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Yolande Mukagasana - Quelle 200.000 radioline

1.6.1998, UNA CITTÀ n. 69, Giugno/Luglio 1998
Un genocidio preparato metodicamente, da anni. La tragica accentuazione in senso etnico e razziale, operata dai colonialisti belgi, di una differenziazione per lo più sociale fra due parti della popolazione ruandese. La complicità della Francia di Giscard e Mitterand e la responsabilità dell’Onu. Un genocidio con la particolarità di essere stato perpetrato dai vicini di casa. Nessun perdono senza verità e giustizia. Intervista a Yolande Mukagasana.

Yolande Mukagasana ruandese ha perso nel genocidio contro i tutsi i tre figli, il marito e il fratello. La mort ne veut pas de moi, edizioni Fixot, è il racconto di come è riuscita a salvarsi. Attualmente Yolande vive a Bruxelles ed è impegnata nella lotta per il riconoscimento internazionale del genocidio e perché giustizia venga fatta. All’intervista partecipa anche Patrick May, coautore del libro di Yolande.

Perché gli assassini si sono impegnati tanto a trovarla?
Intanto l’animatore della radio delle mille colline era un vicino, quindi mi conosceva bene... Poi ero considerata una donna intraprendente e molti uomini non apprezzavano questo. Avevo un ambulatorio privato, curavo la periferia e la campagna di Kigali. Per mancanza di medici in questo paese, le infermiere fanno spesso il lavoro del medico, nel mio ambulatorio facevo piccoli interventi chirurgici, assistevo i parti, facevo tutto come un medico e avevo anche una certa reputazione, se è vero che c’erano persone che, pur abitando molto lontano, venivano da me. Ero considerata una che si dedicava molto al proprio lavoro, i pazienti si affezionavano ed anch’io ero molto attaccata a loro. Nel quartiere ero una con i soldi, e avere un reddito tutti i giorni in un paese povero è importante, ma non ero la sola. Certamente, però, questo ha potuto scatenare anche delle piccole gelosie. Sono stata una delle poche persone che non sono riusciti a trovare...
Lei si è sentita anche profondamente tradita dalle persone che conosceva...
Credo di aver sempre fatto il mio lavoro anche con amore. Ero una privata, le mie cure costavano di più, ma spesso mi capitava di curare persone povere gratuitamente. Mi hanno restituito odio e per questo, in un primo momento, mi sono sentita profondamente ferita, sì, tradita...
D’altra parte, però, so benissimo che non mi cercavano perché avessi fatto qualcosa. Hanno assassinato i bambini, i vecchi nei loro letti, gente di 80 anni. Avevo una vicina molto anziana che ormai non capiva neanche più dov’era, ma l’hanno presa lo stesso, insieme alla figlia, di 45 anni, alla quale avevano già ucciso il marito e i figli; e a quest’ultima hanno detto: "Svestiti e svesti tua madre, sollevala e portala alla fossa"; lei ha preso in braccio sua madre per portarla alla fossa e lì sono state assassinate.
Ho visto uomini correre, in dieci, in venti, rincorrere un bambino di 10 anni, per assassinarlo... Donne hutu sposate con dei tutsi, alle quali già erano stati assassinati i mariti, volendo salvare i figli, li avevano mandati presso i propri parenti; ebbene, spesso gli zii hanno ammazzato questi bambini dicendo alle sorelle: "Erano figli di tutsi, farai altri figli con degli hutu".
Io non ero un caso particolare, niente affatto. Eravamo tutsi, tutto lì. Quello che ancora faccio fatica a capire è perché dovessero anche "giocare". Dovevano assassinare, era un genocidio, ma perché torturare, perché giocare con le vittime prima di ucciderle? Hanno voluto giocare per far vedere che eravamo in mano loro, che eravamo indifesi? E’ per questo che non giustifico chi pensa che si possa perdonare senza giudicare.
A fare i massacri sono stati solo i contadini e i miliziani?
No, anche gli intellettuali hanno preso il machete, anche loro hanno assassinato. E’ stata una follia collettiva che si è impossessata di tutti. Intellettuali ruandesi che si trovavano in Belgio hanno inventato "I dieci comandamenti di un vero hutu"... "Ogni hutu deve smettere di avere fiducia nei tutsi", "Ogni hutu deve sapere che il suo solo nemico è il tutsi"... cose così. (E questi dieci comandamenti sono stati pubblicati in un giornale estremista hutu insieme alla foto del presidente Mitterrand col nostro presidente e il commento "Il vero amico del Ruanda"!).
