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IRFANKA PASAGIC, NATASA KANDIC, VJOSA DOBRUNA, ANNA BRAVO, cerimonia assegnazione premio

3.7.2000, UNA CITTÀ n. 88 / Settembre 2000

Natasa Kandic, sociologa di Belgrado, e Vjosa Dobruna, pediatra kossovara, entrambe impegnate, a rischio della libertà e della loro stessa vita, sul fronte del rispetto dei diritti umani e della democrazia in Kossovo come in Serbia, amiche fra di loro, hanno ricevuto il premio Alexander Langer 2000. La proposta era stata presentata al comitato di garanzia da una loro amica, Irfanka Pasagic, di Srebrenica.

Bolzano, 2 luglio 2000.

Presentazione di Irfanka Pasagic
Innanzi tutto desidero ringraziarvi per avermi offerto il grandissimo onore di essere qui oggi a presentare le persone che riceveranno il premio intitolato ad Alexander Langer. Questo è un nome conosciuto molto bene nel paese da dove io provengo; appartiene infatti a una persona che è stata capace di riconoscere la tragedia del mio paese e che ha avuto il coraggio di essere presente in Bosnia anche nei tempi più duri. Alexander Langer era un costruttore di ponti fra i popoli. Nonostante la tragedia vissuta dal popolo dell’ex-Jugoslavia, anche Vjosa Dobruna e Natasa Kandic sono riuscite a conservare i ponti che c’erano tra di noi e soprattutto a mantenere l’amicizia che ci legava, tenendo così viva la speranza di un futuro migliore. Penso che per descrivere quello che hanno fatto e che tuttora Natasa e Vjosa stanno facendo, ci vorrebbe molto più tempo di quanto ne abbia a disposizione oggi. Cercherò di essere breve, anche perché loro stesse avranno modo di presentarsi nel migliore dei modi. Vjosa Dobruna è una pediatra di Pristina. L’anno da cui possiamo iniziare la sua presentazione può essere il 1990. È allora che viene licenziata come altre migliaia di persone di nazionalità albanese in Kossovo. Comprendendo tutta l’assurdità della situazione in cui si trovava il popolo albanese in Kossovo, Vjosa costituisce una organizzazione che porta il nome di una grande umanista: Madre Teresa. Questa associazione cercava innanzi tutto di assicurare al popolo albanese l’assistenza sanitaria, i supporti sociali e le esigenze primarie.
Contemporaneamente Vjosa stava tentando di segnalare al mondo quello che stava succedendo nel suo paese. Io l’ho conosciuta nel 1994 grazie ad un progetto promosso dalle donne di Bologna, riunite nell’associazione “Ponti di donne attraverso i confini” che vuole offrire uno spazio pubblico alle donne. Ricordo perfettamente la speranza di Vjosa, di non vedere ripetersi in Kossovo quello che era già successo in Bosnia. Altrettanto bene ricordo che, in quei giorni a Bologna, Vjosa non riusciva a dormire tormentata dalla paura che mai l’abbandonava che qualcuno potesse venire e portarla in prigione per quello che stava raccontando al mondo. Ricordo Vjosa anche nel periodo in cui ha cominciato a costituirsi l’armata kossovara, nel tentativo di proteggere le persone da quello che stava per succedere. Anche allora sperava che il Kossovo potesse essere risparmiato.
Come sappiamo, le cose sono andate diversamente. Vjosa è stata deportata in Macedonia, ma nonostante tutti i traumi subìti dal momento in cui è arrivata a Tetovo, ha subito riavviato il lavoro che svolgeva a Pristina, organizzando un centro di aiuto anche in Macedonia; è tornata in Kossovo con il primo convoglio ed ha continuato ancora, come ora, ad aiutare.
