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Jean Philippe Béja: Il temibile scambio di esperienza

1.5.2004, UNA CITTÀ n. 121 / maggio-giugno 2004
La storia del movimento democratico cinese, sempre intriso di patriottismo e in cui gli intellettuali restano sempre in bilico fra il ruolo di portavoce della società civile e consiglieri del potere. Dopo Tiananmen la proposta del regime agli intellettuali, modernizzazione più stabilità, ha fatto presa. Il grande problema dei mingong, la moltitudine, non ancora organizzata, degli inurbati. Le grandi ingiustizie sociali. Intervista a Jean Philippe Béja.

Jean Philippe Béja, sinologo, laureatosi all’Università di Liaonning in Letteratura Cinese, ha conseguito un PhD di Studi Asiatici all’Università Paris VII; è stato Direttore Scientifico del Centro Studi francesi sulla Cina Contemporanea a Hong Kong dal 1993 al 1997, e membro dell’Editorial Board di China Perspectives and Perspectives chinoises. Oggi lavora presso il Ceri, Parigi. Recentemente ha pubblicato A la recherche d’une ombre chinoise : Le mouvement pour la démocratie en Chine (1919-2004).

Nel tuo ultimo lavoro ripercorri la storia del movimento democratico in Cina che, pur avendo avuto un andamento carsico, mette comunque in discussione la tesi secondo cui ci sarebbe una sorta di incompatibilità tra la cultura cinese e la democrazia. Puoi parlarne?
Anche se non è mai arrivato al potere, un movimento democratico cinese esiste da almeno un secolo. Io quindi contesto l’idea di alcuni osservatori e analisti per i quali la democrazia sarebbe incompatibile con la cultura e la storia cinese, con l’immensità della sua popolazione, con la tradizione burocratica, ecc. Pur non essendo una tradizione indigena, infatti, questo movimento ha comunque assunto un ruolo e una visibilità a partire dall’inizio dello scorso secolo. Detto questo, va anche riconosciuto che dopo le vicende del 4 giugno 1989, quando tutto il mondo occidentale ha potuto vedere le immagini della repressione degli studenti con i tank in piazza Tiananmen, la Cina è ricaduta in una fase di riflusso.
Oggi non esiste un movimento democratico organizzato, e la stessa coscienza, intesa come rivendicazione politica, non è molto diffusa nella popolazione cinese, né nelle città, né nelle campagne. Questo arretramento ha diverse spiegazioni, non ultima il fatto che dopo la repressione dell’89 è diventato molto rischioso mettersi a criticare il governo.
In secondo luogo, va precisato che la rivendicazione democratica in Cina è sempre stata soprattuto rivendicazione per le libertà fondamentali, quindi libertà di espressione, di pubblicazione, di associazione, di manifestazione. E’ per questo che gli intellettuali hanno seguito gli studenti nel movimento.
Questa è una peculiarità del movimento per la democrazia fin dalle sue origini. La manifestazione studentesca del 4 maggio 1919, che possiamo prendere come punto di partenza di questo movimento, ha già in sé alcune delle caratteristiche ricorrenti in questa vicenda. Intanto il desiderio, la volontà di far venire in Cina la scienza e la democrazia, ovvero la cultura moderna. Gli intellettuali erano infatti convinti che per modernizzare la Cina bisognava liberarsi del confucianesimo, considerato all’origine dell’arretratezza nazionale.
Però c’era anche un altro aspetto, causa diretta di quella manifestazione. Premesso che il movimento del 4 maggio (che prende il nome dalla manifestazione svoltasi appunto nel maggio del ‘19) designa in realtà un periodo che comincia nel 1915 e finisce più o meno nel ‘27; ebbene quella manifestazione era nata per protestare contro il Trattato di Versailles, con cui, tra l’altro le concessioni tedesche venivano trasferite al Giappone, nonostante anche la Cina fosse stata con gli alleati. Il motivo diretto del Movimento del 4 maggio, che nasce con obiettivi anti-imperialistici e di riforme sociali e politiche è il fallimento diplomatico subito dalla Cina alla Conferenza di pace di Parigi.
Un movimento quindi fortemente patriottico, teso a restituire alla Cina la sua indipendenza e la sua posizione sulla scena internazionale attraverso appunto la scienza, per modernizzare l’economia, ma ancor di più grazie all’introduzione della democrazia, che è il sistema politico adatto alla modernità. Questo per dire che da sempre nell’intellighenzia cinese c’è anche questa visione un po’ strumentalizzata della democrazia per far vincere il patriottismo.
