Premio Internazionale Premio Internazionale Premio 1999 Cina

Premio regolamento Libro Premi Langer alla CAmera Anna Bravo: il filo rosso dei Premi I premi 1997-2018 Premio 1997 Algeria Premio 1998 Ruanda Premio 1999 Cina
motivazione
Premio 2000 Kosovo-Serbia Premio 2004 Polonia Premio 2003 Italia Premio 2001 Israel-Palest. Premio 2002 Ecuador Premio 2005 Bosnia Erzegovina Premio 2007 Sudafrica Premio 2006 Indonesia Premio 2008: Somalia premio 2009: Iran premio 2010 Fondazione Stava premio 2011 Haiti premio 2012 Tunisia premio 2013 - Donatori di musica Premio 2014 Borderline Sicilia Premio 2015 - Adopt, Srebrenica premio 2017 - Angalià - Asgi premio 2018 - Istituto Arava
premi Langer 1997- 2011 (18) Premio 2004 (2) Premio 2005 (13) Premio 2006 (8) Premio 2007 (15) premio 2008 (18) premio 2008 -II (18) premio 2009 (36) premio 2010 (6) premio 2011 - haiti (36) premio 2012 - Tunisia (26) premio 2013 - Donatori di musica (15)

Jang Yanyong: Per quelli che sono vivi e per quelli che sono morti

4.6.2004, UNA CITTÀ n. 121 / maggio-giugno 2004
Lettera aperta ai dirigenti della Cina e del Partito comunista cinese

Jiang Yanyong, 72 anni, chirurgo, è diventato celebre per aver reso pubblica l’epidemia di Sars. Dal primo giugno è “sotto custodia”, costretto a un intenso programma di “rieducazione”. La moglie, Hua Zhongwei, ricercatrice in pensione dell’Accademia militare delle Scienze, sequestrata assieme a lui, è stata liberata il 15 giugno.

Al Presidente e Vicepresidente dell’assemblea permanente del National People’s Congress Npc.
Al Presidente e Vicepresidente del Chinese People’s Political Consultative Conference Cppcc.
Ai membri del dipartimento politico del comitato centrale del Partito Comunista Cinese Cpc.
Al Premier e vice premier del Consiglio di Stato.

Nel 1989 gli studenti di Pechino diedero voce alla loro giusta rivendicazione contro la corruzione e il racket e per un governo trasparente e onesto. Le azioni patriottiche degli studenti trovarono il sostegno della grande maggioranza della popolazione di Pechino e del Paese. Tuttavia, alcuni leader corrotti, avvalendosi di mezzi senza precedenti nella storia del mondo e in Cina, operarono in modo folle, utilizzando tanks, mitragliatrici, e altre armi per reprimere degli studenti e dei cittadini totalmente inermi, uccidendone così centinaia a Pechino e ferendo migliaia di altre persone.
Dopo il fatto le autorità mobilitarono tutte le macchine di propaganda per fabbricare bugie, usando misure del tutto arbitrarie per zittire la popolazione.
Ora sono passati 15 anni e le autorità si aspettano che la gente semplicemente dimentichi quanto accaduto.
Nel passato hanno definito Tiananmen “una ribellione controrivoluzionaria”, poi “la tempesta politica dell’89”.
Dare all’evento questi nomi segnala proprio la coscienza sporca dei responsabili. Se si trattò di una tempesta perché mobilitare centinaia e centinaia di truppe per sopprimerla? Perché usare mitragliatrici e tank per uccidere semplici cittadini innocenti?
Per questo oggi propongo di caratterizzare correttamente il movimento patriottico degli studenti del 4 giugno 1989.