Per più di dieci anni, Vjosa è stata costretta a cercare un equilibrio tra gli estremisti serbi e quelli kossovari, a trovare una via di mezzo, perché non voleva che la nazionalità diventasse il discrimine nel decidere il valore della vita di una persona. Questo impegno l’ha mantenuta in una posizione di costante minaccia, sia da parte degli estremisti kossovari, che degli estremisti serbi. Attualmente Vjosa è ministro per lo sviluppo della democrazia e della società civile in Kossovo ma non ha rinunciato al suo lavoro di pediatra e ad aiutare le organizzazioni non governative in Kossovo. La sua posizione non è facile. Sono però sicura che questo premio sarà un incentivo per continuare la strada che ha percorso in tutti questi anni.
La storia di Natasa Kandic ha molti punti in comune con quella di Vjosa. Possiamo iniziarla con lo stesso avvenimento. Natasa nel 1989 è stata licenziata a Belgrado, dove svolgeva il lavoro di sociologa. La ragione per cui è stata licenziata è un libro che lei ha pubblicato insieme ad alcuni amici, il cui titolo è “Il nodo kossovaro”. Sin dall’inizio degli anni Novanta Natasa aveva infatti riconosciuto quale terribile propaganda stessero conducendo i mass media ed i giornali in Serbia. Ha così pubblicato una prima ricerca su questo tema subito dopo l’inizio della guerra in Croazia. Pur non essendo la Serbia ufficialmente in guerra, lei ha continuato a fare pressione sul popolo serbo per sensibilizzarlo. Nel 1992 Natasa ha istituito il “Fond Umanitarno Pravo” (Humanitarian Law Center) il cui fine principale era quello di fornire informazione sulla verità, ma contemporaneamente quello di aiutare le persone denunciate dal regime.
Devo dire che per molti degli abitanti della ex-Jugoslavia ed anche per moltissimi di noi in Bosnia, Natasa in tutti questi anni ha rappresentato l’unica voce “normale” che veniva dalla Serbia, l’unica voce della ragione. Durante tutta la guerra in Bosnia noi potevamo sapere e conoscere la verità proprio grazie all’organizzazione di Natasa. Grazie al grandissimo, ma veramente grandissimo, coraggio di Natasa e delle persone con cui lavora, sono state raccolte le prove e la documentazione dei crimini commessi in Bosnia ed in Kossovo. La sua forza e tenacia si sono di nuovo imposte con il precipitare della situazione in Kossovo. Perché l’organizzazione di Natasa non lavora solo a Belgrado, ma ha altri quattro uffici in Kossovo. Il centro dove Natasa stessa lavora è uno dei rari luoghi in Serbia dove la gente sfollata, i profughi, le persone che hanno subìto delle ingiustizie possono trovare aiuto a qualsiasi ora del giorno. Tutto questo nonostante le pressioni che il governo serbo esercita sulle persone che lavorano con lei, spesso anche con azioni violente. Quello che desidero condividere con voi è la sensazione che tutti noi abbiamo in Bosnia ascoltando Natasa. Veramente possiamo credere che ci sia lo spazio per la speranza. Sono molto felice che ora possa ricevere il premio Alexander Langer. Dovete sapere che proprio nel periodo in cui si è iniziato a discutere dei potenziali destinatari del premio, per la prima volta ho temuto che Natasa avesse perso la speranza. L’avevo ascoltata a radio Free Europe e avevo percepito la sua disperazione. In quel momento ho così iniziato a pensare che forse proprio questo premio avrebbe potuto essere una spinta per Natasa, perché riacquistasse la forza e la determinazione che la contraddistinguono, e che sono indispensabili per percorrere la strada che ha intrapreso.