Dicevi che la democrazia, specie dagli intellettuali, sarebbe intesa principalmente come tutela delle libertà fondamentali. Esiste anche una rivendicazione “un uomo un voto”?
E’ una questione complessa. Il partito ora ha organizzato delle elezioni a livello locale. E’ stato fatto l’esempio di Taiwan: partiamo dalla democrazia locale per arrivare alla democrazia a livello nazionale. Il discorso sul voto nel movimento per la democrazia e anche tra gli intellettuali, insomma, è diffuso.
Tuttavia resta un problema legato alla cosiddetta “qualità” del popolo, che è bassa. Allora, il principio delle elezioni è accettato ma resta a un livello astratto; la sua realizzazione viene costantemente rimandata: bisogna prima conquistare le libertà fondamentali. Il che ha anche senso, è vero che si deve procedere così. E in effetti in Cina non si è mai arrivati nemmeno a questo livello, anche se alla fine degli anni ‘80 ci sono state proposte per il multipartitismo. Diciamo che non è considerata la cosa più urgente, non è una priorità. Certo, forse, oltre a non essere considerata una priorità non è neanche tanto desiderata.
Un po’ come i diritti delle donne nei movimenti di liberazione: si dice sempre “più tardi” e poi non succede mai…
Sono passati quindici anni dal massacro di piazza Tiananmen. Possiamo ripercorrere quei giorni?
A tutt’oggi resta difficile fornire un quadro preciso, anche perché l’intera vicenda ha riguardato principalmente cittadini ordinari, operai e studenti, piuttosto che intellettuali, che hanno il monopolio della parola e i contatti con l’estero.
Il movimento di Tiananmen è il risultato di un processo avvenuto durante gli anni ‘80, in cui un ruolo importante l’hanno avuto i riformatori del partito, ovvero i seguaci di Hu Yaobang (l’ex segretario del partito licenziato per aver appoggiato le rivolte studentesche del 1987) prima, e di Zhao Ziyang poi. In sostanza, in quel momento c’è una frazione del partito che è disposta a discutere e a stabilire un compromesso - Zhao Ziyang parlava del dialogo- con la società e i gruppi sociali, operando quella separazione fra il partito e lo Stato formulata dallo stesso Ziyang al XIII congresso. Quindi c’è un’alleanza di fatto fra i riformatori radicali e la società che già si sta organizzando, molto spesso sotto l’impulso dell’intellighenzia.
Direi che la collaborazione fra i riformatori, gli intellettuali che proteggono le iniziative fatte nella società e la società stessa funziona abbastanza bene, con degli alti e bassi, fino al 1987, quando Hu Yaobang viene estromesso dal partito. Il movimento dell’89 esplode anche perché si è giunti ad un “impasse”: Zhao Ziyang, successore di Yaobang, è sempre più debole e isolato, mentre Li Peng, nominato primo ministro, promuove una ripresa dei conservatori.
A quel punto gli studenti, che non hanno paura, insorgono e indicono le prime manifestazioni. Gli intellettuali all’inizio sono però molto più cauti perché nel frattempo hanno instaurato una relazione coi riformatori del partito che non vogliono rovinare. Insomma, pur volendo proteggere questo movimento, sono però anche coscienti della fragilità del progetto, e poi non vogliono dare argomenti ai conservatori del partito. Se la popolazione, i semplici cittadini si mettono a far politica possono rovinare tutto ciò che loro hanno così faticosamente raggiunto. Così, quando gli studenti entrano in campo, gli intellettuali in un primo momento cercano di mantenere una posizione intermedia, di mediazione fra il partito e il movimento. Temono infatti che questo movimento finisca con l’indebolire proprio i riformatori.
All’inizio lo stesso Zhao Ziyang esita, tuttavia dopo due settimane rompe gli indugi e assume una posizione frontale rispetto a Deng Xiaoping: “Questo non è un movimento controrivoluzionario, bisogna discutere con loro”.
A partire da maggio entrano così in campo i giornalisti, che rivendicano il diritto di poter raccontare la verità e poi, quando gli studenti cominciano lo sciopero della fame, tutta la popolazione di Pechino e anche gli operai, soprattutto delle imprese di Stato, si recano a Tiananmen per appoggiare gli studenti.
