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Yolande Mukagasana: Anniversario di un genocidio, le ferite del silenzio

1.4.2004, Una città 117
Il 6 aprile verrà ricordato in Ruanda, con solenni cerimonie, il decimo anniversario del più tremendo genocidio di questo fine secolo, in cui trovarono la morte un milione di tutsi e di hutu moderati.
Il Premio Alexander Langer 1999 era stato assegnato a Yolande Mugagasana e Jacqueline Mukansonera.
Da allora Yolande continua la sua opera di ricostruzione della memoria e di testimonianza. Il suo racconto è stato pubblicato in più riprese in lingua francese In Italia è stato tradotto dalla casa editrice “la meridiana” nel 1997 il suo “la morte non mi ha voluto”. Una mostra fotografica che raccoglie le testimonianze di genocidari incarcerati e sopravvissuti è stata realizzata con il sostegno di Medici senza Frontiere.
Jacqueline ha fondato in Ruanda l’associazione umanitaria “Jya Mubandi Mwana”, gruppo autogestito di madri di bambini con gravi handicap.



Intervista a Yolande Mukagasana, a cura di Lanfranco Di Genio
(l’intervista è stata pubblicata sul numero 117 della rivista Una città)

A nove anni dal genocidio, come si presenta la società ruandese nel suo insieme?

Y: Non ci sarà umanità senza perdono, non ci sarà perdono senza giustizia, non ci sarà giustizia senza umanità. La comunità internazionale tace sul genocidio in Rwanda. Anche i ruandesi tacciono, eppure dietro il loro silenzio si nascondono delle profonde ferite. Dopo un genocidio non si ricomincia a vivere, si continua e si tira avanti come si può, ognuno con il peso della sua storia. Si parla di genocidio dei tutsi e di massacro degli hutu moderati, perché, se è vero che il gruppo da colpire erano i tutsi, bisogna anche includere tutti coloro che non condividevano l’ideologia della soluzione finale, ordita dal regime totalitario di Habyarimana. Tutti questi morti, hutu e tutsi, sono il frutto di un’ideologia, un nazismo tropicale che, come l’altro, aveva enunciato e dettato le sue regole e la sua logica distruttive. In Rwanda non esistono oggi due campi diametralmente opposti, gli hutu genocidari ed i tutsi vittime. Nelle prigioni del Rwanda ho incontrato dei tutsi, che riconoscono di aver partecipato al genocidio, e confessano di aver ucciso per far credere di essere hutu e, inversamente, ho incontrato un hutu, ex sindaco di Giti, che pur avendo ricevuto delle armi per uccidere, se ne è servito invece per proteggere la popolazione. Infatti il comune di Giti è l’unico in cui non è avvenuto il genocidio. Il sindaco Edouard S. è l’unica autorità ruandese ad aver protetto la sua popolazione. Negare questa evidenza, mascherare un crimine contro l’umanità, in guerra civile, tribale o interetnica equivale a dimenticare che il genocidio sia stato accuratamente e politicamente preparato, per circa mezzo secolo. Significa esporre l’umanità a ripiombare nuovamente nell’orrore. Significherebbe rifiutarsi di analizzare il meccanismo ed il funzionamento di questo genocidio. In Rwanda ci sono criminali che hanno ordito, pianificato e eseguito il genocidio. Bisogna giudicarli. Ci sono delle vittime e altri, che non sono né vittime, né carnefici. I sopravvissuti, poiché si sentono colpevoli di non essere riusciti a salvare gli altri, hanno bisogno di verità. Finché non emergerà tutta la verità, si sentiranno doppiamente vittime: da un lato vittime in quanto bersaglio premeditato del genocidio, dall’altro vittime di una logica riconciliatrice, tendenzialmente assolutoria. I sopravvissuti al genocidio hanno bisogno di giustizia, affinché venga restituita loro la dignità in quanto esseri umani. Anche i carnefici hanno bisogno di giustizia, per ricostruire sé stessi e per poi partecipare alla ricostruzione della società rwandese. Per quanto riguarda gli innocenti, ogni sospetto deve essere fugato. La giustizia è quindi l’unico mezzo per far rinascere la società rwandese. La giustizia è inoltre necessaria per la memoria e per non dimenticare. I processi servono anche a ricostruire la storia del genocidio.

Il genocidio del Rwanda è stato pensato e pianificato. Quando, a suo avviso, è stata messa a punto la soluzione finale?

Y: Io credo che i preparativi siano stati predisposti all’inizio dell’anno 1993, in seguito all’offensiva del FPR, nel gennaio dello stesso anno. L’attacco delle truppe del FPR, teso a rovesciare il regime totalitario di Habyarimana è stato utilizzato, da parte di alcuni, come alibi e giustificazione al genocidio del 1994. Secondo le tesi di questi i tutsi addirittura sarebbero i responsabili del proprio genocidio. In realtà i preparativi veri e propri sono iniziati con la creazione, su impulso del presidente, delle giovani milizie nazionalistiche Interahamwe. Nel luglio dello stesso anno è stata creata la radio RTLM ( Radio des milles collines ). Si diceva che fosse una radio libera, ma in realtà è stata una radio che aveva come obiettivo di incitare la popolazione all’odio etnico, gli hutu contro i tutsi. Tra un’emissione e l’altra, trasmettevano anche ottima musica. Tra questi c’era un cantautore, che aveva composto delle “bellissime” canzoni anti-tutsi. Erano delle canzoni ben ritmate, anche i miei figli danzavano ascoltandole, nonostante esse incitassero allo sterminio dei tutsi. In ogni caso sono convinta che sia solo dopo il cessate il fuoco, tra le truppe governative e l’FPR (che era in procinto di occupare la capitale Kigali ), che siano iniziati in sordina i preparativi per il genocidio. Tuttavia, sin dal 1990, il regime aveva, in due o tre occasioni, lanciato delle piccole operazioni “genocidarie” ( dei massacri in alcuni comuni del Rwanda ), che avrebbero dovuto metterci sul chi vive. Addirittura, i tutsi del Nord, nel 1992, furono messi su dei camion e deportati verso il Sud-Est del Rwanda, un luogo arido, inospitale e malsano. Le persone deportate, in condizioni molto difficili, hanno dovuto sistemarsi in un villaggio, che si chiama Nyamata. Nessuno era autorizzato a lasciare il villaggio e, per recarsi a Kigali occorreva chiedere un permesso speciale. Si racconta anche che gli aerei delle Nazioni Unite passassero sopra il loro villaggio spruzzando insetticidi. E’ da questa esperienza che è nato il detto “ Ti ho aspettato, come ho aspettato l’Onu”, perché il dossier riguardante il villaggio Nyamata era al vaglio dell’Onu, e doveva prevedere, nell’immediato futuro, lo sgombero del villaggio ed il rientro delle famiglie deportate nei loro rispettivi villaggi di origine. Gli abitanti di Nyamata non solo non sono mai rientrati, ma sono stati tutti sterminati là, dove erano stati deportati. Di questa tragedia se ne parla solo oggi ed è ancora oggetto di studio, anche perché, per fortuna, è rimasto qualche sopravvissuto in grado di testimoniare e raccontare. Per esempio, nel mio ultimo libro “Les Blessures du silence”, c’è proprio un sopravvissuto di Nyamata, Grègoire, il quale traccia la storia delle persecuzioni e deportazioni dal 1958 al 1994. Io tengo molto a Grègoire, perché è una persona che è sopravvissuta a tutti i pogrom contro i tutsi.



