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YOLANDE MUKAGASANA - LE FERITE DEL SILENZIO

1.10.2003, UNA CITTÀ n. 116 / Ottobre 2003
Il Rwanda, un paese pieno di assassini in libertà che non riesce a uscire dal trauma di un genocidio premeditato e pianificato a tavolino, che vide la partecipazione di un numero enorme di ruandesi. La giustizia gacaca, che prevede sconti di pena per chi si pente e collabora, ma non rinuncia alla pena. Il senso di colpa incancellabile di tanti carnefici e il problema dei ragazzini assassini. Intervista a Yolande Mukagasana.

Yolande Mukagasana, ruandese, ha ricevuto il Premio Alexander Langer 1998 assieme a Jacqueline Mukansonera. Ha pubblicato La morte non mi ha voluta, ed. La Meridiana 1998, N’aie pas peur de savoir, 1999 e, recentemente, Les Blessures du silence, Actes sud 2002. Oggi vive in Belgio.

Sono passati nove anni dal genocidio. Cosa sta accadendo oggi in Rwanda?
Oggi la comunità internazionale tace sul genocidio in Rwanda. Anche i ruandesi tacciono, ma dietro il loro silenzio si nascondono delle profonde ferite. Dopo un genocidio non si ricomincia a vivere, si cerca di tirare avanti come si può, ognuno con il peso della propria storia. Si parla di genocidio dei tutsi e di massacro degli hutu moderati, perché, se è vero che il gruppo da colpire erano i tutsi, bisogna anche includere tutti coloro che non condividevano l’ideologia della soluzione finale, ordita dal regime totalitario di Habyarimana. Tutti questi morti, hutu e tutsi, sono il frutto di un’ideologia, un nazismo tropicale che, come l’altro, aveva enunciato e dettato le sue regole e la sua logica distruttiva.
Così in Rwanda non esistono oggi due campi diametralmente opposti, gli hutu genocidari ed i tutsi vittime. Nelle prigioni del Rwanda ho incontrato dei tutsi che riconoscono di aver partecipato al genocidio, e confessano di aver ucciso per far credere di essere hutu e, inversamente, ho incontrato un hutu, ex sindaco di Giti, che pur avendo ricevuto delle armi per uccidere, se ne è servito invece per proteggere la popolazione. Infatti il comune di Giti è l’unico in cui non è avvenuto il genocidio. Il sindaco Edouard Sebushumba è l’unica autorità ruandese ad aver protetto la propria popolazione. Negare questa evidenza, mascherare un crimine contro l’umanità in una guerra civile, tribale o interetnica, equivale a dimenticare che il genocidio è stato accuratamente e politicamente preparato per circa mezzo secolo. Significa inoltre esporre l’umanità al rischio di ripiombare nuovamente nell’orrore.
Occorre invece analizzare il meccanismo ed il funzionamento di questo genocidio. In Rwanda ci sono criminali che hanno ordito, pianificato e eseguito il genocidio. Bisogna giudicarli.
Anche i sopravvissuti hanno bisogno di verità, perché si sentono colpevoli di non essere riusciti a salvare gli altri. Finché non emergerà tutta la verità, questi infatti si sentiranno doppiamente vittime: da un lato vittime in quanto bersaglio premeditato del genocidio, dall’altro vittime di una logica riconciliatrice tendenzialmente assolutoria. I sopravvissuti al genocidio hanno bisogno di giustizia, affinché venga restituita loro la dignità di esseri umani.
Ma anche i carnefici hanno bisogno di giustizia, per ricostruire se stessi e poi partecipare alla ricostruzione della società ruandese. Per quanto riguarda gli innocenti, infine, ogni sospetto deve essere fugato. La giustizia è quindi l’unico mezzo per far rinascere la società ruandese. La giustizia è inoltre necessaria per la memoria, per non dimenticare. I processi servono anche a ricostruire la storia del genocidio.
Il genocidio del Rwanda è stato pensato e pianificato. Quando, a suo avviso, è stata messa a punto la soluzione finale?
Io credo che i preparativi siano stati predisposti all’inizio del 1993, in seguito all’offensiva del Fronte patriottico ruandese (Fpr), nel gennaio dello stesso anno. L’attacco delle truppe del Fpr, teso a rovesciare il regime totalitario di Habyarimana, è stato utilizzato, da parte di alcuni, come alibi e giustificazione al genocidio del 1994.