Bisogna infatti ricordare che a impedire all’esercito di entrare a Pechino, dopo l’introduzione della legge marziale, il 20 maggio, saranno gli abitanti comuni: non potete sparare al popolo, ecc. A quel punto il movimento ha inglobato non solo la popolazione urbana, ma anche una parte del partito. Con situazioni anche impreviste: in piazza non ci saranno operai contro dirigenti delle fabbriche, ma più spesso tutta la fabbrica, sindacato ufficiale e dirigenti compresi, si schiereranno a fianco degli studenti.
Insomma non si tratta di una rivendicazione specifica degli operai per un aumento di salario o un miglioramento delle proprie condizioni di lavoro bensì una diffusa e ferma indignazione nei confronti della corruzione creatasi con l’avvio di un mercato libero. Una reazione di retroguardia del sistema socialista che si trasforma in una richiesta di maggiori diritti, democrazia e libertà fondamentali. Per questo, quando l’esercito decide di entrare in città c’è proprio la ribellione di Pechino. Io ricordo che quando ebbi le prime notizie e vidi le prime immagini, pensai subito alla Comune di Parigi, i cittadini contro l’esercito, che tra l’altro in entrambi i casi veniva da fuori.
Ancora non sappiamo con certezza nemmeno quanti morti ci siano stati. Il medico che l’altr’anno aveva denunciato la Sars, Jiang Yanyong, a febbraio ha scritto una lettera all’assemblea nazionale popolare per chiedere la riabilitazione del movimento. Lui quella notte era di servizio, infatti già all’epoca aveva scritto una lettera, così facendosi conoscere. Ora ci riprova, è una lettera molto bella, in cui chiede la riabilitazione del movimento dell’89 ma racconta anche cosa vide quella notte…
Nel 1992 avviene un’ulteriore svolta. Cosa succede?
Quando arriviamo nel ‘92 la via per la democrazia è in una fase di stallo dopo la repressione del 4 giugno. A quel punto il partito, ovverosia Deng Xiaoping, dopo due anni di conservatorismo, anziché tornare al maoismo e alla chiusura, propone di rilanciare lo sviluppo economico, con delle riforme importanti, per far della Cina una potenza veramente degna di questo nome sulla scena internazionale.
Lo stesso crollo dell’Unione Sovietica viene usato come argomento: guardate cosa è successo in Unione Sovietica, era una superpotenza, aveva una posizione importantissima sulla scena internazionale, poi è arrivato Gorbaciov e con lui la democratizzazione, e oggi le minoranze nazionali hanno preso l’indipendenza... Come dire: se in Cina avesse vinto il movimento democratico molto probabilmente si sarebbe arrivati anche lì all’esito sovietico, ovvero al break-up.
Di qui la proposta di un nuovo patto sociale che punti anche al coinvolgimento degli intellettuali perché per diventare un paese forte c’è bisogno delle “high technology” e quindi di gente laureata, colta ecc. a cui viene ora garantita la partecipazione all’incremento economico.
Ovviamente tale patto ha come condizione di non rimettere in causa la direzione del partito. Accade così che la forza sociale che negli anni ‘80 aveva appoggiato il movimento per la democrazia -non tutto il gruppo, perché restano dei dissidenti, ma comunque la maggior parte- accetta questo compromesso sociale che di fatto dà vita a una nuova base sociale del Partito Comunista Cinese. Il partito insomma ora rappresenta le forze produttive più avanzate, il che vuol dire materia grigia, non più la classe operaia -un evidente appello agli intellettuali.
Tale svolta chiaramente complica la situazione perché secondo questo piano la lotta per la democrazia diventa di ostacolo, e quindi in parte perde di legittimità, si indebolisce.
Nel mio libro c’è un capitolo intitolato “La democrazia contro lo sviluppo”. Perché dico che da questo momento la democrazia viene percepita come un fattore di indebolimento? Perché, grazie a questa nuova manovra, anche la maggior parte dell’intellighenzia si convince che per promuovere efficacemente lo sviluppo bisogna avere uno Stato forte, e questo significa innanzitutto stabilità -la nuova parola d’ordine del partito. Tra l’altro per gente che ha l’incubo del break-up e della guerra civile è chiaro che un simile slogan risulta estremamente efficace.
