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Diario europeo

1.6.1995, da "UnaCittà" (Aprile - Giugno 1995)
Per celebrare il cinquantesimo anniversario della liberazione dal nazismo e dal fascismo, il Parlamento europeo si era fatto tentare dalla proposta di riunire l'ufficio di presidenza ed i capigruppo a Sachsenhausen, ex-campo di concentramento vicino a Berlino. Bella idea, una celebrazione non dei vincitori militari (con o senza vinti), ma in nome dei liberati -dai campi e da quelle grandi prigioni che erano i fascismi. Tutti insieme, non per stati nazionali. Poi sono stati tirati i guinzagli nazionali... ed alla fine nulla si farà se non una pietosa "giornata delle porte aperte", in cui chiunque potrà visitare il Parlamento. Peccato che chiunque saranno in concreto solo i belgi... con grande gioia dei partiti belgi, che hanno risolto il problema di come riempire l'8 maggio la loro campagna elettorale nazionale: i giovani verranno cammellati in rue Belliard.

Da qualche mese certi lunedì bruxellesi sono animati da vivacissime manifestazioni davanti alla sede del Consiglio dei ministri europei. Ciò avviene quando si riuniscono i responsabili dei dicasteri dell'agricoltura, per discutere delle norme sul trasporto di animali vivi da macello. Gli animalisti di molti paesi mandano delegazioni per protestare contro le condizioni atroci in cui questi trasporti avvengono. Una dimostrante inglese era stata uccisa a Londra, in analoga occasione, ma gli animalisti non demordono. E si dolgono dell'impressionante divario nord-sud a questo proposito: l'opinione pubblica nei paesi del nord se ne occupa con fervore, nei paesi del sud l'inerzia dei governi trova la sua rispondenza in opinioni pubbliche disinformate o compiacenti. Così la protezione degli animali manda dall'Olanda i suoi ispettori e cine-operatori alla frontiera di Trieste, per sostenere gli animalisti italiani nella loro lotta su un terreno difficile: chi ha assistito una volta alla discesa dei cavalli dai Tir, non potrà dimenticarsene.

Un gruppo di amici della montagna (organizzati nel tradizionale sodalizio trans-nazionale degli "amici della natura") da anni lotta perché la zona dell'Adamello venga tutelata contro speculazioni e costruzioni insensate. Vorrebbe includerla in un costituendo Parco europeo che dovrebbe comprendere anche lo Stelvio e il Fuorn svizzero dell'Engadina, insieme ai tesori dei Camuni.

I montanari bresciani con automobili e sacchi a pelo sono partiti in una quarantina, a proprie spese, pernottando nei rifugi dei loro amici nella regione di Strasburgo e della Foresta nera, per consegnare al Presidente del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Klaus Hänsch, una petizione in tal senso. Ben 6500 persone delle valli hanno firmato, la stessa comunità montana non potrà più far finta di niente. Per essere sentiti meglio, i montanari hanno messo su un'orchestra di amici olandesi sostenitori della loro causa. A Strasburgo hanno incontrato amici insospettati: una delegazione di indiani apaches dell'Arizona, in lotta per la salvaguardia della loro montagna sacra sul Mount Graham, che istituti americani ed europei (Arcetri di Firenze, Max Planck di Monaco, Osservatorio Vaticano) vorrebbero profanare con un mega-telescopio. "Su quel monte dove noi parliamo con la divinità, non devono mettere i loro apparecchio, dice Ola Cassadore, anziana e saggia capa indiana. I bresciani applaudono, il popolo delle montagne si capisce. Uso creativo dell'Europa.

Le reti transeuropee rischiano di diventare le rughe profonde dell'Europa: ulteriori autostrade, ferrovie ad alta velocità, oleodotti, canali, metanodotti, elettrodotti, aeroporti e piste di atterraggio, strade, strade, strade. Per smaltire un traffico il cui raddoppio entro il 2020 è già messo in conto, e per connettere i consumatori di energia e di informazioni. Per indorare la pillola, si promettono grandi benefici occupazionali, oltre a trasporti e trasmissioni veloci. I 15 Stati dell'Unione europea hanno individuato nelle reti transeuropee la base del rilancio della crescita.

