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Gasana Ndoba - Il genocidio dimenticato

1.11.1997, UNA CITTÀ n. 63 / Novembre 1997
Uno sterminio da tempo programmato nella distrazione e, spesso, nella complicità internazionale attuato sistematicamente, famiglia per famiglia, fino all’ultimo componente, così come avvenne per gli armeni e per gli ebrei. Il problema degli hutu moderati. La necessità di un tribunale internazionale per i colpevoli. Intervista a Gasana Ndoba.

Gasana Ndoba è dirigente del Comitato per il rispetto dei diritti dell’uomo e per la democrazia in Rwanda, che opera a Bruxelles dal novembre 1990. E’ anche animatore dell’associazione Ibuka-Memoria e giustizia.

Come è potuto succedere che un genocidio che tutto il mondo ha visto in televisione, che per qualche settimana è stato universalmente riconosciuto come un grande massacro della popolazione tutsi del Rwanda, sia stato così presto dimenticato e oggi venga quasi contestato, se non del tutto negato?
E’ una questione che presenta molti aspetti. Si può cominciare dalla maniera in cui il genocidio è stato perpetrato, che ci può aiutare a comprendere perché certi ambienti e certi gruppi abbiano fatto tanto per farlo dimenticare. Ma vorrei premettere che è nella natura di un genocidio di essere qualcosa di così orribile e terrificante da indurre una parte almeno della gente a volerlo dimenticare.
Un vero genocidio è fortunatamente un fenomeno raro, ed è orribile da guardare quando avviene, e da ricordare quando è avvenuto. Credo che esista un meccanismo di difesa negli esseri umani che fa sì che noi cerchiamo di dimenticare le cose più orribili, e il genocidio è una delle cose più orribili. Molte persone nel mondo e in Rwanda, in buona fede, senza volerlo necessariamente, cercano dunque di dimenticarlo. Questo è un aspetto. Un secondo aspetto concerne coloro che hanno perpetrato il genocidio. Essi hanno evidentemente interesse a farlo dimenticare. Già mentre commettevano i massacri hanno fatto di tutto per far sparire tutte le tracce possibili. Ricordo l’intervista di uno dei massimi responsabili del genocidio, un colonnello dell’esercito rwandese, Bagosora, un personaggio molto celebre, tristemente celebre, che si trova attualmente ad Arusha, davanti al Tribunale internazionale per il Rwanda. Nell’agosto ’94 una televisione francese l’aveva intervistato a Goma, nello Zaire di Mobutu, e quando gli hanno chiesto cosa pensasse di quello che aveva fatto, la risposta è stata: "Dove sono quelli che avrei ucciso, mostratemi la gente che avrei ucciso".
La risposta è stupefacente, ma esprime bene l’atteggiamento di coloro che hanno commesso un genocidio e contemporaneamente hanno fatto in modo che non restasse alcun testimone in grado di esibirne le prove. In Rwanda come in Germania e come probabilmente in Turchia durante il genocidio degli armeni, si sono uccise in modo sistematico le famiglie. C’erano delle liste da tempo compilate e via via che si uccideva, si cancellavano i nomi fino a quando l’intero gruppo familiare non era stato eliminato. Non restava così un solo testimone che potesse raccontare ciò che era avvenuto. Posso raccontare un caso avvenuto nella mia famiglia a Butare, nel sud del Rwanda: mio fratello è stato ucciso per primo e qualche ora dopo è stata uccisa mia cognata; i figli si erano nascosti e li hanno cercati per tutta la città fino a quando non li hanno trovati in un convento dove avevano trovato rifugio.