Ci sono stati momenti in cui la follia sembrava contagiare anche le vittime. Mi dicevo: non è normale che si uccidano i tutsi così, che l’amico diventi un nemico, all’improvviso, ci deve essere una ragione, noi dobbiamo essere colpevoli di qualcosa, se anche il mondo tace vuol dire che siamo veramente dei parassiti da eliminare. Poi ho sentito come se avessi un dovere verso tutte quelle persone che stavano per essere assassinate; mi sono detta: non c’è più nessuno che parli, bisogna che possa vivere per parlare, per raccontare tutto quello che ho visto, l’odio che ho visto, la follia della gente, tutto... Mi dicevo che bisognava poter raccontare perché altri potessero spiegarci quello che era successo.
E a distanza di tempo come spiega questa esplosione di follia collettiva?
Da quando sono cresciuta ho potuto constatare come l’odio veniva alimentato sistematicamente. A scuola al bambino hutu facevano capire che era superiore al bambino tutsi. A scuola per noi non era sufficiente avere buoni punti per andare avanti, quando semplicemente riconoscevano i nostri diritti a noi sembrava ci concedessero un privilegio.

Quando studiavamo la storia del Ruanda, si diceva che i tutsi in Ruanda erano allevatori di bestiame, ma gli allevatori tutsi non erano numerosi, ci volevano dieci mucche per potersi chiamare tutsi, ne occorrevano meno per chiamarsi hutu, ed era flessibile, se eri hutu e aumentavi il numero di mucche diventavi tutsi d’ufficio e viceversa. Ci dicevano: "I tutsi sono venuti dall’Abissinia", e gli hutu non ricordo più da dove venivano; si raccontava che i tutsi erano gli ultimi arrivati sul territorio ruandese e, arrivati per ultimi, volevano dettare legge (d’altronde mentre assassinavano la gente urlavano: "Ci avete preso tutti i beni"). Ci insegnavano la differenza e tutti i bambini venivano a toccarmi i capelli perché volevano vedere com’erano i capelli dei tutsi. Durante la ricreazione tutti i bambini si mettevano in cerchio attorno a noi e rientravamo in classe piangendo.
Ho sempre avuto dei problemi, per fortuna mio padre mi incoraggiò altrimenti non avrei mai sopportato di proseguire gli studi; ci sono dei bambini che hanno lasciato la scuola per paura, erano traumatizzati psicologicamente. Nello stesso tempo, come sempre succede, si diceva che i tutsi erano i più belli, i più intelligenti, che erano fatti per governare e che gli hutu erano dei contadini che potevano stare solo sottomessi. Tutto questo creava delle condizioni psicologiche terribili, si alimentavano complessi di inferiorità e di superiorità reciproci.
E poi, soprattutto, c’era questo sistema delle carte d’identità per cui si sapeva sempre chi era hutu e chi era tutsi. Nel regime precedente i disoccupati avevano una carta d’identità da disoccupato e questa carta piaceva molto perché non riportava l’appartenenza etnica, non si vedeva se uno era hutu o tutsi, ma sulla carta c’era un codice, ad esempio ci poteva essere 1 A, dove 1 significava hutu e A era la lettera che compariva nelle targhe delle macchine della città di Kigali: da quel codice si poteva dedurre da quale prefettura si veniva e di che etnia si era. Siamo stati avvelenati dall’ideologia separatista e noi tutsi siamo diventati vittime consenzienti, se così posso dire, perché sapevamo che eravamo emarginati e che non avevamo diritti.
