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Marie Holzman: Una donna fragile e un regime onnipresente

1.6.2005, UNA CITTÀ n. 79 / Luglio/Agosto/settembre 1999
Impedire che una menzogna si instauri è un dovere verso le vittime, ma anche un risultato vitale per la Cina e l’umanità intera. Un lavoro di memoria e di militanza quotidiana che ha bisogno della solidarietà internazionale. Intervento di Marie Holzman.

Marie Holzman, scrittrice e sinologa, ha vissuto a lungo in Asia orientale, soprattutto in Cina, cui ha dedicato varie pubblicazioni. Tra i libri più noti: Avec le Chinois e Chine. On ne bâillone pas la lumière. E’ oggi considerata uno dei maggiori esperti della Cina e del dissenso cinese.

Nel suo intervento, Gianni Sofri ha descritto estremamente bene la situazione della Signora Ding Zilin, e della Cina in generale. Come pure questo problema costante che incontriamo: l’abisso fra l’universalità e il culturalismo, che consente a governi più o meno di destra, più o meno "benpensanti" -nel senso spregiativo del termine-, di esprimere considerazioni assolutamente choccanti e insopportabili.
Ho conosciuto la Signora Ding Zilin nel gennaio 1994. Ero andata in Cina per incontrare Wei Jingsheng, liberato per un breve periodo dopo 14 anni mezzo di carcere.
Wei Jingsheng è un uomo d’azione, è un uomo che non perde un minuto. Non appena mi ha vista arrivare a Pechino mi ha detto: "Ho qualcuno di molto importante da presentarti, ci tengo assolutamente che tu la incontri, e voglio che lavori con lei". E’ anche un uomo estremamente autoritario e quindi quando vi incontra vi dà degli ordini. Il secondo giorno dal mio arrivo a Pechino sono stata accompagnata da lui a casa della Signora Ding Zilin ed è stato un momento particolarmente sconvolgente.
Questa donna è nello stesso tempo una cinese con tutta la sua specificità culturale, ma è anche il simbolo dell’umanità. E’ una madre che adorava il figlio, che l’ha perduto e la cui vita è cambiata tutto a un tratto. Era un membro del partito comunista cinese, faceva parte di un’élite. Era docente all’università del popolo, una privilegiata, perché sono pochissimi i cinesi che hanno accesso all’università e ancora meno quelli che arrivano ad essere professori. Fino al 1989, aveva fatto parte di un’élite che in un certo modo si tappava le orecchie e chiudeva gli occhi; certo vedeva che il partito comunista cinese poneva qualche problema, che era stato particolarmente violento durante la rivoluzione culturale, ne aveva casomai anche sofferto, ma bene o male ci conviveva, si adattava a certi compromessi intellettuali.
Ebbene, nel 1989 la sua vita è cambiata totalmente: da membro del partito comunista cinese relativamente obbediente, disciplinata, è passata a rappresentare un’opposizione accanita e assolutamente intransigente.
In una notte tutta la sua psicologia, la sua mentalità si sono completamente trasformate. Lei stessa usa un’immagine molto forte: "E’ il sangue di mio figlio che mi ha aperto gli occhi". Da quel momento infatti ha iniziato a pensare di non aver più niente da perdere e quindi si è dedicata completamente a questa lotta: vive solo per questo, vive in questo.
E’ uno spettacolo abbastanza allucinante, quello a cui si assiste entrando nella sua casa a Pechino. C’è una decorazione a dir poco originale. Ancora fino a qualche anno fa le case pechinesi erano estremamente essenziali, semplici, non c’erano molti sforzi nell’abbellimento della casa.
Quindi colpisce molto vedere la ricerca con la quale lei ha decorato il suo appartamento allestendo una sorta di scenografia: un muro di mattoni in rovina e lei che a chi entra in casa sua spiega: "Vedete, è l’immagine della mia famiglia: una famiglia in rovina".
Già potete immaginare l’atmosfera. Comunque, sapendo di andare presso una famiglia ed essendo tradizione in questo caso portare qualcosa, ho comprato una scatola di dolci svedesi che sono particolarmente quotati laggiù. Ecco, appena consegnato questo pensiero, lei ha preso la scatola e la prima cosa che ha fatto è stata di deporla davanti all’altare di suo figlio nella sua camera da letto.
Potete capire come l’atmosfera fosse estremamente pesante: lei che vi trascina nella sua camera da letto e vi mostra che dorme, che vive, accanto all’urna funeraria di suo figlio e che ogni volta che riceve un regalo è prima di tutto destinato al figlio.
Il lutto non è stato superato, è una sofferenza, una lacerazione, un ricordo alimentati costantemente in ogni modo possibile. Ding Zilin è una donna in pieno dolore costantemente. Poi c’è il marito, sempre accanto a lei, che ha tutt’altro carattere, un uomo di una gentilezza straordinaria, di grande presenza umana, che guarda tutto questo con una sorta di simpatia.
Certo, anche lui soffre a modo suo, ma la sua sofferenza è molto meno visibile, è più interiorizzata. Lui scuote un po’ la testa e così, guardando la moglie, sembra dire: "Cosa posso fare?".
Lui è la personalità più pensante, più intellettualizzata di questa sofferenza e di questo lutto.