Uno dei miei nipoti, preso insieme ai fratelli, era stato solo ferito ed era riuscito a uscire dalla fossa: ebbene, l’hanno cercato per una decina di giorni rintracciandolo infine dove si era nascosto con l’aiuto dí qualcuno. Ospite della famiglia di mio fratello da qualche settimana c’era una giovane amica che per fortuna era riuscita a fuggire all’estero, ma l’hanno cercata per giorni e giorni. C’è stato dunque un lavoro sistematico che ha preceduto il genocidio, prima di compilazione delle liste delle persone da sopprimere e poi di verifica dell’esecuzione delle vittime. Un’attitudine burocratica ereditata dalla colonizzazione belga che aveva un’amministrazione ben strutturata e molto precisa e rigorosa. Per fare un esempio, sempre a Butare c’era un ufficiale che era stato incaricato di fare la supervisione dei massacri e a lui i miliziani portavano sistematicamente le carte di identità delle loro vittime.
Leggendo i resoconti del genocidio sui giornali si era avuta l’impressione che i massacri avessero una forma quasi spontanea, popolare. Si sapeva che la celebre "radio delle mille colline" incitava la gente a uccidere i vicini di casa, anche gli amici, a farsi promotori del genocidio...
Non è stata affatto una iniziativa spontanea. Al contrario, le autorità hanno dovuto costringere, convincere una parte della popolazione a partecipare ai massacri. Ed effettivamente una parte considerevole della popolazione vi ha partecipato. Il fatto è che il Rwanda non possedeva camere a gas per sterminare su scala di massa e in un breve periodo di tempo centinaia di migliaia di persone, e così si è dovuto trovare del nuovo personale. E dunque, oltre ai miliziani che erano stati addestrati a uccidere, e uccidere rapidamente -chi con l’arma da fuoco, chi con il machete, o in altro qualsivoglia modo- si è dovuto ricorrere a mano d’opera improvvisata e volontaria: uomini e anche donne, giovani e perfino bambini. Si è dovuto insegnare a tutta questa gente a uccidere, creando una sorta di emulazione nell’uccidere. Un’organizzazione umanitaria ha riferito di essersi imbattuta in un gruppo di ragazzetti che si vantavano tra di loro: "Io ne ho uccisi cinque"; "Io ne ho uccisi sei". Lo dicevano con fierezza e quelli che ne avevano ucciso solo due si vergognavano. Si era detto loro che era un atto patriottico per un hutu uccidere i tutsi, e non farlo era contro gli interessi della nazione. Bisogna dire che questo tipo di propaganda, che ha avuto il suo apice nel periodo del genocidio, tra l’aprile e il luglio del 1994, era iniziata da molto tempo. Ormai da una trentina di anni in Rwanda i tutsi erano additati come nemici della patria: era scritto nei libri di scuola, lo dicevano i giornali anche quelli indipendenti, lo si ascoltava dalla bocca delle autorità di ogni ordine e grado. Dunque mentalmente una buona parte della popolazione era preparata, era predisposta a commettere violenze contro i tutsi.
C’erano inoltre i precedenti dei massacri del ’59 e del ’63-’64. Chiunque in quelle occasioni aveva ucciso dei tutsi non solo non era stato punito, ma al contrario aveva ottenuto ricompense e promozioni nell’amministrazione, era diventato una persona di prestigio nella società. In seguito, a partire dal ’90, poiché le condizioni di vita si stavano deteriorando, il potere aveva utilizzato anche questo argomento supplementare per convincere a uccidere, e cioè la promessa di una ricompensa materiale: se uccidi quel tale che appartiene al gruppo tutsi, potrai avere la sua casa, il suo campo il suo bestiame, ecc. E questo aveva fatto effetto su una popolazione povera, soprattutto su giovani senza lavoro che non avevano prospettive.
La partecipazione massiccia della gente contribuisce a spiegare la rimozione rapida dei massacri. I molti testimoni esitano ad accusare gli autori dei crimini perché hanno anch’essi qualcosa da rimproverarsi. Anche se non hanno materialmente ucciso, hanno contribuito in qualche modo, per esempio prestando il machete, indicando la casa, dando delle informazioni, o anche semplicemente non facendo niente per difendere le vittime. Sono dunque molti nella popolazione rwandese ad avere qualcosa da rimproverarsi, e quando si interpella un possibile testimone, questi nega di sapere qualcosa, anche se era un vicino della vittima, e perfino se aveva legami di parentela con la vittima.