Io sono chirurgo presso l’Ospedale 301 del Pla (Esercito di liberazione del Popolo). Al tempo degli avvenimenti del 4 giugno 1989, ero direttore del dipartimento di chirurgia dell’ospedale. La notte del 3 giugno, sentii alla radio i ripetuti avvisi di non uscire in strada. Intorno alle 22, dopo essere andato a coricarmi in dormitorio, sentii vari colpi d’arma da fuoco provenienti da nord. Qualche minuto dopo il mio cercapersone si mise a suonare. La chiamata arrivava dal pronto soccorso, per cui mi precipitai là. Non potevo credere ai miei occhi: sul pavimento e sui tavoli operatori giacevano sette giovani col volto e il corpo coperti di sangue. Due di loro vennero dichiarati morti dopo l’elettrocardiogramma. Iniziai a sentire un ronzio nella testa e fui sul punto di venir meno. E’ da 30 anni che faccio il chirurgo. Quando ero nel Genio del Pla che costruì la ferrovia Chengdu-Kunming, salvai molti soldati, ma si trattava di persone ferite incidentalmente durante la costruzione. Questo volta, a giacere davanti ai miei occhi, erano i nostri giovani, uccisi da figli di cinesi, con armi date loro dalla nostra gente, a Pechino, la magnifica capitale della Cina. Dopo un’altra salva di colpi altri giovani feriti -non ne conoscevo il numero- furono portati al pronto soccorso da gente con carretti a rimorchio e risciò. Mentre esaminavo i feriti, chiesi al mio staff di recuperare altri chirurghi e infermieri. Tutte le 18 sale operatorie dell’ospedale vennero usate per trattamenti d’emergenza dei feriti.

Il mio compito, al pronto soccorso, era di individuare la natura delle ferite e curare i pazienti colpiti. Nelle due ore tra le dieci e mezzanotte, le nostre stanze per l’emergenza accolsero 89 pazienti colpiti da arma da fuoco. Sette di loro sono successivamente deceduti nonostante il trattamento. Nelle 18 stanze operatorie, i medici, divisi in tre gruppi trascorsero la notte tentando di salvare chi poteva essere salvato.

Non potrò mai dimenticare chi non ce l’ha fatta. Ricordo in particolare un giovane sui vent’anni, i cui genitori erano pensionati del Ministero dell’Industria situato dall’altra parte della strada. Avevano 4 o 5 figli; quando sentirono alla radio i messaggi che invitavano la gente a non uscire in strada, proibirono ai propri figli di lasciare la casa e si sedettero a giocare a mahjong. Attorno alle 22 la coppia, ormai anziana, iniziò ad avvertire la stanchezza e si preparò a coricarsi. Ma questo ragazzo, (il più giovane dei figli, che aveva appena ricevuto il certificato di matrimonio) e la sua fidanzata, quando sentirono i colpi d’arma da fuoco uscirono in strada. Quando arrivarono in Five Pines Crossroad, furono colpiti da una salva di colpi. La ragazza si mise a correre, urlando al fidanzato di tornare indietro, ma appena accortasi che il ragazzo non la stava seguendo tornò sui propri passi. Lo trovò che giaceva lungo la strada in una pozza di sangue. Lo chiamò per nome, ma non ebbe risposta. Cercò di muoverlo, ma senza risultato. La gente attorno subito arrivò per prestare aiuto. Alcuni lo sollevarono di peso e lo portarono da noi. Un infermiere gli controllò la pressione. Il risultato fu negativo. L’elettrocardiogramma mostrò una linea piatta.
Quando lo esaminai, trovai il foro del proiettile ma non riuscii a vedere dove si era fermato. Ricordo che la fidanzata intanto ci implorava di salvarlo. Non ci riuscimmo: come l’elettrocardiogramma aveva mostrato il suo cuore si era già fermato. Il proiettile aveva colpito il cuore. La ragazza a quel punto si mise a piangere in modo disperato, sembrava impazzita e tuttavia trovò la forza per andare immediatamente a casa, prelevare la madre del fidanzato e portarla lì.
Quando la madre arrivò, si mise a controllare su tutto il corpo del figlio, ma l’unica cosa che trovò fu il foro del proiettile. Poi si inginocchiò davanti a me. Mi prese per un braccio e mi pregò di salvare suo figlio. Con le lacrime che mi scorrevano sul viso, inizialmente rimasi senza parole. Dopodiché davanti a questa donna distrutta cedetti e le dissi che il cuore di suo figlio aveva cessato di battere e che non poteva essere salvato. La madre, dopo essersi apparentemente calmata, ruppe in torrente di insulti: “Sono entrata nell’esercito da giovanissima, poi mi sono iscritta al partito e ho seguito il Partito Comunista nella lotta al Giappone e a Chiang Kai-shek. Ora il Pla mi ha ucciso il figlio più giovane, e io gli farò pagare il conto”.
Il corpo di suo figlio venne poi deposto sul pavimento nell’obitorio dell’ospedale, assieme agli altri.
Alcuni soldati del Pla erano là a sorvegliare. I defunti infatti erano stati diffamati come “furfanti”, per cui i familiari non potevano ritirare i corpi. Il giorno dopo la famiglia del giovane si presentò per portarsi via il corpo, ma le venne impedito. Tuttavia, essendo parenti di un generale di alto grado, riuscirono comunque di lì a poco a prelevare il corpo.

