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Da Rzeszow a Bolzano, senza nostalgia

Il racconto di Agnieszka Łoza, 30 anni. Ero appena ventenne quando sono partita, otto anni fa, da Rzeszow, la città in cui sono nata e cresciuta, a metà strada tra Cracovia e la frontiera con l’Ucraina. Andavo a Foggia, per la raccolta stagionale del pomodoro. Non conoscevo una parola d’italiano. Un lavoro duro, ma eravamo in tanti amici, pieni d’energia e curiosità. Terminata la stagione ho deciso di andare a Napoli con un’amica, in uno dei posti dove non guardavano troppo ai documenti di soggiorno. Al Nord d’Italia, in Germania e in Austria era più difficile. Ho avuto un figlio con un ragazzo napoletano. Quando lui mi ha lasciato, sono stato circondata da una solidarietà incredibile. Tutti si davano da fare per cercarmi una casa, arredarla, offrirmi consigli e aiuto. Dopo quattro anni ho raggiunto mia sorella a S. Cristina in Val Gardena ma poi ho trovato per fortuna un lavoro stabile a Bolzano. A dire il vero stavo proprio male tra le montagne. Sembrava che mi cadessero addosso. Non c’era nulla da fare oltre al lavoro, nessun rapporto con la popolazione locale gelosa della propria lingua e molto fredda con gli stranieri. A Bolzano per molto tempo credevo d’essere l’unica polacca: di recente ho saputo che una volta al mese si celebrava nella parrocchia Don Bosco una messa in lingua polacca. Anche a Napoli la messa settimanale era diventata una buona occasione per scambiarci conoscenze, consigli, sostegno reciproco, possibilità di stare tra amici e parlare la nostra lingua.

Un tempo cercavo di essere informata su cosa succedeva in Polonia. Quando ero molto giovane c’è stato un periodo in cui Solidarnosc aveva creato un clima di grande partecipazione e interessamento. Tutti ci sentivamo coinvolti, anche se era pericoloso protestare o esprimere idee diverse da quelle di regime. Guai a parlare male dell’Unione Sovietica. Per fortuna avevamo a scuola un prete coraggioso che ci metteva in guardia dalle informazioni false contenute nei libri di testo. I nostri nonni e i genitori ci tenevano all’oscuro delle storie drammatiche che avevano vissuto, forse perché volevano vederci crescere sereni e felici. Ma ero con mio padre una volta che è stato inseguito e poi fermato dalla polizia segreta, solo perché aveva acceso delle candele in piazza dopo l’uccisione di Padre Popieluszko nel 1988. C’era una grande speranza, che si è però trasformata in sfiducia perché dopo le elezioni libere del 1989 nessuno dei governi è mai riuscito a mantenere le promesse fatte. Intanto le condizioni di vita sono sempre più peggiorate. Sono state chiuse molte fabbriche, sono stati eliminati molti dei sostegni che arrivavano prima alle famiglie povere o alle madri sole. I prezzi sono aumentati. Prima avevamo disponibilità di soldi ma non c’era di che comprare. Oggi i negozi sono ben forniti ma ci manca il denaro necessario.
Così molti giovani se ne vanno nelle grandi città o all’estero, per fare fortuna o per mantenere la famiglia. Non partono allo sbaraglio. C’è sempre qualcuno di noi che dà un consiglio o prende contatti con possibili datori di lavoro. Siamo tutti un po’ anche delle agenzie di collocamento al lavoro. Ma la concorrenza è molto forte. Ho scoperto perfino di odiare le lavoratrici ucraine che si accontentano di salari molto più bassi dei nostri.

Per ora non vorrei tornare in Polonia. Ho nostalgia solo della mia famiglia e del mio bambino che spero possa presto raggiungermi. Siamo ormai molti in Italia. Non so nemmeno quanti. Basta pensare che solo la mia piccola città è collegata con Verona da un pullman che compie il tragitto cinque giorni alla settimana. Un servizio come questo funziona anche verso molte altre direzioni, non solo in Polonia. Quando saliamo gli scalini del Bus e si chiude la porta incominciamo già a respirare aria di casa.

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