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YOLANDE MUKAGASANA - Quella fatica, di non vedere i risultati

1.7.1999, UNA CITTÀ n. 79 / Luglio/Agosto/settembre 1999
L’importanza di un impegno per la verità e verso gli altri, anche se mai potrà rimarginare la perdita del figlio. Intervento di Yolande Mukagasana.

Yolande Mukagasana, ruandese, ha ricevuto il Premio Alexander Langer 1998 assieme a Jacqueline Mukansonera. Ha pubblicato La morte non mi ha voluta, ed. La Meridiana, e N’aie pas peur de savoir, 1999.

Nel corso del viaggio che mi ha portato qui, ho trascorso più di 5 ore all’aeroporto di Francoforte. Mentre ero in attesa ho iniziato a pensare che qui sareste stati in molti e mi sono chiesta cosa vi avrei detto. Ho anche immaginato di essere in mezzo a voi e di parlarvi, ma avevo paura che mi prendessero per pazza per cui ho scritto. Ora vi leggo quello che ho scritto e poi voglio mandare un messaggio a un’altra famiglia che doveva essere qui e non ha potuto per le circostanze che già sono state dette.
Oggi non è un giorno come gli altri, è un giorno in cui siamo lieti e in pace. E’ la gioia per il premio conferito ai nostri amici.
Anche se non siamo con loro noi, li pensiamo e ci congratuliamo con tutto il cuore. Da parte mia, oggi vorrei loro dire che quando si ha necessità di parlare, si parla sempre, per quanto ciò possa costare.
Per quanto gli altri facciano per metterci a tacere, per quanto ci perseguitino per quello che siamo, non ci fanno paura, anzi ci incoraggiano e questa verità finisce sempre per venire fuori. E lo dico con cognizione di causa.
Ieri sera ero molto stanca, sono andata a letto tardi, dopo mezzanotte, ma questa notte è stata meravigliosa per me. Ho trascorso la notte coi miei figli e il loro padre. Mio figlio mi ha raccontato che sono andati in viaggio e che io dovevo pensare a tutto durante la loro assenza; mio marito mi ha confessato: "Conoscevo meglio di chiunque altro il tuo amore per l’umanità, sono contento di te, hai imparato a servire l’uomo in maniera diversa da come facevi nel tuo piccolo ambulatorio. Oggi fai meglio il tuo lavoro, prima curavi il corpo, ora hai imparato a curare l’umanità in un altro modo". Mio figlio ha aggiunto: "E’ meglio curare in un altro modo, mamma, e a un livello più elevato. E tu hai un compito molto difficile perché devi anche sostituirci". Ho cominciato a piangere, ma lui mi ha esortato: "Non piangere perché so che hai la forza e la volontà per farlo. Siamo sempre accanto a te, non aver paura, ce la farai".
Poi mi sono svegliata e non potevo riaddormentarmi pensando a queste parole. Infine mi sono spiegata questo sogno: non è forse vero che non sono più un’infermiera solo di nome? Non è forse vero che lo sono anche per chi viene a piangere sulla mia spalla, quando anch’io avrei bisogno di piangere sulla spalla di qualcuno? Non è forse vero che è grazie all’amore che ho per loro che sono capace di lavorare per l’umanità? Non è forse per questo amore dei miei cari che ho accettato di dare qualcosa all’umanità senza distinzione? Non è per loro che esiste l’associazione?
Presto seppellirò i loro scheletri dove è sepolto il mio passato. E’ questo amore di madre e moglie infatti ciò che mi dà la forza, come la benzina per un motore; ciò che mi fa stare in piedi per affrontare il male fatto all’essere umano, senza paura di quello che mi può succedere.
E sono loro ad accompagnarmi dappertutto. Loro che sono così lontani e così vicini allo stesso tempo, talmente vicini da sentirli in simbiosi con me. Come posso stancarmi, chi mi può stancare, con che mezzi ce la può fare?
L’anno scorso ho ricevuto il premio Alexander Langer. Questo mi ha permesso di pensare a lui e alla sua vita. Non potremo mai capire fino a che punto sia difficile lavorare per gli esseri umani. Ho capito la sua pena perché è scoraggiante fare un lavoro in cui accetti in anticipo di non vedere i risultati; un lavoro nel quale colui per cui ti batti per proteggerlo, può nuocerti perché non ha capito la lotta che conduci anche per lui. Non è facile. Voi non potete capire fino a che punto questo premio sia incoraggiante: ho affrontato l’inaffrontabile, se posso dire così, grazie a questo premio.