Patrick May. Bisogna tornare indietro nella storia del Ruanda per comprendere bene la storia di questa manipolazione. Prima dell’indipendenza del XV secolo e fino alla colonizzazione, il paese è dominato dai tutsi, c’è una pace relativa, le persone sono divise in clan, la divisione fra hutu e tutsi è piuttosto secondaria. E’ a partire dalla colonizzazione tedesca e soprattutto belga che si comincia ad identificare i tutsi come una classe sociale e poi come una razza. L’appartenenza al clan sfuma a poco a poco, resta nella memoria delle famiglie. Nel ’55 i tutsi chiedono l’indipendenza del paese al Belgio ed è a questo punto che il Belgio rompe coi tutsi e si lega agli hutu; forma dei quadri dirigenti hutu e rivendica il fatto che il paese sia governato dagli hutu a causa del numero più elevato, 85/88%; anche la Chiesa appoggia gli hutu. Poi c’è l’indipendenza nel ’59 e la repubblica proclamata nel ’62, ma ciò non toglie che il paese degli ex-coloni continui a sostenere il regime hutu per difendere i propri interessi. Nel ’73 c’è il colpo di stato di Habyarimana e si raddoppia la distinzione fra hutu e tutsi con quella fra hutu del Nord e hutu del Sud. A partire dal ’75 la Francia, con Giscard d’Estaing, firma un accordo di cooperazione col presidente Habyarimana; nel frattempo i tutsi esiliati hanno preparato un esercito all’estero attorno agli anni ’85/86 e minacciano di rientrare nel paese; per impedirglielo si comincia a fare il ricatto sui tutsi, e anche sugli hutu dell’interno: se i tutsi all’estero tornano, si uccideranno i tutsi dell’interno. E’ così che si è formata l’idea del genocidio. Già prima del ’90 avvengono degli attacchi e poi i tutsi, il 1° ottobre 1990, invadono il paese; in effetti tornano a casa loro, ma gli hutu denunciano l’invasione e chiedono aiuto alla Francia che accorre prontamente. Gli accordi di cooperazione sono interpretati da Mitterrand come accordi di difesa, che è tutt’altra cosa: aiutano il Ruanda ad armarsi inviando 7.000 soldati, e poi soldi e armi, moltissime armi. Gli effettivi dell’esercito passano da 5.000 a 35.000 uomini, sette volte di più, e a partire da questo momento si comincia a fare pressione sui tutsi dell’interno. Iniziano i massacri: 200 qui, 300 là, 1.000 da un’altra parte. E’ in questi 4 anni che si preparano gli hutu coi media. Con la radio estremista, una radio speciale creata apposta, e poi coi giornali, progressivamente si istilla nella mente degli hutu l’idea che bisogna in ogni modo eliminare i tutsi. Una delle menti del genocidio, un generale, dirà che "la sola soluzione è eliminare i tutsi" e lo dirà a dei diplomatici belgi, ufficialmente. Quindi, a partire dall’attentato del presidente Habyarimana, il 6 aprile del ’94, tutto è pronto, si può procedere. Mezz’ora dopo la morte del presidente ha inizio il genocidio più grande della seconda metà del secolo. Moriranno 800.000 persone, secondo alcuni più di un milione...
Poi c’è da dire che la povertà del paese forniva un pretesto alla propaganda genocidaria.

Nell’immaginario collettivo sono passati gli slogan diffusi dalla radio delle mille colline: "Hutu, unitevi, i tutsi vi hanno derubati", "Siete poveri perché ci sono i tutsi", "Uccidete i tutsi e si vivrà meglio", "Avrete i loro averi". L’invidia e la gelosia sono state leve del genocidio. Tutto questo ha fatto comodo ai politici, è su questo che hanno giocato, era facile: siccome c’erano dei partiti politici che si erano appena formati, e per il presidente (quello che poi è stato ucciso il 6), il genocidio era il modo per manipolare i partiti, per tenerli uniti a sé e impedire che creassero un’opposizione. E infatti tutti i partiti hanno dato il loro contributo, tutti erano d’accordo sul genocidio, ma il vero partito che l’ha programmato è il partito del presidente estremista. E’ lui che ha convinto gli altri.
Infine hanno armato i nostri vicini. E noi lo vedevamo e sapevamo che era per noi, ma non c’era soluzione, continuavamo a illuderci: "Non oseranno neanche cominciare, la comunità internazionale interverrebbe in nostro aiuto". Abbiamo informato i Caschi Blu dei nascondigli di armi che potevamo conoscere, ma i nascondigli non sono stati rimossi. Il Consiglio di Sicurezza ha detto che quelle armi non si potevano toccare...
Il ruolo della radio è stato molto importante?
La radio è stata importante perché tutto quello che si diceva alla radio veniva preso come realtà. E’ anche per questo che non posso scusare l’Onu perché bastava occupasse le due stazioni radio, quella nazionale e quella estremista hutu, e il genocidio si sarebbe fermato.