Secondo questa tesi, i tutsi addirittura sarebbero i responsabili del proprio genocidio. In realtà i preparativi veri e propri sono iniziati con la creazione, su impulso del presidente, delle giovani milizie nazionalistiche Interahamwe. Nel luglio dello stesso anno è nata la radio Rtlm (Radio des milles collines). Si diceva che fosse una radio libera, ma in realtà aveva come obiettivo di incitare la popolazione all’odio etnico, gli hutu contro i tutsi.
Tra un’emissione e l’altra trasmettevano anche ottima musica. Ricordo un cantautore che aveva composto delle “bellissime” canzoni anti-tutsi. Erano delle canzoni ben ritmate; anche i miei figli danzavano ascoltandole, nonostante incitassero allo sterminio dei tutsi.
In ogni caso sono convinta che sia solo dopo il cessate il fuoco tra le truppe governative e l’Fpr (che era in procinto di occupare la capitale Kigali), che in sordina siano iniziati i preparativi per il genocidio.
In realtà, sin dal 1990, il regime aveva, in due o tre occasioni, lanciato delle piccole operazioni “genocidarie” (dei massacri in alcuni comuni del Rwanda), che avrebbero dovuto metterci sul chi vive.
Nel 1992 i tutsi del Nord furono messi su dei camion e deportati verso il Sud-Est del Rwanda, un luogo arido, inospitale e malsano. Le persone deportate dovettero sistemarsi in un villaggio che si chiama Nyamata.
Nessuno era autorizzato a lasciare il villaggio e, per recarsi a Kigali, occorreva chiedere un permesso speciale. Si racconta anche che gli aerei delle Nazioni Unite passassero sopra il villaggio spruzzando insetticidi. Il dossier riguardante il villaggio Nyamata infatti era già al vaglio dell’Onu e doveva prevedere, nell’immediato futuro, lo sgombero e il rientro delle famiglie deportate nei loro rispettivi villaggi di origine.
Gli abitanti di Nyamata non solo non sono mai rientrati, ma sono stati tutti sterminati là dove erano stati deportati. E’ da questa esperienza che è nato il detto: “Ti ho aspettato, come ho aspettato l’Onu”.
Di questa tragedia se ne parla solo oggi ed è ancora oggetto di studio, perché, per fortuna, è rimasto qualche sopravvissuto in grado di testimoniare e raccontare. Per esempio, nel mio ultimo libro, Les Blessures du silence, è proprio un sopravvissuto di Nyamata, Grègoire, a tracciare la storia delle persecuzioni e deportazioni dal 1958 al 1994. Io tengo molto a Grègoire, è un sopravvissuto a tutti i pogrom contro i tutsi.
Prima del genocidio del 1994 lei era a conoscenza di queste persecuzioni e deportazioni?
Io sapevo qualcosa, perché alcuni miei parenti erano stati deportati e sterminati negli anni ’60. Sapevo perché avevo una zia che me lo aveva raccontato. Comunque Grègoire mi ha riferito avvenimenti e dettagli che ignoravo completamente.
Quando si è resa conto che si trattava di un vero e proprio genocidio?
Me ne sono resa conto immediatamente, la sera del 6 aprile 1994. Durante la giornata ero stata costantemente occupata a curare i malati, ma la sera, non appena ho saputo che l’aereo del presidente Habyarimana era stato abbattuto, ci siamo detti che il genocidio stava per iniziare.
Sapevo che i miei vicini di casa avevano appena ricevuto delle armi, che c’erano state delle riunioni e che erano state scavate delle fosse nei terreni degli estremisti hutu.
Noi queste cose le sapevamo grazie alle informazioni dei nostri amici hutu, che continuavano a dirci: “Ma perché non fuggite? Stanno preparando il genocidio”.
Ma noi credevamo di essere al sicuro, grazie alla presenza, a Kigali, delle truppe dell’Onu. Pensavamo che ci sarebbe stato qualche massacro, come nel passato, ma mai avremmo immaginato che si arrivasse ad uccidere vecchi, donne e bambini.
Invece, la sera del 6 aprile, quando abbiamo tentato di fuggire da Kigali, abbiamo visto la gente che veniva uccisa davanti ai nostri occhi. Allora abbiamo capito che si trattava di un vero e proprio genocidio. Ma ormai era troppo tardi, eravamo in trappola.
Quante persone, secondo lei, hanno partecipato al genocidio?
Per uccidere un milione di persone all’arma bianca, ci sono volute tantissime persone. Oggi, si calcola che siano circa un milione quelli che, a livelli diversi, con responsabilità diverse e crimini diversi, hanno partecipato attivamente al genocidio.