Vi sono stati casi di hutu che hanno aiutato o nascosto tutsi ricercati e perseguitati? E sono stati numerosi oppure rari?
E’ difficile fare delle statistiche. Non abbiamo finora raccolto materiali sufficienti sull’insieme di quegli eventi. Nemmeno il numero delle vittime è stato accertato perché non abbiamo ancora potuto fare un censimento comune per comune. Il ministero del lavoro e degli affari sociali ha fatto un lavoro parziale e, per esempio, ha accertato che a Butare vi sono state circa 200.000 vittime. Butare corrisponde a un decimo del paese, anche se vi abitavano molti tutsi, e quindi, a maggior ragione, è difficile stabilire chi ha aiutato e chi no. E’ d’altronde un problema complesso. Ci sono delle persone che hanno nascosto dei tutsi perché erano loro parenti -il popolo rwandese è abbastanza misto dal punto di vista etnico- ma poi andavano ai posti di blocco e sia perché erano costretti a farlo, sia perché pensavano fosse bene, uccidevano dei tutsi che non erano loro parenti.
Da un lato aiutavano, dall’altro uccidevano. E’ certo che vi sono stati casi di hutu che hanno avuto il coraggio di nascondere dei tutsi o di rifiutarsi di uccidere dei tutsi, e alcuni sono stati uccisi per questo. Ma purtroppo vi sono anche casi in cui un hutu ha salvato un tutsi e poi ne ha uccisi dieci.
Quando si parla del genocidio si dice sempre che oltre ai tutsi sono stati uccisi gli "hutu moderati". Chi sono gli hutu moderati? E’ soltanto una categoria politica?
E’ una categoria essenzialmente politica, ma anche sociale e filosofica in qualche modo. In senso lato gli "hutu moderati" sono la corrente favorevole agli accordi di pace di Arusha, firmati in Tanzania nel 1993 tra fronte patriottico rwandese e il governo di Kigali. Il Fpr, composto prevalentemente da tutsi fuggiti dal paese dopo i precedenti massacri, aveva attaccato il Rwanda nel 1990 per ottenere il diritto al ritorno degli esiliati.
E il genocidio aveva tra i suoi obiettivi appunto quello di far fallire degli accordi che avrebbero reso possibile la coesistenza tra le etnie in un quadro di ripartizione del potere e di democratizzazione della vita politica. I sostenitori del regime avevano due ragioni fondamentali per opporsi agli accordi di Arusha: in primo luogo non volevano la coesistenza pacifica ed egualitaria tra hutu e tutsi; in secondo luogo non volevano un sistema democratico rappresentativo delle diverse correnti e opinioni esistenti nel paese. Avevano preso con la forza il potere nel ’73 con il colpo di stato di Habyarimana, e intendevano mantenerlo. Accanto a costoro vi erano anche i nostalgici della prima repubblica installata con la cosiddetta "rivoluzione sociale" hutu del ’59 -che pur essendo contro quelli che avevano preso il potere nel ’73, erano anche contrari alla coesistenza tra le etnie. La coalizione tra questi due gruppi è il fatto che ha permesso e scatenato il genocidio, e nello stesso tempo ha sempre più isolato le correnti moderate che si erano formate in seno all’opposizione hutu a partire dal ’9O, quando era comparso sulla scena il Fronte patriottico rwandese.
Per i razzisti il Fpr equivaleva al partito dei tutsi, anche se comprendeva al suo interno molti hutu, e questi hutu erano quindi considerati dei traditori, dei complici dei tutsi, e meritavano la morte.