Patrick May. Forse si deve spiegare che la radio era una cosa relativamente nuova per i ruandesi, soprattutto per quelli delle colline. Credo che sia stato nel 1992 che si è cominciato ad immaginare il genocidio e che si è cominciato a pensare che la radio avrebbe potuto favorirlo. Così il Ruanda comprò con i soldi della cooperazione francese 200.000 radio transistor dalla Corea del Nord e le ha vendute a prezzi ridicoli, circa 100 franchi belgi. Nelle colline tutti ascoltavano la radio tutto il giorno, era una cosa nuova per loro...
Per di più c’era della buona musica, spesso ho registrato cose belle.
Le responsabilità dell’Occidente sono tremende...
L’Occidente ha appoggiato un presidente che era un estremista, sapevano benissimo che c’era una carta d’identità etnica in Ruanda introdotta dai belgi all’epoca della colonizzazione, vedevano bene che nel Ruanda si stava progressivamente creando una situazione di apartheid, analoga a quella del Sudafrica, ma nessuno ha mai detto nulla. E poi non avendo detto niente neanche durante il genocidio oggi tutti si sentono colpevoli e proprio per questo preferiscono continuare a tacere o difendere una verità di comodo.
Allora mi dico che tutte le volte che hanno assassinato i tutsi e che nessun paese ha detto "basta", che nessun paese ha detto "occorre un’inchiesta", erano test per saggiare l’opinione pubblica internazionale e la sua capacità di reazione. Quando hanno visto che l’opinione pubblica internazionale taceva, hanno incalzato: "Andiamo avanti per la soluzione finale" come dicevano. Avevano ottenuto il permesso!
E noi a illuderci che fosse impossibile che tutto il mondo tacesse, che nessuno si muovesse. Anche noi vedevamo avvicinarsi il pericolo del genocidio, ma ci dicevamo: "Non sarà possibile, non siamo soli al mondo, il mondo non può lasciare fare questo, ci sono stati genocidi, non ce ne possono essere ancora".
Avevamo fiducia e mai potevamo immaginare che l’Onu avrebbe richiamato quei caschi blu sui quali avevamo riposto le nostre speranze!
Patrick May. L’uccisione, la mattina del 7 aprile, del primo ministro, Agathe Uwilingiyimana, che era una hutu moderata, e dei caschi blu belgi che la proteggevano (ed è per questo che poi li hanno ritirati), è stato un segnale agli hutu: a opporsi al genocidio si rischiava di morire.
Anche le responsabilità della Chiesa cattolica ruandese sono ormai risapute. Ma tu rimproveri qualcosa al Papa...
Se la Chiesa in Ruanda avesse soltanto predicato il vangelo insegnando l’amore, le ragioni che hanno condotto al genocidio sarebbero diminuite. La Chiesa si è sempre intromessa nella politica in Ruanda. I preti, i vescovi, gli arcivescovi in Ruanda si sono sempre intromessi. E oggi, ancora, la Chiesa è lontana dal rammaricarsene. Da noi si dice che quando qualcuno è addolorato perché ha perduto i suoi cari, la cosa più importante che si possa fare è di andarlo a trovare e dirgli "condoglianze". Il Papa non si è mai preso la briga di fare questo, dopo il genocidio non è mai tornato in Ruanda.
Durante la visita del ’90 aveva potuto constatare quello che succedeva, perché la preparazione era già in atto... Era il 6 settembre del ’90, lo ricordo bene perché ero a Kigali e a quell’epoca si uccidevano già le persone, si imprigionavano, e il Papa disse qualcosa in proposito, ma dopo il genocidio non è tornato.
I preti e le suore coinvolte nel genocidio sono protetti dalla Chiesa, molti sono nascosti anche qui in Belgio. Il Papa chiede che si puniscano tutti coloro che sono coinvolti, ma nello stesso tempo si gira attorno al problema e si chiede la grazia e, soprattutto, non si vuole arrivare a dire la verità...
Spesso è proprio la persecuzione a rafforzare, a creare addirittura, identità. Tu ti sei sempre sentita una tutsi?