Prima di tutto ho potuto far venire le mie nipoti, le figlie di mio fratello più piccolo, ed è meraviglioso saperle al sicuro grazie a me. A partire da quel giorno ho portato avanti la mia lotta con più forza; ho continuato a battermi per le generazioni ruandesi, affinché i nostri pronipoti non vivano una divisione che noi abbiamo creato e che subiamo; ho portato avanti la lotta per togliere le barriere fra gli esseri umani, anche se i paesi le conservano, ragione per cui ho creato l’associazione che mi aiuta a lavorare in una struttura.
Ognuno ha un momento di riposo quando parte da questa terra ed è per questo che ho voluto creare tutto coi giovani: un’orfana del genocidio, che ha ora 19 anni, è fra i membri fondatori e prenderà il mio posto quando riposerò per sempre.
Grazie al premio Langer ho avuto la forza di tornare in Ruanda per cercare un punto di incontro fra i ruandesi. Sono andata ad ascoltare i superstiti del genocidio, come pure i carnefici.
Sono andata con un fotografo indipendente, un belga, mi è piaciuto il suo modo di lavorare, la qualità del suo lavoro. Ha fatto dei ritratti in bianco e nero di questi incontri fra superstiti o fra superstiti e carnefici, cercando di captare le nostre emozioni, il momento del nostro incontro interiore. E’ stato molto difficile incontrare i superstiti poiché non è affatto facile guadagnarsi la loro fiducia al punto che accettino di confidarsi. Poi, quando accettano di parlare, non si fermano più. Per me risultava più facile quando condividevamo lo stesso passato, una stessa storia, le stesse ferite...
I carnefici. Ascoltarli è stato difficile perché mi imponevo di ascoltarli col cuore, occorreva una comunicazione interiore. Ho dovuto convincermi che sono anche loro esseri umani, ho dovuto accettare di scoprirlo. Ho scoperto qualcosa di molto importante e credo che questo mi accompagnerà tutta la vita. Ho scoperto le ferite dei carnefici, il loro dolore; dietro questi volti si nascondono un’infinità di ferite e ho potuto scoprire che fra di loro ce ne sono che sono pentiti del genocidio, ce ne sono che hanno capito la manipolazione cui sono stati sottoposti e che soffrono per aver commesso azioni così ignobili.
Ho incontrato un uomo di 79 anni che ha ucciso 100 persone e gli ho chiesto: "Come hai fatto? Perché queste persone non si sono difese?". Ha risposto: "Non potevano difendersi", "Con che cosa le hai uccise?", "Le ho uccise con dei colpi in testa", "Ma sei vecchio, 79 anni, per uccidere quanti colpi hai dato?". Mi ha risposto "2 volte". "Dunque hai colpito 200 volte senza renderti conto che facevi del male?". E lui "Non potevo farci niente, bisognava farlo, era un genocidio".
Questa semplicità, banalità, è quello che più mi ha spaventato e turbato. Non capire da soli la gravità delle conseguenze del proprio atto. E’ stato spaventoso e difficile per me continuare ad ascoltarlo, ma allo stesso tempo occorreva ascoltarlo perché bisogna poter mostrare le cose come sono. Ho potuto incontrare una persona che è andata a disseppellire il cranio della sua vittima, ha preso il cranio, è andato in tribunale e ha confessato: "Mettetemi in prigione, l’ho ucciso io".
Quando sono arrivata in Ruanda lo hanno trasmesso in televisione e tutti lo prendevano in giro e dicevano: "E’ pazzo!". Sono andata a cercarlo, gli ho parlato e gli ho chiesto: "La gente dice che sei pazzo, è così? Tu ti senti pazzo?". Ha spiegato "No, mi pento di ciò che ho fatto. Questo uomo io lo conoscevo, conoscevo suo padre, sua madre, aveva un bambino e una moglie. Eppure io l’ho ucciso". "Perché allora l’hai ucciso?". "Perché ero sicuro che era tutsi e si trattava di un genocidio di tutsi". "Ora com’è la tua vita, come vivi attualmente?", "Sono infelice, soffro enormemente per quello che ho fatto e che mai arriverò a riparare".
Dietro tutto questo ho visto che c’è una persona buona che oggi è un assassino. Ho potuto scoprire fino a che punto ciò che ha fatto l’ha ferito. Queste ferite non si rimargineranno mai e lui oggi supplica perché i superstiti del genocidio lo perdonino per quello che ha fatto. Gli ho chiesto: "Sai che anch’io sono una superstite del genocidio?", "Sì, lo so e accetto di parlarti perché so che se tu sei disposta a parlarmi anche gli altri mi parleranno un giorno."
Ecco, ho scoperto tutto questo. Ho parlato anche con un assistente medico, il cui compito era di salvare la vita, e che invece ha tolto la vita e che oggi dice: "Soffro perché ho fatto giuramento di salvare la vita e ho distrutto la vita, non vivo più. E quello che mi ha addolorato e sconvolto di più è stato quando sono andato a trovare i superstiti del genocidio che curavo io e ho visto che non mi detestano neanche".
