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VJOSA DOBRUNA, La lingua, sì, è importante, la religione pochissimo

UNA CITTÀ n. 91 / Dicembre/Gennaio 2001
Tutti i partiti sono indipendentisti, c’è chi ha fretta e chi no. La penalizzazione dei piccoli partiti democratici. Il problema delle enclaves serbe, grave laddove c’è stato un forte collaborazionismo. La grande presenza di minoranze in Kosovo e il rischio, in Occidente, di vedere solo “il musulmano”. Il grande ruolo delle donne nella resistenza, in urto con una società ancora patriarcale. Intervista a Vjosa Dobruna.

Vjosa Dobruna co-presiede il Dipartimento per la Democrazia e la Società Civile nel governo congiunto dell’Onu.

Le ultime elezioni hanno visto un ritorno in massa al partito di Rugova, tradizionalmente moderato, e la netta sconfitta dei partiti legati all’ex Uck, quello di Thaci e quello di Ramush. Tu però non sei stata così soddisfatta dei risultati, perché?
Premetto di essere stata positivamente sorpresa dallo svolgimento sia della campagna elettorale, che del giorno delle elezioni, perché non ci sono stati scontri e disordini. E tuttavia i risultati, che certo rispetto, non sono quelli che mi aspettavo. Intanto speravo che venissero elette più donne, invece non si va oltre l’8,2%, ma soprattutto speravo di vedere eletti rappresentanti di più partiti politici. Così da non arrivare a questo 59% dell’Ldk, ma avendo una certa varietà di partiti; qui invece si è trattato di una sorta di plebiscito e questo non rappresenta un segnale tranquillizzante, perché la democrazia è maggiormente garantita da una situazione di pluralità delle posizioni. Io credo che, per dire, il partito dei Verdi avrebbe potuto avere almeno un 5%, invece non hanno conquistato niente! Ecco, in questo senso non sono soddisfatta.
E poi io non considero l’Ldk un partito moderato, perché il concetto di moderato o radicale in Kosovo non è lo stesso che altrove. Perché se “radicale” significa essere per l’indipendenza del Kosovo, ebbene allora ogni singolo kosovaro (eccetto i kosovari serbi) oggi è radicale; tutti i partiti che hanno partecipato alle elezioni in Kosovo sono radicali. E guardate che sto parlando anche del partito dei turchi, dei bosniacchi, degli ashkali, dei rom… vogliono tutti l’indipendenza del Kosovo. Ecco allora che tutti in Kosovo, in questo senso, sono radicali. Ma allora cosa significa essere radicali o moderati in Kosovo? Significa solo che l’Ldk è più flessibile sul piano del tempo da attendere per l’indipendenza? Mentre gli altri vorrebbero l’indipendenza più in fretta? Francamente, questa è l’unica differenza che vedo io tra moderati e radicali in Kosovo.
Ma in Kosovo esistono differenze consistenti tra i serbi e gli albanesi locali rispetto alle tradizioni, gli usi e i costumi?
I kosovari hanno un’identità in quanto “kosovari”. Certo, esistono delle differenze tra i vari gruppi etnici che vivono in Kosovo, ma nella vita quotidiana direi che siamo molto simili. Solo la lingua resta il vero discrimine.
Anche il sentimento di appartenenza religiosa qui non è mai stato forte, nemmeno tra i serbi. La religione è diventata importante solo con l’inizio degli anni ‘90, quando la Chiesa ortodossa e l’Accademia delle Scienze hanno dato legittimità all’isteria sciovinista serba. Nessuno dei miei amici serbi era praticante, andava in chiesa o pregava, prima del 1990.
A questo si aggiunge senz’altro anche un’incomprensione della comunità internazionale rispetto alla possibilità di essere laici all’interno di società in cui si pratica la religione musulmana. Ma questo è più un problema della comunità internazionale che non dei kosovari. Lasciatemi fare solo un esempio: la maggior parte dei kosovari è solita lasciare le proprie scarpe fuori dalla porta quando entra in casa. Ebbene questa viene vista come una tradizione musulmana, islamica, ma lo fanno anche i serbi!