Anna Bravo, del comitato di garanzia del premio
Negli ultimi giorni, in questa sala, sono passate tante voci, tante immagini, tante esperienze, e tante emozioni. Per emozioni intendo quella disposizione del cuore e della mente che consente di fare entrare nella nostra la vita di un altro e di aprire la nostra vita alla conoscenza che l’altro vuole offrirci. Credo che per noi tutti l’emozione di questa mattina sia particolarmente forte, nel mio caso sicuramente, perché il premio riconosce il lavoro lungo, coraggioso e rischioso di Natasa e Vjosa. Io dovrei leggervi le motivazioni, forse posso saltare qualche pezzo che Irfanka ha anticipato, per soffermarmi su alcuni punti inframmezzando, appunto, alcune riflessioni. “Nei primi anni Novanta, mentre nel silenzio del mondo la situazione nel Kosova/o si fa sempre più drammatica, Natasa Kandic e Vjosa Dobruna iniziano percorsi diversi, ma con molti aspetti in comune. E’ simile il loro rifiuto degli steccati etnici, simile la loro concezione dell’identità come costellazione mobile di vari e diversi elementi, la scelta di dedicare alla popolazione un lavoro di cura che discende dalle loro professioni”.
Qui vorrei fermarmi un momento su questo concetto di identità che loro teorizzano, ma soprattutto mettono in pratica. Non è nuova questa concezione di identità intesa come molteplice, composta di tanti elementi che si alternano e che sono mobili, ma è nuovo e difficilissimo il fatto di praticarla in quel contesto. A volte viene in primo piano nelle nostre identità essere uomo o donna, viene in primo piano l’aspetto dell’età, di fare parte di un certo partito o di una certa corrente politica. Questo ci insegnano le scienze umane e sociali e soprattutto la nostra stessa esperienza, se sappiamo ascoltarla. Ma c’è, da 20-25 anni a questa parte, il riemergere dell’identità sul piano etnico e nazionale che ha una pretesa feroce ed estremista: che ci sia un’identità unica, totalizzante, ed anche totalitaria, e che è quella etnica e nazionale. E’ questa concezione di identità che loro hanno dovuto e hanno cercato di contrastare. Ci tenevo a sottolineare questo aspetto, che ovviamente non può essere illustrato più di tanto, ma che credo trovi in questa sala un atteggiamento di comprensione totale. Come l’aspetto del lavoro di cura, nell’attesa di vincere le guerre, sperando che alle guerre non si arrivi. Dedicare il lavoro di cura alle persone vicine, alle persone che più hanno bisogno, ecco, questo mi sembra corrisponda alla concezione mobile di identità, come anche al lavoro che loro hanno fatto insieme ed attraverso il quale si sono incontrate. Io voglio sottolineare l’importanza di questi legami di amicizia creati in una atmosfera di odio etnico, di degradazione della politica, che certo nei Balcani tocca punte molto alte, ma che è presente anche nel resto d’Europa: la politica come lavoro per la libertà, in stretto rapporto con l’idea di libertà, è praticamente sparita non soltanto nei Balcani. Aggiungo che, e cito dal nostro testo: “Natasa e Vjosa non sono militanti tradizionali, sono donne che incarnano la capacità - non solo femminile, ma più spesso femminile - di costruire relazioni e iniziative al di là delle contrapposizioni, non negandole, ma elaborandole”.
Di Natasa, Irfanka ha detto molte cose illuminanti, io non so nemmeno se sia il caso di leggere le cose che noi abbiamo scritto, che in parte le ripetono. Mi sembra davvero molto importante il ruolo che l’Humanitarian Law Center ha nel contrastare, dai primi anni Novanta, la politica di repressione di Milosevic. E’ proprio grazie ai materiali radunati da questo centro che si è contribuito alla creazione del tribunale per la ex-Jugoslavia e a comminare le prime condanne. E importante è il fatto che Natasa abbia saputo staccarsi, questo diceva anche Irfanka, dalla linea del suo paese, perché, io penso, amava tanto il proprio paese da desiderare per esso una vera politica e non tutto quello che il paese stava subendo e facendo. Mi ha anche molto colpito una frase che ora vi leggo, una frase di Natasa che scrive in tempo di guerra, quando non interrompe il suo lavoro. Natasa va più volte a Pristina per cercare di salvare qualche persona, portandosela via in taxi e dice testualmente: “In questo modo ho potuto costatare di persona quanto fosse importante per loro che qualcuno venisse da Belgrado, per vedere come vivevano e per stare con loro”. Credo che non ci sia modo migliore, per contrastare la demonizzazione reciproca che sempre prospera in queste situazioni, del contatto personale e della cura dei bisogni anche psicologici delle persone.
