pro dialog

Alexander Langer

Don Tonino, ciao !
Bisogna andare a Molfetta, in Puglia, per rendersi veramente conto di chi era don Tonino Bello, il vescovo morto a 58 anni dopo alcuni mesi di tumore. Al porto i polacchi che - alloggiati alla bell'e meglio nel loro bus - vendono le loro povere cose ai poveri del sud. Nei vicoli qualche dopo-scuola che aggrega ragazzi, laddove gli spacciatori sono anch'essi torbidi punti di raccolta. Nel perimetro della cattedrale la "Casa per la pace", modestissimo vecchio edificio recuperato ad attività, luogo di incontro e di vitalità per giovani del sud che si impegnano in un prospettiva di mondialità vigile e solidale. Una piccola casa editrice, "la Meridiana!, che fa conoscere utopie concrete di riscatto, di pace, di esperienze di società sobria e fraterna, e che annovera le opere di "don Tonino", come tutti lo chiamavano, tra i suoi gioielli. La gente di Molfetta e dintorni per mesi chiedeva con voce sommessa, intorno al vescovado, "come sta don Tonino si è alzato oggi ?" e passava a salutarlo, quando apprendeva che era in gradi di ricevere visite. Vescovo da dieci anni, Tonino Bello, l'uomo mite originario di Alessano, estremo lembo della Puglia meridionale, era diventato un riferimento in Italia ed in Europa per pacifisti credenti e laici. Le marce annuali che la sua "Pax Christi" organizzata per San Silvestro - a Bolzano, e Trieste, a Reggio Calabria, ad Assisi - erano diventate un appuntamento fisso per centinaia e centinaia di giovani. Don Tonino sapeva da mesi di avere un tumore, e lottava per non soccombere. Ma non aveva mai pensato di fare il malato: quando i "Beati costruttori di pace" si imbarcarono, in 500, il 6 dicembre 1992 da Ancona per andare inermi e decisi a Sarajevo, testimoniando la speranza contro ogni evidenza di guerra, decise di non potersene stare a casa. Raccogliendo tutte le sue forze partecipò alla spedizione che in nome della nonviolenza chiese a tutto il mondo di scegliere Sarajevo come capitale dei diritti umani. Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l'impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa , come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici. Ai partecipanti al "Verona Forum per la pace e riconciliazione nell'ex-Jugoslavia" (un centinaio di esponenti qualificati di tutti i popoli della ex-federazione) aveva inviato uno dei suoi ultimi messaggi, il 3 aprile scorso: "...il mosaico di pace e convivenza che traccerete la domenica della Palme a Verona sarà un'icona pasquale della vittoria della storia su ogni morte, e su ogni guerra".