Voglio dire è una scelta pragmatica. E poi anche il tasso di nascita delle donne serbe in Kosovo è più vicino a quello delle donne albanesi che delle donne serbe di Serbia.
Ma se nella vita quotidiana i serbi del Kosovo avevano più in comune con gli albanesi che con i serbi della Serbia, come è potuto accadere che in breve i serbi locali abbiano cominciato a sentirsi, per così dire, dall’altra parte? Anche dalla tua esperienza personale, come hai visto cambiare i tuoi amici o colleghi?
Credo ci siano stati due processi paralleli che hanno contribuito al configurarsi di questa situazione. Il primo è legato alla presa di consapevolezza dei kosovari albanesi, nei primi anni ’80, di non poter beneficiare di pari opportunità rispetto ai serbi.
E poi nel 1981 c’è stata quella che è stata chiamata la “controrivoluzione”, anche se per me si è trattato di una specie di “nazionalismo economico democratico”, perché lo slogan principale alle dimostrazioni era “il Kosovo produce e Belgrado costruisce”. Perché democratico? Perché per la prima volta nella ex Jugoslavia, gli studenti parteciparono alle proteste di strada chiedendo cambiamenti non rispetto ai loro bisogni bensì rispetto alla situazione sociale e politica in Kosovo. Era lo stesso periodo in cui in Polonia Solidarnosc si stava attivando.
Tuttavia qui le dimostrazioni degli studenti vennero represse in modo molto violento; centinaia di studenti vennero uccisi, moltissimi furono imprigionati. Da allora per i kosovari albanesi iniziò il coprifuoco e qui vennero inviati vari contingenti di polizia.
Quando cominciarono le manifestazioni io stavo lavorando nella regione della Drenica, come medico, per cui ero nel posto giusto al momento giusto.
Là infatti avevano inviato delle truppe di polizia croate, era il 1981 e c’erano queste forze unificate che erano state inviate in Kosovo per fermare la “controrivoluzione”; erano così violenti! Ricordo che un giorno eravamo ad un incrocio importante e la polizia si era messa a far scendere le donne dagli autobus per controllare che non ci fossero armi. Io ho assistito personalmente a un episodio vergognoso: c’era una donna incinta e questi volevano che lei si togliesse i vestiti, così in mezzo alla strada; dicevano di cercare volantini e altro materiale di propaganda. Era il giugno 1981 e ho assistito a dei pestaggi violenti senza distinzione per donne e bambini. Ecco, credo sia stato in quell’occasione che, anche se le manifestazioni fallirono, i kosovari albanesi cominciarono a prender coscienza della propria situazione e a organizzare azioni di protesta.
Quell’esperienza mi è rimasta impressa nella memoria anche perché il destino ha voluto che nel 1987 mi trovassi a Zagabria, per completare i miei studi. Ebbene, tra i ragazzi del mio gruppo, ce n’era uno che mi pareva di conoscere, o almeno di aver già visto, ma lui ogni volta negava. Un giorno mi chiese: “Ma tu di dove sei?” “Di Pristina, dal Kosovo”. Ecco, proprio mentre rispondevo, realizzai che lui era uno di quei soldati che avevano picchiato le donne, era uno dell’unità di polizia croata, era un serbo di Croazia mandato a combattere in Drenica contro la popolazione, così l’ho riconosciuto: era proprio quello che stava picchiando quella donna incinta, e gliel’ho detto. Lui ha sospeso la sua specializzazione.
Perché avevi scelto Zagabria per completare i tuoi studi?