Mi viene anche in mente ciò che hanno detto le amiche russe e cecene ieri: l’occuparsi delle persone, o il salvare delle persone una per una, sembra un lavoro molto piccolo, invece è quello che poi lascia traccia, perché si stabilisce una relazione che unisce. Vorrei concludere la parte del discorso dedicata a Natasa di nuovo con parole sue, quando fa un bilancio della situazione attuale del suo paese e rivendica “la necessità di sostenere non soltanto l’opposizione, ma di aiutare tutta la popolazione ad uscire da questi dieci anni di conflitto, ad uscire da questi dieci anni di follia”.
Ci tengo a dire che Natasa ha ricevuto un premio internazionale in comune con il direttore di un importante quotidiano di Pristina. Ci sono quindi già dei riconoscimenti per l’azione di queste nostre due amiche, uscite dalla zona d’ombra che ha avvolto il Kossovo troppo a lungo.
Vjosa, come è stato detto, cittadina di Pristina, pediatra, partecipa fin dagli inizi alla strategia non-violenta della resistenza civile del popolo kossovaro. Una strategia non-violenta che si avvaleva, tra l’altro, di tecniche classiche, come organizzare autonomamente l’istruzione, la sanità, l’assistenza (che sono poi i capisaldi della resistenza civile), oltre che esprimere sul piano pubblico con grandi marce la volontà di arrivare ad una definizione diversa dei rapporti tra i popoli. Io ricordo di avere letto di un grandissimo corteo, in cui si trasportava una bara con su scritto “guerra”: si voleva seppellire la guerra.
Vjosa si dedica a donne e bambini, fa questo lavoro di investimento nel futuro e intrattiene questi rapporti importanti che sono stati definiti come ponti di donne, perché noi donne abbiamo spesso una parte poco riconosciuta, ma cruciale nella costruzione di queste reti di rapporti, che sono il modo elettivo per esorcizzare la demonizzazione dell’altro. All’esplodere della guerra Vjosa tenta di trasformare il suo centro in un ospedale, non ci riesce, viene deportata; anche in campo profughi svolge il suo lavoro; torna appena può a Pristina, dove riprende la sua opera. Vorrei citare un pezzo brevissimo di un’intervista a Vjosa, perché mi dà l’occasione di far capire come è complicata, come è variabile e mobile la soggettività delle persone, come non si possa scegliere una volta per tutte una linea politica, come gli eventi facciano cambiare interiormente le persone e cambino all’esterno le necessità, le strategie politiche e non politiche. Vjosa, dopo aver fondato un rifugio per donne vittime di violenza domestica e sfruttamento, dice che “al tempo della guerra ho cominciato a credere che esistono casi in cui c’è alternativa alla resistenza armata”. Bisogna prendere molto sul serio questa frase, perché il Kossovo, in questi anni di resistenza esclusivamente non-violenta, è stato totalmente ignorato dalla comunità internazionale.