Un altro decesso riguardò un motociclista piuttosto robusto. Dopo aver trascorso il pomeriggio a Fengtai, quella sera si era recato a Five Pines Crossroad. Venne ferito dal colpo di un proiettile prima di riuscire a scendere dalla motocicletta. Diverse persone lo caricarono in un carretto e lo portarono nella nostra sala d’emergenza. Quando lo esaminai la sua pressione sanguigna era ancora normale, ma c’era un grosso foro di proiettile sul lato sinistro del pube e il sangue stava uscendo a fiotti dalla ferita. Non potevamo fermare l’emorragia applicando un laccio emostatico data la posizione. A causa della perdita di una grossa quantità di sangue, la sua pressione inizio a scendere bruscamente. A quel punto cadde in uno stato di shock e iniziò ad evidenziare difficoltà respiratorie. Infine, con la bocca ancora spalancata nel tentativo di introdurre aria, cessò di respirare morendo davanti ai miei occhi. …

Verso mezzanotte, un ufficiale dell’esercito col grado di maggiore (l’unico militare che salvammo quella notte) venne portato nella nostra sala d’emergenza. Un proiettile gli aveva perforato il braccio destro. Le radiografie mostrarono che l’omero era rotto e che c’erano molti minuscoli frammenti di metallo (intuii che si trattava di un proiettive di piombo a frammentazione) nel tessuto molto attorno. L’ufficiale ci disse che era a Pechino in visita ai parenti. Quella notte, mentre era sulla strada accanto al Museo Militare era stato ferito dalle truppe di passaggio che avevano sparato alcune salve di colpi. Il signore anziano sulla sua destra e il ragazzino alla sua sinistra erano stati uccisi sul colpo dai proiettili. Rimanendo ferito solo a un braccio, lui era stato fortunato. A portarlo al pronto soccorso era stato un militare in pensione che aveva combattuto nella guerra del Vietnam. Ai molti feriti e al personale medico presenti in sala disse che il sostegno del Pla alla sinistra durante la Rivoluzione Culturale aveva significativamente macchiato l’immagine dell’esercito nella testa della gente. L’uso di mitragliatrici e tank da parte delle truppe per uccidere dei compagni e compatrioti è qualcosa che il cielo non può tollerare. Aggiunse che non sarebbe stato possibile, per i militari, riabilitare la propria immagine popolare.

Dopo mezzanotte, le truppe avevano oltrepassato il nostro ospedale, e nessun altro ferito arrivò. A quel punto mi trasferii in zona sale operatorie per verificare la situazione. Vidi un uomo col fegato spappolato e ancora cosparso di piccoli frammenti di metallo. Scattammo fotografie e girammo filmati di scene come queste. I nostri medici trovarono grosse quantità di frammenti di metallo anche nell’intestino delle persone ferite. Fu presto evidente che non si trattava di ferite inferte da proiettili normali, ma da proiettili cosiddetti a frammentazione, banditi dalla convenzione internazionale.