Perché Zagabria era la migliore università nell’ambito della pediatria; c’erano i professori migliori ed era anche l’università più aperta sul piano delle cooperazioni interne ed internazionali. Così parte del mio training in genetica l’ho fatto a Rotterdam, parte della mia specializzazione in neonatologia a Lubljana. C’era una rosa di specialisti veramente competente. E soprattutto erano molto più comprensivi rispetto alla causa dei kosovari albanesi. Per questo per me è stato più facile fare quella scelta. E poi là avevo molti amici e mi sentivo a casa; ancora oggi a Zagabria mi sento a casa, mentre a Belgrado mi sono sempre sentita a disagio. E poi l’università era sicuramente più quotata di quella di Belgrado, più internazionale, più aggiornata e più tollerante. Il mio professore di cardiologia era un serbo; il mio professore di nefrologia infantile era un serbo. Insomma era una situazione diversa da quella successivamente creata dal regime di Tudjman e dalla guerra.
Come vedi la svolta che è avvenuta a Belgrado e in Serbia?
E’ una cosa positiva per i serbi che sia avvenuto questo cambiamento. Ma io non vedo ancora democrazia. Se lo paragoniamo con la Serbia, l’intero processo in corso in Kosovo è più democratico.
L’arrivo di Kostunica è stato molto ben organizzato e anche molti dei testimoni e partecipanti alla rivoluzione dei bulldozer ora ammettono che era stato tutto organizzato in anticipo, la presa del parlamento… ecco, questa non è una via democratica di cambiare le cose. E’ la stessa cosa che è accaduta quando Milosevic ha assunto il potere, durante la “yogurt revolution”. E se pensiamo che tra la “yogurt revolution” e la “rivoluzione dei bulldozer” ci sono stati centinaia di migliaia di morti e diversi milioni di persone che sono diventati sfollati interni o profughi e rifugiati…
Ecco, io nutro ancora delle riserve sul cosiddetto processo democratico in corso in Serbia. E comunque Kostunica non ha una base così ampia, perché resta almeno un 30% della popolazione che ha votato ancora una volta per Milosevic; dopo quattro guerre c’è ancora qualcuno che ha votato per Milosevic!
E ancora, come posso apprezzare Kostunica, per esempio, che non ha liberato i prigionieri di guerra albanesi; che non vuole attenersi alle leggi internazionali e consegnare Milosevic, Karadjic, Milutinovic e il resto della gang, al Tribunale dell’Aja? E allora che tipo di democrazia mi posso aspettare dalla Serbia date queste condizioni? E’ solo una speranza e certo io spero che quest’uomo faccia l’interesse dei serbi. Lo spero, perché questo sarebbe già importante per la stabilità nei Balcani.
Nella prospettiva di un Kosovo indipendente come pensi si potrà gestire la presenza dei kosovari serbi?
Per la maggioranza della popolazione del Kosovo non c’è alternativa all’indipendenza, per molte ragioni.
Tuttavia credo anche che i kosovari dovranno dimostrare di saper rispettare i diritti delle minoranze. E allo stesso tempo i serbi dovranno dimostrare di voler vivere in Kosovo da cittadini come gli altri, e non da padroni. I kosovari albanesi non accetteranno più di essere costretti a vivere come cittadini di serie B o C.
I serbi kosovari poi devono affrontare il loro passato recente, ossia identificare i criminali di guerra che ancora vivono tra di loro. Spetta a loro compiere questo passo. Io infatti vorrei che non fossero i kosovari albanesi a identificarli. A volte, veramente mi innervosisco a vederli chiusi in queste enclaves; vorrei che almeno i giovani si assumessero il rischio di uscire, tanto non potranno vivere assediati e blindati per sempre. Noi per dieci anni abbiamo rischiato con la scuola, l’università, con tutta la struttura parallela; ecco, vorrei che anche loro osassero uscire.
Ma pensi che la minoranza serba sarà capace di identificare i criminali che ancora vivono in mezzo a loro?
