pro dialog

Alexander Langer

In memoria di don Tonino Bello

Domenica scorsa a Santa Fiora, sul Monte Amiata, si è riunita l'ampia comunità degli amici ed estimatori di Padre Ernesto Balducci, morto un anno fa in un incidente stradale. Al lutto antico se n'era aggiunto uno fresco, pochi giorni prima: don Tonino Bello, presidente della Pax Christi italiana, aveva cessato di vivere il 20 aprile 1993. Un tumore lo ha portato via a 58 anni.

Bisogna andare a Molfetta, in Puglia, per rendersi veramente conto di chi era Tonino Bello, vescovo di quella diocesi pugliese. Al porto due dozzine di polacchi che - alloggiati alla bell'e meglio nei loro bus - vendono le loro povere cose ai poveri del sud. Nei vicoli qualche volenteroso dopo-scuola che aggrega ragazzi, laddove gli spacciatori sono anch'essi torbidi punti di raccolta. Nel perimetro della cattedrale la "Casa per la pace", modestissimo vecchio edificio recuperato ad attività multiple, luogo di incontro e di vitalità per giovani del sud che si impegnano in una prospettiva di mondialità vigile e solidale. Una piccola casa editrica, "la Meridiana", che fa conoscere utopie concrete di riscatto, di pace, esperienze di società sobria e fraterna, e che annovera le opere di "don Tonino", come tutti lo chiamavano, tra i suoi gioielli. La gente di Molfetta e dintorni per mesi chiedeva con voce sommessa, intorno al vescovado, "come sta don Tonino? si è alzato oggi?" e passava a salutarlo, quando apprendeva che era in grado di ricevere visite.

Vescovo da dieci anni, Tonino Bello, l'uomo mite originario di Alesano, estremo lembo della Puglia meridionale, era diventato un riferimento in Italia ed in Europa per pacifisti credenti e laici. Le marce annuali che la sua "Pax Christi" organizzava per San Silvestro - a Bolzano, a Trieste, a Reggio Calabria, ad Assisi - erano diventate un appuntamento fisso per centinaia e centinaia di giovani.

Don Tonino sapeva da mesi di avere un tumore, e lottava per non soccombere. Ma non aveva mai pensato di fare il malato: quando i "beati costruttori di pace" si imbarcarono, in 500, il 6 dicembre 1992 da Ancona per andare inermi e decisi a Sarajevo, testimoniando la speranza contro ogni evidenza di guerra, decise di non potersene stare a casa. Raccogliendo tutte le sue forze partecipò alla spedizione che in nome della nonviolenza chiese a tutto il mondo di scegliere Sarajevo come capitale dei diritti umani. Tornò pieno di dubbi, e non li nascose: aveva vissuto con acuto dolore l'impotenza della pura proclamazione di pace, non se la sentiva di dare o escludere indicazioni operative, ma era sicuro di una cosa, come nei giorni della guerra del Golfo: che la pace, per affermarsi, ha bisogno innanzitutto di persone pacifiche e di mezzi pacifici. Al ritorno da Sarajevo aveva concluso una sua memorabile cronaca-riflessione con domande profonde e quasi sconsolate: "attecchirà davvero la semente della nonviolenza? è possibile cambiare il mondo con gesti semplici e disarmati?" Poi deve aver ricuperato fede e speranza, e così ai partecipanti al "Verona Forum per la pace e riconciliazione nell'ex-Jugoslavia" (un centinaio di esponenti qualificati di tutti i popoli dell'ex-federazione) aveva inviato uno dei suoi ultimi messaggi, il 3 aprile scorso: "il mosaico di pace e convivenza che traccerete la domenica delle Palme a Verona sarà un'icona pasquale della vittoria della storia su ogni morte, e su ogni guerra". Una promessa che, in faccia alla morte, sembrava aver vinto la sua angoscia.

27.4.1993

 

Lettera di Alexander Langer a don Tonino  del 16.12.1992

Carissimo don Tonino,

con grande commozione ho letto sul "manifesto" di ieri il tuo diario di viaggio a Sarajevo, e te ne ringrazio di cuore. Vorrei felicitarmi profondamente con voi tutti, per la riuscita della vostra iniziativa e per il ritorno incolume. Tu sai che, dopo molte esitazioni, per ragioni che ho più volte esposto e discusso con molti degli iniziatori non ero favorevole, pur riconoscendo il profondo significato dell'impresa e condividendo buona parte del messaggio che essa incarnava. Di fronte a quello che siete riusciti a fare, ed al segnale che avete dato, mi viene spontaneo inchinarmi ed esprimere rispetto ed ammirazione. In ogni caso avete portato a Sarajevo qualcosa della migliore Europa oggi possibile, ed avete riacceso speranze e stimoli di pace e di vita.

 

Gli interrogativi che tu poni alla fine del tuo "diario" restano dolorosamente aperti e spererei tanto che possiate anche fornire qualche elemento di risposta: chi deve prendere decisioni o spingere perché vengano prese (e tra questi mi ci trovo anch'io), ha urgente bisogno di stimoli giusti ed indicazioni fattibili. Ecco perché ti prego e vi prego di far sapere a me, ed ai tanti altri che con atteggiamento simile hanno seguito la vostra iniziativa, con quali impressioni e soprattutto proposte siete tornati: credo nell'autorevolezza della vostra testimonianza, e vi prego di farla conoscere a chi, come me e molti altri, vorrebbe tenerne immediatamente conto per agire, con l'obiettivo di contribuire a far finire quella orribile guerra e ricostruire relazioni pacifiche in quell'ala della nostra casa comune.

Con saluti molti cordiali

Strasburgo 16.12.1992