Il 19 maggio venne introdotta la legge marziale. Le truppe mandate a Pechino, essendo state bloccate dalla gente lungo la strada, non poterono raggiungere il centro. I corpi corazzati, quelli delle telecomunicazioni e altre unità militari stazionarono così presso il nostro ospedale, lungo Fuxing Avenue. Dalle conversazione del nostro staff medico con queste truppe, un po’ alla volta uscì la verità sul movimento degli studenti; a quel punto il nostro personale medico disse chiaramente che non avrebbe mai preso parte alla repressione degli studenti. …
Ho sentito che le truppe che poi presero parte alla repressione degli studenti erano state richiamate in tutta fretta da Shandong.
Molti dei soldati di queste unità avevano partecipato alla guerra del Vietnam, dove si trattava di aprire il fuoco e uccidere dei nemici. Durante il trasferimento a Pechino, in treno, non avevano avuto a disposizione né giornali da leggere né radio da ascoltare. Erano totalmente all’oscuro della situazione. Appena arrivati, vennero informati che la loro missione consisteva nel sopprimere una rivolta controrivoluzionaria scoppiata a Pechino. In quelle circostanze, questi soldati ignari fecero ciò che era stato loro ordinato, causando le tragiche vicende del 4 giugno.

La sera del 3 giugno, l’intero personale medico che nel nostro ospedale aveva preso parte al tentativo di salvare delle vite non poteva immaginare che una tale tragedia, inimmaginabile a chiunque, potesse realizzarsi. In un primo momento io avevo pensato all’azione di un qualche sconsiderato capo militare. Avevo addirittura chiesto al dirigente del nostro ospedale, il signor Liao, se non fosse il caso di chiamare le alte autorità per porre fine immediatamente a quanto stava accadendo davanti ai nostri occhi.
La mattina del 4 giugno, un tank si diresse all’ambulatorio del nostro ospedale e alcuni militari portarono due soldati in coma. Io ero ancora al pronto soccorso. I militari che avevano portato i soldati privi di conoscenza pensavano fossero stati intossicati. A quel punto dissi al presidente Liao che l’Accademia di Scienze Militari doveva sapere a che trattamenti sottoporre delle persone intossicate da gas velenosi. Mentre cercavamo di prendere contatto con l’accademia, cercammo anche di trasferire i due soldati all’Ospedale 307, attraverso un tunnel sotterraneo ….

Il 9 giugno Deng Xiaoping convocò i leader di tutte le unità e parlò loro. Poi iniziarono le indagini.
Un giorno il professor Zhu Ke, mio ex compagno di classe e direttore del dipartimento di neurologia, mi fece visita, dicendomi che l’ospedale gli aveva chiesto di parlarmi rispetto a un viaggio che avevo fatto a Tiananmen a metà maggio con alcuni studenti di medicina. Dissi a Zhu: “Stai fuori da tutto questo”. Chiunque dell’ospedale voglia sapere qualcosa di quel viaggio dovrebbe chiederlo direttamente a me.
Presto venne a trovarmi un compagno del dipartimento politico dell’ospedale. Mi disse che in una videocassetta le autorità avevano visto me e gli studenti di medicina recarci in centro lungo Fuxing Avenue. Aggiunse che gli studenti erano in un camioncino e tenevano in alto uno striscione con su scritto “Gruppo di Sostegno del College di medicina di studi avanzati del Pla” e battevano gong e tamburi; e che io li seguivo in bicicletta. Mi chiese cosa significava. Lo feci: quel giorno era un mercoledì. Il nostro dipartimento quel pomeriggio aveva programmato di recarsi in centro per partecipare a un simposio accademico sponsorizzato dalla Società dei chirurghi di Pechino, per cui avevamo prenotato un mezzo di trasporto. Quando ci recammo nel parco macchine, ci dissero che non potevano fornirci alcun veicolo perché le strade erano congestionate dai manifestanti. A quel punto vidi molti studenti di medicina dentro i cancelli dell’ospedale. Vestivano tutti il camice bianco ed erano pronti ad andare a Tiananmen per dar voce al loro appoggio agli studenti. Quando questi studenti mi videro mi dissero di unirmi a loro. Chiesi a che ora pensavano di rientrare, mi risposero che intendevano accamparsi nella Piazza di Tiananmen, dissi che in questo caso non potevo aggregarmi. Allora presi la mia bicicletta e mi misi a pedalare lentamente con loro. Durante il viaggio parlammo. Quando raggiungemmo Lishi Road, nessun motoveicolo poteva procedere oltre.
A quel punto loro scesero e si incamminarono a piedi verso il centro mentre io continuai a pedalare. Tuttavia, dopo aver fatto un giro della piazza, a causa di un improvviso acquazzone, corsi indietro in direzione dell’ospedale.
Dissi al compagno che tutti sapevano di questo mio giro in piazza Tiananmen e che non avevo fatto nulla di male. Il compagno con cui avevo avuto questa conversazione riportò poi quanto da me detto. Da allora, ogniqualvolta si è discusso degli incidenti del 4 giugno, io ho sempre sostenuto che la repressione del movimento studentesco era stata un errore. Cosa che quell’anno mi costò la promozione che mi spettava.
Dopo gli avvenimenti del 4 giugno tutto è stato interpretato secondo un’unica visione; ciò ha comportato anche la riorganizzazione del gruppo dirigente dell’Accademia di Scienze Militari.

