Fondazione Fondazione anna segre

Statuto CdA - Revisori Comitato Scientifico-Garanzia Per aderire, sostenere, 5 x 1000 bacheca 2005 bacheca 2006 bacheca 2007 bacheca 2008 bacheca 2009 bacheca 2010 bacheca 2011 bacheca 2012 bacheca 2013 bacheca 2014 bacheca 2015 bacheca 2016 bacheca 2017 bacheca 2018 bacheca 2019 memoria adelaide aglietta andreina emeri anna segre
anna bravo lisa foa renzo imbeni marino vocci giuseppina ciuffreda clemente manenti Programma attività bilanci consuntivi Relazioni finali findbuch - archivio Quaderni della Fondazione
RE 2009-giardino dell'Arca (18) Spazio all'integrazione! (12)

Dedicato ad Anna Segre: GEOGRAFIA, SOCIETA', POLITICA - Edi Rabini: Una vita consapevole, un consapevole addio

2.4.2007, Franco Angeli editore
Con Alexander Langer andava così: arrivava ad un incontro con una persona in più… e poi un’altra ancora…, per quella sua passione a costruire e coltivare reti di rapporti ampi e trasversali.
Così un giorno, ad una delle assemblee romane della “Campagna Nord-Sud:
biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito” (detta più semplicemente “Campagna
Nord-Sud”) si era unita a noi Anna Segre. Abbiamo saputo solo che veniva
da Torino e che da poco era stata eletta per i Verdi nel Consiglio regionale del
Piemonte. Di più non serviva. Stelle al merito non venivano riconosciute in
quella sede, forse per questo poco frequentata dai “politici”, ma ognuno si trovava
a dare il meglio di sé nella ricerca di un modo nuovo di tenere insieme
azione globale e pensiero locale, coscienza ecologista e solidarietà internazionale.
Le ragioni della crescente distanza tra paesi ricchi e poveri andava cercata
prima di tutto tra di noi, nel nostro modo di vivere, consumare, produrre. Da qui
dovevamo incominciare ad agire, da Seveso, dall’Acna di Cengio, dalla miniera
a cielo aperto di Balangero, come ci ha ricordato Anna. Non si trattava più di
scappare lontano per essere utili al Sud del mondo, ma di rendere la nostra economia
e il nostro stile di vita compatibile con la realtà della finitezza delle risorse.
Anche lì Anna era di poche misurate parole. Sapevi però di poterti fidare se
prometteva di dedicarsi ad una cosa. E che ci avrebbe messo molto di suo.
A Ferrara, nel maggio 1991, Anna interviene ad un seminario internazionale
con una relazione su “Il debito del Terzo Mondo e il problema ambientale”.
Apre con una citazione dell’ecologista indiana Vandana Shiva. «Vivere alla
grande, sulla ricchezza presa a prestito o rubata, è la ricetta economica dei moderni
sommi sacerdoti delle banche e delle istituzioni finanziarie, che considerano
le risorse naturali, e i poveri, elementi non indispensabili degli ecosistemi».
A leggere il testo scritto, che si ritrova nell’Archivio Langer, si rimane stupiti
dall’accuratezza e precisione con cui vi viene descritto il meccanismo perverso
che ha fatto del debito il principale motore di disciplinamento e deterioramento
di intere economie e ambienti di vita.
È un’analisi, accompagnata da una forte mobilitazione civica, che sembra
far breccia ai livelli più alti delle istituzioni internazionali. Il Vertice della terra
di Rio, nel 1992, ne diventerà il momento simbolicamente più significativo e
promettente.
Ma la drammatica crisi di convivenza seguita alla caduta del muro di Berlino
incomincia a dominare l’agenda politica, soprattutto quando si trasforma in guerra
contro i civili in Algeria, Cecenia, Ruanda, Sarajevo e Srebrenica. Difficile parlare
d’ambiente in mezzo a tanta distruzione umana. A questa nuova emergenza
si dedica con tutte le sue ultime forze Alexander Langer. La Campagna Nord-
Sud chiude, anche se molti dei suoi esponenti proseguiranno sulla strada tracciata.
Così si interrompono provvisoriamente anche le mie frequentazioni di Anna.
Ho seguito solo da lontano la sua uscita dai Verdi, che deve esserle costatata
molto, almeno in proporzione a quanto vi aveva investito in speranze e impegno.