Non tutti i colpevoli sono stati arrestati e, secondo un’inchiesta, per quanto riguarda la sola provincia di Kigali, sembra che ci siano circa 250.000 assassini in libertà. D’altro canto sono state arrestate un numero considerevole di persone e la giustizia ruandese, per favorire la riconciliazione nazionale, ha predisposto degli sconti di pena: una specie di “legge sui pentiti”.
Questo sistema è stato chiamato giustizia gacaca. Attraverso la giustizia gacaca, tutti i rei confessi, nella misura dei crimini che hanno commesso, possono ottenere degli sconti di pena, essere in qualche modo riabilitati e quindi messi in grado di portare riparazioni. Per coloro che si sono macchiati di crimini molto gravi, naturalmente la giustizia gacaca non può essere applicata.
Tuttavia c’è da notare un fatto curioso, e cioè che diversi rei confessi preferiscono rimanere in carcere piuttosto che essere rilasciati e rientrare nella loro comunità.
C’è addirittura chi, dopo essere stato rilasciato, è rientrato di sua spontanea volontà in prigione. Queste persone hanno paura. Devo dire che, attraverso le mie interviste, con sorpresa ho notato che, in alcuni casi, i carnefici soffrono più delle vittime. La loro sofferenza, in questi casi, è irreparabile. A differenza di una vittima, non potranno mai trovare conforto. Tuttavia, il problema principale resta evidentemente quello delle migliaia di colpevoli in libertà. Il Rwanda è un paese pieno di assassini.
Durante il genocidio, tra l’altro, io li ho visti con i miei occhi. Dopo il genocidio era difficile sapere chi non avesse ucciso.
Tutta la popolazione, purtroppo, è stata coinvolta, anche i bambini: ognuno aveva l’obbligo di denunciare, se non addirittura di ammazzare.
Francamente non so come si riuscirà a rendere giustizia. Se potessi dare un consiglio, io punirei innanzitutto tutti i responsabili politici e militari, dal semplice soldato al generale, dal sindaco del più piccolo comune al ministro plenipotenziario: insomma tutti coloro che, in quel momento, rappresentavano le autorità politiche. Inoltre punirei tutti coloro che si sono distinti, macchiandosi di crimini inimmaginabili. Cercherei poi di prevedere delle riparazioni per i sopravvissuti; tutti gli altri li lascerei liberi, perché è difficile riuscire a fare completamente giustizia.
Per quello che ho visto io, davvero non so chi non abbia commesso crimini: forse qualche disabile, qualche bambino o qualcuno che si trovava in ospedale, ma in gravi condizioni. Perché, purtroppo, anche in ospedale sono stati commessi dei crimini. C’è da aggiungere che le persone venivano incitate al crimine, sotto la copertura dello Stato, nel senso che veniva garantita loro l’impunità. I militari dicevano: “Uccideteli, saccheggiate le loro case, prendete i loro beni, tanto non rimarrà nessun erede per reclamare qualcosa”. La questione dell’impunità è molto seria perché nei precedenti massacri, nel 1959, 1962, 1963, 1967, 1973, 1992, i responsabili sono sempre rimasti impuniti, anzi, ne hanno anche tratto vantaggio.
Questa è la prima volta, in effetti, che i crimini vengono perseguiti e si cerca di fare giustizia, anche se è estremamente complicato.
La giustizia gacaca è una specie di compromesso sulla via della riconciliazione. Sta dando dei buoni risultati?
La giustizia gacaca si fonda sulla collaborazione tra la popolazione, vittime e carnefici, ma anche tra gli stessi carnefici. Non essendoci il più delle volte delle prove documentate e neutrali, questa giustizia si basa essenzialmente su quelle testimonianze che, incrociandosi, risultino attendibili. Ci sono per esempio dei prigionieri rei confessi che accusano altre persone, provvisoriamente in libertà, che casomai hanno partecipato allo stesso crimine e che sono stati visti commetterne altri.
La giustizia gacaca funziona nei comuni, nelle colline dove sono rimasti dei sopravvissuti e dove la popolazione è disposta a collaborare. La collaborazione è dunque una conditio sine qua non.
La legge punisce severamente chi si rifiuta di collaborare, tuttavia ci sono zone in cui il genocidio si è consumato al cento per cento e quindi, in assenza di sopravvissuti tutsi, la popolazione si rifiuta categoricamente di collaborare. In questi casi ci si trova di fronte ad un muro agghiacciante di omertà, che rischia di favorire ancora una volta la totale impunità dei crimini commessi. Ci sono però anche cittadini ruandesi hutu che, disgustati di fronte a quello che è avvenuto davanti ai loro occhi, oggi cominciano a denunciare i colpevoli.