Non credo che i serbi del Kosovo, quelli rimasti, siano pronti a una tale operazione. Dovremmo aiutarli a fare questo; dovremmo aprir loro le porte per un inizio di integrazione nella società kosovara. Comunque io non credo siano rimasti molti criminali in mezzo a loro. Anche perché dai dati della Nato e di altre agenzie internazionali, ci sarebbero ancora circa 50.000 serbi in Kosovo. Per cui la maggior parte dei criminali se n’è andata con il ritiro delle truppe serbe. Nondimeno alcuni sono rimasti e purtroppo vengono identificati dai kosovari albanesi, per cui la situazione sta diventando problematica, se i serbi non li identificano per primi; tra l’altro dovrebbero farlo per loro stessi, non solo per gli albanesi, perché si tratta di un circolo vizioso: si sentono protetti, ma sono anche spaventati da questi paramilitari…
Quella kosovara è una società tradizionalmente patriarcale. I dieci anni di apartheid e la morte di molti uomini hanno però cambiato radicalmente la situazione. Cosa sta accadendo?
Stiamo assistendo a dei grossi cambiamenti. Prima c’erano grandi differenze nella posizione sociale delle donne e dei bambini, in particolare nelle aree rurali. Ma anche nelle aree urbane la struttura sociale era comunque basata su grandi nuclei familiari, con l’uomo depositario del potere decisionale, e le donne prive di diritti, rispettate solo perché in genere avevano molti figli e perché potevano essere usate come manodopera a basso prezzo.
Durante questi dieci anni di apartheid tuttavia la loro posizione è progressivamente cambiata, perché la maggior parte degli uomini aveva dovuto lasciare il Kosovo. Anche se pure le nuove strategie delle donne rimanevano interne a questa struttura patriarcale, per cui hanno continuato a render conto alla suocera, al suocero, o ai rimanenti membri della famiglia, fossero uomini o donne anziane, senza mai diventare quelle che veramente potevano prendere decisioni rispetto alla famiglia o alla comunità.
Dopo la guerra però la situazione è ulteriormente cambiata, perché se sono stati uccisi circa 50.000 uomini, questo significa che abbiamo almeno 10.000 vedove che hanno dovuto assumersi entrambi i ruoli.
Dovete sapere che oggi in Kosovo, ci sono villaggi come ad esempio Krusha, tra Prizren e Djakova, dove non è sopravvissuto un solo maschio e che oggi è chiamato “il villaggio delle donne”, dove hanno aperto anche una piccola fabbrica che occupa solo donne. Ecco, questi luoghi sono diventati dei piccoli laboratori, in cui le donne sono state costrette ad assumersi ruoli nuovi e diversi all’interno della società. Ma un po’ d’appertutto la situazione sta cambiando, perché le donne che durante i periodi difficili hanno assunto il controllo della situazione non sono più disposte a tornare indietro. E questo crea evidentemente dei problemi nella ridefinizione dei ruoli, in particolare in un contesto post-bellico, dove già parliamo di persone che hanno subìto dei traumi. Non a caso, anche la violenza domestica sta assumendo proporzioni preoccupanti.
Il Kosovo, a differenza dell’immagine monolitica che sta passando, presenta un panorama molto articolato. C’è una quota crescente della popolazione che è cattolica, e poi la regione dei Gorani, gli slavi musulmani, e i rom. Puoi raccontarci?
Il 23% della popolazione del Kosovo è cattolico. E emblematicamente è una comunità che sta crescendo progressivamente: man mano che gli arabi e i turchi cercano di imporre la loro influenza religiosa, la gente, come reazione, passa da un’altra parte. Tra l’altro, i cattolici, non solo sono molto ben organizzati, ma sono anche particolarmente nazionalisti, per cui la popolazione li rispetta. Djakova, per esempio, che è la mia città natale, è una città “criptocattolica” e poi c’è una presenza consistente di Dervisci, i musulmani protestanti, mentre i villaggi sono musulmani.
La regione dei Gorani rappresenta invece una zona calda. I Gorani sono slavi musulmani, ma non vogliono essere chiamati “bosniacchi”. Io faccio parte del team di mediazione e lavoro molto in quella zona. Ci sono diversi problemi. Il primo è che loro si definiscono “Gorani”, mentre i bosniacchi vorrebbero cancellare la loro memoria in quanto tali: “Voi siete bosniacchi, dovete studiare sui libri che arrivano dalla Bosnia”. Ma una metà accetta, l’altra invece si oppone: “No, siamo musulmani slavi e vogliamo che i nostri figli studino in libri serbi, col cirillico”. E il regime serbo, anche quello attuale di Kostunica, paga i salari mensili di tutti questi insegnanti, e i libri. Quindi c’è un grosso conflitto in corso all’interno di questa comunità.