Con Alex aveva condiviso l’amarezza nel vedere un promettente movimento
trasformarsi troppo rapidamente in anacronistico partito. Era un movimento
cresciuto per la possibilità di attingere liberamente, senza troppi fardelli
sulle spalle, al meglio di quella parte di società che preferiva esprimersi, e fare
politica, attraverso iniziative civiche e associative trasversali agli schieramenti.
Sensibilità ambientale, radicamento nel territorio, appello al volontariato, sembravano
promettere una nuova stagione politica a molti militanti post-sessantottini,
almeno a quelli di loro che non si accontentavano di fare – magari bene – i
lupi solitari. L’arcipelago verde era nato così, tra il 1983 e il 1987, mutuando analoghe
esperienze “nordiche” e portando alla politica attiva molte personalità formatesi
nell’impegno locale. Nella sua Torino, Anna era stata scelta e portata in Consiglio
regionale proprio perché aveva le doti che si richiedevano ad un buon rappresentante
istituzionale: competenza professionale, spirito di servizio, disponibilità al
dialogo.
Ma è durata poco questa primavera. In un piccolo partito, con una troppo
ristretta base sociale, non c’era più posto per persone come lei. Bisognava imparare
a sgomitare o a frequentare, a mo’ di cordata, i ristretti circoli dove si prendevano
le decisioni che contano.
Il 14 giugno 1992 Anna scrive una lettera a Langer in cui confida la sua
amarezza e lo sollecita a fare qualcosa per arrestare quell’evidente declino. Per
le elezioni parlamentari del 1992 la segreteria nazionale dei Verdi aveva paracadutato
nel collegio di Torino, alla faccia del federalismo, Fulco Pratesi e Pina
Grassi (che pure lei sosterrà generosamente). Non ha bisogno di molte analisi
politiche, Anna, per far comprendere il suo punto di vista, preferisce partire
semplicemente da sé e scrive: «Come forse hai notato non ho partecipato ad
alcuna assemblea nazionale pre-elettorale, perché la depressione che già sentivo
forte a livello locale, mi ha fatto decidere di non infierire su di me».
Totale è la consonanza con i sentimenti di Langer che, nella stessa tornata
elettorale, aveva visto una parte del gruppo dirigente nazionale dello stesso partito
boicottare apertamente una sua candidatura al Senato, nel collegio di Bolzano,
costruita in loco, senza il beneplacito romano.
È stata una felice coincidenza a farmi ritrovare Anna Segre nel 1996. Con
Adriano Sofri siamo arrivati alla Fiera del Libro di Torino per presentare l’antologia
di testi di Alexander Langer Il viaggiatore leggero che insieme avevamo
curato. Era lì, sola e sorridente, con il suo e di suo padre Venti mesi, fresco di
stampa, pure pubblicato da Sellerio.
Da lì abbiamo iniziato, prima con l’associazione Pro Europa e poi dal 1999
nella Fondazione Langer, un altro pezzo di strada comune, volto a ridare vita,
attraverso la forza delle parole, ad un comune amico. Ma anche a farci coraggio
e a sostenerci vicendevolmente nella ricerca di buone ragioni d’impegno. Da
allora è sempre stata presente agli incontri promossi dalla Fondazione, della
quale è stata dal 2002 vice-presidente, almeno quando la malattia glielo consentiva.
Se siamo stati bene insieme e abbiamo forse realizzato qualcosa di utile,
tentando di tenere insieme politica, pensiero, amicizia e pure qualche momento
gioioso, va credo a merito proprio del modo di porsi con la realtà che ci ha
lasciato Alexander Langer, con quel suo bagaglio di parole che sono difficili da
usare a mo’ di bastone o di bandiera. Lisa Foa, un’altra animatrice della Fondazione
che ci ha lasciato da poco, dice, nel suo È andata così, di aver apprezzato
la capacità di «alternare momenti alti dei corsi, seminari e dei convegni in cui si
scambiano le idee, con momenti conviviali, quelli in cui è possibile guardarsi in
faccia, parlare a tu per tu e conoscersi personalmente» (Foa, 2004, p. 178).
Dobbiamo sicuramente anche ad Anna, se tra i fili che tengono uniti i premi
assegnati dalla Fondazione ogni anno, si può vedere una forte attenzione al tema
