pro dialog
Lisa Giua Foa: E' andata così. I miei dieci anni con Alexander Langer
Lisa Giua Foa è stata fin d'all'inizio, dopo la morte di Alex, leì così fragile, un pilastro della Fondazione. Dalla sua piccola stanza romana ha messo in moto ancora nel 2004 sia l'incontro euromediterraneo dedicato alla Polonia che il premio Langer assegnato, su sua proposta, alla fondazione Pogranicze di Sejny, rinsaldando così i fili di antiche amicizie costruite dai tempi di Solidarnosc.
La ricorderemo a lungo, con affetto e nostalgia. E ci stringiamo ai figli Bettina, Anna e Renzo e a coloro che la piangono.

Così Lisa descrive questo periodo, in un bel libro pubblicato da Sellerio nel 2004, dal titolo "E' andata così", curato da Brunella Diddi e Stella Sofri.


L'ultimo decennio del Novecento per me e per molti amici è stato anche il decennio di Alexander Langer. Il 3 luglio 1995 Alex si è impiccato a un albero di albicocco a Pian dei Giullari, nei pressi di Firenze. Era troppo stanco e non ce la faceva più, aveva lasciato detto. La sua scomparsa ci aveva lasciati nella tristezza e nella confusione. Non potevamo che rispettare la sua decisione, anche se era difficile da accettare. Sentivamo qualche rimorso per non aver capito come fosse profonda la fatica che lo opprimeva e cosa significasse quell'asma cronica che gli aveva abbassato le voce e tolto la voglia di ridere.
In questo libro che prendo spesso in mano, Il viaggiatore leggero, affiorano in parte le cause di quella stanchezza: il suo impegno costante nelle più diverse situazioni di tensioni e conflittualità, dai problemi della convivenza alle grandi questioni planetarie dell'ambiente, sempre in giro tra il Sudtirolo e l'Europa, tra i paesi del Meditteraneo e gli altri continenti, "Troppa distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere", aveva scritto.
Gli amici che hanno dato vita alla Fondazione intitolata a suo nome non hanno certo inteso farne un nuovo santo. La preoccupazione maggiore è stata quella di restare ancorati alla realtà, a partire da quel Sudtirolo bietnico e bilingue che aveva segnato profondamente la personalità di Alex e ne aveva ispirato, come è stato detto tante volte, quella sua vocazione a "passare le linee", a "scavalcare le frontiere". La Fondazione ha le sue radici in quella comunità bolzanina che, con la sua straordinaria capacità di accoglienza e il suo lavoro "benevole", ha suscitato l'ammirazione degli ospiti stranieri….. perché capace di alternare i momenti alti dei corsi, dei seminari e dei convegni in cui si scambiano le idee, con i momenti conviviali, quelli in cui è possibile guardarsi in faccia, parlare a tu per tu e conoscersi personalmente.
L'impegno della Fondazione Langer è stato - insieme con il Comitato "Liberi liberi" per la liberazione di Sofri, Bompressi, e Pietrostefani - il mio ultimo lavoro e ci sono tuttora un po' dentro, anche se sono, come vedete, piuttosto fuori gioco. Sono due occasioni tristi, ma mi conforta di aver chiuso il mio percorso lavorativo, all'insegna dell'amicizia.
Nuove affinità e sintonie abbiamo poi trovato con i destinatari del premio internazionale Alex Langer, assegnato ogni anno a persone di buona volontà, impegnate e generose e appartenenti a quelle aree trascurate, dimenticate o rimosse a cui Alex rivolgere di preferenza la propria attenzione. Come Khalida Messaoudi, che già nel 1997 ci spigò tutta la follia del terrorismo islamico, di cui era vittima allora la popolazione algerina. Come Yolande Mukagasana e Jacqueline Mukansonera, unite nella loro vicenda umana durante i massacri in Ruanda, l'una come vittima, l'altra come salvatrice, e dedicata, Yolande, all'arduo lavoro di ricomposizione delle lacerazioni etniche. Come Natasa Kandic o Vjosa Dobruna, impegnate da sponde contrapposte in Kosovo nella difesa dei diritti umani. Come Dan Bar-On e Sami Adwan, un israeliano e un palestinese che hanno scritto insieme un libro di storia comune che potrebbe costituire un nuovo punto nel decalogo della convivenza di Langer. Mentre non abbiamo potuto conoscere direttamente Ding Zilin e Jang Peikun, genitori di un ragazzo di Tien-An Men, che cercano di ottenere luce e giustizia per quei tragici fatti del giugno '89: la Cina non è ancora un paese aperto.
Ogni anno a Bolzano, in occasione degli incontri di Euromediterranea, si raccolgono persone provenienti da diverse parti del pianeta a portare esperienze, testimonianze, denunce e a cercare solidarietà. Nel 2000 giunse un gruppo di donne cecene che sconvolsero tutti con il racconto delle vessazioni subite dalla gente di Grozny. Ricordo ancora il senso di paralisi e di impotenza che ci colse per la difficoltà di aiutarle: non eravamo in grado di offrire altro che un uditorio di persone sensibili e comprensive.