Prima del genocidio del 1994, eri a conoscenza di queste persecuzioni e deportazioni?

Y: Io sapevo qualcosa, perché alcuni miei parenti erano stati deportati e sterminati negli anni ’60. Sapevo, perché avevo una zia che me lo aveva raccontato. Comunque Grègoire mi ha riferito avvenimenti e dettagli che ignoravo completamente.

Quando si è resa conto, che si trattava di un vero e proprio genocidio?

Y: Me ne sono resa conto immediatamente, la sera del 6 aprile. Durante la giornata, non mi ero accorta di quello che avveniva, anche perché ero occupata a curare i malati, ma la sera, non appena ho saputo, che l’aereo del presidente Habyarimana era stato abbattuto, ci siamo detti che il genocidio stava per iniziare. Sapevo che i miei vicini di casa avevano appena ricevuto delle armi, che c’erano state delle riunioni e che erano state scavate delle fosse, nei terreni degli estremisti hutu. Noi queste cose le sapevamo, grazie alle informazioni dei nostri amici hutu, che continuavano a dirci: “ Ma perché non fuggite, dal momento che stanno preparando il genocidio?” Ma noi credevamo di essere al sicuro, grazie alla presenza, a Kigali, delle truppe dell’ONU. Pensavamo che ci sarebbe stato qualche massacro , come nel passato, ma mai avremmo immaginato che si arrivassero ad uccidere vecchi, donne e bambini. Ma, la sera del 6 aprile, quando abbiamo tentato di fuggire da Kigali, e abbiamo visto la gente che veniva uccisa davanti ai nostri occhi, allora abbiamo capito che si trattava di un vero e proprio genocidio. Ma ormai era troppo tardi, eravamo in trappola.

Quante persone, secondo lei, hanno partecipato al genocidio?

Y: Per uccidere un milione di persone all’arma bianca, ci sono volute tantissime persone. Oggi, si calcola che siano circa un milione le persone che, a livelli diversi, con responsabilità diverse e crimini diversi, abbiano partecipato attivamente al genocidio. Non tutti i colpevoli sono stati arrestati e, secondo un’inchiesta, per quanto riguarda la sola provincia di Kigali, sembra che ci siano circa 250.000 assassini in libertà. D’altro canto sono state arrestate un numero considerevole di persone e la giustizia rwandese, per favorire la riconciliazione nazionale, ha predisposto, degli sconti di pena: una specie di “ legge sui pentiti “ . Questo sistema è stato chiamato giustizia gacaca. Attraverso la giustizia gacaca, tutti i rei confessi, nella misura dei crimini che hanno commesso, possono ottenere degli sconti di pena, essere, in qualche modo riabilitati e essere messi in grado di portare riparazioni. Per coloro che si sono macchiati di crimini molto gravi, naturalmente la giustizia gacaca non può essere applicata. Tuttavia c’è da notare un fatto curioso, e cioè che diversi rei confessi preferiscano rimanere in carcere, piuttosto che essere rilasciati e rientrare nella loro comunità. C’è addirittura chi, dopo essere stato rilasciato, è rientrato, di sua spontanea volontà in prigione. Queste persone hanno paura. Devo dire che, con sorpresa, attraverso le mie interviste, ho notato che, in alcuni casi, i carnefici soffrono più delle vittime. La loro sofferenza è, in questi casi, una sofferenza irreparabile. Rispetto a una vittima, non potranno mai trovare conforto. Tuttavia, il problema principale sono le migliaia di colpevoli in libertà. Il Rwanda è un paese pieno di assassini, tanto più che, durante il genocidio, li ho visti con i miei occhi. Dopo il genocidio, era più difficile sapere chi non avesse ucciso, di chi, invece, l’avesse fatto. Tutta la popolazione, purtroppo, è stata coinvolta nel genocidio, anche i bambini: ognuno aveva l’obbligo di denunciare, se non addirittura di ammazzare. Io capisco tutto questo, ed è per questo che sono preoccupata per come, si, e se si riuscirà a rendere giustizia. Se potessi dare un consiglio, io punirei innanzitutto tutti i responsabili politici e militari, dal semplice soldato al generale, dal sindaco del più piccolo comune al ministro plenipotenziario: insomma tutti coloro che rappresentavano le autorità politiche in quel momento. Inoltre punirei tutti coloro che si sono evidenziati, macchiandosi di crimini inimmaginabili. Cercherei di prevedere delle riparazioni per i sopravvissuti e tutti gli altri li lascerei liberi, perché è difficile riuscire a fare completamente giustizia. Per quello che io ho visto, non so chi non abbia commesso crimini: forse qualche disabile, qualche bambino o qualcuno che si trovava in ospedale, in gravi condizioni, perché, purtroppo, anche in ospedale sono stati commessi dei crimini. C’è da aggiungere che le persone venivano incitate al crimine, sotto la copertura dello Stato, nel senso che veniva garantita loro l’impunità. I militari dicevano: “ Uccideteli, saccheggiate le loro case, prendete i loro beni, tanto non rimarrà nessun erede per reclamare qualcosa”. La questione dell’impunità è molto seria, perché, nei precedenti massacri, nel 1959,1962,1963,19667,1973,1992 i responsabili sono sempre rimasti impuniti, anzi, ne hanno anche tratto vantaggio. Questa è la prima volta, in effetti, che i crimini vengono perseguiti e si cerca di fare giustizia, anche se è estremamente complicato.

La giustizia gacaca è una specie di compromesso sulla via della riconciliazione. Sta dando dei buoni risultati?

Y: La giustizia gacaca si fonda sulla collaborazione tra la popolazione, tra vittime e carnefici, ma anche tra gli stessi carnefici. Non essendoci il più delle volte delle prove documentate e neutrali, questa giustizia si basa essenzialmente sulle testimonianze incrociate, che ne verificano l’attendibilità. Ci sono, per esempio, dei prigionieri rei confessi, che accusano altre persone, provvisoriamente in libertà, che hanno partecipato allo stesso crimine e che sono stati visti commetterne altri. La giustizia gacaca funziona in quei comuni, su quelle colline dove sono rimasti dei sopravvissuti e dove la popolazione è disposta a collaborare. La collaborazione è dunque una conditio sine qua non, affinché il sistema porti i suoi frutti. La legge punisce severamente chi si rifiuta di collaborare, tuttavia ci sono zone in cui il genocidio si è consumato al cento per cento e quindi, in assenza di sopravvissuti tutsi, la popolazione si rifiuta categoricamente di collaborare. In questi casi ci si trova di fronte ad un muro agghiacciante di omertà, che rischia di favorire ancora una volta la totale impunità dei crimini commessi. Ci sono però anche cittadini rwandesi hutu che, disgustati di fronte a quello che è avvenuto davanti ai loro occhi, oggi cominciano a denunciare i colpevoli.

La popolazione ruandese è consapevole di quello che è avvenuto?

Y: In parte sì ed in parte no. Ci sono criminali che si sentono sinceramente mortificati di quanto avvenuto, ed altri che vorrebbero che si voltasse velocemente pagina e si dimenticasse tutto quello che è successo. Ci sono anche intellettuali rwandesi che, dall’esterno, rifugiatisi in altri paesi africani, continuano a fomentare l’odio etnico e a spronare alla guerra civile. Ma la popolazione rwandese è ormai satura di guerra e di sofferenze, tutti vogliono la pace. Ci sono anche le pressioni, che giungono dall’Occidente. La parola riconciliazione è venuta da fuori, non l’abbiamo creata noi rwandesi. La Chiesa cattolica, per esempio, ha cercato di strumentalizzare la giustizia gacaca nell’ambito delle sue cerimonie religiose. Durante la Messa, per esempio, i preti, facendo leva sulle emozioni, si limitavano a proclamare il pentimento collettivo e un generale “ vogliamoci tutti bene “. Ma queste sono solo emozioni e non ci si può basare sui semplici stati emotivi, perché di fronte a noi c’è una realtà tragica e complessa.