Tra le ragioni della debolezza del movimento democratico citavi anche una sorta di sfiducia nei confronti del popolo…
In effetti il letterato cinese prova da sempre una sorta di diffidenza per il cosiddetto popolo. Uno dei discorsi ricorrenti sostiene che bisogna aspettare che si sviluppi il livello culturale per avere una democrazia. Anche per questo l’idea di democrazia molto spesso nella storia contemporanea della Cina è lotta per i diritti fondamentali, più che per il one man one vote: i cittadini non sarebbero capaci di capire.
Una nota interessante è che gli stessi operai e contadini hanno accettano questa idea. La migliore prova di questo è proprio Tiananmen: nel giugno dell’89 i cittadini di Pechino si sono fatti ammazzare per difendere gli studenti. La maggior parte dei morti di Tiananmen non sono studenti, bensì semplici cittadini, operai che si sacrificano per quelli che considerano i loro portavoce, appunto studenti e intellettuali.
Essendoci però una spaccatura fra l’intellighenzia e le altre classi sociali, è evidente che quando l’intellighenzia rivendica il diritto di parlare per la società in un certo modo impedisce alle diverse categorie sociali di organizzarsi e di difendere i propri reali interessi. Quindi, a differenza di quello che è successo in Polonia col Kor (Comitato di Difesa degli operai) con gli intellettuali che aiutano gli operai a organizzarsi, dando poi vita a Solidarnosc, in Cina l’intellighenzia tende a monopolizzare la rappresentanza delle diverse classi sociali; insomma non aiuta la società a organizzarsi ma diventa intermediario fra la società e il potere, riprendendo in un certo senso il vecchio ruolo del “consigliere del principe”, oltre che di portavoce della società.
Oggi molto spesso i sociologi vengono consultati dai governi locali, partecipano a delle commissioni, ecc., perché i governanti, a tutti i livelli, fanno fatica a maturare un’idea reale della società; per capire cosa sta succedendo hanno sempre bisogno di consultare gli esperti, che quindi fanno inchieste, raccolgono informazioni dopodiché la burocrazia decide.
Questo, però, lo ripeto, non è un modello della società civile “alla polacca” nel qual caso questi mingong dovrebbero organizzare il proprio sindacato, i propri gruppi di pressione e poi discutere con il potere. Questo è piuttosto un modello corporativo, dove lo Stato, per ideare e attuare le proprie politiche, consulta gente che “lui” nomina come rappresentanti. E’ interessare come si possa adottare il linguaggio globalizzato senza cambiare la matrice del regime. Qui si parla di “società civile”, di organizzazioni non governative, quando in realtà si tratta di realtà scelte e volute dalla burocrazia e dal partito; si parla di governance senza passare per la democrazia, in assenza di un vero spazio pubblico.
Ovviamente questo sistema non è privo di falle: non tutti i gruppi sociali accettano il patto; c’è gente che continua comunque a protestare, a organizzarsi, a promuovere petizioni per difendere i diritti degli esclusi, anche avvocati e giornalisti.
E’ difficile quantificare la dimensione e l’importanza di questo movimento, di questa famosa ombra. Evidentemente ancora non è un movimento strutturato però esiste e ogni tanto disturba il sistema e lo mette sotto pressione.
Esistono rivendicazioni che partono autonomamente da operai e contadini?
Esistono. Qui tuttavia il problema diventa capire se tali rivendicazioni siano volte alla democratizzazione o meno. E’ un discorso piuttosto complicato che va articolato a seconda delle categorie sociali; categorie che peraltro il partito ha moltiplicato, al fine di meglio controllarle.
Oggi comunque qualcosa si sta muovendo. Le fabbriche statali sono in una tale crisi, che anche i dinosauri della grossa industria vengono licenziati. I cosiddetti “maestri del paese”, l’aristocrazia operaia, da sempre l’appoggio principale del regime, negli ultimi quindici anni hanno visto peggiorare la propria situazione. Tra l’altro, dobbiamo tenere presente che essere licenziati non significa solo perdere lo stipendio; la perdita del lavoro in un contesto in cui l’intera società è organizzata attorno all’impresa -dalla culla alla tomba, come si dice- può comportare anche la perdita dell’alloggio, del servizio sanitario, della scuola per i figli.
E tuttavia questi operai, quand’anche vengono licenziati, continuano a sentirsi superiori a quelli che vengono dalla campagna perché comunque mantengono lo “status” urbano. In questo senso la frammentazione impedisce la trasformazione della rivendicazione di questi operai in linguaggio politico.
