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L'Oriente non è verde

1.7.1990, da Metafora Verde, Nr. 1 - luglio/agosto 1990
Ancora pochi mesi fa i movimenti ecologisti dell'est potevano essere iscritti d'ufficio al ruolo di protagonisti del grande cambiamento. Un po' come in Occidente, dove dal loro esordio alla fine degli anni '70 essi rappresentavano la prima consistente ed originale nuova famiglia politico-culturale sorta in Europa da oltre 50 anni in qua e votata alla denuncia ed al superamento dei mali dell'industrialismo e di uno "sviluppo" sino ad allora sostanzialmente incontestato.

Così nell'Unione Sovietica della seconda metà degli anni '80, fare gli ecologisti era stato un modo di impegnarsi su un terreno nuovo ed in certo senso ancora vergine: la cui urgenza era riconosciuta un po' da tutti e la cui valenza politica non implicava una così aperta assegnazione alla dissidenza come nel caso dei movimenti per i diritti civili, per la democrazia o contro gli armamenti. Non pochi democratici sovietici - secondo testimonianze autorevoli (di Roy Medvedeev, p.es.) - avevano scelto l'impegno verde anche come spunto per "fare politica" senza incorrere subito nelle logiche bloccate sull'alternativa conformismo/dissidenza. E lo stesso apparato parastatale nei suoi rami più aperturisti (come i "comitati per la pace" di Zalighin o i comitati giovanili) aveva cominciato ad offrire qualche sbocco verde alla voglia di democrazia e di partecipazione di tanta gente.

E se in alcuni paesi dell'est come la Polonia o la Cecoslovacchia - dove pure non mancano gruppi anche ambientalisti - le aperture decisive venivano rivendicate o conquistate piuttosto da movimenti incardinati a tematiche democratiche e sociali (Solidarnosc, il KOR, Charta 77..), in altri la caratterizzazione verde dei battistrada dei nuovi movimenti appariva immediata e ben visibile: così nell'Ungheria della lotta contro la centrale di Nagymaros, con il movimento "Duna Kör" (circolo del Danubio) che nel settembre 1988 aveva portato per la prima volta in piazza e davanti al Parlamento circa 12.000 persone, così nella Germania orientale dove le tematiche pacifiste, democratiche e verdi dei gruppi spontanei come "Neues Forum" e di molti gruppi vicini alle chiese evangeliche erano sorte in diretto collegamento con esponenti e movimenti verdi della Germania occidentale, e così pure in Bulgaria, dove la prima manifestazione pubblica del dissenso ed il primo gruppo alternativo registrato portavano dritti alla costituzione di "Ekoglasnost". Anche in Jugoslavia, soprattutto in Slovenia, e nei paesi baltici (in primo luogo in Estonia) già da tempo uscivano allo scoperto gruppi pacifisti e/o verdi (magari con qualche venatura nazionalista) che dal basso aprivano la strada al pluralismo ed alla democrazia.

Si ricordi poi che l'arcipelago verde e pacifista da oltre un decennio lavorava di fatto con frequenti intrecci oltre i confini di blocco ed aveva dato vita a strutture comuni (come l'East-West-Dialogue-network), a memorandum comuni (come a Vienna, per la conferenza post-Helsinki), a manifestazioni comuni (come, sempre a Vienna, dopo Chernobyl, in occasione della conferenza dell'agenzia atomica, nel 1986), alle convenzioni pacifiste itineranti dell'E.N.D., a iniziative comuni di lotta (come lungo il Danubio, contro le centrali di Hainburg/Austria, Nagymaros/Ungheria, Temelin/Cecoslovacchia). Dopo l'apertura del muro di Berlino e della "cortina di ferro" in generale ci si poteva dunque legittimamente aspettare l'emergere di un forte "filo verde" che non solo rappresentasse all'Est una valida alternativa alle contorsioni post-comuniste degli uni ed alla pura e semplice "voglia di Occidente" degli altri, ma che facesse vedere a tutti che, pur senza pompose Internazionali, i verdi erano già un movimento pan-europeo, capace di portare la loro critica e le loro alternative sia nel campo dove aveva fallito il socialismo reale con i suoi guasti evidenti, sia in quello dove la crescita impazzita dell'espansionismo industrialista e di mercato aveva ormai accumulato una serie di bombe ad orologeria capaci di distruggere non solo un sistema economico o politico, ma addirittura l'ecosistema planetario. Chi meglio dei verdi, con le loro "mani pulite" e con la loro innocenza non compromessa nè col capitalismo dei sistemi di mercato, nè col socialismo di Stato, poteva incarnare la nuova e più severa critica e la nuova e più urgente alternativa ai sistemi distruttivi sinora in competizione tra loro? Chi meglio dei verdi poteva contare non di impiantare le proprie filiali, i propri "partiti in prestito" all'est, ma di arrivare ad un incontro tra est ed ovest e ad un reale e solido intreccio pan-europeo? Non erano (e sono) forse i problemi posti dai verdi e gli approcci per la loro soluzione i più direttamente comuni tra est e ovest, ed i più "indipendenti" dalle caratteristiche dei rispettivi sistemi?

Ed invece...

Sono bastati pochi mesi e le prime elezioni pluraliste all'est (DDR, Ungheria, Lituania, Slovenia, Croazia..) per capire subito che nessun successo elettorale travolgente è toccato ai verdi. Certo, non è mancato un modesto apprezzamento elettorale per formazioni verdi talvolta improvvisate, in concorrenza tra loro e non di rado divise al loro interno o in tensione con gruppi alleati, ma non si può dire, per ora, che dalla crisi del socialismo reale sia emersa subito una prorompente domanda di alternativa verde. Piuttosto va constatato - e gli stessi deludenti risultati delle socialdemocrazie lo confermano - che di fronte al crollo dei sistemi e dei valori precedenti la gente si è attestata, magari transitoriamente, sui filoni più tradizionali e profondi della nazione e della religione, uscendo dalle catacombe praticamente come vi era entrata, senza avere strumenti adeguati per reagire alle modificazioni del mondo intervenute dalla seconda guerra mondiale ad oggi.

