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“Varsavia ha pagato all’Europa un prezzo inaccettabile”

5.5.2004, Intervista a cura di Edi Rabini
La voglia di dimenticare e il passato che ritorna. Un paese cattolico e insieme anticlericale, L’ingresso nell’Unione, ma con lo sguardo all’America. La Polonia dei mille volti raccontata da Konstanty Gebert, giornalista e scrittore, autore di “Dieci giorni in Europa”, in uscita in questi giorni

Il 30 aprile 2004 è stata aperta al Palazzo della cultura di Varsavia una mostra sulla “Fine di Yalta”, organizzata da Karta. Il passato fa molto discutere?

La mostra è intenzionalmente polemica, nel senso che gli organizzatori pensano che ci troviamo di fronte ad un rifiuto di memoria, con il rischio che si dimentichino le lezioni del passato.
Il paese è stato completamente distrutto dalla guerra. Sei milioni di morti e circa nove milioni di persone che sono state costrette a cambiare casa durante e dopo la guerra. Il trasferimento dei confini del paese 300 km più ad ovest, con tre milioni di tedeschi che sono stati espulsi. Una perdita completa dei territori all’Est, etnicamente mescolati, che sono stati annessi dai sovietici ed ora fanno parte di stati indipendenti. Circa sei milioni di polacchi scappati dall’Unione Sovietica e ritrasferiti in Polonia, o dentro il confine, soprattutto nei nuovi territori. La distruzione quasi totale dell’intellighenzia e di tutte le istituzioni locali.
La Polonia è uscita dalla guerra come un paese completamente diverso da quello che era stato fino al 1939 e c’è veramente una volontà collettiva molto forte di “lasciar perdere”. Il passato è passato. La storia del paese ricomincia da zero nel 1989. Da una parte è una cosa molto buona, vitale. Io ho militato contro il tentativo di introdurre delle leggi di criminalizzazione degli ex-comunisti, perché sono convinto che non si fonda la democrazia sulla discriminazione, anche di gente che era nemica della democrazia. E’ un fatto però che in Polonia gli ex-comunisti sono completamente riabilitati. Il primo ministro Miller, che ci ha portato in Europa, era membro del Politburo di Jaruzelski durante la legge marziale. Questo non mi sembra un fatto innocente.

E ora qual è la situazione politica in Polonia?

La situazione politica è abbastanza disastrosa. Il Partito ex-comunista è in piena decomposizione, dopo tre anni di cattivo governo, di incompetenza, arroganza e corruzione, ancora maggiore di quella del precedente governo di Solidarnosc. C’è stato un evidente decadimento della classe politica negli ultimi quindici anni.
Così il nuovo fattore politico è un partito che si chiama “Autodifesa”, che fa pensare al movimento poujadista in Francia nei primi anni ’60, al leghismo italiano, al Fronte dell’uomo qualunque. Con un populismo scatenato che fonda la sua propaganda su di un elemento semplice: “gli altri li avete già provati”. Il loro leader Lepper si riferisce con ammirazione ad alcune azioni di Hitler e a Göbbels. Se arriverà al potere, il che non è escluso, ci farà solo perdere tempo, ma non credo che ci farà perdere libertà. Tutti ladri - dicono - tutti corrotti, date una chance a noi. Anche se molti dei loro leader sono pure ladri e corrotti.

Se cambiasse il governo, potrebbe essere messa in discussione l’entrata in Europa?

Nessuno degli attuali oppositori vuole portare la Polonia fuori d’Europa, ma semmai contrattare un cambio di trattati che vengono definiti ingiusti, perché sfruttano la Polonia. E’ un linguaggio che sorprende, visto che prima l’ingresso in Europa era stato propagandato come un gesto di solidarietà europea nei confronti della Polonia. Oggi il sentimento diffuso è che siamo invece stati sfruttati. Si sa che il compromesso sulle sovvenzioni agricole agli agricoltori polacchi fissa il loro limite al 25% di quello che ottengono gli agricoltori nella vecchia Unione. Ci sono più agricoltori in Polonia che in tutta l’Unione europea. E’ ovvio che questa cosa è a lungo termine inaccettabile. Spero davvero che questo obbligherà ad un abbandono della vecchia politica agricola comunitaria, e se succederà, lo si dovrà riconoscere, ciò andrà a merito proprio della Polonia.
L’agricoltura, anche sotto il comunismo, era rimasta in maggor parte privata, ma permangono fino ad oggi delle proprietà statali per le terre più povere. La maggior parte degli agricoltori hanno delle piccole fattorie di circa 10 ettari. Il che significa che se il mercato è buono possono sperare di sopravvivere di anno in anno. Però con la concorrenza europea è chiaro che la maggior parte di loro farà bancarotta e con la disoccupazione che è già oggi al 20% l’afflusso di questa mano d’opera espulsa dalle campagne creerà delle forti tensioni sociali.
Una crisi quindi di tipo strutturale, con una disoccupazione di tipo strutturale: questo mi sembra il problema più importante del paese, che è troppo povero per far fronte a quest’emergenza.