Bella parola,pace

Mi chiedete cosa penso del pacifismo e delle manifestazioni pacifiste che percorrono le vie di Roma. I clamori giungono fino a me anche se adesso sto un po' fuori mano, qui in via Aurelia, proprio alle spalle di San Pietro. Tutt'al più vedo gli elicotteri che sorvolano la città o ne sento il rumore.
Dalla finestra, proprio qui di fronte a me, vedo il palazzo dei missionari africani, i Padri Bianchi, dove sventola la bandiera della pace. Non riesco a prenderla sul serio. La mia amica Yolande Mukagasana, scampata al genocidio del 1994 in Ruanda, ha testimoniato cosa è successo in quel paese solo pochi anni fa - cattolici hutu che trucidavano altri cattolici, che fossero tutsi o hutu dissidenti spesso all'ombra di chiese e conventi - senza che dal Vaticano si levasse un monito deciso e ultimativo a far cessare l'eccidio.Tutti voltarono le spalle - l'ONU che era sul posto, i paesi occidentali, gli stati africani, le organizzazioni non governative - e lasciarono che in poche settimane quasi un milione di ruandesi venissero massacrati.
Quasi contemporaneamente, in Bosnia, i serbi si accanivano contro la popolazione di Sarajevo e di altre cita abitate in prevalenza da musulmani e nel 1995 trucidavano, di fronte cristianissimi peacemaker olandesi, 7.000 abitanti di Srebenica, già dichiarata zona protetta dall'ONU.
Difficile parlare di pace finché scavando per terra si scopriranno fosse comuni. È una bellissima parola, pace, il contrario di guerra ed è ovvio, suggestivo e gratificante volere la pace, la pace permanente, la pace universale. Ma temo che questa parola rischi di esprimere un'altra delle utopie che infiammano di tanto in tanto i cuori e le menti. Di fronte a tutta la violenza che c'è o si prepara nel mondo siamo consapevoli che non basta schierarsi per la pace, ma bisogna anche fare qualcosa? La bandiera iridata può anche coprire miopia, apatia,amore del quieto vivere, quello che in linguaggio politico si definisce "status quo". Non ci rendiamo forse colpevoli di omissione di soccorso quando assistiamo, o sappiamo che lontano dai nostri occhi si stanno compiendo violenze e sopraffazioni? Queste sono le domande che mi pongo mentre fuori sfilano i cortei, apparentemente paghi del loro numero e della loro veemenza.
Nel corso della mia esistenza ho partecipato a molti cortei, ma ho incontrato ben pochi pacifisti. Erano per lo più persone contrarie alla possibile guerra che si
profilava all'orizzonte in quel momento. Non volevano intervenire in Spagna quando ci fu il sollevamento del generale Franco, non volevano fermare Hitler quando ingoiava boccone dopo boccone pezzi d'Europa volevano lasciare a Milosevic il ruolo di grande stabilizzatore dei Balcani, non volevano (e non vogliono) intralciare la Russia nella "pacificazione" della Cecenia. E oggi sono contrari a questa guerra difficile forse da capire e giustificare se non si comprende in pieno il fenomeno del terrorismo su scala planetaria. Credo che non si possa più, come nel film di Bunuel, vedere il terrorismo come un fenomeno esterno, inspiegabile, piovuto dal cielo come se fosse azionato da extraterrestri.