La popolazione ruandese è consapevole di quello che è avvenuto?
In parte sì e in parte no. Ci sono criminali che si sentono sinceramente mortificati per quanto è avvenuto, ed altri che vorrebbero che si voltasse velocemente pagina e si dimenticasse tutto. Ci sono anche intellettuali ruandesi che, dall’esterno, rifugiatisi in altri paesi africani, continuano a fomentare l’odio etnico e a spronare alla guerra civile. Ma la popolazione ruandese è ormai satura di guerra e di sofferenze, tutti vogliono la pace.
Ci sono infine le pressioni che giungono dall’Occidente. La parola “riconciliazione”, ad esempio, è venuta da fuori, non l’abbiamo creata noi ruandesi. La Chiesa cattolica ha addirittura cercato di strumentalizzare la giustizia gacaca nelle sue cerimonie religiose.
Durante la Messa, per esempio, i preti, facendo leva sulle emozioni, si limitavano a proclamare il pentimento collettivo e un generale “vogliamoci tutti bene”. Ma questo certo non può bastare di fronte a una realtà tanto tragica e complessa.
Lei è, grazie ai suoi libri, alle sue inchieste e alle conferenze pubbliche, uno dei principali testimoni del genocidio. Ci sono anche dei tentativi negazionisti?
Ci sono dei ruandesi revisionisti che hanno scritto e scrivono dei libri in cui tentano di dimostrare che non si è trattato di genocidio, ma di un massacro interetnico. Questi ruandesi revisionisti però non vivono in Rwanda e sono sostenuti da alcuni storici occidentali che curano le loro pubblicazioni. Questi, pur ammettendo che sono stati uccisi un milione di tutsi, sostengono che dopo il genocidio sarebbero stati uccisi tre milioni di hutu. E’ apparso anche un memoriale, per questi tre milioni di hutu.
La tesi di fondo è la seguente: gli hutu hanno massacrato i tutsi che a loro volta hanno massacrato gli hutu, quindi siamo pari. E’ veramente incredibile!
Per compiere questa operazione revisionista poi ci si appoggia agli hutu implicati ad alto livello nella pianificazione del genocidio, i quali, per sfuggire alla giustizia, oggi vivono in esilio in alcuni paesi africani o europei.
Nel 1998, insieme a Jacqueline Mukansonera, ha ricevuto il premio Alexander Langer. Quanto ha influito questo riconoscimento morale nella prosecuzione della sua opera di testimonianza?
A livello morale è stato un riconoscimento estremamente importante. La mia testimonianza ha assunto da quel momento un valore universale; ha cioè significato che io potevo testimoniare; ne avevo il diritto. Mi sono sentita rassicurata e quindi riconosciuta, in quanto testimone ed essere umano. Il cammino che avevo intrapreso era quello giusto.
In quel periodo, tra l’altro, avevo con me degli orfani del genocidio e non sapevo dove e come sistemarli. Il premio Langer mi ha dato coraggio e, allo stesso tempo, mi ha permesso di costruire un tetto, un rifugio in cui sistemare questi orfani, che altrimenti non avrebbero proprio saputo dove andare a vivere.
Inoltre, il premio mi ha dato una certa credibilità, soprattutto nei confronti dei carnefici. I carnefici, in Europa, erano molto forti e il fatto di aver ricevuto il premio li ha indeboliti e intimoriti. Da allora non hanno più osato attaccarmi a viso aperto. Prima continuavano a denigrarmi, dicendo che ero una pazza e una bugiarda. Insomma mi sono sentita più sicura e ho avuto più fiducia in me stessa e in quello che stavo facendo. Avevo infatti cominciato a dubitare un po’ sul mio operato. Mi dicevo: “Hanno ucciso i miei figli, questo è vero, ma non sto forse esagerando? Fino a che punto è giusto testimoniare?”. Il paradosso di un genocidio è che a volte la vittima arriva addirittura a dubitare di se stessa.
Un sopravvissuto, vittima di un genocidio, può addirittura avere dei dubbi su quanto ha visto e patito?
Non si possono avere dei dubbi su ciò che si è visto. Il fatto è che a volte ci si chiede come è stato possibile e da lì è facile passare a una sorta di incredulità: è davvero successo? Non ho forse sognato? L’uomo è davvero capace di fare tutto questo?