Eppure sta succedendo qualcosa che di per sè dovrebbe accreditare come non mai un'analisi ed una proposta ecologista. La corsa industrialista al "progresso" ed allo "sviluppo" tra est ed ovest, votata al reciproco tentativo di mantenere ed estendere l'egemonia, o - rispettivamente - di ottenere finalmente il sospirato sorpasso, è stata definitivamente e senza appello vinta dall'Occidente. L'illusione del sistema comunista, di riprodurre in condizioni socio-economico-politiche diverse, un agone più giusto e più efficace per arrivare alla medesima trasformazione produttiva ed industriale del mondo e di dimostrare che la corsa allo sviluppo poteva avvenire meglio sotto il segno socialista, si è drasticamente infranta. Nè efficienza, nè equità sono state raggiunte, l'agone socialista viene rapidamente abbandonato per ragioni interne (mancanza di consenso) non meno che esterne (mancanza di successo nella competizione), e la maggioranza delle popolazioni - a giudicare dai primi risultati elettorali - sembra non vedere l'ora di iscriversi alla corsa nell'altro agone, quello dell'economia di mercato (temperato dalla dizione di "economia sociale di mercato") e dell'integrazione nel mercato mondiale (competitività internazionale).

Solo che i costi ecologici, sociali, culturali ed umani di tale integrazione (prevedibilmente subalterna) nel mercato mondiale e di tale trasferimento "en bloc" nell'agone capitalista ben presto rischieranno di dimostrarsi tanto alti da non poter essere pagati né da gran parte delle popolazioni interessate, nè dalla natura. L'estensione degli standards occidentali di motorizzazione, di produzione e consumo di energia, di rifiuti, di cementificazione, di competizione, di razionalizzazione ecc. disseminerà di vittime (umane ed ambientali) la marcia di trionfo dell'"occidentalizzazione" ed aumenterà incredibilmente l'impatto nocivo dell'intera Europa verso il pianeta, ed in particolare verso il sud del mondo.

Non appena si renderà più acuta e più evidente la contraddizione tra la (giusta e fondata) domanda di democrazia e di diritti umani da un lato, e l'integrazione nel modello economico-sociale che sinora le democrazie occidentali hanno prodotto, dall'altro, crescerà il bisogno di visioni e realizzazioni compatibili con i limiti naturali della biosfera e con i limiti culturali e sociali della condizione umana, pur nella sua infinita varietà di articolazioni.

Coniugare sobrietà e democrazia, frugalità e diritti civili, autolimitazione materiale (e quindi sviluppo di dimensioni sociali e conviviali meno dipendenti dalla quantità della produzione e dei consumi) e autodeterminazione culturale e politica diventerà in misura sempre maggiore l'obiettivo comune dei verdi europei, da articolare certamente con modalità diverse tra est e ovest, ma indispensabile se non si vorrà che l'apertura del muro di Berlino venga ricordata tra una o due generazioni come l'inizio di una catastrofe socio-ecologica, consistente nell'ulteriore accelerazione ed espansione di un modello di crescita economica e di degrado di risorse umane e naturali pernicioso per il pianeta intero, anche se per un certo tempo potrà magari ancora riuscire ad "esportare" i suoi danni, facendoli gravare - oltre che sugli strati poveri dei paesi industrializzati - sul sud del mondo e sui posteri.

E' quindi assai probabile che la vera "ora dei verdi" all'Est non sia ancora suonata, e che si debba passare attraverso una certa disillusione che prevedibilmente seguirà all'immediata e momentanea ubriacatura di illusioni vecchie (nazionaliste, p.es.) e nuove (consumiste, p.es.). Anche nel sud del mondo la critica alle illusioni vecchie e nuove, indotte dal modello dominante, si è cominciata a manifestare solo dopo una prima fase di diffusa speranza di poter ripetere le due parabole salienti mutuate dai paesi egemoni: quella dell'"indipendenza nazionale" (l'illusione della sovranità statuale) e dello "sviluppo" (l'illusione dell'industrializzazione).

Certamente l'attuale stato di salute dei verdi dell'Occidente, ed europei in particolare, non lascia molto ben sperare, per quanto riguarda un loro positivo ruolo di interazione e di stimolo, per sviluppare insieme a quelli dell'Est una comune visione e strategia politica per quella "autolimitazione democratica" o "democrazia frugale" che oggi appare sempre più necessaria ed urgente.

Una contrapposizione, diventata tutta rituale, tra "realisti" e "fondamentalisti", ed altre ancor più sterili divisioni e contrasti (spesso di natura sinanco personalistica), sembrano consumare la fase finale del primo ciclo di politica verde, apparsa in Europa alla fine degli anni '70 e giunta - all'inizio degli anni '90 - ad un punto in cui la mera denuncia dei mali ambientali e la pura declamazione di visioni alternative spesso astratte e ideologiche chiaramente non basta più.

Probabilmente solo un ripensamento a fondo del ruolo dei verdi nella nuova Europa potrà tentare di progettare nuovi scenari. Peccato che l'attuale deriva politicista del movimento verde renda quasi impossibile un simile sforzo entro il perimetro dei "verdi politici" senza essere subito fraintesi, catalogati, strumentalizzati.
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