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Ricerca e sviluppo della nonviolenza

1.3.1991, Azione nonviolenta, gennaio-febbraio 1991

Di fronte all’occupazione del Kuwait da parte dell’Irak, la nonviolenza per molti sembra andata improvvisamente in crisi, la “guerra giusta” è riapparsa solennemente all’orizzonte – questa volta con tanto di voto a schiacciante maggioranza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU  e quindi con la legalità internazionale assicurata.

Non poteva mancare qualche vescovo, qualche moralista e qualche elzevirista a benedire tutto. “Pacifista” è tornato ad essere sinonimo di fifone, piagnone o alto traditore e cospiratore del nemico, “nonviolento” un aggettivo buono per sognatori.

L’argomento più forte dei sostenitori della “guerra giusta” (magari ribattezzata “azione di politica internazionale”) è di ordine storico morale: “se Hitler fosse stato fermato già nel 1934, al momento dell’occupazione della Renania, si poteva forse risparmiare al mondo intero la tragedia del nazismo e della Seconda Guerra Mondiale”. Dove per “fermare Hitler” si dà per scontato che si debba leggere “fare la guerra a Hitler”. E dove si dimentica che la coalizione anti-Hitler avrà, sì, battuto l’incubo del totalitarismo nazi-fascismo, ma rifondato anche un ordine internazionale che ha tranquillamente consegnato mezza Europa ad un altro totalitarismo, e l’intero sud del pianeta allo sfruttamento e, in molti casi, a vecchi o nuovi colonialismi e totalitarismi.

Se quindi è giusto fare tutto il possibile per fermare aggressioni, ingiustizie e soprusi, a partire dai chiamarli per il loro nome e identificarli come tali, non mi sembra invece né giusta né risolutiva l’idea di farne derivare, con una sorta di funesto automatismo, l’azione bellica.

Piuttosto, la crisi irakena (che al momento in cui scrivo queste righe sembra ad un pelo dall’esplosione militare), dimostra che la nonviolenza deve inventare nuovi strumenti, persuasivi ed efficaci, per ridurre il tasso di violenza nel mondo e per risparmiare bagni di sangue (che si chiamino guerra o repressione, che siano internazionali o interni). Ne provo ad indicare tre, di cui mi sembra ci sia bisogno (potendoli qui appena accennare, naturalmente):

1)  sviluppare l’arma dell’informazione e della disarticolazione della compattezza derivante da repressione, disinformazione, censura; perché non “bombardare” le trasmissioni radio e TV con volantini, con documentazione, piuttosto che con armi? (“Radio Free Europe” o “Radio Vaticana” hanno fatto probabilmente di più per la destabilizzazione dei regimi dell’est che non le divisioni della NATO);

2)  costituire e moltiplicare gruppi, alleanze, patti, tavoli inter-etnici, interculturali, inter-religiosi di dialogo e di azione comune, piuttosto che dialogare solo da campo a campo o da blocco a blocco; è l’abbattimento dei muri, o perlomeno lo sforzo di renderli permeabili (vedi l’esperienza interetnica dell’“altro Sudtirolo”!);

3)  chiedere all’ONU di promuovere una sorte di “Fondazione S. Elena” (nome dell’isola in cui alla fine fu esiliato Napoleone, tra gli agi e gli onori, ma reso innocuo), per facilitare ai dittatori ed alle loro sanguinarie corti la possibilità di servirsi di un’uscita di sicurezza prima che ricorrano al bagno di sangue pur di tentare di salvarsi la pelle (Siad Barre, Ceausescu, Marcos, Fidel Castro, il re del Marocco… potrebbero o potevano utilmente beneficiarne piuttosto che giocare il tutto per tutto); la questione di amnistie e indulti per chi è abbastanza lontano e abbastanza vigilato da non poter più far danni, non dovrebbe essere insolubile.

Ho scelto appena tre esempi tra i molti che si potrebbero fare (pensiamo solo alle diverse possibili articolazioni dell’embargo commerciale, sportivo, scientifico, ecc.), perché sono convinto che oggi il settore R&S (ricerca e sviluppo) della nonviolenza debba fare grandi passi avanti e non debba fermarsi solo alle ormai tradizionali risorse della disobbedienza civile.

Azione nonviolenta, gennaio-febbraio 1991

Il contributo di Alex Langer per il 16° Congresso nazionale del Movimento Nonviolento (Torino, 1-3 marzo 1991)

 

Ora pubblicato in

Alexander Langer, Fare la pace – Scritti su “Azione nonviolenta” 1984-1995

Edizioni  del Movimento Nonviolento, Verona 2005

 

 

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