Lei è, con i suoi libri , le sue inchieste e le sue conferenze pubbliche uno dei principali testimoni del genocidio. Ci sono anche dei tentativi negazionisti?

Y: Ci sono dei rwandesi revisionisti che scrivono ed hanno scritto dei libri in cui tentano di dimostrare, che si sia trattato non di genocidio, ma di un massacro interetnico. Questi rwandesi revisionisti non vivono però in Rwanda e sono sostenuti da alcuni storici occidentali. Questi curano le loro pubblicazioni e, pur ammettendo che siano stati uccisi un milione di tutsi, sostengono che, dopo il genocidio sono stati uccisi tre milioni di hutu. E’ apparso anche un memoriale, per i tre milioni di hutu. La tesi di fondo è quindi la seguente: gli hutu hanno massacrato i tutsi che, a loro volta, hanno massacrato gli hutu, quindi siamo pari. E’ veramente incredibile. Per compiere questa operazione revisionista ci si appoggia sugli hutu che, implicati ad alto livello nella pianificazione del genocidio, per sfuggire alla giustizia, vivono in esilio in alcuni paesi africani od europei.

Nel 1998, insieme a Jacquelines Mukansonera, ha ricevuto il premio Alexander Langer. Quanto ha influito questo riconoscimento morale nella prosecuzione della sua opera di testimonianza?

Y: A livello morale è stato un riconoscimento estremamente importante. La mia testimonianza ha assunto, da quel momento, un valore universale, e cioè ha significato che io potevo, ed avevo il diritto di testimoniare. Mi sono sentita rassicurata e quindi riconosciuta, in quanto testimone ed essere umano. Il cammino che avevo intrapreso era quello giusto. In quel periodo, avevo con me degli orfani del genocidio e non sapevo dove e come sistemarli. Il premio Langer mi ha dato coraggio e, allo stesso tempo, sono riuscita a costruire un tetto, un rifugio in cui sistemare questi orfani, che altrimenti non avrebbero proprio saputo dove andare a vivere. Inoltre, il premio mi ha dato una certa credibilità, soprattutto nei confronti dei carnefici. I carnefici, in Europa, erano molto forti e il fatto di aver ricevuto il premio li ha indeboliti e intimoriti. Da allora non hanno più osato attaccarmi a viso aperto. Prima continuavano a denigrarmi, dicendo che ero una pazza e una bugiarda. Grazie al premio Langer, mi sono sentita più sicura e ho avuto più fiducia in me stessa ed in quello che stavo facendo. Prima di ricevere il premio Langer, avevo cominciato a dubitare un po’ sul mio operato. Mi dicevo: “ Hanno ucciso i miei figli, questo è vero, ma non sto forse esagerando? Fino a che punto è giusto testimoniare? Il paradosso di un genocidio è che a volte la vittima arriva addirittura a dubitare di sé stessa.

Un sopravvissuto, vittima di un genocidio, può addirittura avere dei dubbi su quanto ha visto e patito?

Y: Non si possono avere dei dubbi su ciò che si è visto. Ma a volte ci si chiede come è stato possibile e, un’altra domanda che torna costantemente è “ è davvero successo? non ho forse sognato? l’uomo è davvero capace di fare tutto questo? “ E allo stesso tempo i genocidari giocano sugli interrogativi psicologici dell’essere umano e, a più riprese, hanno tentato di mettermi in crisi e di frantumare la mia personalità, con l’obiettivo di farmi tacere, perché li tradivo. Io li sentivo più forti di me e avevo paura di non riuscire a sopravvivere e a continuare nel mio lavoro di testimonianza. Mi sono chiesta allora qual era il percorso migliore da seguire. Quando ho ricevuto il premio, ho capito di aver imboccato la strada giusta.

La lotta per la Memoria è dunque una lotta irta di insidie e di difficoltà?

Y: Sicuramente, perché c’è chi pensa che la Memoria sia una sorta di rivincita e che quindi sia negativa. Io penso invece ad una Memoria positiva, che dia un’identità e una fede ad un milione di morti. Un milione di morti, che una volta avevano un nome, e che adesso sono solo delle cifre. I miei figli sono, oggi, per l’Onu, solo delle statistiche e delle cifre. Dov’è la loro identità? Bisogna quindi gridare a voce alta, che tutti questi morti hanno avuto un’identità come esseri umani, e questa identità è stata cancellata da altri uomini, semplicemente per essere stati degli uomini. Uomini come loro in carne ed ossa. Io penso a una memoria per gli uomini, non per vendicarmi, anche perché, quanto odio sarebbe necessario per colmare il vuoto e il male che abbiamo patito? E’ un’operazione “umanamente impossibile”. E’ molto meglio non autodistruggersi ed evitare di distruggere quel poco che rimane. E’ molto più importante operarsi per costruire una memoria in grado di aiutare le generazioni future a non rivivere mai più ciò che noi abbiamo vissuto. Una memoria capace anche di venire incontro ai figli dei carnefici per evitare che nel futuro continuino ad autocolpevolizzarsi in quanto figli dei carnefici. E\'’ dunque di vitale importanza costruire il futuro sulla base di una memoria solida e inequivocabile, altrimenti c’è il rischio che certe tragedie possano riprodursi.

Oltre alla sua attività di testimone-scrittrice, lei si reca spesso in Rwanda. Quali sono i suoi progetti per la ricostruzione del suo paese?

Y: Innanzitutto ho, insieme ad altri, creato in Belgio una Fondazione sulla Memoria del genocidio e la Ricostruzione del Rwanda, riuscendo a fondare una Sede della Fondazione anche in Rwanda, con la collaborazione di alcuni orfani e sopravvissuti. La nostra Associazione in Belgio cerca di trovare fondi per aiutare quella in Rwanda. Il lavoro che deve svolgere la sede rwandese è di aiutare le piccole associazioni, che sono sorte in questi anni in Rwanda, di orfani e di sopravvissuti. E’ grazie a loro che noi possiamo essere informati su ciò che avviene quotidianamente in Rwanda. Io vado in Rwanda ogni tre mesi, ma non è sufficiente, perché è vivendoci, che si riesce a capire cosa succede. Per cui è grazie alla nostra Associazione rwandese, che noi possiamo seguire tutti i nostri progetti. Quando sono in Rwanda, visito tutte le associazioni, quelle vecchie e quelle nuove, e mi rendo conto che, spesso a causa della povertà, è difficile sviluppare i nostri progetti. C’è ancora un bisogno primario da garantire: la fame. Di fronte a queste tremende difficoltà quotidiane, cerco di trovare delle soluzioni immediate. Con la nostra Associazione siamo riusciti ad evitare che alcuni adolescenti si prostituissero o si drogassero, e che potessero riprendere gli studi. Ovviamente non disponiamo di mezzi finanziari, per poter far fronte a tutte le situazioni. Inoltre, quando sono in Rwanda, vivo con i “ miei bambini” cioè tutti quelli che ho adottato dopo il genocidio.