Si, perché sono stata sempre perseguitata. Ho saputo che ero una tutsi dall’età di 5 anni. Ma se non mi avessero aggredito a quell’epoca, perché volevano assassinare mio padre, non lo avrei mai saputo. Poi se si è perseguitati nella nostra identità questo aumenta il bisogno di affermarla. Quando un gruppo sociale o etnico viene indicato come "diavolo", come "colpevole", alla fine questo si riflette nelle stesse vittime che accettano la nuova identità.
C’erano dei tutsi che cominciavano ad aggrapparsi all’identità tutsi, anche se questo diventava molto pericoloso.
Nello stesso tempo c’erano dei ruandesi che con stratagemmi cercavano di diventare hutu nelle proprie carte d’identità, e in quelle dei figli, ma poi sono stati assassinati ugualmente, perché si conosceva la loro origine; tutti i vicini continuavano a sapere che quello era il figlio di questo e il nipote di quell’altro. Si cambiava carta d’identità per poter accedere agli studi o per avere un lavoro, ma nello stesso tempo si aveva questo complesso perché la gente ti conosceva nonostante i documenti. Il Ruanda è piccolo e tutti si conoscono fra di loro. Infatti si è stati eliminati anche con la carta d’identità hutu.
E ora? Continuano queste discriminazioni, con parti rovesciate, o ci sono nuove leggi?
Adesso in Ruanda so che ci sono delle nuove carte d’identità senza l’indicazione dell’etnia e per quanto riguarda il lavoro, nella funzione pubblica sono in vigore norme d’esame di ammissione basate sulla competenza. Si fanno dei test per avere un lavoro, soprattutto per i posti nell’amministrazione, capi ufficio, capi divisione, direttori generali... Eppure c’è gente che non ci crede, non è abituata che si faccia così. Siamo stati avvelenati dal sistema. Ci sono dei tutsi che dicono: "Ho sofferto per questa carta d’identità, bene, me la tengo e non voglio la nuova". E lo stesso vale per certi hutu: "Ho sempre avuto i favori della mia carta d’identità e me la tengo". Ma comunque il fatto che il nuovo regime abbia abolito questa maledetta carta d’identità che ci ha fatto soffrire tanto, dovrebbe essere salutato come un fatto altamente positivo. Ma a livello internazionale non arriva nessun segnale positivo, anzi.
I paesi che hanno armato, pagato per mettere in moto il genocidio, continuano come se nulla fosse successo. I media occidentali parlano ancora di maggioranza, minoranza hutu e tutsi o viceversa, lo dicono sempre, senza pensare che è questo che ci ha fatto del male.
Ultimamente ho assistito a Namur alla conferenza di due preti appartenenti ai Padri Bianchi. C’era da suicidarsi ad ascoltarne uno che denunciava di essere stato cacciato dal Ruanda due mesi prima: gli abbiamo chiesto: "Ma perché lei è stato cacciato?", e lui, convintissimo di aver subito una grave ingiustizia: "Sono stato cacciato perché avevo fatto la lista degli hutu e dei tutsi". Gli ho detto: "Ma padre, non c’è più la carta d’identità etnica. Come ha fatto lei a riconoscere hutu e tutsi"?, "L’ho chiesto", "Lei ha osato fare questo? Padre, io al posto del governo non l’avrei espulsa, ma messa in galera. Lei pensa che questo sia il momento buono per separarci ancora? Non ne ha avuto abbastanza?". D’altra parte alla cooperazione belga-ruandese, ai cooperanti che vanno in Ruanda distribuiscono tutt’ora un libretto con su scritto che ci sono parecchie lingue in Ruanda: ebbene, una di queste non esiste. Gliel’ho detto: "Ma vi rendete conto? Quando vi chiederò una parola in questa lingua cosa mi direte?".
In realtà ci sono persone più o meno malintenzionate che continuano a metterci gli uni contro gli altri. Anche un hutu che non è stato coinvolto nel genocidio che si sente ripetere continuamente: "Attenzione, è un regime tutsi", alla fine non si fiderà più, avrà paura, scapperà. Teniamo poi presente che nel nord del paese c’è la guerra, c’è un fronte, quello degli hutu estremisti, che non vogliono sentir parlare di pace, che vogliono impedire che un hutu possa abitare in Ruanda e che possa collaborare col governo in carica. Il regime in carica deve sembrare un regime dittatoriale tutsi perché questo sta bene a tutti: gli hutu hanno assassinato i tutsi, ebbene i tutsi hanno preso il potere e si vendicano. E’ questa ideologia che viene inculcata non solo agli stranieri, ma anche ai ruandesi stessi che si sentono insicuri. Per me questo è un modo di continuare ad alimentare l’odio.