Ciò non toglie che recentemente ci sono state grosse manifestazioni. Allora, se la protesta resta all’interno di una fabbrica l’atteggiamento del potere locale è chiedere soldi al centro e cercare degli accomodamenti. Quando però si estende e coinvolge gli operai di diverse fabbriche, scatta la repressione, che può comportare anche l’arresto dei dirigenti della protesta.
Il partito infatti da sempre teme moltissimo ciò che viene definito “scambio di esperienza”, ovvero la messa in relazione di lavoratori appartenenti a diverse “unità di produzione”, perché lì si instaurano contatti orizzontali e questo significa “la società contro il partito”. In questo caso la repressione può essere molto dura. Altrimenti si cercano dei compromessi così da non alienarsi completamente questa categoria sociale.
Negli ultimi tempi anche nelle campagne cominciano ad esserci segnali di scontento, ma questo ancora non preoccupa il regime. Del resto perché i contadini costituiscano una vera sfida al potere ci vorrebbe un’organizzazione enorme, molto difficile da mettere in piedi.
Resta il fatto che sempre più spesso, in particolare nel centro della Cina, i contadini iniziano a protestare contro le tasse imposte dal governo locale, dal cantone o dal villaggio. Questo è dovuto anche al ritorno degli ex soldati smobilitati dall’esercito e di coloro che sono andati a lavorare in città e che avanzano proprio una rivendicazione in termini di diritti: noi siamo cittadini cinesi, quindi abbiamo dei diritti che vogliamo vedere tutelati; non potete prenderci la terra per creare nuove aree di sviluppo senza offrirci compensazioni. In molti casi poi eleggono dei rappresentanti. Questo succede in vari distretti dello Hunan, una provincia centrale (un distretto può contare diversi milioni di abitanti) dove queste organizzazioni, pur restando poco formalizzate (perché è proibito) hanno anche un ruolo disciplinatore rispetto alle masse. Ecco, anche questo è un fenomeno nuovo.
Dopo il ‘92, dicevi, c’è stato un passo indietro sul piano del movimento democratico, e però la situazione è complicata dal fatto che l’economia sembra confermare la scelta antidemocratica del partito. Ecco, l’eterna domanda: quanto può reggere un tale sviluppo in un contesto oramai sempre più globalizzato?
Nonostante i problemi prima menzionati, la Cina oggi sta vivendo un momento di grande ripresa. Tutti i tassi di crescita altissimi però hanno sempre un effetto dirompente sulla società nel suo insieme. Resta quindi difficile dire quanto questo rafforzi o indebolisca un regime. In questi ultimi 15 anni la Cina è diventata molto più potente, ha assistito a uno sviluppo incredibile, però ha anche conosciuto una polarizzazione sociale senza precedenti, non solo fra le regioni della costa e quelle interne, tra città e campagna, ma anche all’interno delle città.
Quanto può reggere tutto questo, fino a quando i cinesi accetteranno di subire una situazione di questo tipo? Perché gli esclusi dal progresso e dalla crescente ricchezza sono numerosi. E poi nelle campagne c’è il problema dell’educazione e della sanità. Per non parlare del problema dell’istruzione dei figli di coloro che migrano nelle città. Molta gente si sta impoverendo. Allora, finché la gente pensa che domani le cose andranno meglio, se non altro per i propri figli, la cosa può reggere. Però se la forbice si allarga, se arriva una crisi economica che conduce al licenziamento di milioni di persone, se per esempio si chiude il mercato americano -ci sono adesso 150 miliardi di deficit del commercio sino-americano, la Cina è legata a doppio filo al mercato mondiale e quindi alle sue fluttuazioni- ecco, se interviene qualche fattore esterno a complicare ulteriormente le cose, io non so cosa potrà accadere.
Fino ad ora i governanti sono riusciti a comportarsi da bravi pompieri, a impedire che una scintilla mettesse il fuoco alla pianura, come diceva Mao, circoscrivendo tutti i movimenti, in pezzi di provincia o in diverse città, e fino a che non c’è un processo di unificazione di questi movimenti, è molto difficile che si apra una vera sfida per lo Stato. Questo è un aspetto.
Tuttavia, secondo aspetto, credo stia per arrivare il tempo per i mingong, 150 milioni di persone, di diventare una classe “per sé”. Di avere una coscienza di classe, cosa molto difficile dato che manca un contesto di movimento collettivo, e le situazioni sono molto individuali. Gli operai che vengono in città di solito sono parte di una rete dove ci sono i cosiddetti “debiti”: io lavoro in città perché tu, mio cugino, mi hai permesso di venire e quindi non è che posso fare casino altrimenti ti faccio perdere la faccia.