Ecco, questa è un po’ la parte culturale: una modalità teatrale, di messa in scena del lutto e della sofferenza che forse ha una sua specificità cinese. Poi, però, c’è la parte universale, che è questa necessità della memoria, del lutto.
Per questo è molto importante che voi siate qui a partecipare a questo lutto tuttora proibito in Cina.
Perché è proibito in Cina? Perché le autorità cinesi hanno qualificato come "sommossa" gli avvenimenti di Tiananmen. Hanno rovesciato le responsabilità: mentre c’era stata una dimostrazione pacifica che chiedeva semplicemente di entrare in dialogo con i dirigenti, maggiore libertà di espressione, di stampa, di manifestazione, il governo ha disperso la folla e ha qualificato queste persone come rivoltosi. Che è evidentemente una contro-verità assoluta.
Del resto, per disperdere una folla di "rivoltosi" si può certamente usare la violenza e a questo punto il governo non ha alcuna responsabilità da assumersi. E’ così che presenta le cose di fronte alle vittime di questa repressione.
Per questo, la personalità di Ding Zilin e la sua azione sono assolutamente vitali per la Cina e in un certo senso per l’umanità. Non si può lasciare che una menzogna s’instauri. Purtroppo la menzogna, quando è ripetuta migliaia di volte, diventa una verità. Il governo cinese evidentemente è ben conscio di questo, per cui si impegna regolarmente a dire che ci sono stati dei rivoltosi che sono stati repressi e che attraverso questa repressione si è acquisita la stabilità, la pace e lo sviluppo economico della Cina.
Evidentemente è un pericolo immenso accettare questo e passare ad altro. E’ un pericolo immenso perché è una violazione della verità e della memoria. Quindi il fatto che questo premio sia conferito oggi in Italia, in questa regione già biculturale, è a mio avviso veramente importante, per la Cina nel suo insieme, per la Signora Ding Zilin in particolare.
Purtroppo si tende sempre a percepire la Cina come una realtà molto lontana, come un paese molto diverso, con una cultura un po’ incomprensibile. Si tende a vedere questo gigante, che si trova oggi ad affrontare ogni genere di difficoltà, demografiche, economiche, politiche, come un paese diverso dal nostro, un paese con un percorso storico diverso, con necessità diverse e quindi aspirazioni diverse.
Ebbene, per quel che mi riguarda, nonostante la mia lunga frequentazione dei cinesi, e nonostante la mia attrattiva per le diversità culturali, francamente io non vedo differenze. Ho cercato di comprendere gli argomenti secondo i quali la Cina potrebbe vivere in un regime diverso dal nostro, ma non arrivo mai ad afferrarli.
La Signora Ding Zilin è una madre come tutte le altre: è una donna che rifiuta la morte del figlio in quanto sacrificio senza senso. Potrebbe forse essere pronta ad accettare questa morte, ciò che è sempre estremamente difficile per una madre, ma ad un’unica condizione: che questo sacrificio sia stato un passo verso qualcos’altro, in particolare verso un regime democratico. Compiere questo passo "verso qualcos’altro" è molto difficile però. Per questo la solidarietà internazionale è fondamentale. E’ assolutamente vitale che in diversi paesi del mondo questo sacrificio sia commemorato, e che noi tutti vi partecipiamo in qualche modo.
Tra qualche giorno, quando le scriverò, vorrei poter raccontare alla Signora Ding Zilin, che ci siamo riuniti qui anche per essere partecipi della sua battaglia, per sostenere che le persone morte sulla piazza di Tiananmen dieci anni fa, sono morte per un processo che porterà a qualcosa di positivo.
Personalmente io ci credo profondamente, e porto il mio sostegno incondizionato a questa lotta che è un lavoro di memoria, ma anche di militanza quotidiana. E’ un lavoro molto lungo, e non bisogna mai desistere dalla ferma convinzione che si sta spingendo nella direzione giusta.
Per la Signora Ding questo è uno sforzo enorme, e viene svolto in un ambiente molto ostile: in un ambiente ostile in Cina e all’estero. Perché ostile all’estero? Perché il governo cinese riporta delle vittorie tutti i giorni sulla scena internazionale. Leggo sui giornali che Romano Prodi e Tony Blair hanno dovuto cedere davanti alle pressioni del governo cinese per non nominare Chris Patten, l’ultimo governatore inglese di Hong Kong, Commissario al commercio internazionale. Ecco, personalmente, se fossi stata in Romano Prodi, avrei nominato Chris Patten due volte al commercio internazionale proprio per questo. Wei Jingsheng l’anno scorso è venuto a Roma e anche allora ci sono state fortissime pressioni affinché non avesse incontri importanti.
Insomma, abbiamo di fronte un vero e proprio gigante, ma è un gigante fragile. Una donna come Ding Zilin invece ha da una parte tutta la sua debolezza di madre in lutto e però dall’altra parte ha anche tutta la forza e la determinazione di una madre. E soprattutto agli occhi dei cinesi rappresenta la giustizia e la verità
Credo che in fin dei conti proprio questa donna fragile potrebbe vincere sul gigante onnipresente nel pianeta in questo momento. Grazie.



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