Da parte loro i genocidari giocano sugli interrogativi psicologici dell’essere umano e, a più riprese, hanno tentato di mettermi in crisi, cercando di frantumare la mia personalità, proprio con l’obiettivo di farmi tacere, perché li tradivo. Io in effetti li sentivo più forti di me e avevo paura di non riuscire a sopravvivere e a continuare il mio lavoro di testimonianza. Mi sono chiesta allora quale fosse il percorso migliore da seguire. Ecco, quando ho ricevuto il premio, ho capito di aver imboccato la strada giusta.
La lotta per la memoria è dunque irta di insidie e di difficoltà...
Sicuramente, perché c’è chi pensa che la memoria sia una sorta di rivincita e che quindi sia negativa, pericolosa.
Io penso invece ad una memoria positiva, che dia un’identità ad un milione di morti. Un milione di morti, che una volta avevano un nome, e che adesso sono solo delle cifre. I miei figli oggi, per l’Onu, sono solo delle statistiche, delle cifre. Dov’è la loro identità?
Bisogna quindi gridare a voce alta che tutti questi morti hanno avuto un’identità come esseri umani, e questa identità è stata cancellata da altri uomini. Uomini come loro in carne ed ossa. Io penso a una memoria per gli uomini, e non per vendicarmi. Anche perché, quanto odio sarebbe necessario per colmare il vuoto e il male che abbiamo patito? E’ un’operazione “umanamente impossibile”.
E’ molto meglio non autodistruggersi ed evitare di distruggere quel poco che rimane. Bisogna attivarsi per costruire una memoria in grado di aiutare le generazioni future a non rivivere mai più ciò che noi abbiamo vissuto. Una memoria capace anche di venire incontro ai figli dei carnefici per evitare che nel futuro continuino ad autocolpevolizzarsi.
E’ di vitale importanza costruire il futuro sulla base di una memoria solida e inequivocabile, altrimenti c’è il rischio che certe tragedie possano riprodursi.
Oltre alla sua attività di testimone-scrittrice, lei si reca spesso in Rwanda. Quali sono i suoi progetti per la ricostruzione del suo paese?
Innanzitutto, insieme ad altri, ho creato in Belgio una Fondazione per la Memoria del genocidio e la Ricostruzione del Rwanda, riuscendo ad aprire una sede anche in Rwanda, con la collaborazione di alcuni orfani e sopravvissuti.
La nostra associazione in Belgio cerca di trovare fondi per aiutare quella in Rwanda. La sede ruandese ha il compito di aiutare le piccole associazioni di orfani e di sopravvissuti, che sono sorte in questi anni in Rwanda. E’ grazie a loro che noi possiamo essere informati su ciò che avviene quotidianamente in Rwanda.
Io mi reco nel mio paese ogni tre mesi, ma non è sufficiente; solo vivendoci si riesce a capire cosa succede.
Grazie alla nostra associazione, noi possiamo così seguire tutti i nostri progetti. Quando sono in Rwanda, visito tutte le associazioni, vecchie e nuove, e mi rendo conto che spesso, a causa della povertà, è difficile sviluppare i nostri progetti. Il cibo resta un bisogno primario da garantire. Di fronte a queste tremende difficoltà quotidiane, cerco di trovare delle soluzioni immediate.
Siamo riusciti ad evitare che alcuni adolescenti si prostituissero o si drogassero, a far sì che potessero riprendere gli studi. Ovviamente non disponiamo di mezzi finanziari tali da poter far fronte a tutte le situazioni. Inoltre, quando sono in Rwanda, vivo con i “miei bambini” cioè tutti quelli che ho adottato dopo il genocidio.
Quando ha avuto l’idea di recarsi nelle prigioni per intervistare i colpevoli?
L’idea è nata subito dopo la pubblicazione del mio primo libro La morte non mi ha voluta, nel 1998, ma è solo alla fine del 1999 che ho potuto attuare questo mio progetto. A volte, quando penso a ciò che ho fatto, e cioè intervistare i carnefici, mi chiedo se sono davvero normale.
Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere, neanche gli ebrei dopo la Shoah, e quindi la mia idea mi sembrava un po’ bizzarra e anormale. Mi chiedevo anche se sarei stata all’altezza, ma il desiderio era troppo forte.
Ricordo che al momento di varcare la soglia della prigione dove erano detenuti gli assassini, sono stata assalita dalla paura. Temevo che mi avrebbero uccisa, perché li vedevo ancora con un machete sanguinante in mano.