E guardate che è una comunità piccolissima, veramente un numero irrilevante; parliamo di 5-6.000 persone suddivise in 12 villaggi. Il mio stesso dipartimento deve impiegare un rappresentante per comunità, per cui bosniacchi, gorani… Insomma, è assurdo!
Ma non finisce qui: i rom, pare perché costretti a dichiararsi serbi, albanesi o turchi, come reazione avrebbero cominciato a definirsi rom, ashkali e egiziani. Per cui abbiamo tre nuove minoranze. Allora, gli ashkali parlano albanese, i rom parlano la loro lingua che è solo orale; il terzo gruppo ora si autodefinisce “egiziani”: dicono di essere appunto egiziani, di essere venuti qui qualche secolo fa dall’Egitto.
Ecco, io sarò pure ingenua, ma non vedo queste differenze tra di loro, nelle caratteristiche fisiche, per esempio, o nello stile di vita. Ma loro si distinguono, per cui oggi esistono tre nuove minoranze: rom, ashkali e egiziani. E tutti insieme costituiscono non più dell’1% della popolazione.
E’ stato divertente, quando l’ambasciatore egiziano è venuto a Pristina da Belgrado e ha chiesto spiegazioni: “Ma come egiziani? Chi è questa gente?”.
Voglio dire, è un posto troppo piccolo, il Kosovo, per tutte queste complicazioni!
Io sono una persona che non ama le religioni, le rispetto tutte se la gente ci crede. La mia famiglia per tradizione non è mai stata religiosa, per cui non ho questo senso di appartenenza identitaria. Scherzo sempre su questo: “di che nazionalità sei?” “kosovara”, “di che religione?” “albanese!”.
In alcune zone del Kosovo i serbi sono “blindati” in enclaves circondate dai militari della Kfor, in altre serbi e albanesi vivono negli stessi villaggi, senza alcuna forza di interposizione. Come si spiega?
Qui in alcune zone, come a Novo Brdo, dove la guerra ha assunto dimensioni minori, non si può dire che serbi e albanesi convivano, ma comunque vivono nello stesso luogo, casomai non si parlano, non comunicano, ma non ci sono aggressioni. Anche Kamenica è un villaggio misto, di serbi e albanesi, senza enclaves. Vivono assieme, ma ognuno per la sua strada, non si parlano; ci sono gli americani e i russi nel mezzo, è una mini guerra fredda.
Il fatto è che invece in altre zone, come Peja o Djakova, i serbi non possono ancora muoversi liberamente e vivono in enclaves perché la guerra si è concentrata principalmente in questi territori e tantissima gente è stata uccisa. E soprattutto, direi, tutti i serbi locali sono stati coinvolti nei massacri e nella pulizia etnica. In questi altri villaggi, dove casomai si possono vedere due distinti gruppi di persone alla fermata dell’autobus a pochi metri di distanza, tutto questo non è successo e allora nessuno ha avuto l’esperienza che il vicino ha ucciso tua madre o violentato tua figlia… Ecco, è questo il discrimine della ripresa della convivenza. Per esempio io credo che mai i serbi potranno tornare a vivere a Djakova, mai. Perché i djakovari sono gente tollerante, ma i vicini hanno ucciso i loro cari con le loro stesse mani.
Allora, è vero, a Peja o a Djakova la convivenza è ancora lontana, ma per dire, a Pristina già si può ricominciare. A condizione però che i serbi prendano consapevolezza del fatto che devono vivere da pari, con uguali diritti e doveri.