Gran parte degli hutu moderati erano originari del sud. C’è una differenza, un contrasto di carattere regionale che ha pesato nel genocidio?
Direi che è più che altro una sfumatura, non una differenza rilevante. E’ vero che la città di Butare è culturalmente avanzata, ha un’università, molte scuole secondarie, ed è collocata in una regione dove vi è da tempo una certa mescolanza etnica. Ma direi che se Butare è una città universitaria, ciò ha pesato più a favore del genocidio che contro il genocidio. Infatti, i promotori del genocidio sono stati degli intellettuali, persone che pensano di poter ricostruire il mondo e di poter decidere chi può convivere con chi su basi astratte.
Il genocidio è stato il frutto di un’elaborazione aprioristica di un’ideologia diretta a giustificare e legittimare interessi politici, economici e sociali, e gli universitari hanno più di altri la predisposizione a divenire portatori di questo tipo di ideologia. Tanto più che in una società povera come la nostra gli intellettuali sono dei privilegiati e hanno interessi concreti da difendere. C’è una forte competizione tra loro e la strumentalizzazione dell’argomento della differenza, è una tentazione in cui possono cadere più facilmente loro che non i contadini che vivono in un mondo in cui ciascuno ha il suo campo e ciascuno ha bisogno dell’altro e nessuno necessita della morte dell’altro. Gli intellettuali, anche se non vivono nel bisogno, hanno maggiore coscienza dei propri interessi e li difendono più accanitamente e con maggiore intolleranza. E’ tuttavia vero anche l’inverso, e cioè che gli intellettuali possono sottrarsi più di altri ai condizionamenti del potere. Nella città di Butare diversi intellettuali hutu si sono, ad esempio, pronunciati contro il celebre discorso del ’92 di Mugesera, un professore universitario che aveva detto: bisogna rimandare i tutsi a casa loro in Etiopia per la via più rapida, ossia per il fiume. Un intellettuale hutu di Butare, che aveva replicato dicendo che quelle parole erano vergognose e intollerabili, è stato ucciso nell’aprile ’94 insieme ai tutsi. In ogni caso gli intellettuali hutu che erano sostenitori degli accordi di pace, sia per impegno politico sia per posizioni filosofiche, sono stati via via sempre più emarginati, e quelli che hanno resistito alle pressioni del potere fino all’aprile ’94 e oltre non sono molto numerosi. Molti, per ragioni per lo più opportunistiche, si sono allineati nel campo degli autori del genocidio, sia pure spesso passivamente, una volta che le cose sono diventate serie. Il numero di hutu moderati che sono stati uccisi è dunque di molto inferiore a quello dei tutsi uccisi. Si è inoltre osservato che nella maggior parte dei casi sono stati uccisi isolatamente e non con tutta la famiglia e parentela. Nei loro confronti il massacro non è stato sistematico e massiccio come lo è stato per i tutsi. Ciò non vuole ovviamente dire che sia stato meno grave e meno condannabile, ma sono due fenomeni distinti anche se strettamente connessi. Il massacro degli hutu moderati si proponeva due obiettivi. Primo, rendere possibile e totale il genocidio, e in questo senso si può dire abbia avuto successo, perché dopo la loro eliminazione molti si sono schierati con i genocidari e altri sono rimasti zitti, e dunque il genocidio totale è divenuto possibile. Secondo, conservare un potere assoluto e omogeneo, privo di differenze e contraddizioni al suo interno quali potevano rappresentare gli hutu moderati di cui parliamo: uomini politici, militanti dei diritti umani, preti, capi religiosi, attivisti di Ong, tutta gente non necessariamente legata alla difesa dei tutsi in quanto tali, ma che professava altre idee e teneva comportamenti mal tollerati dal regime totalitario di allora. Può servire il paragone con il regime nazista che non poteva tollerare gli ebrei né i difensori ,degli ebrei, e non poteva tollerare alcuna contraddizione al suo interno.