La paura è andata pian piano scemando, soprattutto quando ho incontrato un ragazzino assassino. Di fronte ad Evariste mi sono resa conto che non sarebbe mai stato in grado di uccidermi, perché, anche se durante il genocidio ci sono stati ragazzini capaci di uccidere degli adulti, questo è avvenuto perché erano stati inquadrati e costretti dal potere a farlo. Adesso, quel potere che incitava all’omicidio non c’è più. Di fronte a questo ragazzino che aveva un padre hutu e una madre tutsi, mi sono anche resa conto di cosa significhi essere una madre. Mi sono detta che, nel caso avessi anch’io sposato un hutu, anche i miei figli sarebbero potuti diventare degli assassini.
Ho iniziato andando ogni giorno in prigione a visitare i detenuti, affinché si abituassero alla mia presenza. Le interviste sono state lunghe e difficili. All’inizio, dopo essermi presentata, erano un po’ diffidenti e reticenti nei miei confronti. Io comunque non ero andata per giudicarli, ma per cercare di cogliere gli aspetti umani del genocidio. Il mio obiettivo era, sin dall’inizio, quello di instaurare un dialogo aperto, in cui si potesse spiegarsi reciprocamente, a partire dai propri sentimenti, e capire in che modo si potesse ricominciare a vivere insieme.
Se in principio nessuno voleva parlare con me, in seguito si sono totalmente aperti.
Come valuta questa esperienza di dialogo e confronto con i carnefici?
E’ stata un’esperienza estremamente positiva, perché mi ha insegnato come gli stessi carnefici possano essere feriti e colpiti per gli atti che hanno commesso.
Non avrei mai pensato che anche i carnefici potessero soffrire per le loro colpe. In un certo senso la loro sofferenza è più grave, perché è senza fine.
Bisogna tuttavia fare i debiti distinguo: ci sono alcuni che sono consapevoli dei loro crimini, e questi sono sinceramente pentiti di ciò che hanno fatto; altri che cercano di rimuovere, tentando di fabbricarsi una pseudo-verità; ce ne sono infine altri che mentono spudoratamente e che, se potessero, ricomincerebbero. Con me nessuno poteva fare lo gnorri o mentire perché, prima di incontrarli, avevo consultato tutti i procedimenti a loro carico.
Ho scelto quindi di incontrare sia i rei confessi che coloro che erano stati visti sulle colline mentre uccidevano e si erano messi in mostra per la loro crudeltà. Tra questi c’erano anche persone che conoscevo, tra cui colui che aveva scoperto e preso i miei figli, e anche Valerie, la giornalista della radio Rtlm. E’ ovvio che da questo dialogo rimarranno sempre fuori tutti gli assassini che sono ancora in libertà. Questi parleranno solo se verranno denunciati.
Lei ha intervistato anche i sopravvissuti. Cosa è emerso dai loro racconti?
Intervistandoli, mi sono resa conto fino a che punto soffrissero in silenzio. Ho condiviso le loro miserie perché ho trascorso intere giornate insieme a loro. Ho sentito dentro di me il loro trauma. Alcuni continuavano a rinviare il momento della testimonianza perché non si sentivano bene. Il loro sforzo era di sfuggire al proprio passato.
I sopravvissuti sono delle persone traumatizzate. Ho dovuto attendere a lungo prima che si decidessero a parlare.
I sopravvissuti, pur sentendo il bisogno di aprirsi e dar libero corso ai propri sentimenti, molto spesso non ci riescono e rimangono muti. La loro sofferenza è inaudita e hanno il timore di non essere capiti. Sono delle persone letteralmente disperate.
Molti di loro poi oggi vivono in condizione di estrema povertà, poiché durante il genocidio, oltre a perdere i loro cari, sono stati spogliati di tutto. Nessuno è in grado di risarcire i danni subiti dai sopravvissuti: né i colpevoli, né lo Stato ruandese, che non ha sufficienti risorse per assisterli e aiutarli a risollevarsi.
Dopo il genocidio molti sopravvissuti sono morti a causa delle privazioni o delle malattie. Quello che non sono riusciti a fare gli assassini l’hanno fatto la povertà e la miseria provocate dal genocidio e dalla guerra.
Ancora oggi, purtroppo, non si intravede all’orizzonte la possibilità che almeno le condizioni materiali dei sopravvissuti migliorino.
Io, in questo senso, mi considero una privilegiata tra i sopravvissuti. Forse è per questo che trovo la forza di parlare.



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