Ieri si parlava della cultura della guerra: una caratteristica della cultura della guerra è che si riconosce dignità, diritto e riconoscimento soltanto alle forme di lotta armata e si lasciano cadere sistematicamente le lotte non-violente. Noi sappiamo dei successi della non-violenza, pensiamo all’India, ma non sappiamo ancora quanti insuccessi ci sono stati a causa della sordità, dell’ottusità e della stupidità, di governanti e media che, per esempio, hanno taciuto sulle lotte del Kossovo per anni. Questa è vera complicità e credo che dovremmo chiedere perdono per questo nostro silenzio, tanto più che quando inizia la lotta armata allora diventa un problema internazionale di cui occuparsi. Ho voluto proprio parlare di questo, primo, perché penso che non si possa scegliere una volta per tutte, secondo, per sottolineare come gli eventi cambino la realtà e cambino le persone, e come le persone debbano avere a che fare con aspetti di sé che forse non pensavano di avere in un primo tempo. La storia del Kossovo è una grande sconfitta della resistenza nonviolenta. La storia di Vjosa, però, rappresenta la possibilità di una vittoria, di una speranza, perché Vjosa non ha mai smesso di lavorare per quello che lei chiama Kossovo multietnico, Kossovo libero, democratico, dove tutti possano avere l’identità che scelgono di avere in quel momento. Lei dice: “Io sono una donna, sono una pediatra, sono figlia di qualcuno, voglio vivere in un posto dove queste cose siano dicibili, mostrabili.” Un Kossovo libero, democratico, mi sembra sia una espressione riassuntiva: non dei serbi, non degli albanesi, non di qualcuno, ma un Kossovo dove tutti possano vivere in rispetto reciproco. Anche Vjosa ha avuto un ampio riconoscimento internazionale per il suo lavoro.
Ora vi leggo la frase finale della motivazione: “Ci auguriamo che le esperienze di Natasa Kandic e di Vjosa Dobruna non siano viste solo come una felice eccezione da celebrare, ma come la prefigurazione di una convivenza da costruire elaborando le ferite della pressione della guerra che non si possono cancellare o tacere o rimuovere e dando il valore a quei ponti non solo simbolici che Alex Langer considerava essenziali per il futuro del mondo”.

Natasa Kandic
Quest’anno ho ricevuto molti premi, ma quello che ricevo qui oggi è per me un onore grandissimo e devo ringraziarne Irfanka Pasagic. Irfanka è una donna bosniaca di Srebrenica. E Srebrenica, voi lo sapete, è stato l’orrore più atroce tra quelli compiuti durante la guerra in Bosnia. Anche lei ne è stata colpita assieme ad alcuni suoi familiari. Ecco, che sia stata proprio una donna bosniaca a proporre l’assegnazione di questo premio ad una donna di Belgrado, ad una serba, anche se una serba che lotta per i diritti umani, è per me un grandissimo onore e, devo dire, una vera illuminazione per continuare a sperare.
Personalmente non penso di aver fatto delle grandi cose. In questi anni ho conosciuto tantissime persone che facevano il mio stesso lavoro. Ho incontrato croati che proteggevano i propri vicini musulmani. Ho parlato con dei musulmani che difendevano i propri vicini serbi. E sono stata molto orgogliosa dei serbi che proteggevano i propri vicini musulmani. Nel 1991, quando il regime serbo ha organizzato la pulizia etnica in Voivodjna con la cacciata in massa dei croati, ho lavorato con i serbi e gli ungheresi impegnati a proteggere i propri vicini croati.
Ecco, tutta questa gente che ho conosciuto, e con cui ho collaborato, lungo questi dieci anni mi ha aiutato a continuare a credere che un giorno qualcosa potesse cambiare.