Finora abbiamo parlato dei meccanismi interni del genocidio. Ma a livello internazionale vi sono pure grandi responsabilità. E ciò non solo nel comprendere e riconoscere la natura reale di quanto stava avvenendo, ma anche prima. Per molti anni, nonostante il regime dittatoriale, vi era stata una dialettica politica interna, nel cui ambito c’erano anche delle forze moderate che non hanno trovato nessun appoggio e incoraggiamento da parte della comunità internazionale. Il genocidio non è avvenuto all’improvviso, come un terremoto...
Al contrario, c’erano stati molti segnali premonitori e anche molti preparativi visibili che potevano provocare una reazione da parte della comunità internazionale. Ma per comprendere appieno la situazione dobbiamo risalire all’indietro. Ascoltando la "radio delle mille colline", e anche la radio di stato durante il genocidio si sentivano ripetere continuamente degli slogan come "Dobbiamo difendere le conquiste del ’59"; "Dobbiamo completare la rivoluzione del ’59". Per gli esponenti razzisti hutu quella rivoluzione significava la sparizione totale dei tutsi, e cioè non solo la presa di potere, ma anche la soppressione fisica degli avversari. "Non ripetere gli errori del ’59" era la parola d’ordine del genocidio, perché nel ’59 si erano uccisi solo gli uomini: adesso bisognava sopprimere anche i bambini, le donne, i vecchi, in modo da far sparire completamente e definitivamente l’avversario. Bisogna ricordare che la cosiddetta "rivoluzione sociale" hutu del ’59 era avvenuta sotto l’amministrazione coloniale belga, istituita su mandato dell’Onu, e con la partecipazione attiva delle autorità belga locali.
E nel ’62, quando fu proclamata l’indipendenza, fu trasmesso il potere totale ed esclusivo al partito razzista che proclamava apertamente una linea di intolleranza e di epurazione etnica, e questo partito sarebbe poi stato sostenuto fino al 1994. E’ vero che nel 1973 vi fu un colpo di Stato e un cambio del gruppo dirigente, ma l’ideologia razzista rimase una costante del potere rwandese fino al punto culminante raggiunto con il recente genocidio.
Perché questo duraturo appoggio della comunità internazionale, del Belgio, della Francia, del Canada, della Germania, degli Stati Uniti, della Chiesa cattolica -l’arcivescovo rwandese è stato membro del comitato centrale del partito dominante-, della cooperazione internazionale a un regime così esplicitamente antidemocratico e razzista? Eppure già dopo i primi massacri di tutsi nel ’59 e nel ’63 si erano levate voci di allarme in Europa. Bertrand Russel, ad esempio, aveva già allora usato il termine "genocidio", e l’antropologo Luc de Heusch aveva denunciato le "cose intollerabili" che stavano avvenendo in Rwanda. Per capire questa connivenza internazionale con il regime rwandese bisogna forse risalire ancora più addietro nella storia del Rwanda.
All’inizio della colonizzazione gli amministratori europei, soprattutto quelli belgi dopo la prima guerra mondiale, avevano valorizzato i capi tradizionali tutsi come amministratori subalterni, sconvolgendo gli equilibri secolari del paese. Storicamente, certo, il potere in Rwanda era stato un potere a predominanza tutsi, ma in un quadro di integrazione delle diverse componenti della popolazione; era un sistema che cercava di riequilibrare le ineguaglianze, che faceva in modo che nell’esercito, nella religione, nell’amministrazione, nelle arti tutti i gruppi fossero rappresentati e avessero la possibilità di esprimere di fronte al re le proprie aspirazioni, i propri bisogni e le proprie lamentele.