E’ incredibile tutto quello che ho potuto imparare grazie a questa esperienza. Ho visto anche il dolore dei bambini criminali. Ho conosciuto un bambino che ha ucciso quando aveva solo 10 anni, oggi ne ha 15. Questo mi ha fatto molto riflettere, perché mi sono detta: "Se questo bambino ha ucciso, anche i miei figli potevano diventare degli assassini. Se non fossero stati a loro volta assassinati". E così ho capito il dolore del bambino e della mamma. E’ un bambino il cui padre è hutu e la madre tutsi, ed è il solo ad aver ucciso nella famiglia; ha dei fratelli più grandi, un padre, ma nessuno di loro ha ucciso. Invece lui ha ucciso. E quando gli ho chiesto "Dimmi -perché piangevo- piangi qualche volta?", "No, non piango più, non sono più un bambino, sono un criminale". E questo mi faceva ancora più male perché mi dicevo: "Questo bambino... fra sua madre e me, che differenza c’è? Sua madre ha avuto un bambino che è morto, che è un criminale a 10 anni. Accetterei io che i miei figli fossero in vita, ma che fossero criminali? O non avrei forse preferito che fossero morti come lo sono?". Ma non ho potuto fare questa scelta, non posso. Questi ritratti e queste testimonianze sono stati esposti, anche a Roma, e in più di 25 città in Belgio. E l’esposizione continua, abbiamo esposto in Olanda, in Germania. E’ giusto: dobbiamo far vedere la verità sul genocidio, vogliamo mostrare che non si può dire d’ufficio "la gente è cattiva", c’è sempre qualcosa di positivo dietro, ma bisogna andare a cercarlo.
Questa esposizione la facciamo con la collaborazione di Médecins sans Frontières e questo mi ha permesso di tenere delle conferenze nei vari paesi in cui è stata fatta l’esposizione. Sono incoraggiata anche da un altro recente premio, cosiddetto "dei diritti dell’uomo e della comprensione dei popoli", assegnatomi da una piccola associazione legata all’Università di Jena in Germania.
Oggi ho pensato spesso a quella madre cinese che soffre, e la cui sofferenza cercano di soffocare, perché conosco il dolore per aver perso una parte di se stessi, e nella peggiore delle situazioni. Non smetterà mai di esprimere la sua sofferenza, non ne è capace, non bisogna chiederle l’impossibile. E io l’incoraggio perché quando ho scritto la mia prima testimonianza è stata una grande liberazione -le donne che hanno partorito sanno quello che sto per dire- come quando il bambino è appena uscito e si sente un benessere. E’ la stessa cosa quando si fa uscire una verità che si vuole assolutamente che venga fuori. Per questo io l’incoraggio molto, perché per quanto ciò le possa costare, anche questo è salutare per l’umanità. E’ la ragione per cui quando andrò in Ruanda, nel mese di agosto, vorrei poter aprire la fossa dove sono i miei figli. Anche se sembra ci siano più di 400 persone, darò anche a loro una sepoltura; sono tutti vicini, sono bambini che hanno giocato coi miei, bisogna che offra loro almeno un’identità perché non si dica solo: "E’ una fossa in cui ci sono delle persone fatte a pezzi a causa del genocidio".
Capisco questa madre cinese, ciò che sente per esserle impedito di esprimersi e di vivere il suo lutto. Vorrei inviarle un messaggio di speranza: bisogna che lei si convinca che niente potrà mai sostituire suo figlio, ma che può imparare a vivere in modo positivo il suo dolore. Questo amore per suo figlio -lo dico perché è quello che ho fatto io- bisogna che lo offra ai cinesi, agli altri esseri umani. A quel punto avrà fatto ciò che suo figlio avrebbe fatto. Deve continuare a vivere per suo figlio e fare tutto ciò che il figlio avrebbe dovuto fare nella sua vita.
Ora tutte le volte, prima di uscire di casa, io parlo ai miei; dico loro dove vado. E poi li prego anche, come se fossero un Dio; mi accompagnano dappertutto. Lei deve fare la stessa cosa: è una forza, sono sicura che capirà. E’ per questo che ho chiamato l’associazione col nome del posto dove abitavo e dove tutto è successo. E’ quello il luogo dove rimetto i miei piedi, è là che il mio cuore è rimasto e da là mi viene la forza per continuare. Vi prego di trasmetterle il mio messaggio. E’ l’esperienza di una donna che sa che quella è una ferita per sempre. Non si illuda che questa ferita si rimarginerà, questa piaga rimarrà aperta, perché un figlio è insostituibile. Ma si può farne qualcosa di positivo, e non c’è che l’amore per l’umanità che possa aiutarti. Vi ringrazio.



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