Quando ha avuto l’idea di recarsi nelle prigioni per intervistare i colpevoli?

Y: L’idea è nata subito dopo la pubblicazione del mio primo libro “ La morte non mi ha voluto “, nel 1998. Ma è solo alla fine del 1999, che ho potuto attuare questo mio progetto. Quando penso a ciò che ho fatto, e cioè intervistare i carnefici, mi chiedo se “ sono normale “. Mi sono detta che nessuno aveva mai fatto una cosa del genere, neanche gli Ebrei dopo la Shoa, e quindi la mia idea mi sembrava un po’ bizzarra e anormale. Mi chiedevo anche se sarei stata all’altezza, ma il desiderio era troppo forte. Quando stavo per varcare le soglie della prigione, sono stata assalita dalla paura di dovermi trovare di fronte agli assassini. Temevo che mi avrebbero uccisa, perché li vedevo ancora con un machete sanguinante in mano. La paura è andata pian piano scemando, soprattutto quando ho incontrato un ragazzino assassino. Di fronte ad Evariste mi sono resa conto che non sarebbe mai stato in grado di uccidermi, perché, anche se durante il genocidio ci sono stati ragazzini capaci di uccidere degli adulti, questo é avvenuto perché erano stati inquadrati e costretti dal potere a farlo. Adesso, quel potere, che incitava all’omicidio, non c’è più. Mi sono anche resa conto di essere una madre, di fronte a questo ragazzino, che aveva un padre hutu ed una madre tutsi. Mi sono detta che, nel caso avessi anch’io sposato un hutu, anche i miei figli sarebbero potuti diventare degli assassini. Da quel momento sono diventata di nuovo un po’ mamma. Andavo ogni giorno in prigione a visitare i prigionieri, affinché si abituassero alla mia presenza. Le interviste sono state lunghe e difficili. All’inizio, dopo essermi presentata, erano un po’ diffidenti e reticenti nei miei confronti. Il mio obiettivo era, sin dall’inizio, quello di instaurare un dialogo aperto, per spiegarsi reciprocamente i nostri sentimenti e per capire in che modo si potesse ricominciare a vivere insieme. Non ero andata per giudicarli, ma per cercare di cogliere gli aspetti umani del genocidio. Se in principio nessuno voleva parlare con me, in seguito si sono talmente aperti, che sono io che ho dovuto quasi frenarli.

Come valuta questa esperienza di dialogo e confronto con i carnefici?

Y: E’ stata un’esperienza estremamente positiva, perché mostra anche come gli stessi carnefici siano feriti e colpiti per gli atti che hanno commesso. Non avrei mai pensato che anche i carnefici potessero soffrire per le loro colpe. In un certo senso la loro sofferenza è più grave, perché è senza fine. Se per noi vittime la nostra sofferenza è dura da sopportare, per loro è molto più difficile aprirsi e raccontare, perché in ogni momento rischiano di tradirsi. Bisogna tuttavia fare i debiti distinguo: ci sono alcuni che sono consapevoli dei loro crimini, e questi sono sinceramente pentiti di ciò che hanno fatto; altri, che cercano di rimuovere, tentando di fabbricarsi una pseudo-verità; ce ne sono infine altri, che mentono spudoratamente e che, se potessero, ricomincerebbero. Con me nessuno poteva fare lo gnorri o mentire perché, prima di incontrarli, avevo consultato tutti i procedimenti a loro carico. Quindi ho scelto di incontrare sia i rei confessi, che coloro che notoriamente erano stati visti sulle colline, mentre uccidevano e si erano messi in mostra per la loro crudeltà. Tra questi c’erano anche persone che conoscevo, tra cui colui che aveva scoperto e preso i miei figli e Valerie, la giornalista della radio RTLM. E’ ovvio che da questo dialogo rimarranno sempre fuori tutti gli assassini, che sono ancora in libertà. Questi parleranno solo se verranno denunciati.

Lei ha intervistato anche i sopravvissuti. Cosa è emerso dai loro racconti?

Y: Intervistandoli, mi sono resa conto fino a che punto soffrissero in silenzio. Ho vissuto le loro miserie, perché ho trascorso intere giornate insieme a loro. Ho sentito dentro di me il loro trauma. Alcuni continuavano a rinviare il momento della testimonianza, perché non si sentivano bene. Il loro sforzo era di sfuggire al loro passato. I sopravvissuti sono delle persone traumatizzate. Ho dovuto aspettare a lungo prima che si decidessero a parlare. Per i sopravvissuti ogni oggetto è carico di significato e, pur sentendo il bisogno di aprirsi e dar libero corso ai propri sentimenti, molto spesso non ci riescono e rimangono muti. La loro sofferenza è inaudita e hanno il timore di non essere capiti. Sono delle persone letteralmente disperate. Molti di loro vivono in condizione di estrema povertà, poiché durante il genocidio, oltre a perdere i loro cari, sono stati spogliati di tutto. Nessuno è in grado di risarcire i danni subiti dai sopravvissuti: né i colpevoli, né lo Stato rwandese che non ha sufficienti risorse per assisterli e aiutarli a risollevarsi. Dopo il genocidio molti sopravvissuti sono morti a causa delle privazioni o delle malattie. Quello che non sono riusciti a fare gli assassini l’ha fatto la povertà e la miseria provocate dal genocidio e la guerra. Ancora adesso, purtroppo, non si intravedono all’orizzonte nuove prospettive affinché almeno le condizioni materiali dei sopravvissuti migliorino. Io, in questo senso, mi considero una privilegiata trai sopravvissuti, e forse è per questo che ho la forza di parlare.

(Lanfranco Di Genio insegna francese e collabora a Bz1999 e alla Fondazione Alexander Langer Stiftung. Intervistata realizzata a Bolzano nel giugno 2003 in occasione dell’incontro “la memoria delle vittime”)



Intervista a Boris Diop a cura di Lanfranco Di Genio
Boris Diop sarà a Bolzano dal 26 aprile, su invito dell’Istituto Pedagogico. Alle ore 17.30 al centro per la Formazione Professionale di via S. Geltrude 3, terrà un incontro pubblico nell’ambito del Corso per Operatori e Operatrici di Pace