La guerra in ex-Jugoslavia è iniziata proprio sulla questione del Kossovo. L’anno scorso anche la guerra in Kossovo si è conclusa; però è rimasta la Serbia, soprattutto è rimasto il suo governo che porta la responsabilità di tutte le guerre che hanno martoriato il nostro paese. Il regime, che di tanti crimini si è macchiato in questi anni, è ancora potente e sembra impossibile vincerlo con mezzi pacifici. In Serbia poi l’opposizione è vecchia quanto il regime e non ha l’energia necessaria per portare ai cambiamenti che sarebbero necessari. Esiste però un nuovo movimento, una nuova energia, è l’energia della gente giovane; gente che è cresciuta quando la politica serba mostrava soltanto l’odio verso gli altri popoli; si tratta di giovani senza lavoro, senza un futuro davanti. Eppure proprio loro oggi sono pronti a combattere per un cambiamento radicale in Serbia. Il regime serbo è consapevole che questi giovani sono il suo nemico numero uno. E’ proprio per questo che ultimamente si assiste ad una grande repressione contro tutti quelli che fanno parte di questo movimento, che in serbo si chiama Otpor (Resistenza), ed anche contro tutti quelli che appoggiano le loro idee. Al giorno d’oggi chiunque venga in piazza con il pugno stretto, che è il simbolo di Otpor, o distribuisca volantini, o anche solo possegga dei fiammiferi con il simbolo del pugno, può essere denunciato e incarcerato. Oggi ogni membro di questo movimento può essere definito “terrorista” e finire in carcere, e questo ha scatenato una grande paura.
Così il regime è riuscito a far tacere anche tutti quelli che appoggiano questo movimento e a nascondere i suoi simboli. Però io voglio credere profondamente che la forza del regime non potrà durare a lungo, e che la paura si trasformerà in rabbia e che questo movimento sarà quello che porterà a grandi cambiamenti in Serbia. Io vi prego di aiutare questo movimento, questa forma di resistenza, questa energia giovane e nuova che in questo momento si trova sotto forte pressione da parte del regime.
Ricordando il lavoro svolto da Alexander Langer, tutti noi che apparteniamo alle maggioranze dobbiamo sempre tutelare e salvaguardare le minoranze. In questo momento in Serbia la minoranza è rappresentata da Otpor. In questo momento in Kossovo sono in minoranza i Serbi, i Turchi, i Rom. Loro hanno bisogno dell’aiuto degli albanesi che sono oggi la maggioranza.
In Bosnia oggi sono in molti quelli che hanno cominciato a dichiarare apertamente e in pubblico la propria opposizione ad una divisione secondo differenze etniche. Purtroppo si tratta ancora una volta di minoranze perché la maggioranza della popolazione continua a essere silenziosa, non ha ancora trovato il coraggio di lottare per ciò che è anche nel suo interesse, cioè per l’uguaglianza dei popoli e per uguali diritti per tutti i cittadini della Bosnia Erzegovina. Langer diceva sempre che la questione delle minoranze è la questione politicamente più importante. E’ questa la vera sfida perché nei Balcani non ci sarà democrazia fino a che non ci sarà il rispetto dei diritti delle minoranze.

Vjosa Dobruna
In genere, quando parlo in pubblico, ho l’abitudine di seguire una traccia già preparata. Ma dopo gli interventi di Irfanka e Natasa e in presenza dei molti amici che vedo qui attorno a me, le parole mi vengono spontanee. Vorrei ora cercare di spiegarvi quanto questo premio mi stia a cuore e quanto apprezzi la scelta di avere scelto Natasa e me. Sono molte comunque le persone che nei Balcani stanno facendo le stesse cose che facciamo noi, tenaci nel loro impegno e senza preoccuparsi dei possibili rischi.
Anche Alexander Langer era una persona così. Quando nel 1991 arrivò per la prima volta in Kossovo, portò con sé non solo attivisti italiani, ma anche alcune persone di Belgrado. Noi in Kossovo eravamo solo un piccolo gruppo di persone che credeva nella stessa causa. Il motivo della visita del gruppo di persone della “carovana di pace” di Alexander Langer e dei serbi di Belgrado era anche la ricerca di altre forme di disobbedienza civile, come possibile risoluzione dei conflitti, senza arrivare all’uso della violenza.
Come sapete, allora in ex-Jugoslavia era già cominciata la guerra in Croazia, e prima ancora in Slovenia, e noi avevamo paura che cominciasse anche in Kossovo. Anzi credevamo che la prima vera guerra sarebbe scoppiata proprio in Kossovo, e quando abbiamo visto che invece qui non arrivava ci siamo forse illusi, senza capire che in realtà le altre guerre in ex-Jugoslavia la stavano solo preparando.