Quando le alte autorità interrogarono il professor Qin Boyi, l’allora presidente dell’Accademia, lui sostenne candidamente di di non aver commesso alcun errore nell’affrontare l’incidente. Per esempio, quando alle truppe inviate a imporre la legge marziale fu impedito di raggiungere il centro, e dovettero stazionare presso alcuni reparti militari lungo la strada, il presidente Qin spiegò che, in base ai mandati dell’Accademia, se le truppe volevano appostarsi nell’Accademia dovevano anche accollarsi la responsabilità di tutelarne la sicurezza; diversamente anche altri avrebbero cercato di trovare riparo lì e questo avrebbe creato ulteriori problemi. Di conseguenza, le truppe non ripararono nell’Accademia. Per quanto riguarda la messa a disposizione di acqua per gli studenti in sciopero della fame nella piazza di Tianamen, Qin disse che aveva approvato questa mossa come pure l’uso di un veicolo messo a disposizione per quello scopo. Anche altri reparti avevano fatto lo stesso. L’esito di questo interrogatorio fu l’allontanamento di Qin dal suo ufficio.
Il professor Tang Peixuan, vicepresidente dell’accademia e mio ex compagno di scuola, fu a sua volta allontanato dall’incarico dopo aver dichiarato ai propri superiori che quando lui aveva preso parte al movimento studentesco prima della Liberazione, il governo del Guomindang aveva usato solo estintori per spruzzare acqua sui manifestanti; mai si era servito di armi da fuoco per reprimere. Disse che trovava inconcepibile che le truppe del popolo questa volta avessero ucciso soldati e civili con tank e mitragliatrici.
Dopodiché un altro vicepresidente dell’Accademia, che aveva detto ai superiori ciò che questi volevano sentirsi dire, divenne presidente.

In seguito, la stragrande maggioranza dei miei amici si convinse che la repressione del 4 giugno era stata assolutamente sbagliata. Tuttavia, a causa delle pressioni delle autorità, non vollero esprimere pubblicamente le proprie idee. Rivendicare l’esistenza di un’uniformità di vedute tra la gente e le autorità centrali era quindi assolutamente falso.
In tutte le occasioni, nei passati 15 anni, io ho sempre sostenuto la mia ferma convinzione che la repressione del 4 giugno era stata un grave errore.
Ho anche sperato che l’errore venisse riparato dal nostro partito. Al tempo della Rivoluzione Culturale, la Cina era stata sul punto di collassare. Tuttavia non finì nel caos. Anzi, la popolazione acquistò ancora più fiducia nel partito. In quei giorni la Cina aveva avuto gravi problemi di scorte di cibo. Per comprare qualsiasi cosa servivano le tessere. Ma ancora la gente sostenne il partito nel superare tutte queste difficoltà.
Negli ultimi 20 anni il nostro paese è cambiato profondamente, è diventato più ricco e le condizioni di vita della popolazione sono significativamente migliorate.
Di più, correggere gli errori commessi il 4 giugno è desiderio comune della popolazione locale come del mondo intero. Se i leader del nostro partito sapranno agire con risolutezza per riparare all’errore, sono convinto che avranno in cambio il pieno appoggio dell’intera nazione e il paese non cadrà nel caos.