Il romanzo Murami è nato grazie all’iniziativa di Fest’Africa che ha permesso ad un gruppo di scrittori africani di soggiornare due mesi in Rwanda. Puoi raccontare la genesi di questo romanzo alla luce di questa esperienza?
L’iniziativa si chiama “Rwanda: scrivere per dovere di memoria”. E’ nata sotto l’impulso di Nocky Djedanoum - uno degli scrittori del gruppo – e di sua moglie, Maïmouna Coulibaly. Secondo loro, gli intellettuali africani e in particolare gli artisti, non si erano ancora espressi con sufficiente determinazione sul genocidio rwandese. Hanno quindi voluto che la scrittura fosse messa al servizio della memoria per contribuire all’elaborazione del lutto. Occorre sottolineare che l’impiccagione dello scrittore Ken Saro Wiwa ha avuto un peso non indifferente in tutta questa faccenda. L’esecuzione dello scrittore da parte del dittatore militare Sani Abachi è avvenuta, nl 1995, mentre si svolgeva a Lille il convegno annuale degli autori africani, Fest’Africa. Ken Saro Wiwa fu impiccato insieme ad altri compagni perché si stava battendo per la difesa dei diritti del suo popolo Ogoni il quale, disgraziatamente, vive su di una terra ricca di giacimenti petroliferi. Ken Saro Wiwa non si opponeva allo sfruttamento dei giacimenti ma semplicemente chiedeva che anche la popolazione Ogoni, potesse trarne dei vantaggi a livello economico, sociale e culturale. Ken Saro Wiwa venne considerato un nemico dello Stato ed è in base a questa accusa infondata che venne condannato a morte insieme ai suoi otto compagni. Questo fatto ci colpì profondamente. A parte il talento letterario di Ken Saro Wiwa, alcuni di noi avevano appena perso un amico. Seduta stante organizzammo una piccola cerimonia e ciascuno reagì come meglio poté. In fin dei conti però, era per tutti palese quanto la mano degli scrittori, africani e non, fosse impotente di fronte alle dittature sanguinarie. Gli autori presenti si resero conto di quanto irrisorie e ridicole fossero le loro urla di rabbia, così sostanzialmente lontane dai processi politici reali. Dopo il convegno di Lille segnato dalla tragica scomparsa di Ken Saro Wiwa, la riflessione proseguì e ci rendemmo conto che mentre, in Rwanda, venivano uccise 10.000 persone al giorno, gli intellettuali e scrittori africani avevano mantenuto un vergognoso silenzio. Ma, a parte il genocidio, ci rendemmo che noi intellettuali africani, da tempo ormai, non prendevamo più posizione sulle dolorose vicende africane. Per viltà, per interesse, o per una cronica sottomissione avevamo abbandonato ogni forma d’intervento e di critica. Questa amara constatazione si è dunque trasformata, nel corso dei mesi, in un bisogno impellente di far sentire la nostra voce. Alcune discussioni con la comunità rwandese di Parigi ci fecero capire di come fosse necessario interessarsi maggiormente al genocidio del 1994. Nacque in questo modo la proposta di invitare alcuni scrittori in Rwanda per un soggiorno di scrittura.
Le cose non erano però così semplici come pensavamo. Ci sono voluti circa due anni per riuscire a convincere le autorità rwandesi, all’inizio reticenti, a lasciarci entrare nel loro paese. Bisogna anche dire che la presenza di un gruppo consistente di scrittori francofoni non li rassicurava per niente, dal momento che ai loro occhi la Francia aveva alacremente sostenuto i pianificatori del genocidio. Dopo i necessari chiarimenti, tutto è proseguito per il verso giusto.
Koulsy Lamko e Nocky Djedanoum del Ciad, Monique Ilboudo del Burkina Faso, Meja Mangi del Kenia, Véronique Tadjo della Costa d’Avoria, Abderam Waberi di Djibuti, Terno Monenembo della Guinea, Jean-Marie Vianney Rurangwa e Venuste Kayimahe del Rwanda e io del Senegal, siamo rimasti due mesi in Rwanda, nel luglio e agosto del 1998. Abbiamo visitato i luoghi del Memoriale del Genocidio, abbiamo discusso con le ONG, Avvocati senza frontiere e il Collettivo Pro Donne, abbiamo incontrato l’Associazione dei giornalisti e degli scrittori, gli animatori del Policlinico della Speranza che si occupa degli orfani e delle donne violentate durante il genocidio. Abbiamo anche tenuto alcune conferenze presso l’università di Butare e presso alcuni licei e scuole elementari. Ci siamo ovviamente intrattenuti con alcuni sopravvissuti – alcuni di loro fanno parte dell’associazione Ibuka – e con alcuni dei 120.000 detenuti accusati di aver partecipato, a diversi livelli, ai massacri. Larghi spazi del programma erano dedicati alla stesura degli appunti e alle nostre iniziative individuali. Mi preme sottolineare che in alcun modo siamo stati condizionati, riuscendo a lavorare in tutta tranquillità. Sulle dieci opere previste, nove sono già state pubblicate. Manca all’appello solo “Great sadness”, di Meja Mangi, che l’autore ha già terminato. Non capisco perché il suo editore, nonostante Meja Mangi sia uno scrittore affermato, si rifiuti di pubblicare la sua opera. Le nostre opere sono state presentate al pubblico rwandese nel giugno del 2000 durante un Colloquio internazionale a Kigali e a Butare. Il drammaturgo Koulsy Lamko basandosi su diversi testi ha creato un eccellente spettacolo teatrale dal titolo “Corpi e voci, parole, rizomi “.
Cammin facendo, intorno al progetto, sono sorte altrettante iniziative in altre discipline artistiche. Il regista camerunese François Wokouache ha realizzato un film di 150 minuti dal titolo “Noi non siamo più morti”, e un altro regista, il senegalese Samba Felix Ndiaye, ha realizzato un ambizioso documentario sullo stesso argomento, intitolato “Rwanda, per la memoria”. L’artista sudafricano Bruce Clarke sta progettando un gigantesco monumento in pietra, dedicato alle vittime, da erigere sulla collina di Nyanza, che vuole chiamare il Giardino della Memoria. La coreografa senegalese Geramine Acogny sta facendo in questo momento una tournée in Usa con “Fagaagal”, uno spettacolo di danza tratto dal mio romanzo “Murambi, le livre des ossements”. “Fagaagal” è una parola wolof che significa “genocidio, sterminio”.
Il tuo romanzo è in bilico tra realtà e finzione. Come hai voluto costruirlo e che importanza hai desiderato dare ai due piani, la realtà e la finzione?
Mentre scrivevo Murambi dissi ad un amico che stavo scrivendo il mio romanzo con una forte dose di cinismo. Sul momento non ha capito cosa intendessi dire. Gli ho spiegato allora che questo romanzo procedeva nel disprezzo più assoluto della tecnica narrativa. Me ne fregavo completamente. Nei miei racconti precedenti avevo la sensazione di errare in un labirinto chiedendo al mio lettore di raggiungermi, insistendo “Forza vieni, è un po’ pesante, intricato ma è tutto sommato così delizioso”. In questo romanzo è andata diversamente. Dopo quello che avevo visto in Rwanda, non avevo proprio voglia di imbastire formalismi inutili. Sarebbe stato veramente vergognoso da parte mia, una volta rientrato dal Rwanda, dire “Guardate che bravo che sono, che belle frasi che sono capace di scrivere con il sangue degli altri !” Ciò che mi premeva era l’immediatezza narrativa. Per non spingere il lettore a chiudere gli occhi ho accuratamente selezionato le scene da descrivere. Di fronte ad una situazione così esasperata era forte la tentazione ad esagerare, e quindi ho evitato di cadere in questo tranello. In questo senso penso di aver scritto questo romanzo cercando di contenermi. Ogni qualvolta gli avvenimenti mi sono apparsi troppo crudeli e incredibili mi sono guardato bene dal parlarne. Non si può rimproverare alle persone di sentirsi terrorizzate di fronte alla sofferenza; il mondo è fatto così e noi preferiamo le partite di calcio ai genocidi. Al lettore piace credere che ciò che viene descritto nei romanzi sia frutto della sua invenzione poiché l’aiuta a sentirsi meglio senza avere l’impressione che l’universo che lo circonda sia così spaventoso. A questo proposito vorrei citare un aneddoto: “Poco prima che venisse pubblicato “Murambi” ero stato invitato da alcuni amici svizzeri, Thomas Laely e Krummenacher, a una serata di lettura presso l’università di Zurigo. Una signora non potendo sopportare alcuni passaggi, pur trattenendo la sua collera, a un certo punto ha sbottato dicendo: “Non leggerò il suo libro perché ho dei figli”. Sembrava del tutto sicura che io fossi responsabile di quanto successo in Rwanda, per il semplice fatto che lo raccontassi ! Sul momento non ho saputo cosa rispondere. Trascorsi alcuni mesi, dopo la pubblicazione del libro, ne abbiamo riparlato e le ho detto : “Lei non riesce a sopportare il racconto di questi orrori, ma si metta al posto di coloro che li hanno vissuti sul serio”. Ha capito. Aggiungo inoltre che “Murambi”, espedienti narrativi a parte, racconta una storia vera; i personaggi s’ispirano a persone che esistono realmente. L’obiettivo che avevo, mentre scrivevo “Murambi”, era quello di spingere ogni lettore a mettersi nei panni delle vittime, invece di credere che tutto fosse troppo orrendo per essere vero o troppo lontano perché potesse coinvolgerli. Ho anche pensato che mettere a nudo i personaggi avrebbe potuto caratterizzarli meglio. Inoltre, mentre scrivevo questo libro, ho sempre pensato ai giovani di ogni paese. E’ uno dei motivi per i quali, tra tutti i miei romanzi, è il più facile da leggere.