Ha un ruolo politico la chiesa polacca, in un paese così religioso?

La Polonia è stata e rimane un paese profondamente cattolico, ma allo steso tempo molto anticlericale. E’ sempre stato così. Prima della guerra il partito più anticlericale è stato il partito contadino, che era fortemente cattolico. Durante le due guerre, prima della riforma agraria, la chiesa era dalla parte dei grandi proprietari terrieri ed i contadini erano contro la chiesta in quanto istituzione, pur essendo profondamente cattolici nella loro vita e nelle loro scelte personali. La chiesa conserva ancora un potere “negativo”, di condanna di qualcosa. I cattolici di destra a Varsavia sono riusciti per esempio ad impedire una manifestazione di omosessuali. Ma l’ultima volta che la chiesa ha appoggiato un partito, l’Unione cristiana nazionale nelle prime elezioni libere del 1991, quel partito ha avuto meno voti di quello comunista, che era al più basso livello di consenso popolare. Mi sembra che qui ci sia un elemento di “ipocrisia” che considero una cosa eccellente. L’ipocrisia è il riconoscimento dell’esistenza di un’inconciliabilità tra principi sacrosanti e realtà quotidiana.

C’è qualcosa che fa somigliare il ruolo della chiesa in Polonia e quello dell’Islam in Iraq?

Sì e no. Il cattolicesimo polacco è un cattolicesimo molto nazionalista. C’è un’espressione corrente: “polaccatto” - “Polak-katolik” – cioè polacco e cattolico in una sola parola. Questo significa che se non sei cattolico non puoi diventare polacco e questo rimane valido per la maggioranza della popolazione. Ebrei, ortodossi, protestanti non sono considerati polacchi in modo “normale”. Però, con un po’ d’ironia, si può forse dire che chi non è polacco non può essere cattolico. I polacchi si considerano veramente il “vero” cattolicesimo. Un po’ come gli irlandesi. Qui c’è una certa analogia. Però l’islam non ha una chiesa. La struttura organizzativa della chiesa che stava dietro il movimento nazionale polacco dell’800 in Iraq non esiste. Non esiste una struttura pan-islmica nazionale accettata da tutti, per questo le mosche non possono avere la stessa funzione.

Come può essere interpretata l’evidente vicinanza della Polonia agli Stati Uniti?

Penso a tre motivi fondamentali. Il primo è la sicurezza. La Polonia ha avuto un’esperienza disastrosa con l’Europa, a partire dal ’39. Gli Stati Uniti appaiono così, forse, l’unica potenza su cui poter contare se venisse nuovamente minacciata la sicurezza del paese. In Polonia il problema della sicurezza non è visto come un tema puramente accademico, da trattare nelle tavole rotonde, ma come una realtà ben concreta, visto che siamo vicini della Russia. Non voglio cadere in una russofobia primitiva. Conosco una Russia democratica, aperta, che aspira a diventare un paese normale, che sarebbe la più bella cosa che potrebbe accadere ai russi e anche ai polacchi.
Però lo sviluppo che oggi si vede va in tutt’altra direzione, verso uno stato autoritario con un complesso d’inferiorità che viene affrontato con uno potenziamento dei servizi segreti e dell’esercito, con una guerra genocida in Cecenia che va avanti nell’indifferenza quasi totale dell’opinione pubblica, distruggendo rapidamente quello che era stato costruito negli anni ’90, come presenza di una società civile e una stampa libera.
Non vedo la Russia come possibile invasore. Ma posso immaginare molto bene una Russia che fa molta pressione sui vicini, che si comporta come gli Stati Uniti di Reagan nei confronti dell’America Latina.

Il secondo motivo del filo americanismo dei polacchi?

Deriva da un’interessante analogia sociologica. Dopo la distruzione di tutte le sue élites, la Polonia è diventata effettivamente una società senza classi, con delle possibilità di promozione sociale immense. Questa è stata la grande attrazione del sistema comunista. In questa accettazione della promozione individuale e oggi anche della ricchezza come fattori determinanti dello status individuale, i polacchi si ritrovano molto meglio negli Stati Uniti che non in Francia.
E poi, come ultimo motivo, c’è la realtà della presenza di 10 milioni di polacchi in America.
Tutti questi fattori fanno sì che la Polonia rimarrà filoamericana dentro l’Unione Europea, così come la Gran Bretagna.


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