della memoria. Basti pensare a Ding Zilin, che disputa il figlio all’oblio cui il
regime cinese ha condannato lui e gli altri morti di Tiananmen. A Yolande
Mukagasana testimone infaticabile del genocidio ruandese. Alla fondazione
polacca Progranicze, che si dedica a far rivivere alcuni luoghi della cultura e
della religione ebraiche, le tradizioni tzigane e delle minoranze ucraine e
bielorusse. Ma anche a Dan Bar-On e Sami Adwan che si confrontano con la
storia dei loro popoli pesando con cuore vigile le ragioni delle diverse memorie.
E così a Khalida Toumi Messaoudi, la “portatrice di molti fardelli”, che incarna
in prima persona, lei ancora giovane, i lunghi sforzi per salvare il ricordo della
lotta di liberazione algerina senza farne un mito ideologico. O a Esperanza
Martínez, che si muove fra memorie di comunità e paesaggi minacciati dagli
insediamenti delle industrie petrolifere.
Ce l’ha fatto notare lei stessa che aveva scelto per sé il ruolo complesso di
candela della memoria, ricostruendo la storia dei suoi genitori durante la perse
cuzione contro gli ebrei. L’occasione è la cerimonia di consegna del Premio
2003 alla memoria dell’operaio del Petrolchimico di Porto Marghera Gabriele
Bortolozzo, che lei si trova a presiedere in un momento di libertà dalla sua malattia.
«Noi della Fondazione Langer – dice Anna – siamo molto fieri di tutti questi
premi. Perché sono andati a persone che incrociano la loro vita privata, la loro vita di
lotta contro o per qualche cosa, alla loro vita pubblica, cercando sempre di migliorare
situazioni al limite del possibile. Vorrei inoltre sottolineare l’importanza che assume
il ruolo della memoria. Qui ci troviamo davanti a una persona che ha ben usato la
sua vita per fare tutto quello che abbiamo visto nel film (ndr. “Porto Marghera – Un
inganno letale” di Paolo Bonaldi) e ci hanno raccontato i testimoni. Certo ci sono le
carte dei processi, ci sono gli articoli su Medicina Democratica e quelli sulla rivista
Una città, che già nel ’99 aveva ricostruito questa storia. Però ci sono anche i figli.
Quelli che abbiamo qui oggi al nostro fianco. Beatrice e Gianluca. Forse senza di
loro questa storia non sarebbe arrivata alle tante persone a cui è arrivata avendo visto
il film, letto il libro, che ancora avranno l’occasione di leggere libri, di vedere film.
Non sono tanti i casi in cui capitano queste cose. Lo so anche per esperienza personale.
Molte volte queste carte stanno nel cassetto di casa e bisogna avere quasi lo
stesso coraggio di chi ha combattuto, per tirare fuori queste carte, per renderle
pubbliche. Non solo quindi gli atti del processo, ma gli appunti personali del loro
padre. Voglio sottolineare tutto questo perché a volte manca la memoria nelle istituzioni
collettive, dove ci aspetteremmo dovesse essere depositata. E allora la memoria
dei figli viene a supplire questa memoria che non c’è. E penso sia molto importante.
E quindi vorrei ringraziare Beatrice e Gianluca per aver continuato la sua opera,
e anche tutti i loro figli che abbiamo avuto il piacere di conoscere, che certamente
avranno un nonno da ricordare. E sono, è giusto nominare anche loro: Federica,
Leonardo e Mattia».
Qualche mese prima, nei giorni del Natale 2002, Anna ci aveva fatto un
regalo tutto speciale. Era venuta a passare una settimana di vacanza dalle nostre
parti, in un albergo di Castelrotto, ai piedi dell’Alpe di Siusi. E ci aveva finalmente
fatto conoscere Claudio, il suo misterioso compagno e futuro marito:
stesso piacere della buona vita, della buona tavola, del viaggiare curioso e intelligente.
Così ci rimane come ultimo ricordo di lei, ancora in vita, una discesa
spericolata in slitta lungo una pista ghiacciata dal Rescesa, la montagna che
sovrasta Ortisei. E poi una telefonata, l’ultima, due giorni prima di lasciarci: un
commovente consapevole addio.

Riferimenti bibliografici
Foa Lisa (2004), È andata così, Sellerio Editore, Palermo.




pro dialog