Questo è uno degli elementi di inerzia e resistenza a un vero processo di rivendicazione dei diritti del movimento migratorio verso la città. Questo senso del debito è particolarmente vincolante, anche perché si tratta di familiari che hanno speso la propria parola. D’altronde c’è anche una crescente e inarrestabile presa di consapevolezza dei propri diritti da parte di questi mingong, che pur essendo coscienti di vivere in città in qualità di ospiti (e un ospite non sputa nel piatto dove mangia) sono anche molto stanchi dei soprusi che devono subire. Certo il fatto che ci siano così tanti e diversi status nella società cinese resta un fattore di stabilità, perché impedisce la solidarietà, e quindi la possibilità dell’azione.
Non resta che sperare in una mobilitazione degli intellettuali al fianco di questa gente. Ultimamente ci sono state petizioni per chiedere la difesa dei diritti dei mingong. Inoltre queste differenze di ricchezza stanno diventando insopportabili, specie tra i giovani.
Ecco, questo è un fattore che potrebbe produrre trasformazioni importanti. Negli anni ‘90 tutti pensavano ad arricchirsi, a fare soldi. Era quella l’unica cosa rilevante. Invece oggi fra questi giovani, che hanno avuto un’infanzia e un’adolescenza più ricca, migliore, c’è l’idea che tali ingiustizie vanno corrette. Ora il governo, che come al solito cerca di muoversi per tempo, sta cercando di far confluire questo attivismo, questa voglia di cambiamento, verso azioni caritatevoli, promuovendo organizzazioni alternative che offrono donazioni per comprare i testi scolastici piuttosto che per adottare un povero. Il classico paternalismo che fa sì che non cambi niente, che non offre alcuno strumento per mutare la situazione, divenendone complice.
Durerà? Vedremo. All’inizio dell’anno è uscita un’indagine-inchiesta sui contadini in Cina. Ebbene è subito diventato un best-seller, in 15 giorni hanno venduto un milione di copie, dopodiché è stato proibito (e quindi si è venduto ancora di più, ovviamente). Ad essere interessante non è tanto quello che vi si dice, non c’è niente di nuovo, bensì l’introduzione degli autori, due scrittori molto interessanti: voi cittadini siete diventati ricchi, adesso vivete bene, avete la macchina, abitate in città molto moderne, ma grazie a chi? Grazie alle sofferenze dei contadini. E questo milione di copie è stato venduto in città, il che dimostra che questo inedito senso di colpa e di solidarietà con gli esclusi delle riforme, che riguarda in primo luogo i cittadini, i privilegiati, sta attivando qualcosa.
Attenzione, non sto dicendo che si trasformerà in un movimento rivoluzionario, e tuttavia è un atteggiamento nuovo da parte di una classe media emergente nei confronti degli esclusi. C’è una certa coscienza del debito che si ha con questa gente. Questa è una cosa nuova. Non so se a questo punto si svilupperà un grande movimento di solidarietà, se sboccherà in un’alleanza tra una parte dell’èlite e gli esclusi. E’ difficile fare previsioni.
Se però aggiungiamo il dato che l’anno scorso, in base alle statistiche, risultavano 600.000 laureati senza lavoro, allora è facile immaginare che qualcosa succederà. Tradizionalmente, nella storia cinese, erano i candidati che non avevano passato l’esame, o l’avevano passato ma non avevano avuto un posto di mandarino, a prendere la testa delle rivolte che hanno rovesciato le dinastie.
Sia nei Paesi del Terzo mondo, ma anche in Europa (pensiamo al ‘68), la rivoluzione è sempre arrivata in concomitanza al presentarsi di un enorme numero di laureati che, non trovando da impiegarsi, più facilmente sono stati tentati di unire il proprio malcontento con quello di altre categorie.
Non sto dicendo che succederà, ma certo oggi i fattori di instabilità non mancano. Anche se, per il momento, l’ombra è molto ombrosa, per così dire.
Il detonatore di questo potrebbe essere Ziyang, che sta male. Ecco, se muore Ziyang cosa succederà? E’ difficile saperlo. Tra l’altro lui non ha mai fatto l’autocritica ed è l’unico dirigente del partito a restare fermo in tale posizione; non a caso dopo essere stato esautorato in quanto contrario al massacro di Tiananmen, da 15 anni è agli arresti domiciliari.

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