Prima di aderire all’iniziativa di Francafrica eri un po’ reticente ed eri indeciso se andare o meno In Rwanda.
Ero indeciso perché ero ignorante e perché avevo in qualche modo anch’io “minimizzato” la tragedia. Massacri, genocidio, le parole scivolano via da sole perdendo la loro vera accezione. Tutta questa gente che continua ad uccidersi, che cosa vorrà mai dire? Dopo essermi comunque deciso avevo pensato di limitarmi a prendere degli appunti per stendere un piccolo diario di viaggio.
Piombato in mezzo a questa tragedia sono stato colpito dalla forza dei pregiudizi. Avevo sempre pensato che Hutu e tutsi fossero due etnie completamente diverse una dall’altra, ognuna con la propria lingua ed il proprio immaginario filosofico religioso. Li immaginavo riuniti in uno stesso spazio per una malaugurata sorte della storia e di conseguenza incapaci, da millenni, di sopportarsi reciprocamente. Fino al mio romanzo “Le Cavalier et son Ombre”, apparso in 1997, ero estremamente convinto di tutte queste baggianate. H scoperto però che tutto ciò non aveva senso, e sono quasi volontariamente ridiventato bambino. E così, la mia età, i miei studi avevano fatto di me un semplice ignorante ! Mi sono quindi comportato come un bambino facendo domande del tipo: “Perché?” o “Com’è possibile che..” Le risposte sono venute dai libri ma soprattutto dalla bocca dei rwandesi. Il genocidio non è stata l’improvvisa devastazione di ataviche barbarie, ma al contrario l’epilogo di un lungo processo politico nato – non esito più a dirlo ! – dall’incontro di questo popolo con l’Occidente. Tutto ciò che è avvenuto in Rwanda dal 1959 in poi, non è altro che l’espressione delle malefatte del colonialismo belga e del neocolonialismo francese. L’etnologia razzista europea del XIX secolo ha anch’essa un’enorme responsabilità. E’ del tutto evidente che sia colpa dell’amministrazione coloniale, ma ancora di più è colpa della Chiesa ! Si parla molto oggigiorno, in Occidente, d’integralismo islamico, ma ciò che è avvenuto in Rwanda è il risultato di un certo fondamentalismo cattolico. Imana è stato sostituito con il Dio cristiano e tutto d’un tratto i valori culturali rwandesi sono diventati una forma di paganesimo.
Nel tuo romanzo ci sono alcuni passaggi di un cinismo e di una crudeltà inauditi. Attraverso i dialoghi i tuoi personaggi sembra che, prescindendo per un attimo dal genocidio, evochino il dramma di un continente intero.
Io non credo che il genocidio rwandese rispecchi la situazione africana, ma allo stesso tempo è sintomatica della stato di sottomissione in cui versano diversi Stati africani. Per esempio, tornando al mio romanzo, uno dei personaggi, il colonnello francese Perrin che è incaricato di portare in salvo il sanguinario dottor Karekezi, riassume in sé il dramma africano, in cui abbiamo un esperto militare straniero, europeo, che di fatto, è il vero padrone del paese. Una denuncia simile l’avevo già sviluppata nel mio primo romanzo “Le Temps de Tamango”. Tornando al Rwanda, io dico che le condizioni politiche erano ormai mature affinché un popolo sprofondi nell’orrore. Dei fatti storici incontestabili mostrano che la violenza politica su così vasta scala e con tali alibi ideologici, nel caso preciso del Rwanda, affonda le sue radici all’estero. Non lo dico per gusto del paradosso : il Rwanda mi ha insegnato a sentirmi come africano del tutto innocente e perfettamente normale. Il vero dramma consiste nel fatto che le elite africane siano state colpevolizzate al punto di perdere la propria lucidità. L’ho constatato più di una volta, in molti intellettuali ; il genocidio non è una bella cosa ma non occorre prendersela con gli altri, noi siamo fatti così. Ah, sì ? E come saremmo ? Nessuno osa rispondere a questa domanda, perché si arriva ai confini di un terribile universo in cui la riflessione si annebbia, impaurita da ciò che potrebbe scoprire. Tanti sostengono che noi siamo “così” ma nessuno sa “come” siamo. Tanti intellettuali, infatti, hanno interiorizzato la loro alienazione e si sentono in una posizione così confortevole che hanno fatto proprie addirittura certe teorie razziste sull’Africa. Questo è ancor peggio di una sconfitta politica e militare e potrebbe mantenerci incatenati ancora molto a lungo. Sarebbe un buon motivo per ricordarci di qualcuno come Cheikh Anta Diop. Al centro del suo pensiero politico vi è l’idea che nessun paese debba essere venduto e, se noi oggi siamo caduti in disgrazia, non è perché siamo indipendenti, ma perché non lo siamo mai stati.


