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Alex, speranza e disincanto

26.4.2004
di MASSIMO CACCIARI. Né puro ambientalismo, né semplice ecologia: Alexander Langer ha fondato una nuova etologia politica, con al centro l’arte della convivenza tra gli umani e con la natura. Una profezia controcorrente, dove il confine non è luogo di separazione, ma punto d’incontro

La domanda drammatica che corre lungo tutti gli scritti e, credo, la vita di Alexander Langer è questa: “Non stiamo per caso distruggendo le possibilità di una convivenza?”
La convivenza ha due aspetti: la convivenza tra noi - tra culture, lingue, tradizioni - e la convivenza tra noi e la natura. Che poi non è la convivenza con un altro, ma con la nostra intima dimensione naturale. Questo è l’atteggiamento che distingue radicalmente Langer da un certo ambientalismo, che continua a considerare la natura come una cosa “altra” che sta di fronte a noi.
Il nostro cervello, la nostra mente, la nostra anima, esattamente come il nostro corpo, fanno parte della natura. E quindi quando questa mente, questo cervello, quest’anima distrugge la natura, è una parte della natura che si distrugge. Bisogna far convivere queste due dimensioni nostre, perché porre tra loro una morta separatezza è micidiale, distrugge e mente e corpo, e anima e natura.
Nel caso di Langer io non parlerei quindi di ecologia, o di ambientalismo, ma di “etologia”. Che comprende l’aspetto ambientale. Ma comprende anche l’ethos, cioè il nostro dimorare nella natura come natura, il nostro caratterizzarci come elementi della natura che vivono armonicamente con gli altri elementi della natura, che con–vivono.

Se non sai convivere, non sai vivere

L’idea fondamentale di Langer a me pare quella della vita come convivenza. Laddove tu non sai con–vivere, non sai vivere. E questo allora lo chiamerei non ambientalismo, non ecologia, ma appunto etologia. È un nome più forte, che porta a delle conseguenze politico-pratiche.
Laddove un semplice atteggiamento ambientalista può cadere in una sorta di “fondamentalismo”, l’atteggiamento etologico vede sempre le nostre pratiche come elemento dell’insieme della natura. In tutta la contraddittorietà di questo rapporto, ma anche in tutta la sua necessità. Non ci sono scorciatoie. L’etologia si potrebbe caratterizzare – lo diceva anche Langer – come una scienza, come un’arte della convivenza. O anche, forse, come un’arte dell’abitare, del dimorare, dell’aver casa insieme ad altri, nella natura, con la natura, come natura.
Mi pare di poter dire che Langer era animato da un certo disincanto, ma anche da una grande speranza. Ed è difficile dire se questa sua speranza possa ancora avere veramente delle possibilità di realizzarsi, perché la nostra storia va veramente in una direzione, ahimè, completamente. Esattamente come parrebbe essere sempre più difficile una reale convivenza tra uomini, tra culture, tra linguaggi, tra tradizioni, tra religioni, così non è per caso che questa nostra cultura, la cultura occidentale, la cultura europea (che, piaccia o no, è assolutamente dominante nel mondo contemporaneo) sta sempre più avvertendo la terra come una prigione, come un limite. E si sta muovendo impetuosamente, voracemente, febbrilmente – proprio febbre nel senso di insania, di malattia – verso l’utopia, verso l’illusione, verso il sogno, verso l’incubo - chiamatelo come volete - non tanto di una sempre più onnivora trasformabilità della natura, ma proprio verso una sorta di neo-natura, una creazione di una “sua” natura.