Fin da allora abbiamo cercato di affrontare la situazione attraverso un’opera di prevenzione. Penso che non abbiamo fallito completamente in questo, anche se personalmente a volte ho la sensazione di non aver fatto abbastanza per prevenire la guerra in Kossovo.
Durante i dieci anni della lotta e della resistenza non-violenta in Kossovo, abbiamo avuto il tempo di riflettere veramente sul nostro lavoro. Ascoltavamo le notizie che venivano dall’esterno, e anche l’incoraggiamento degli amici che credevano nella nostra stessa causa. Specialmente di persone come Natasa, che ha sempre rappresentato l’esempio migliore per mostrare ai kossovari che non tutti i serbi sono uguali. Dopo dieci anni di disobbedienza civile, di dimostrazioni, dopo che 800.000 albanesi sono passati per le mani dei poliziotti, abbiamo perso ogni diritto, anche quello di scegliere dove vivere e siamo stati deportati. Non mi piace usare questa parola, perché non è una parola pulita, e mi dispiace che sia entrata a far parte del nostro linguaggio. Ma il punto è che i mesi in cui venivamo deportati non sono stati nemmeno i mesi peggiori. Nella mia vita finalmente stava succedendo qualcosa. Gli anni vissuti aspettando di venire arrestati e o di subire una esecuzione sono stati più duri. Ora -dicevamo- qualcosa è successo, niente sarà più come prima, proveremo a realizzare qualcosa di diverso.
L’intervento internazionale è stata la cosa più importante accaduta ai kossovari. Ci ha dato la speranza che la guerra potesse finire e che la comunità internazionale non avrebbe più permesso il ripetersi di una cosa del genere. La speranza si è realizzata dopo i bombardamenti della Nato a partire dal 12 giugno del 1999. Per la prima volta i kossovari avevano la possibilità di starsene fuori dal paese o di ritornare a casa. Io ho sfruttato la possibilità di tornare e di continuare a svolgere la mia attività anche se in un ambiente non facile. Ovviamente non tutti i nostri sogni si sono realizzati. Nei cuori delle persone c’è ancora molto odio ed è su questo oggi che bisogna lavorare e intervenire per prevenirne gli effetti. Ma come farlo? Come vaccinare i bambini contro l’odio nei confronti della lingua che viene vista come la lingua dell’aggressore? Come prevenire il fatto che i kossovari oggi ritengono l’intera popolazione serba responsabile delle loro sofferenze? Queste sono le domande decisive per noi kossovari.
Io oggi sento il carico di una responsabilità enorme sul piano di quello che sta succedendo attorno a me, e per la rinascita di un Kossovo più democratico. Non ho intenzione di sottrarmi a tale responsabilità e anzi cercherò di coinvolgere in questa battaglia anche altri kossovari, perché facciano lo stesso. E’ vero, il compito di Natasa, Irfanka e tutti gli altri è di combattere per i diritti delle minoranze, anche se a mio avviso gli albanesi rimangono una minoranza che ancora deve superare i traumi e le sofferenze subìte. Tra l’altro, così tanto deve essere fatto perché la popolazione del Kossovo si risollevi. Per esempio, da noi, la società è molto patriarcale. Sicché se falliremo nell’introdurre il rispetto per le diversità etniche e le minoranze, falliremo anche nel tutelare i diritti della donna o dei disabili.
Il Kossovo vive un momento difficile, però grazie alle istituzioni internazionali, stiamo introducendo delle nuove norme. Dovremo lavorare molto per assicurare un benessere totale a tutti e per formare le istituzioni che potranno proteggere i singoli cittadini nelle loro decisioni. In questo credeva Alexander Langer, questo stiamo cercando di realizzare, per questo ci avete premiate ed in questo crediamo Natasa ed io.

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