C'è chi pensa che il terrorismo internazionale sia l'arma dei povere e dei reietti contro gli stati potenti e superarmati che li sfruttano. Mi sembra per lo meno semplicistico fare ricorso in questo caso alle categorie un po' vecchiotte del nostro vecchio terzomondismo: il terrorismo è palesemente opera di èlite ricche e potenti. Sono passati diversi decenni dal crollo di imperi coloniali e gli stessi nuovi stati indipendenti hanno imparato che, nonostante appartengano a un mondo pieno di disuguaglianze e ingiustizie, non tutti i mali sono imputabili allo scambio ineguale e alle spietate leggi del mercato internazionale. Molti derivano dai regimi autocratici, dispotici e corrotti che si sono instaurati in questi paesi e dalle guerre che si fanno tra loro.
Non so se sia una ventata di messianesimo postmoderno oppure un revival di internazionalismo trotzkista a ispirare gli strateghi statunitensi nella loro proclamata volontà di esportare la democrazia con bombe e missili. Ma se il ricorso al fanatismo è un'idea scaturita dalla mente malata di dittatori che non devono rendere controlli, critiche, contestazioni interne, perché escludere che la rimozione di ostacoli come dittatori e strutture totalitarie possa avere esiti positivi?
Non è sempre vero che la democrazia, o almeno l'avvio della democrazia, abbia bisogno di un lungo periodo di incubazione e gestazione. Ci sono i noti precedenti della Germania, dell'Italia e dalla Giappone nel secondo dopoguerra. E i paesi dell'Est europeo, inclusa la Russia, hanno attuato in pochi anni la transizione a un ordinamento di tipo democratico dopo molti decenni di dittatura. Ci sono state differenze di tempi e modi tra chi della democrazia era stato defraudato dall'occupazione sovietica e dagli accordi di Yalta e chi non l'aveva mai conosciuta; tra chi aveva maturato quella scelta in un lungo e tenace lavoro di opposizione, fino a costruire parallela, e chi fu colto di sorpresa dalla caduta del muro di Berlino, Ma alla fine la direzione, se non la velocità di marcia, è stata comune. Perché allora pensare che paesi e società a religione islamica siano naturalmente refrattari ai cambiamenti e alla modernizzazione, siano strutturalmente violenti e inclini a forme suicide di terrorismo globale? Non credo che la guerra possa essere sempre una soluzione, ma non credo nemmeno di fronte all'attuale ventata terroristica e alla sua aggressività si possa fare a meno dell'uso della forza. Per parafrasare Mao, fronteggiare il terrorismo non è un pranzo di gala ce ne accorgiamo quotidianamente.
Ma quel che penso io ha scarsa rilevanza. Oggi molti si improvvisano strateghi, generali, geopolitica, ognuno con la sua ricetta. Per capire da dove venga e quanto durerà questo terrorismo, mi pare che per ora disponiamo soprattutto di congetture e ipotesi. Gli specialisti ci dicono certamente molte cose utili, ma ricordiamoci che
nessun sovietologo aveva previsto l'implosione del comunismo.