Contro il delirio d’onnipotenza

Nel dibattito, che anche Langer aveva seguito, sulle biotecnologie, accanto ad una dimensione propriamente ancora scientifica, ancora comprensibile, si viene sempre più prepotentemente elaborando un’idea della terra che ci è data, della natura che ci è data, come limite, come ostacolo, come prigione da superare e da trasgredire. Ci muoviamo verso una neo-natura. Non è una corrente impetuosa, questa, autoreferenziale, che si misura sempre più sul suo successo?
La sua verifica è: ho avuto successo, ho fatto questo, questo è possibile, l’ho realizzato. Diceva Paul Valery, un grande poeta: “L’uomo è quell’animale che prima o dopo, statene certi, realizzerà sempre quello che sogna”. Finora è stato esattamente così. Si è realizzato quello che si è sognato. Miraggio, incubo, delirio, meraviglioso sogno. A ognuno secondo i suoi gusti. Ma quello che è certo è che si è realizzato quello che si è sognato.
Cosa stiamo sognando oggi? La convivenza? L’armonia, nel senso forte del termine usato da Langer? O stiamo sognando di trasgredire questa prigione, questa terra così pesante? In alto, in basso, in altezza, in profondità, in abisso. Ma questa superficie, che fastidio! Avere questa radice, che limite! Muoviamoci! Muoviamoci! Non è l’epoca dell’universale “Muoversi è tutto”?
Il titolo di questo incontro parla di politica e di profezia. Il profeta è essenzialmente colui che chiama alla responsabilità, cioè si rivolge a tutti noi dicendo: “Rispondete!” Va bene ascoltare. Adesso si fa tutta questa retorica sull’ascolto. Sembra che un politico sia bravo quando ascolta. No, un politico è bravo quando risponde, non quando ascolta. Che tu, per rispondere, debba ascoltare, va da sé. Ma non è che ti basti ascoltare: devi rispondere!
Ma la risposta a questi problemi è di straordinaria pregnanza e difficoltà. Perché chiama davvero ad una rivoluzione culturale, ad un nuovo ethos. Anche qui Langer non si nascondeva la enorme difficoltà.
Da un lato un’idea di convivenza può reggersi soltanto su una dialettica di riconoscimento reciproco. Se manca questo riconoscimento reciproco, hai voglia di praticare l’arte della convivenza. Ma d’altra parte guai ad intendere quest’arte della convivenza come un’ammucchiata, come una sorta di “reductio ad unum” in cui tutti noi perdiamo i nostri luoghi e ci ritroviamo in una terra di nessuno, in una cultura di nessuno, in una melassa indistinta in cui ognuno perde il proprio carattere. Perché questa è una prospettiva di omologazione universale.

Identità e riconoscimento

Questo è il grande problema della convivenza oggi: mantenere insieme identità e riconoscimento dell’altro. Guai a dimenticarsi l’una o l’altra cosa. Langer ha delle espressioni molto felici nell’indicare questo gioco, quest’arte nel senso più forte del termine: arte da “ars”, che è la stessa radice di armonia. Quando parla dei soggetti di confine, il termine tedesco che usa è “Grenzgänger”, gli esploratori di frontiera. Questi uomini che mantengono il loro carattere, con la capacità di stare tra i confini, di trasgredire – per usare un termine evangelico - la compattezza etnica, di non tenere la propria identità come una proprietà gelosamente chiusa. La propria identità è tale nella misura in cui riconosce in sé, per sé, la necessità della relazione con l’altro. Io sono davvero me stesso quando trovo necessario, per definirmi, la relazione con l’altro da me. Non sarei me stesso senza passare costantemente dalla parte dell’altro, ben sapendo che ogni contatto è un pericolo.
Langer filosofo di confine. Uomo di cultura di confine, politico di confine. Il confine è quella linea immaginaria che ci deve essere sempre. Tutti noi abbiamo un confine. Possiamo dimenticare il confine? Possiamo fare un discorso caramelloso e buonista, dicendo che non ci sono confini? Ma come possiamo farlo se siamo confinati noi per primi? Non è forse un confine il mio corpo?
Il problema è riconoscere il nostro confine e insieme capire che il confine è precisamente quel punto estremamente pericoloso in cui io tocco l’altro. Entro in relazione con l’altro. Corro il pericolo di ferire e di essere ferito. Il “cum” è il confine, non la barriera che mi isola, ma quella linea che mi mette “cum”, “insieme”. È quell’istante, quella linea grazie alla quale io sono con lui. Langer è uomo di confine perché è consapevole che la propria identità è proprio lì dove tocca l’altro, dove lo riconosce, dove avviene la presenza dell’altro. È lì, in quell’evento, che io sono me stesso.
Tutto ciò è molto importante, ma nello stesso tempo è estremamente difficile, non solo da praticare, ma anche da pensare. Significa andare controcorrente. La corrente fondamentale è quella che vede il confine come ciò che ci separa e ci divide, che vede l’identità come un nostro possesso egoistico, chiuso, geloso. La corrente fondamentale è quella che vede Gaia, la natura, la terra, come un ostacolo, un impedimento, qualcosa che dobbiamo ahimè sopportare perché chissà quando riusciremo a colonizzare l’universo. Questi sono i sogni che stiamo sognando.
Credo che sull’enorme difficoltà di tutto ciò che aveva pensato e cercato di agire e in parte agito Langer, si sia anche consumata la sua esperienza, non soltanto di uomo di cultura, ma anche di uomo.


Il Comune di Cesano Maderno ha dedicato ad Alexander Langer il suo nuovo Centro di educazione ambientale LIPU. Il 26 aprile 2004 vi si è svolta una tavola rotondo alla quale hanno preso la parola il filosofo Massimo Cacciari, il sindaco di Cesano Maderno Luigi Ponti, l’assessore all’ambiente di Severo Marzio Marzorati e il presidente della Fondazione Helmuth Moroder.
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