Tu accusi esplicitamente la Francia di aver collaborato e coperto il genocidio.
Dobbiamo innanzitutto ricordare l’enormità del massacro. In Rwanda, per tre mesi, sono state assassinate diecimila persone al giorno, e poiché gli africani non si sono quasi accorti di nulla, mi sono chiesto, con una certa apprensione, come siano riusciti a nasconderci un milione e passa di cadaveri. Infatti, la frammentazione del continente africano in diversi stati, più volte denunciata da Cheikh Anta Diop e Kwame Nkrumah si ripercuote, ai giorni nostri, con conseguenze del tutto inaspettate. Una di queste è che l’Africa viene informata, riguardo ai propri problemi politici, dai paesi del Nord. Per quanto strano possa sembrare, molti africani francofoni sono venuti a conoscenza del genocidio rwandese, attraverso i comunicati dell’ Agence France Presse, i servizi dei grandi quotidiani francesi e i telegiornali di Patrick Poivre d’Arvor e Bruno Masure. La stampa libera africana, ancora in fase nascente, non possedeva i mezzi per contrastare questa tendenza, e non è neanche detto che ne avesse poi tanta voglia. La verità è che, a forza di fallimenti, l’intero continente non ha più fiducia nelle proprie capacità. In Africa, qualunque cosa succeda, gli analisti e i commentatori africani lo imputano alla nostra misteriosa incapacità di adattamento al mondo moderno, come se fosse un’antica maledizione. Gli strateghi francesi sono riusciti a collaborare in maniera così stretta con i genocidari rwandesi, puntando proprio sulla nostra insensibilità, su di una specie di strana inettitudine a percepire la differenza fra la vita e la morte. La Francia si è trovata, dall’inizio alla fine, accanto agli organizzatori del genocidio e la stessa stampa francese ha attribuito a Mitterand alcune terribili dichiarazioni. E’ nota la famosa frase riportata da Patrick de St Exupéry, sul “Figaro” del 16 gennaio 1998: “ In quei paesi, un genocidio non è poi così importante “. Io penso, che il Rwanda sia un’ulteriore occasione per riflettere su noi stessi e sui nostri rapporti con gli altri.
Detto questo, ho l’impressione che la Francia sia molto più traumatizzata dall’esperienza rwandese di quanto voglia ammettere lei stessa. Si rifiuta per esempio di presentare le sue scuse al popolo rwandese, come invece hanno fatto il Belgio, l’Onu, gli Usa e l’organizzazione dell’Unità Africana. I francesi sanno di essere sotto accusa, e questo non è piacevole per una nazione , che si considera la patria dei diritti dell’uomo. Ho letto integralmente il rapporto della Mission d’Information del Parlamento francese sul Rwanda. Si tratta di un lavoro vergognosamente ipocrita per la sua manifesta volontà di sdoganare, ad ogni costo, il governo francese. Tuttavia i fatti sono, a volte, così schiaccianti, che qualcuno ha ritenuto necessario lanciare l’allarme. La Mission Quilés ha chiesto che vengano rivisti gli accordi, in materia di difesa, tra la Francia e gli Stati Africani. Ha inoltre chiesto che d’ora in avanti il Parlamento venga coinvolto nella gestione delle relazioni con l’Africa. Questo è un segno dei tempi, anche se dopo l’11 settembre e la guerra in Irak avremmo pensato che ogni potenza avrebbe cercato di consolidare o estendere la propria zona di influenza. Non mi sembra ragionevole però sperare in un ribaltamento dall’interno della Françafrique. In tempi normali, quasi tutti gli attori politici hanno ben presenti, nelle loro menti, gli interessi a lungo termine dell’ex colonizzatore. Si tratta di una conditio sine qua non per la loro sopravvivenza. E’ bene ricordare che l’Africa è stata conquistata e mantenuta per secoli in servitù, attraverso il controllo e la gestione delle sue classi dirigenti. Lo stesso metodo continua a essere applicato con successo. Oggi il lavoro si fa nell’ombra, con un’efficacia ancora maggiore, tanto più che si può dire con estrema facilità, che ogni paese africano è indipendente, e quindi, invece di accusare gli altri, deve assumere la propria storia. A Biarritz, Mitterand dichiarò: “ Cosa può fare la Francia, se dei capi africani decidono di risolvere i propri problemi, usando il machete?” Questo è un sistema di difesa quasi inattaccabile, perché ogni protesta sembra una forma di vittimismo. Ciò nonostante, quanto avvenuto in Rwanda è una faccenda così grave e il governo si è spinto così lontano, che non può sperare di tirarsene fuori facilmente. Ha consegnato delle armi al governo genocidario, nonostante l’embargo delle Nazioni Unite, ha addestrato l’esercito rwandese, svolgendo inoltre un intenso ed efficace lavoro diplomatico. Come dimenticare, che il governo che ha messo in atto il genocidio è stato costituito presso l’ambasciata di francese di Kigali, subito dopo la morte del presidente Habyarimana? Ciò dimostra quanta influenza avesse all’epoca la Francia sui genocidari e quanto le sue scuse sarebbero oggi ben gradite. Tra qualche settimana uscirà un saggio di Patrick St-Exupéry, che è uno dei migliori conoscitori del coinvolgimento della Francia in Rwanda. La sua opera rischia di scatenare un pandemonio: titolo dell’opera “ La Francia in Rwanda “. Insomma, la strana profezia di Jacques Julliard , annunciata in uno dei suoi editoriali sul “Nouvel Observateur “ rischia di avverarsi. Scriveva infatti: “ Guardiamo le cose in faccia: Mitterand verrà giudicato per il Rwanda.”
Recentemente il quotidiano “Le Monde” ha reso pubblici gli atti finali dell’inchiesta del giudice Bruguière sull’attentato del 6 aprile 1994 all’aereo in cui viaggiava il presidente Habyarimana, in cui si accusa l’attuale presidente rwandese Paul Kagame di aver organizzato l’attentato, con lo scopo di far scatenare il genocidio per poi vincere la guerra.
Ogni volta che si avvicina l’anniversario del genocidio le autorità francesi vanno in tilt. Il decimo anniversario è l’occasione per esasperare ulteriormente questa loro denuncia, ed è scandaloso che un quotidiano come “Le Monde” si presti a questo gioco. Affermare in una maniera così tagliente che sia stato Paul Kagame a far abbattere l’aereo significa sottintendere che i Tutsi, pur avendo sofferto, se la sono voluta. Come africano, sono scioccato per questa accusa di chiaro stampo razzista. Bisogna proprio avere una pessima opinione degli Africani, per immaginare, che uno dei loro capi di Stato abbia deliberatamente sacrificato un milione di persone pur di prendere il potere. Un tale ragionamento parte dall’idea che, anche se si lanciano le accuse più gravi contro gli Africani, ci sarà sempre qualcuno pronto a crederci, anche in assenza di prove. Il fatto che queste accuse vengano pubblicate esattamente in questo momento, un mese prima del decimo anniversario del genocidio del ’94, è indice di un certo malessere e nervosismo. Ritengo però che sia una battaglia già persa, perché non credo proprio che i rwandesi accettino che si sputi così tanto veleno sulle loro vittime. Questa accusa è un grave insulto al dolore dei sopravvissuti. Per fortuna, però, la società civile francese è mobilizzata per dire la verità sulla partecipazione del suo governo, nell’ultimo genocidio del 20° secolo. Il governo francese dovrebbe semplicemente presentare le proprie scuse al popolo rwandese. E’ inammissibile che si facciano questi giochetti politici, in presenza di un milione di vittime.
Il genocidio in Rwanda ha segnato per te una svolta, come uomo e come scrittore.
Il genocidio rwandese mi ha fatto meditare e mi sono vergognato di me stesso. Mi sono vergognato della mia ignoranza e del mio disimpegno politico. Studiando e analizzando il genocidio ho preso consapevolezza della nostra disfatta culturale poiché, all’origine del genocidio c’è effettivamente un’enorme disfatta culturale, e noi, scrittori africani francofoni, molto di più degli scrittori africani anglofoni, portiamo il peso e la responsabilità di questa disfatta culturale, che passa innanzitutto attraverso la lingua. Per anni mi sono crogiolato dei miei successi letterari, all’interno dell’universo della francofonia, trascurando l’impegno e la riflessione sulla storia contemporanea africana. Questo è l’atteggiamento comune a tutti gli scrittori francofoni, e cioè la nostra passività e sottomissione al nostro ex paese colonizzatore. Gli scrittori anglofoni dimostrano una maggiore autonomia, una maggiore fierezza della propria identità, e quando ci si incontra ci guardano sempre con un certo disprezzo.
E’ per questo che ho deciso di scrivere in wolof, la mia lingua madre, un romanzo intitolato “Doomi golo”. Scrivendo in Wolof si affronta una lotta politica.
Il Senegal fu una colonia francese per tre secoli. E’ un paese povero e la presenza francese è ancora molto forte sotto tutti i punti di vista. La volontà di emancipazione passa attraverso il ritorno alla propria lingua, ed essa è stata al centro di tutte le lotte politiche: ciò è avvenuto, ad esempio, a Soweto, quando i neri in rivolta dicevano: “ Non vogliamo più che il nostro insegnamento avvenga in afrikaans”. Noi viviamo in un’epoca in cui nessuno accetta di rinunciare alla propria lingua: basti vedere l’Europa, che pur avendo una moneta unica, è un mosaico di lingue. In Senegal, pur essendo il francese la lingua ufficiale, nessuno lo parla nella vita quotidiana. Da un punto di vista letterario abbiamo quindi la seguente situazione: durante la giornata il romanziere parla una lingua, e mentre scrive deve sforzarsi di dimenticare le parole che sente quotidianamente. Parliamo seriamente: le parole che giacciono in fondo ai dizionari non hanno lo stesso sapore di quelle che vengono emesse dalla bocca degli esseri viventi. A questo punto mi si viene detto: “ Chi leggerà mai tutti questi libri in wolof, pulaar o in barbara? “ L’argomentazione, sebbene sensata, non mi convince molto. Infatti l’idea, oggi così diffusa, che un romanzo debba essere letto da tutti, mi sembra abbastanza stupida. Le più grandi opere della letteratura sono state conosciute sia mentre era ancora in vita l’autore, sia a volte, per diversi secoli dopo la sua morte, da un numero limitato di persone. Un testo si impone nel corso del tempo e il suo pubblico cresce molto lentamente, nel dolore e nella durata. Ho incontrato a Parigi, in ottobre, un autore mozambicano, Mia Couto. Mi ha raccontato che un suo amico ha scritto un romanzo in una delle lingue del Mozambico, ed è riuscito a vendere solo due copie. Noi siamo scoppiati a ridere, e in quel momento gli ho ricordato il caso di Van Gogh. C’è poi un’altra considerazione da fare, e cioè che scrivendo in francese il riconoscimento e la legittimazione avvengono fuori dal proprio paese e dal proprio continente. Invece, con” Doomi golo” i lettori sono, in un primo momento, più omogenei. Quello che posso sperare, di questo mio romanzo in lingua wolof, è che sia abbastanza valido, per meritarsi di essere tradotto tra una decina d’anni in italiano, in kiswaili o in yoruba. Io sono molto felice per le reazioni che il mio romanzo ha suscitato. Non bisogna dimenticare, che il Senagal è il paese di Cheikh Anta Diop e, ancora oggi, diversi autori, editori e linguisti, come per esempio Aram Fall, stanno svolgendo un lavoro molto importante. “ Domi golo” è il romanzo a cui sono più affezionato. Non escludo la possibilità di continuare a scrivere in francese, pur essendo persuaso che la lingua francese non sentirà di certo la mia mancanza, vista la schiera di accaniti difensori di cui dispone fuori dai suoi confini !