Vedo un 'Europa stanca

Mi chiedete quale bilancio si possa fare del secolo passato. Speravo che il passaggio del secolo, dopo un decennio così terribile, avrebbe accentuato gli elementi di incertezza, titubanza, scetticismo. Il Novecento a parte tutte le cose belle, inebrianti, esaltanti che ha avuto, lo sento come abbastanza oppressivo, perché è stato un secolo dai toni molto forti. Tutti erano molto sicuri di sé, tutti esprimevano convinzioni, gridate, e non solo nel '68, come forse pensate voi. È stato il secolo delle certezze, delle ideologie, degli imperativi categorici e quindi anche degli schieramenti netti, contrapposti. Le sorti sembravano implacabilmente segnate. Ma, come sempre, c'è l'ironia della storia. Nonostante sia stato un secolo di forti volontarismi, si era come predestinati da un fato più grande, si era in preda a forze che ti portavano di qua o di là. Tu avevi la sensazione di agire, di decidere, di essere nel pieno del tuo libero arbitrio, ma non era così.
Cambiando secolo, crollando muri e ideologie, si poteva sperare che cambiasse anche l'atteggiamento delle persone. E invece mi pare che tutti continuino a essere molto sicuri di sé, a fare affermazioni categoriche. Non è nata una sana propensione allo scetticismo. Come ho sentito dire alla trasmissione radiofonica "Fahrenhait" da un simpatico professore di cui non ricordo il nome, lo scetticismo non ha mai ammazzato nessuno, non ha compiuto stragi. Sotto il segno dello scetticismo non si sono fatte guerre sante.
Almeno in Europa questa transizione avrebbe potuto compiersi. Qui si e sperimentato di tutto: guerre di religione, guerre tra stati, guerre coloniali, guerre fasciste, guerre antifasciste. E in effetti in Europa non si ha più voglia di fare guerre e non le si fanno più, almeno in questo pezzo di continente che si chiama Europa comunitaria. Ma invece di diventare il centro propulsore di una nuova filosofia della vita, questo pezzo d'Europa più vecchio e sperimentato si è come ripiegato su se stesso, organizzandosi una propria zona riservata, protetta e privilegiata. E chiudendo gli occhi s quanto sta accadendo nei suoi dintorni: nei Balcani, in Algeria, in Cecenia. E sottovalutando molto, a mio parere, il nuovo terrorismo islamico contro la popolazione civile che colpisce quotidianamente, a cominciare da Israele, a due passi da noi.
C'e come una sfasatura storica tra noi europei occidentali che siamo stanchi di guerreggiare e abbiamo una gran voglia di smobilitare, e un mondo arabo-israeliano da cui si sprigionano impulsi aggressivi che richiederebbero comunque una qualche nostra reazione.La versione guerriera dell'Islam - come la definisce il tunisino Abdelwahab Meddeb nel suo libro appena uscito - non è d'altronde preoccupante solo per le sue tendenze offensive verso l'esterno, ma anche perché fa da supporto a regimi e società oscurantiste dove tra l'altro si tagliano le mani e si pratica la lapidazione. In ogni caso non si dovrebbe girare la testa dall'altra parte di fronte alle barbarie in attesa di un’ipotetica rivoluzione culturale del mondo islamico - di cui parla e che auspica lo stesso Meddeb - capace di fermare questa deriva.
In Europa mi pare che almeno per ora non ci si occupa molto di questi problemi, forse perché sono troppo complicati. Per questo non credo tanto nell'Europa comunitaria che oggi si sta costruendo pezzo a pezzo.Penso inoltre che noi dell'Occidente siamo stati prima miopi a non capire che il muro non sarebbe durato in eterno e che l'unità dell'intera Europa andava affrontata, e poi lenti a muoverci nei confronti dell'Est. Ci abbiamo impiegato una quindicina di anni e nel frattempo in quei paesi sono state frustrate non poche aspettative. Non credo che l'Europa possa oggi esercitare una qualche forma di egemonia politica e culturale. Intendiamoci, mi piace moltissimo questa Europa, sogno di poter camminare di nuovo per le strade di Parigi, Londra, Bruxelles, Barcellona, Lisbona, Berlino. Forse l'allargamento all'altra Europa porterà una ventata di aria fresca, un arricchimento culturale, un ricambio di persone, una moltiplicazione di paesaggi e prospettive. Varsavia, Praga, Budapest, Cracovia potranno contare di nuovo dopo la lunga ibernazione comunista.
E l'Italia, dite voi? Per favore, non fatemi parlare di politica italiana: Sento di nuovo quell'aria manichea che ha condizionato questo dopoguerra: o sta da una parte o stai dall'altra parte, o sei con me o sei contro di me. E avendola già sperimentata non ci voglio ricascare. Rimando comunque al libro che Guido Crainz ha appena pubblicato, Il paese mancato, dove si spiega come e perché si è arrivati a oggi.
Per conto mio penso che anche qui poteva andare meglio. In fondo ci troviamo di fronte a un insieme di residui del passato, per lo più spezzoni di vecchi poderosi partiti e movimenti, e ci si poteva attendere che le passioni fossero un po' attenuate, smorzate.Invece tutti continuano a usare i toni alti, si grida, si urla. C'è un personaggio di Manuel Vázquez Montalbán in Assassinio al Comitato Centrale che dice: " gli dei sono morti, ma noi sacerdoti siamo rimasti". Non sono rimasti solo i sacerdorti, che in fondo non sono altro che predicatori un po' scoccianti. Il fatto è che nella politica c'è sempre più esibizionismo e personalismo. I politici, con il loro seguito e la loro corte, sono i nuovi principi dell'epoca contemporanea. È sempre l'ancien regime che ritorna, in un modo o nell'altro, anche in una società massificata come la nostra. E per completare il quadro, tra tutti questi fasti e clamori si continua a tenere in galera Adriano Sofri. E siamo nel 2004!