Nel nuovo ordine coloniale solo i tutsi vengono utilizzati come amministratori subalterni, i capi tradizionali hutu vengono emarginati, e nelle scuole di formazione create dai belgi vengono inviati solo i figli dei capi tutsi. Negli anni Cinquanta i soli rwandesi istruiti e in qualche modo politicizzati sono dunque i tutsi, e sono loro che vanno a formare i quadri del movimento anticolonialista che si sta diffondendo in tutta la regione. E’ soprattutto il Congo a preoccupare il Belgio. Lì il partito di Lumumba che dirige il movimento si è alleato con il partito rwandese Unar, con il partito del Burundi Uprona e con altri partiti anticolonialisti dell’Africa orientale. Nell’Unar rwandese molti dei quadri sono, per le ragioni che si è detto, tutsi, per cui l’amministrazione belga qualifica subito l’Unar come partito dei tutsi, anche se il suo presidente è un hutu e hutu sono pure molti dirigenti e aderenti di base. Per i belgi, inoltre, I’Unar, il partito alleato di Lumumba e sostenuto come tutti i partiti anticolonialisti dall’Urss, dalla Cina e dai paesi socialisti -negli anni ’50 siamo in pieno clima di guerra fredda- è un partito comunista. Il potere coloniale si accinge così a cercare altri rwandesi cui dare la propria fiducia, una nuova élite alternativa su cui basarsi. Questa nuova élite saranno gli hutu iscritti nelle scuole cattoliche dei missionari, le sole cui avevano avuto accesso. Contro i tutsi, anticolonialisti, comunisti, e nello stesso tempo qualificati dai belgi come feudali, l’amministrazione coloniale sollecita e appoggia la "rivoluzione sociale" degli hutu del ’59. Da allora e per oltre trent’anni i tutsi rwandesi saranno emarginati non solo sul piano interno, ma anche a livello internazionale.
In Burundi, che è un paese non solo vicino ma per tanti aspetti simile al Rwanda, I’evoluzione politica è stata diversa. In Burundi i tutsi non sono mai stati cacciati dal potere ed emarginati. Come mai?
Per semplificare molto si può dire che in Burundi il partito Uprona tra il ’59 e il ’62, cioè fino all’indipendenza, è riuscito a impedire la divisione tra hutu e tutsi. Il presidente dell’Uprona, il principe Rwagasore e il suo entourage, composto di tutsi e di hutu, sono riusciti a evitare che l’amministrazione belga potesse contrapporre le due etnie come aveva fatto in Rwanda. Non potendo strumentalizzare la divisione tra hutu e tutsi, l’amministrazione coloniale ha puntato piuttosto sulle rivalità esistenti all’interno della dinastia, dello strato superiore della monarchia. Il partito rivale dell’Uprona non era un partito con caratteristiche etniche hutu, bensì un partito democratico-cristiano, presieduto da un altro principe di una famiglia rivale di Rwagasore. Il conflitto hutu-tutsi non emerse nel ’59 perché all’interno dell’Uprona riuscirono a gestire meglio i rapporti etnici.
Penso che Rwagasore abbia avuto un ruolo meritevole sotto questo aspetto: riuscì a convincere la popolazione che era suo interesse ottenere l’indipendenza, hutu e tutsi insieme, e fare le riforme sociali autonomamente come burundesi senza la tutela dell’autorità coloniale.
Altro elemento in favore del Burundi, che è stato tuttavia fatale per Rwagasore -che infatti venne assassinato nel ’61- è che l’amministrazione coloniale abbia puntato sui conflitti interni alla dinastia, sempre con l’intenzione di combattere il comunismo e il lumumbismo. E Rwagasore era considerato molto vicino a Lumumba.
E’ stata sottolineata l’importanza del fattore "guerra fredda" nella tolleranza della comunità internazionale nei confronti del regime rwandese di Habyarimana perché lo considerava un potere amico, situato nel campo occidentale. Ma il genocidio è avvenuto nel ’94 in una congiuntura internazionale che era già mutata.