Borsi Diop. Murambi. Il libro delle ossa ed. e/o (recensione di Lanfranco Di Genio)

Decisamente la nostra Umanità contemporanea si sta forgiando, per la forza e la gravità degli eventi Storici, all’insegna della Memoria. Memoria di massacri, Memoria di Genocidi, scandiscono quasi quotidianamente la nostra misera esistenza, in cui la dignità dell’Uomo (e non solo quella) e i tanti ostentati diritti dell’Uomo appaiono sempre di più “espressioni di circostanza”, che non quegli inviolabili principi sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
E’ da poco trascorso il 27 gennaio, giornata della Memoria della Shoah, ed ecco che sopraggiunge un altrettanto tragico anniversario, questo molto più recente, un evento della nostra contemporaneità, il genocidio dei Tutsi in Rwanda. Una Nuova Memoria accanto a un’Antica Memoria, un’ulteriore ferita nel cuore dell’Umanità. Quando si parla di un genocidio, ovunque esso venga perpetrato e commesso, è molto difficile sentirsi innocenti, e solo la nostra congenita malafede può darci questa illusione. E’ quanto tenta di fare lo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop nel suo romanzo “Murambi. Il libro delle ossa” ( edizioni e/o che uscirà ai primi di aprile 2004), mettendo a nudo le scomode e vergognose verità, che il genocidio ha fatto fragorosamente emergere. Dagli ambigui e osceni rapporti della politica neocoloniale francese, passando per la pusillanime arrendevolezza dell’ONU e della comunità internazionale, sino al vergognoso silenzio degli intellettuali africani. Boris Diop è del resto il primo a recitare questo vergognoso mea culpa, attraverso la voce di uno dei protagonisti, il professor Cornelius, figlio misto di una tutsi e di un hutu, che dopo un lunghissimo esilio, torna nel suo paese d’origine devastato dal recente genocidio. L’impatto è traumatico. Intellettuale stimato di Gibuti, soddisfatto della sua vita e della sua carriera, arrivando a Kigali prende pian piano coscienza della sua personale estraneità alla storia del proprio paese, scoprendo la sua colpevole ignoranza e indifferenza. Insieme all’amica d’infanzia Jessica - giovane militante tutsi del FPR, sopravvissuta al genocido - inizia a visitare i luoghi della Memoria del genocidio: Ntamata, Nyamata e infine Murambi. Lungo questo traumatico percorso della Memoria è costretto, volente o nolente, a scoperchiare tutto ciò che sottintende il genocidio rwandese. Oltre al proprio sentimento di colpa, indicativo di una placida accondiscendente arrendevolezza delle classi dirigenti e intellettuali africane nei confronti della politica post-coloniale belga e francese, il romanzo si trasforma in una chiara e nitida denuncia: denuncia dei misfatti, delle ingerenza, dei crimini della politica coloniale e post coloniale europea, che sono all’origine della carneficina che si è appena consumata in Rwanda.
L’autore, evitando accuratamente di presentare scene macabre e crudeli, accanto ai due protagonisti, lo sconcertato Cornelius e la triste fierezza della sopravvissuta Jessica, alterna la narrazione, mettendo in scena i principali protagonisti del genocidio, e cioè i carnefici e i loro complici: il giovane capo della milizia Interahamwe Faustin Gasana , il sanguinario dottor Karekezi,( alias arcivescovo Augustin Misago, condannato a morte dal tribunale, ma rilasciato sotto le pressioni del Vaticano ) e il colonnello Perrin, incaricato di portare in salvo i carnefici durante la famosa “ Opération turquoise “, organizzata dal governo francese. E’ attraverso il dialogo tra il dottor Karekezi e il colonnello Perrin che Boris Diop da sfogo alla sua denuncia e in particolare sulle intromissioni e i ricatti del governo francese, facendosi altresì portavoce, prescindendo per un attimo dal genocidio, delle tragedie che affliggono l’intero continente africano: un continente martoriato e alla deriva che, dopo la breve primavera della lotta per l’indipendenza, ha ceduto il passo all’afropessimismo, all’interiorizzazione del discorso razzista che lo sottintendeva: “Forse è proprio vero che siamo dei selvaggi!” “Murambi”, sottolinea l’autore, racconta “une histoire vraie”. Espedienti narrativi a parte, i personaggi e le vicende narrate sono il risultato della documentazione, degli appunti e delle testimonianze che lo stesso autore ha raccolto durante il suo soggiorno in Rwanda, nel 1998. “Murambi” è una storia africana ma anche europea, perché il quadro inquietante che ne emerge non può esimerci, se ancora ce ne fosse bisogno, da una seria critica della civiltà europea.
Come per la Shoah così anche per “Fagaagal” (termine wolof che significa sterminio, genocidio) sul banco degli imputati c’è ancora una volta la nostra civiltà e le sue incontenibili potenzialità distruttive.

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