È andata così

Vi sono molto grata per queste nostre chiacchierate fatte di tanto in tanto, ma con encomiabile perseveranza da parte vostra nonostante la calura estiva e altre avversità stagionali. Non solo perché mi sono state di grande compagnia, ma soprattutto perché mi hanno fatto rivivere sprazzi del mio passato, o dei miei molti passati, come ha detto maliziosamente un amico per sottolineare la mia - chiamiamola così - irrequietezza. È stato quasi come sdraiarsi sul lettino di un analista, voi lì davanti a fare domande e a interloquire e io a poco a poco vedevo riaffiorare storie, episodi, persone. Non che di tanta parte del mio passato mi fossi dimenticata, tutt'altro, ma c'era come una montagna di cose vissute da cui disseppellivo di volta in volta qualche stato.
Non vi ho certo raccontato tutto, ne ho ricordato tutte le persone che mi sono state care e con cui ho avuto in comune un pezzo di esistenza. E nemmeno tutte le cose che ho fatto, i libri più importanti che ho letto, le parti di mondo che ho visitato. Non vi ho parlato dei miei figli e nipoti, che sono al centro dei miei ricordi e dei miei pensieri. Non ho raccontato le cose più recondite della mia vita. E questo sia per la mia connaturata riservatezza, sia perché credo che per parlare di certi lati dell'esistenza occorra una vena poetica, una vocazione letteraria, una leggerezza di linguaggio, tutte doti che io non possiedo. Per questo ho sempre scritto su argomenti un po' aridi e noiosi come quelli attinenti al socialismo reale. Penso d'altra parte che i ricordi non debbano essere troppo straripanti, che abbiano bisogno di una certa dose di misura e discrezione. E soprattutto credo che la memoria debba talvolta accompagnarsi anche all'oblio. È facile commettere abusi nell'una o nell'altra direzione - ci ha detto Tzvetan Todorov - ma l'esaltazione unilaterale della memoria, quale spesso si fa di questi tempi, mi pare eccessivo. Dopo tutto, ogni mattina, svegliandoci, non pensiamo a Giuseppe Garibaldi né al Risorgimento, che sono stati essenziali per la nostra identità personale. E nemmeno alla presa di Porta Pia. Questa la celebrano lodevolmente ogni anno soltanto i radicali, ma perché hanno dei conti aperti con la Chiesa cattolica. Anche in Spagna sembra si siano stancati di veder beatificare e santificare preti uccisi dai rossi.
Ogni tanto è pur necessario voltare pagina, altrimenti si rischia di finire come gli eterni duellanti di Conrad. La cosa essenziale - come ha detto Vaclav Havel - è saper voltare pagina, anche se dopo averne letto e assimilato il contenuto. Del resto il peggior nemico della memoria non mi pare sia tanto la rimozione e l'oblio quanto piuttosto il ricordo che tende a semplificare, appiattire, banalizzare ciò che è successo. Quando gli storici vanno a studiare più da vicino e quando i testimoni scavano più in profondo nella loro memoria emergono sfumature, luci e ombre, si scopre che le cose sono sempre più ingarbugliate, insensate e bizzarre di come ci sono state trasmesse tutte belle impacchettate.
A questo punto potremmo chiederci se tutto il chiasso che abbiamo fatto sia stato lecito o sia almeno servito a qualcosa. Alla fin fine cosa ci ha spinto a darci tanto da fare quando molti altri nostri rispettivi coetanei se ne sono stati più buoni e tranquilli rispettando maggiormente usi e tradizioni? Su questo credo che bisognerebbe riflettere un po' La risposta potrebbe essere che ciò che ci spingeva a fare era il vedere intorno a noi, nonostante i toni spesso accesi, molta indifferenza, acquiescenza, rimozione, passività.
Nelle nostre chiacchierate si è parlato di me, di ciò che facevo e pensavo nei vari periodi della mia esistenza. Forse voi pensavate che ciò che avevo da raccontarvi fosse più interessante, insolito, divertente. " Es gibt auch anders", poteva andare anche altrimenti, dice Bertold Brecht nell'Opera da tre soldi. Ma a me è andata così in questo lunghissimo secolo che è stato il Novecento.


(Una lunga intervista del 1994 a Lisa Foa si trova in www.unacitta.it)