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Euromediterranea

La vincibile Europa di Daniela Binello
Dieci anni fa Srebrenica segnava la sconfitta della cattiva utopia, cioè del ritenere che dopo il 1989, con la caduta del muro, si sarebbe sprigionata la pace.La Fondazione Alexander Langer, con la Comunità bosniaca, chiede di osservare a mezzogiorno dell’11 luglio un minuto di silenzio


Bolzano – La consegna del premio Alexander Langer di quest’anno a Irfanka Pasagic, psichiatra di Srebrenica che ha fondato il Centro Tuzlanska Amica in cui si occupa di oltre ottocento bambini orfani della Bosnia Erzegovina, è anche l’occasione per rianalizzare l’atteggiamento dell’Unione Europea al tempo della guerra in Bosnia a distanza di dieci anni esatti dal massacro di Srebrenica, definito la più grande atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale.

La Comunità Bosniaca ha chiesto all’Italia di osservare un minuto di silenzio a mezzogiorno dell'11 luglio, ora in cui, nel cimitero memoriale di Potocari saranno inumate altre 600 vittime del genocidio identificate mediante l’esame del Dna. Il numero delle salme nel memoriale sale quindi a 2mila, mentre altre 8mila attendono ancora di essere identificate.

La Fondazione Alexander Langer Stiftung ha organizzato un lungo ciclo di eventi per ricordare il tragico evento, che coincide anche con la scomparsa di Alexander Langer, figura carismatica di uomo sensibile, intellettuale e politico impegnato, attivista infaticabile nella costruzione di “ponti” della pace, avendo compreso l’importanza di un’Europa unita, che si tolse la vita il 3 luglio del 1995. La Fondazione Langer ha promosso anche il corso estivo di formazione alla gestione non violenta dei conflitti, cui partecipano 40 giovani che si trovano in questo momento fra Tuzla e Sarajevo.

Il conflitto in Bosnia Erzegovina comincia nell’aprile del 1992. Per tre anni e mezzo i governi occidentali, Stai Uniti in testa, decidono di non intervenire.
Eppure non è mancata la denuncia di quanto stava accadendo nella piccola regione balcanica per volontà, fra i principali ideatori, del serbo Slobodan Milosevic e del croato Franjo Tudjman.

Non è mancato nemmeno quello che si mitizza come buon giornalismo, perché i reporter, come le organizzazioni umanitarie e perfino alcuni diplomatici, hanno mostrato chiaramente le immagini dei campi di concentramento dove si vedevano i corpi scheletrici di uomini, evidentemente affamati, tenuti dietro il filo spinato, seminudi, portanti i segni delle atrocità subite. Le prove dell’esistenza dei campi di concentramento, degli stupri sistematici, delle violenze perpetrate dai soldati in nome della “pulizia etnica” - dichiarata ufficialmente dai comandanti serbi - furono riconosciute. Tuttavia, i leader occidentali, fra mille tergiversazioni, dichiararono che tale prassi era stata seguita da tutte le parti belligeranti.

L’11 luglio del 1995 le forze militari serbobosniache del generale Ratko Mladic, con i paramilitari serbi di Arkan (le “tigri”) e di Vojislav Seselj, entrano nella città di Srebrenica - enclave definita zona di sicurezza sotto il controllo delle Nazioni Unite, dove in realtà era presente uno sparuto drappello di soldati olandesi - e fino al 19 luglio, in piena libertà, danno sfogo a un massacro che il 19 aprile del 2004 il Tribunale internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia non esita a bollare come genocidio .

In quegli otto giorni furono uccisi oltre 7mila uomini e ragazzi bosniaci considerati in età militare : in realtà, la maggior parte erano ancora bambini o vecchi inermi. Le donne furono stuprate e perlopiù uccise. Lo scopo degli aggressori non era solo quello di conquistare la città, ma di procedere a una strage etnica che avrebbe pregiudicato ogni possibilità futura di far convivere pacificamente popoli diversi fra loro ma che, per secoli, avevano coabitato in una Bosnia che, allora, era laica e interetnica.

Vittime della morsa stretta contro la loro comunità dai croati e dai serbi, anche i musulmani hanno certamente commesso violazioni del diritto internazionale.
A Sarajevo le unità speciali dell’esercito bosniaco hanno eseguito esecuzioni sommarie di serbi e si sono distinte, sebbene in misura minoritaria, per operare le stesse pratiche del terrore serbocroato.

La Commissione speciale voluta dalle Nazioni Unite, presieduta da Cherif Bassiouni dell’università di Chicago, arrivò a stabilire in una dettagliatissima indagine che il 90 per cento dei crimini commessi in Bosnia Erzegovina erano da attribuire a estremisti serbi, il sei per cento a estremisti croati e il quattro per cento a estremisti musulmani. Tali proporzioni corrisposero in linea di massima anche alle considerazioni della Cia.

Alla fine del 1995 la firma degli accordi di Dayton sancì la fine della guerra e l’inizio dell’ingovernabilità della Bosnia, ancora oggi distrutta nel cuore e nell’animo.

Sebbene alcuni responsabili dei crimini siano stati processati dal Tribunale per l’ex Jugoslavia e negli ultimi mesi diversi indiziati si siano consegnati volontariamente, dieci imputati, tra cui il serbobosniaco Radovan Karadzic e gli ex generali Ratko Mladic e Zdravko Tolimir, sono ancora liberi, e risiedono con ogni probabilità nella Republika Srpska o in Serbia.
A oggi, non una singola persona incriminata dal Tribunale per l’ex Jugoslavia è stata arrestata dalle autorità della Republika Srpska. La mancanza di cooperazione delle autorità serbobosniache col Tribunale per l’ex Jugoslavia continua a costituire un ostacolo fondamentale.

Nel gennaio del 2004, le autorità della Republika Srpska hanno istituito la Commissione Srebrenica, incaricata d’indagare sugli eventi del luglio 1995. A giugno e ottobre la Commissione ha emesso due rapporti in cui si ammette la partecipazione della polizia e dell’esercito serbobosniaci al massacro di Srebrenica.

A novembre, per la prima volta, le autorità della Republika Srpska hanno chiesto scusa per le gravi violazioni dei diritti umani commesse a Srebrenica e nel marzo scorso hanno trasmesso alla Procura di Stato della Bosnia ed Erzegovina un elenco di 892 persone ritenute coinvolte e tuttora in servizio nelle istituzioni della Republika Srpska o della Bosnia ed Erzegovina.

A dieci anni di distanza sul piano della giustizia contro i crimini di guerra c’è ancora molto da fare e sul piano della politica l’Europa continua a reagire separando le parti in conflitto e tenendole buone con un po’ di spargimento di aiuti economici. Un’Europa vincibile, dunque, sotto tutti i punti di vista.