Patrick May. In questo governo i ministri tutsi sono solo 7 su 22, il presidente è hutu, ma questo sembra non contare nulla...
E non fuggono solo degli hutu, ci sono anche dei tutsi che fuggono, che non ritornano perché giustizia non è fatta e gli assassini girano impuniti. Ci sono dei sopravvissuti che sono stati assassinati ora, perché erano gli unici testimoni vivi del genocidio. Per affermare la giustizia si deve cominciare col fermare il genocidio e la divisione tra i ruandesi.
E la situazione economica e sociale?
Bisogna tenere presente che in Ruanda quelli che hanno compiuto il genocidio hanno fatto in modo anche di distruggere tutte le infrastrutture del paese. Da noi si dice che quando non si è mangiato non si può fare niente di buono, si dice che la pancia vuota non ha orecchie. Ora i ruandesi sono in condizioni miserabili, è un paese distrutto dal genocidio. Bisogna ricostruire e nello stesso tempo affrontare la questione dell’ordine nel paese, della sicurezza, che è un problema reso ancor più grave dall’impunità del genocidio. I problemi si intrecciano. Pensi ai senzatetto: se un senzatetto vede una casa vuota ed entra dentro deve firmare un documento in cui si impegna a lasciare la casa se il proprietario ritorna; e se uno dice: "No, è lui che ha distrutto la mia casa, che se la costruisca lui la casa", l’autorità dice: "Prima di tutto lascia la casa, fai la denuncia, e si vedrà". Sono problemi gravi... Io stessa se tornassi non avrei casa.
Lei ha detto che per fare giustizia, "bisogna avere una visione comune". Cosa intendeva?
Ci vuole proprio questo, "una visione". Perché il genocidio del Ruanda è un genocidio come tutti gli altri, ma è anche un caso unico perché è il vicino che ha assassinato il vicino. Negli altri genocidi è un popolo che ne ha assassinato un altro, da noi è il popolo stesso che ha assassinato una parte di se stesso. Quindi per me non bisogna imporre al Ruanda una giustizia astratta, e limitarsi a questo. Bisogna innanzitutto riconoscere che le persone che hanno assassinato il proprio fratello o cognato sono dei nostri: parlavamo la stessa lingua, avevamo la stessa religione, avevamo le stesse tradizioni, la stessa cultura, abitavamo insieme. Trovo che sia comunque un caso del tutto particolare che va ancora studiato. Io direi che è come se i fiamminghi si mettessero ad assassinare i valloni, nessuno direbbe che la giustizia va fatta nello stesso modo adottato per i tedeschi. Bisogna scegliere la soluzione adeguata alla situazione, anche se difficile.
Faccio solo due esempi. Le donne hutu sposate con tutsi, di cui parlavo all’inizio, sono un caso tristissimo ed emblematico delle enormi difficoltà che incontriamo: ora hanno denunciato i loro fratelli, sono state bandite dalle loro famiglie... ma non si sono sentite di rivolgersi ai tutsi e dire: "Ho un problema", per paura di sentirsi dire: "Lei almeno è una hutu, ha una famiglia, io non ho più nessuno".
Oltre a tanti hutu che non hanno ucciso, che hanno addirittura nascosto dei tutsi, e per questo hanno rischiato la vita, e tanti l’hanno persa, ci sono hutu che hanno nascosto un tutsi, ma che, poi, per paura, o per altri motivi, ne hanno assassinati altri. Anche questo è un problema difficilissimo da risolvere: c’è chi dice: "Io sono stato protetto dal tale", e altri che dicono: "Ma è lui che ha assassinato mio padre, mia madre...".
Qual è allora il punto discriminante per poter sbloccare la situazione? Come si può fare giustizia in seno alla stessa famiglia?