Tu hai sperimentato, anche personalmente, la difficoltà di riannodare dei rapporti tra le due comunità…
Ho un amico, un serbo di Djakova che oggi vive a Belgrado, con cui comunico per telefono. Lui è stato costretto a indossare la divisa, ma è pulito, è un medico. Ebbene, lui è nato a Djakova, e quando io gli chiedo di qualche conoscente scomparso, la sua risposta è sempre: “Non chiedermi dov’è, l’hanno ucciso”. Ecco, lui è consapevole di non poter tornare a Djakova, semplicemente pagherebbe per qualcun altro. La responsabilità collettiva vuol dire questo.
Durante la campagna elettorale, c’è stato un incontro per sostenere le donne candidate alle elezioni. Così sono andata a Gracanica e ho portato anche alcune donne serbe. Ebbene, tra di loro ho riconosciuto la moglie di un collega di mia sorella, lavoravano assieme.
Così, le ho chiesto come stesse il marito e lei mi ha risposto: “Lui sta bene, e io spero tanto che presto torneremo a vivere assieme come prima”. E io ho risposto: “Certo, ma non come prima”.
E lei: “Non capisco, come dovremo vivere allora?”. E’ semplice: che lingua si parlerà? “Beh, il serbo, siamo in Serbia”. E ancora: “Tuo marito, che non era nemmeno laureato era il direttore di mia sorella, che ha conseguito un master, e solo perché è serbo. Voi avevate un appartamento, mia sorella non poteva, e solo perché voi siete serbi. E voi volete tornare a vivere come prima? No. Questo è il vostro paese, Pristina è la vostra città, avete il diritto di viverci, ma non di dettar legge. Non si torna indietro”.
Ecco, è questo che loro non vogliono riconoscere. I serbi kosovari, per esempio, non hanno mai imparato l’albanese. Un mio collega medico, con cui ho lavorato per dieci anni, un pediatra, non ha mai imparato una singola parola di albanese. E parlo di gente nata in Kosovo, che ha vissuto con un 90% di albanesi attorno. Lui, oltretutto, lavorava come pediatra!
Voglio dire, io ho imparato qualche parola di turco, della lingua dei rom e dei gipsi, per comunicare coi genitori e coi bambini. E’ una questione di superiorità, è la supremazia della lingua ciò che loro hanno imposto.
Il tempo passa, ma se non si assumono la responsabilità per il loro passato sarà sempre più difficile per loro vivere qui. E nessun albanese li può più aiutare, perché se continuano a vivere in queste enclaves ci sarà una sorta di atrofizzazione che sarà come stendere un tappeto rosso all’esplodere delle violenze da parte degli estremisti albanesi.
Devono riconoscere tutto questo: qui non è Serbia è Kosovo, e non sarà mai più Serbia. Vogliono vivere in Kosovo? Va bene, ma deve cambiare la loro testa: possono parlare la loro lingua, andare in tutte le chiese che vogliono, hanno diritto alle loro case e devono poter avere i diritti di tutti, ma non di più!
Per tre settimane ho chiesto che ci fosse la disponibilità di qualcuno di Gracanica impegnato in gruppi di donne contro la violenza domestica, per cominciare a tracciare le basi di una bozza di legge. Ma nessuno è voluto venire. E qui non si tratta di politica, parliamo di leggi per un Kosovo più civile e democratico.
Quest’anno c’è stata una conferenza dal 22 al 26 luglio, in Virginia, con Rugova, Thaci, e alcuni rappresentanti della chiesa ortodossa, Artemje, padre Sava, Petar e altri. E’ stato un incontro importante per cominciare a capirci gli uni con gli altri.
Ebbene Artemje parla ancora di “Kosovo e Metohja”, di fronte a noi, una tale provocazione! E poi ci ha parlato della sua proposta. Ebbene, lui avrebbe voluto che in ogni città –ascolta che bella idea!- la comunità internazionale costruisse una sorta di quartiere chiamato “piccola Serbia”!
Bene, noi abbiamo cominciato a ridere perché è semplicemente ridicolo!
Se c’è qualche proposta per l’integrazione okay, ma proposte per la disintegrazione, per un ulteriore apartheid, oggi con la presenza della comunità internazionale… Beh, no grazie.
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