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Anna Foa: Fra tutsi e hutu fu genocidio, non guerra civile

7.10.2004, L'Avvenire - Sfumature
La donna è seduta su una sedia in mezzo al palcoscenico in penombra, e quando la musica tace si mette a parlare pacatamente.

La sala la ascolta in un silenzio di tomba mentre per quaranta lunghissimi minuti ci racconta di come è stata sterminata la sua intera famiglia, i suoi fratelli, suo marito e i suoi tre figli adolescenti. Si chiama Yolande Mukagasana, ed è, come dice all'inizio del suo monologo, «un essere umano del pianeta Terra, un'africana del Rwanda». Nel 1994, Yolande è sopravvissuta al genocidio che ha fatto oltre un milione di morti tra i tutsi del piccolo Stato africano. Trecentomila i sopravvissuti.
Si è trattato del sistematico sterminio di una minoranza, i tutsi, in un paese a maggioranza hutu. Era, quella tutsi, una minoranza che un tempo era stata l'élite culturale e politica del Paese. Cattolici entrambi, sia gli hutu che i tutsi. Mentre i massacratori armati di machete attaccavano, la radio incitava allo sterminio, diceva che bisognava farla finita con i tutsi. In tre mesi, dall'aprile al luglio del 1994, questi sono stati sistematicamente cercati, braccati assassinati. I massacratori hanno assassinato amici, vicini di casa, e in alcuni casi di famiglie miste anche stretti famigliari. Insieme con i tutsi, sono stati assassinati decine di migliaia di hutu moderati che si opponevano al massacro. La stessa Yolande è stata salvata da una donna hutu, Jacqueline Mukansonera.
Nessuno ha fermato il massacro. Il mondo ha saputo e taciuto: l'Africa è lontana, anche se ormai i massacri li possiamo vedere in televisione in tempo reale. Mentre aspettava i massacratori, Yolande telefonava in Belgio, in Francia, negli Stati Uniti per chiedere aiuto. Invano. Adesso, dopo dieci anni, i sopravvissuti si battono davanti all'opinione pubblica di tutto il mondo per far riconoscere che di genocidio e non di guerra civile, o di scontro tribale, fra etnie, si è trattato. E lo spettacolo teatrale, Rwanda 94. Un tentativo di riparazione simbolica verso i morti, ad uso dei vivi, del gruppo belga Groupov, che è stato rappresentato a Roma e poi ha continuato a girare l'Italia, rappresenta un momento importante di questa battaglia. Consente a chi è stato lontano, non ha saputo, ha taciuto, di prendere parte. E non solo, ma di vedere, di ascoltare direttamente le testimonianze, di percepire dall'interno che cosa vuol dire genocidio. In aprile, lo spettacolo è stato rappresentato anche a Kigali, la capitale del Rwanda.
Sulla scena, la parola genocidio risuonava continuamente, ossessivamente. Ma attraverso le scene, le voci, la musica, il processo catartico insomma generato dallo spettacolo, si riusciva improvvisamente a capire perché questa etichetta, «genocidio», è tanto importante per i sopravvissuti. Ed è tanto importante anche per gli altri, gli hutu, gli autori del genocidio, quelli che lo hanno consentito, accettato, attuato. È un problema di giustizia, di riconoscimento. Solo dopo averlo riconosciuto, puoi ricominciare a vivere: quel massacro di oltre un milione di esseri umani ha un nome, genocidio.
Come già prima di lei tanti sopravvissuti dai campi nazisti, Yolande ha scelto di testimoniare. Ha raccontato, ha scritto un libro, La morte non mi ha voluto, pubblicato in Italia da La Meridiana nel 1998, e continua a scrivere. Ha anche pubblicato insieme ad un fotografo, Alain Kazinierakis, uno straordinario libro di fotografie ed interviste, pubblicato in Francia, Les blessures du silence (Actes Sud, 2001). Per realizzare queste interviste, Yolande ha parlato non solo con i sopravvissuti, ma anche con i massacratori. Molti di loro, li ha visitati nelle carceri, per farli raccontare. Con tutto il suo dolore, Yolande lavora sulla memoria e la riconciliazione, anche se ci avverte di quanto quest'ultima sia difficile: «Ricostruire. Cercare la giustizia. Riannodare la fiducia fra i ruandesi. Non ci sarà umanità senza perdono, non ci sarà perdono senza giustizia, ma non ci sarà giustizia senza umanità».


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