In primo luogo si deve riconoscere che c’è stato un genocidio. Questa è la premessa per ogni ulteriore passo. La comunità internazionale che denuncia l’affollamento delle prigioni, cosa vera, deve capire, e riconoscere, che le prigioni sono affollate perché c’è stato un genocidio. Dopo la guerra mondiale, quanti prigionieri c’erano qui? Le condizioni di vita di questi detenuti sono drammatiche? Ci sono detenuti che sono malati? Ci sono anche degli innocenti? Tutto vero, ma io dico che il Ruanda fa come può e invece di criticare bisogna chiedersi quali sono le soluzioni che ci proponete per aiutarci a risolvere i nostri problemi. E’ importante anche il modo con cui ci si rivolge a qualcuno. Rivolgersi a qualcuno con violenza non risolve il problema, soprattutto quando sappiamo che questa stessa Comunità Internazionale, che leva la voce ora con il governo ruandese, non ha gridato durante il genocidio per fermarlo.
In secondo luogo quelli che hanno aiutato il genocidio non devono fare altro che aiutare la pace. Tutti, a cominciare dalla Chiesa cattolica, chiedono che si perdoni, ma il perdono non è una caramella che si dà ai bambini: per arrivare al perdono, per arrivare a una riconciliazione, la strada è proprio la giustizia. Bisogna cioè che gli innocenti possano identificare gli assassini, altrimenti continuerà a regnare la confusione: ora in Ruanda l’assassino e il superstite abitano fianco a fianco, e nessuno dei due è tranquillo perché l’assassino si chiede continuamente: "Mi denuncerà" e il superstite pensa: "Non è contento che sia ancora vivo, mi ucciderà". Come si può ricominciare se non si fa giustizia? Se si fa giustizia l’assassino dirà: "Sì, ho commesso un crimine, ma ho scontato la mia pena", e il superstite si sentirà soddisfatto, perché è stata fatta giustizia. Allora la riconciliazione sarà possibile.
Ma le persone che ci hanno diviso non vogliono che ci si riappacifichi, è questo il problema.
Lei dice che bisogna che si dica innanzitutto la verità. Qualcuno lo sta facendo?
Conosco solo l’ex primo ministro ad interim Jean Kambanda, del gabinetto formatosi il 9 aprile 1994, all’inizio del genocidio, che si è dichiarato colpevole. L’accusa a Kambanda è essenzialmente quella di aver concretamente fornito alla popolazioni le armi e di aver nominato a Butare un nuovo prefetto, perché il vecchio prefetto non voleva partecipare al genocidio. Questi era un prefetto che aveva un padre tutsi e una madre hutu e anche sua moglie aveva genitori "misti", che non voleva il genocidio e per questo è stato assassinato. Jean Kambanda ha nominato un prefetto che ha cominciato "il lavoro".
Dopo che Kambanda ha ammesso le sue colpe gli ho scritto una lettera gentile, per dirgli che mi congratulavo con lui: almeno lui si è pentito, sa quello che è avvenuto e non osa più dire "non ho fatto niente". Ho scritto anche al procuratore generale del Tribunale Internazionale a Arusha affinché quest’uomo venga protetto, perché non vogliono farlo parlare.
Ma lei ha fiducia nel tribunale internazionale?
Le faccio un esempio: lei sa come me che la Francia ha partecipato al genocidio, anche se, ovviamente, tutt’ora nega; l’Onu non ha fatto nulla per salvare chi era minacciato; il Belgio e altri paesi erano coinvolti. Malgrado ciò per ora abbiamo sentito una sola persona fare un "mea culpa" ed è Bill Clinton.
Ho posto alla signora che è la procuratrice del tribunale internazionale di Arusha (quello istituito dall’Onu per giudicare i colpevoli del genocidio ruandese. Ndr.) la domanda: "Questo tribunale internazionale potrà giudicare anche gli organismi internazionali coinvolti nel genocidio o quelli che hanno negato aiuto a chi gridava aiuto? La giustizia sarà fatta a livello internazionale?", e lei mi ha detto che questo è impossibile. Forse è per ignoranza mia, ma a questo punto non capisco perché un tribunale che si occupa solo del Ruanda si chiami "internazionale".
Se si tratta di giudicare solo assassini ruandesi, crimini commessi in Ruanda con vittime ruandesi, perché un tribunale internazionale? Ho chiesto anche: "C’è stato un genocidio, occorrono prove e i superstiti sono le prove di un genocidio; poiché la giustizia è lenta, cosa fate per proteggere le prove?". Mi ha detto: "Questo non è nostro compito".
(...)



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