Nel 1997 mi recai a trovare il compagno Wu Zuguang presso la sua abitazione. Mi raccontò che quell’anno aveva avuto intenzione di parlare alla sessione del Comitato Nazionale del Cppcc, ma il presidente aveva chiesto di poter prima visionare il testo del suo discorso; conseguentemente non gli aveva accordato il permesso di parlare in quella sessione, ma solo nei gruppi di discussione su arte e letteratura.
Zuguang aveva approvato i cambiamenti economici avvenuti negli ultimi 20 anni, risultato della politica di riforme e apertura del compagno Deng Xiaoping. Aggiunse che il popolo cinese non doveva dimenticare i suoi contributi meritori sotto questo aspetto. E tuttavia ci tenne a puntualizzare che il modo di gestire gli incidenti del 4 giugno, da parte di Deng Xiaoping, era stato sbagliato. E che ora che Deng non c’era più, quell’errore andava riparato. Nel 1989 Deng era un uomo ormai anziano e sapeva del mondo esterno solo attraverso informazioni di seconda mano. A quel tempo Chen Xiton gli aveva fornito informazioni false, rivendicando la presenza di forze reazionarie, sia mondiali che locali, dietro il movimento studentesco. Fu questo a far perdere la testa a Deng. Era stato ingannato da Chen. Ora Chen è stato accusato di corruzione, è un criminale. E’ a lui che va imputato quel crimine infatti, e la vera natura degli incidenti andrebbe finalmente fatta conoscere. Wu mi raccontò anche che una volta concluso il suo discorso nei gruppi di discussione, nessuno aveva espresso disaccordo (del resto, nessuno avrebbe avuto alcuna ragione legittima per farlo) e tuttavia nessuno aveva sostenuto la sua visione. Questo l’aveva ferito terribilmente. In quella sessione c’erano diversi brillanti intellettuali che nondimeno avevano avuto paura di esprimersi apertamente, pur condividendo le sue posizioni in privato. Questo l’aveva addolorato moltissimo. Sua moglie, Xin Fengxia, mi confidò di aver cercato di dissuaderlo dall’esprimere pubblicamente le proprie idee, ma che era stato tutto inutile perché Wu non ascoltava e anzi coglieva ogni occasione per dichiarare il proprio punto di vista, dicendo che abbiamo tutti una bocca, che serve a due scopi: mangiare e parlare. “Ogni volta che parlo io devo dire la verità. Se uso la bocca per dire bugie e non per esprimere i miei pensieri, allora il suo unico scopo è mangiare”.
Le conversazioni con Wu mi insegnarono moltissimo. Un uomo deve parlare per dire la verità. Feci visita anche ai miei insegnanti Lei Jieqiong e Wu Jieping, miei docenti all’università Yanjing. Raccontai loro la mia esperienza con i feriti all’ospedale numero 301 la sera del 3 giugno. Entrambi mi fecero capire di non essere a conoscenza di quanto accaduto nello specifico, e tuttavia convennero che il governo aveva commesso un grosso errore nel gestire la situazione a quel modo. Aggiunsero che anche se per il momento non potevano fare nulla, erano convinti che la questione si sarebbe risolta in futuro.

Nel 1998, con alcuni compagni, come i membri del Cpc, scrivemmo una lettera ai leader nazionali, ai deputati Npc e ai rappresentanti del comitato Nazionale Cppcc, proponendo la riabilitazione del 4 giugno.

Nel 1998 contattai il compagno Yang Shangkun presso la sua residenza e relazionai sulla mia visita a Taiwan (Yang era da sempre la persona responsabile per la questione Taiwan) e gli parlai del punto di vista di mio cugino, Jiang Yanshi sulla riunificazione. Poi dissi a Yang che ero io il chirurgo incaricato di curare i feriti portati nell’ospedale 301 e gli chiesi se voleva conoscere la mia versione. Disse che voleva ascoltarmi. Così gli raccontai quello che avevo visto. Gli lasciai anche una copia della lettera che avevo scritto ai leader nazionali. Yang sottolineò che gli incidenti del 4 giugno rappresentavano l’errore più grave commesso dal Cpc nella propria storia. Disse che lui non poteva fare nulla per correggerlo, ma che in futuro vi sarebbe stato posto riparo.

