 infatti Tuzla vede arrivare le prime donne rifugiate provenienti dai campi di concentramento, quando ancora i racconti della sistematica pulizia etnica, dei massacri e degli stupri paiono inverosimili.
Nell’inverno del 1993 poi la città rimane completamente isolata per mesi.
La peculiarità di Tuzla è che, anche grazie alla tenacia e al coraggio del suo sindaco, Selim Beslagic, tutta la cittadinanza, senza riguardo per l’appartenenza etnica, rimane unita, anzi si compatta e organizza una difesa civica della popolazione dall’esercito, dai paramilitari e dagli altri gruppi estremisti; proprio questo farà di Tuzla una città “particolare” nel panorama dei centri colpiti dalla guerra.
Il 25 maggio del 1995 (giornata nazionale della gioventù in tutta la ex Jugoslavia), poco prima che l’intervento della comunità internazionale ponga fine ad un conflitto che dura già da quattro anni, la città di Tuzla vive un’ulteriore tragedia: una granata cade nel cuore della città, uccidendo 71 persone, perlopiù giovani che si erano dati appuntamento nella piazza per andare in qualche caffè o locale. Era infatti una delle prime giornate calde dopo un lungo inverno e i giovani, nonostante le sirene continuassero a suonare, erano ormai insofferenti di rimanere chiusi in casa.

Tuzlanska amica è un’associazione nata a Tuzla nell’ambito di una rete internazionale, “Ponti di donne tra i confini”, creata nel 1993 dalle donne di Spazio Pubblico di Bologna assieme ad altre donne della ex Jugoslavia.
L’obiettivo originario è la creazione di un centro per l’assistenza e la cura delle donne traumatizzate. Di lì a poco Spazio Pubblico e il Gvc lanciano la prima campagna di raccolta fondi per finanziare un progetto ginecologico-sanitario. Le attività cominciano però solo nel settembre 1994 in coordinamento con Bologna e Friburgo.
Le principali attività di Tuzla Amica consistono in assistenza medica ginecologica e generica, sostegno psichiatrico e terapia psicologica, attività culturali e ricreative per i bambini.
Dalle donne l’intervento progressivamente si orienta anche verso i gruppi familiari, assistendo bambini, anziani, disabili.
La situazione più drammatica resta comunque quella delle campagne. Nella maggior parte dei casi infatti i musulmani in fuga da Srebrenica, Zvornik, Bratunac, Bijelijna, Brcko e l’area circostante si sono limitati a occupare le case abbandonate dai serbi, spesso già pesantemente danneggiate, dove ancora oggi sopravvivono in abitazioni prive di porte, finestre, acqua, elettricità e, cosa più grave, completamente isolati e dimenticati.
Tra l’altro, in queste zone, la famiglia-tipo è composta da nonni e nipotini, perché la generazione di mezzo è stata decimata dalla guerra.
Tuzlanska Amica ha però presto avuto la felice intuizione che i casi più difficili non si sarebbero presentati all’associazione per chiedere aiuto. Bisognava quindi andare a cercarli.
Così da qualche anno, in collaborazione con un progetto finanziato da una fondazione olandese, Mala Sirena, è stato allestito un team mobile (assistente sociale, psicologa, medico) che gira per le zone più isolate, indviduando i casi più difficili e attivandosi dapprima con un aiuto di tipo umanitario, per poi verificare l’opportunità di un intervento anche psicologico per i componenti più vulnerabili del nucleo familiare, ossia donne e bambini. In realtà non è infrequente che si presentino anche uomini a chiedere aiuto all’associazione. La pulizia etnica che ha colpito la Bosnia ha decimanto la popolazione maschile, i superstiti hanno spesso riportato gravi traumi in seguito alla detenzione nei centri di detenzione, alla perdita dei familiari, per non parlare della gravissima frustrazione –parliamo di una società, specie nelle campagne, ancora profondamente patriarcale- per non aver saputo proteggere la parte più debole della famiglia, ossia donne e bambini.

Tuzla oggi sta ricominciando a vivere. Le strade sono trafficate. I giovani affollano le vie e i caffè del centro, i negozi hanno di nuovo gli scaffali pieni di merce. E tuttavia la città vive una situazione, per certi versi, schizofrenica: la popolazione locale sta molto lentamente riprendendo a vivere, anche se gli investimenti economici tardano ad avviarsi -parliamo di condizioni economiche ancora precarie; ma i profughi che, soprattutto dopo la caduta di Srebrenica (1995) si sono riversati in massa nel cantone e nella città di Tuzla, continuano a vivere nei vari centri di raccolta collettivi nati all’inizio della guerra (Mihatovici, quello alle porte di Tuzla, fino a poco tempo fa, ospitava circa 4000 di cui 800 sono bambini) senza alcuna prospettiva di cambiamento. Lo statuto di “profugo” esclude infatti questa fascia della popolazione dal mercato del lavoro. Da qui l’aprirsi di un sempre più profondo baratro tra i profughi e locali.
Nel 1998 sono stati avviati inoltre diversi progetti di adozione a distanza, in partiolare con il Cral dell’Emilia Romagna e della Liguria, oltre che con associazioni sorte spontaneamente a Bagnolo, Forlì, Bologna, ecc. per offrire un aiuto concreto ai molti bambini profughi rimasti orfani di entrambi i genitori o che vivono in condizioni drammatiche.

Ad oggi Tuzlanska Amica, che ha recentemente cambiato sede (Hasana Kikica, 1, Tuzla), è riuscita a far adottare ben 850 bambini.
Il lavoro del team mobile recentemente è diventato più difficile perché è in atto un movimento di ritorno ai luoghi d’origine dei musulmani, contestuale a un ritorno, pur relativamente più limitato, dei profughi serbi nella Federazione.
Il ritorno per il momento interessa più la fascia di popolazione con meno risorse, quella costretta a lasciare la sistemazione trovata durante durante la guerra in seguito a uno sfratto o all’evacuazione in atto in molti dei centri di raccolta collettivi.
L’associazione si trova così costretta a seguire i bambini in zone anche piuttosto lontane da Tuzla, come l’area di Brcko (dove è stata aperta una nuova casa), o quella di Bratunac, nei pressi di Srebrenica (dove pure è in atto un ritorno, anche se non consistente). L’intervento in queste aree di ritorno è tuttavia fondamentale perché i bambini musulmani che tornano alle loro case nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia spesso devono affrontare il disagio di trovarsi in classe di soli bambini serbi, con programmi scolastici serbi; in alcuni casi i genitori rifiutano addirittura di far loro proseguire la scuola. Oltre alle difficoltà legate all’assistenza socio-sanitaria e all’assenza, in molti casi, di acqua e ellettricità nelle case ricostruite, che comunque restano in condizioni precarie.

e-mail Irfanka: ipasagic@inet.ba
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