Per quanto riguarda il Rwanda il cambiamento indotto dalla fine della guerra fredda è avvenuto molto lentamente. Lo stesso è successo d’altronde nel caso del Congo Zaire: malgrado l’antipatia che si manifestava nei paesi occidentali per Mobutu, tutti continuavano a sostenerlo e c’è voluta un’iniziativa di tipo rivoluzionario per rovesciarlo. In Rwanda, quando nel ’90 il Fronte patriottico inizia l’offensiva ha contro di sé il Belgio, la Francia, e gli Stati Uniti, i quali forniscono tutta la logistica per i contingenti inviati in appoggio del regime. E’ solo poco a poco che negli Stati Uniti si prende coscienza del livello di violazione dei diritti umani in Rwanda, e si comincia a fare pressioni perché si giunga a un accordo di pace. La Francia invece non modifica il suo atteggiamento decisamente in favore di Habyarimana. Eppure il periodo tra il ’90 e il ’94 è stato costellato di "piccoli massacri", piccoli in confronto al genocidio, ma che tuttavia comportavano l’uccisione di migliaia di tutsi.
Tornando alla domanda iniziale sul perché della rimozione del genocidio, penso che nei paesi occidentali si sia un po’ imbarazzati, e si provi una sorta di senso di colpa per quanto è successo. Di qui il desiderio di voltare pagina e di dimenticare un genocidio che si sarebbe potuto evitare. Per farlo, non era nemmeno necessario un massiccio intervento armato. Bastavano i 2500 caschi blu già presenti nel paese e un atteggiamento più determinato da parte della comunità internazionale.
Come ho già detto, la classe politica rwandese era divisa, ma quanti erano favorevoli al processo di pace non sono stati protetti, sono stati abbandonati in balìa delle milizie razziste.
Non dimentichiamo che è stata necessaria una massiccia propaganda ed è stata necessaria l’eliminazione fisica degli hutu moderati perché il genocidio fosse effettuato in quelle dimensioni. Si sarebbe almeno potuto limitarne l’ampiezza. In fondo, era sufficiente che dai vertici delle Nazioni Unite giungesse al comandante dei caschi blu in Rwanda l’ordine di bloccare i massacratori. Almeno all’inizio era possibile farlo. Ma quell’ordine non è mai arrivato.
Si è avuta l’impressione che questa connivenza, complicità perdurasse anche dopo la vittoria del Fronte patriottico e l’installazione del nuovo governo a Kigali.
L’operazione francese Turquoise ha certamente permesso e di molto facilitato il progetto del vecchio regime sconfitto di svuotare il Rwanda della sua popolazione. Fortunatamente, il progetto non è riuscito appieno perché in Rwanda, su una popolazione di 7 milioni e mezzo, sono rimasti oltre 4 milioni, essendo i profughi tra due milioni e due milioni e mezzo.
La maggioranza della popolazione, soprattutto hutu, è dunque rimasta nel paese. Ma il piano era di creare due Rwanda, uno dell’esterno, composto di profughi sotto il controllo del vecchio regime, e uno dell’interno, impossibilitato tuttavia a funzionare per la mancanza di popolazione. Per molto tempo si è continuato a vagheggiare l’idea di una possibile ricostituzione del precedente potere e di una rivincita militare. Per un certo periodo diverse forze politiche del mondo occidentale si sono rifiutate di riconoscere pubblicamente la realtà del genocidio, perché speravano che la vittoria del Fronte patriottico fosse provvisoria e si potesse quindi voltare impunemente pagina. Tutta questa situazione influisce negativamente anche sui lavori del Tribunale internazionale del Rwanda che opera ad Arusha in Tanzania senza aiuti e senza mezzi adeguati. Se possiamo fare un paragone con quanto successe in Europa nel dopoguerra, allora ci fu una volontà unanime di punire in modo esemplare un certo numero di alti responsabili del regime nazista. Nel caso del Rwanda succede invece che gli autori del genocidio sono stati, almeno finora, protetti.

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