Il punto di vista del compagno Yang Shangkun era ugualmente la versione di molti altri vecchi compagni. Dopo il 4 giugno, l’assemblea consultiva centrale, condotta da Bo Yibo, tenne una sessione per criticare quattro vecchi compagni: Yu Guangyuan, Du Runsheng, Li Rui e Li Chang. Alcuni macchinarono anche per impedire che i quattro rinnovassero la propria iscrizione. In seguito, il compagno Chen Yun scrisse una lettera all’assemblea consultiva centrale, che Bo Yibo lesse nella sessione plenaria. La lettera diceva: dobbiamo smettere di trattare la faccenda in questo modo. Dovremmo avere imparato molte cose a questo riguardo. E’ possibile che riabilitiamo queste persone in futuro? Dopo aver letto la lettera, Bo sentenziò: “La questione è chiusa. Non ne discuteremo oltre. Il compagno Chen Yun l’ha detto molto chiaramente nella sua lettera, che disapprova la gestione del 4 giugno. Non so se questa importante visione del compagno Chen Yun sia stata riferita al comitato centrale del Cpc, alle commissioni permanenti del Npc e del Cppcc”.

Recentemente ho letto il libro “Quelli che sono vivi e quelli che sono morti per il bene del domani della Cina”, scritto da Ding Zilin, autrice di “La madre di Tiananmen”. Il libro mi ha reso consapevole delle pressioni e del dolore sofferti dalla madre di un giovane di 17 anni, ucciso il 4 giugno, negli ultimi dieci anni. Questa madre e altri parenti delle vittime hanno fatto il possibile per trovare e contattare le famiglie delle quasi 200 persone che sono state uccise e di quelle che sono rimaste menomate; inoltre, in vari modi, hanno espresso il proprio desiderio più urgente -che il governo assumendo seriamente le proprie responsabilità spieghi loro il perché della morte dei loro familiari. E’ una richiesta ragionevole. Chi tra noi non ha genitori, figli, fratelli e sorelle? Come loro, chiunque abbia subìto la morte ingiustificata di un parente si sentirebbe in dovere di dare voce a questa stessa rivendicazione.
A partire dal 1995, queste persone ogni anno scrivono una lettera aperta alla commissione permanente dell’Npc, esprimendo la propria giusta richiesta.
Sfortunatamente, i nostri governanti hanno sempre fatto orecchie da mercante. Un atteggiamento estremamente irresponsabile che mai potrà trovare giustificazione agli occhi del mondo.

Ho già scritto parecchio. Ciò che voglio dire è questo: dato che i collettivi che guidano lo Stato e il nuovo partito formatisi dopo il sedicesimo Congresso Nazionale del Partito hanno sottolineato in ogni occasione la necessità di agire secondo la costituzione, avendo sempre il popolo al centro, allora i comitati permanenti dell’Npc e del Cppcc, i membri del sedicesimo Cpc Central Committee Political Bureau e del suo comitato permanente devono rivedere la versione fornita degli avvenimenti del 4 giugno alla luce dei criteri della Costituzione del Prc e dei tre principi fondamentali del partito: “integrazione della teoria con la pratica (ovvero ricerca della verità a partire dai fatti), mantenimento di stretti legami con le masse, e infine critica e autocritica”. Il nostro partito deve affrontare e riparare all’errore che ha commesso.
Prima si riparerà a questi errori, meglio sarà. Io credo che una corretta visione degli avvenimenti del 4 giugno sia ciò che la gente vuole e non sarà questo a creare disordini. Appellarsi alla stabilità rivendicandone la massima importanza può infatti portare a una maggiore instabilità. Da anni, a ogni vigilia del 4 giugno, molta gente è sulle spine, c’è un’atmosfera di estremo nervosismo … Il senso di disagio non è diminuito solo perché gli avvenimenti del 4 giugno si sono via via allontanati nel tempo. Al contrario la gente è diventata sempre più delusa e arrabbiata.

Dopo ripetute considerazioni ho pensato di dovervi scrivere questa lettera. Ovviamente ho preso in considerazione le conseguenze. Tuttavia ho deciso ugualmente di raccontarvi tutti i fatti. Se lo ritenete opportuno, per favore rivolgetevi a me con vostro comodo.

Jiang Yanyong
Dip. di Chirurgia, Ospedale 301,
24 febbraio 2004

pro dialog