Il Parlamento europeo ha alzato il dito per reclamare maggiore rispetto per l'ambiente, accurati esami di impatto ambientale e sociale, moderazione nei grandi progetti. La Commisione trasporti ha lavorato seriamente, molti e dettagliati miglioramenti vengono richiesti. Poi lo scivolone rivelatore: passando dai principi alle carte, praticamente nessuna autostrada, strada, ferrovia ad alta velocità eccetera, è stata cancellata. Chi osava chiedere la rinuncia alla galleria sotto il Brennero, all'autostrada dei Pirenei, al raddoppio della Firenze-Bologna, a nuove autostrade baltiche o scandinave, è stato additato come nemico dello sviluppo. Piccola consolazione: la proposta di Forza Europa (così si chiamano i berluscones in Europa) di inserire anche il ponte sullo stretto di Messina nelle reti transeuropee, è stata respinta. Per ora, almeno.

Milano, 26 marzo, pomeriggio. I federalisti europei organizzano un pomeriggio per discutere delle riforme da apportare alla costruzione europea in occasione della Conferenza intergovernativa, che nel 1996 dovrà rivedere i trattati di Maastricht e l'intero edificio comunitario. Quale sarà la posizione del governo italiano, come si muovono le forze politiche in proposito?

Nel solenne palazzo comunale c'è grande agitazione, poliziotti e telefoni cellulari si agitano, giornalisti scodinzolano nei paraggi. Si prevede la presenza di Buttiglione, di Prodi e di altre dive del cicaleccio politico italiano. Intanto arrivano -pressoché inavvertiti- i due commissari europei di nomina italiana (Monti e Bonino), il sottosegretario agli esteri Scamarcia. Ospite d'onore il democristiano tedesco Lamers, autore di una proposta assai controversa sul nucleo forte dell'Europa. Poi arrivano le prime chiamate che annunciano l'assenza di Buttiglione, di Prodi, di Salvi. Cessato allarme, i giornalisti vanno a casa. Vorrà dire che si parlerà solo di Europa, non della telenovela dello Scudo crociato. Uffa, che noia.

Il tribunale internazionale per l'ex-Jugoslavia, istituito dall'Onu, siede all'Aja. Per oltre un anno ha lavorato per completare i propri ranghi con investigatori, cancellieri, guardie, celle, sale, regolamenti, procedure, documentazione, armadi, archivi. Enormi le speranze degli attivisti ex-jugoslavi per i diritti dell'uomo, grande la diffidenza delle diplomazie e delle potenze. Sullo sfondo una furba convinzione non espressamente proclamata, ma temuta dai democratici in Bosnia, in Serbia, in Croazia: che l'uso o il non-uso del tribunale dipenderanno, alla fine, dagli accordi politici. Se oltre alla spartizione del territorio si negozierà anche l'impunità dei criminali, i giudici e le guardie dell'Onu potranno essere mandati in cassa integrazione.

Non la pensano così i protagonisti di questo originalissimo organo di giustizia penale internazionale. Il presidente è un italiano, il professore Antonio Cassese, che tiene nella sua stanza alle pareti una serie di fotografie delle atrocità commesse. Mi mostra una lettera che racconta di un bosniaco orribilmente torturato, al quale moglie e figlie sono state prima stuprate e poi uccise davanti agli occhi; l'uomo ha trascinato la sua esistenza fino a quando ha potuto rendere la sua deposizione davanti all'egiziano Cherif Bassouni, incaricato dall'Onu di compiere la prima indagine sui crimini contro l'umanità nella guerra jugoslava. Due settimane dopo si è ucciso, lasciando scritto che ormai l'unico scopo della sua esistenza residua era stato compiuto e che ne era indicibilmente grato.

Molti nell'ex-Jugoslavia guardano oggi al procuratore sudafricano Richard Goldstone ed ai suoi investigatori, e sono rimasti sollevati quando il 24 aprile ha annunciato pubblicamente che si stava indagando anche contro il leader serbo-bosniaco Karadzic ed il suo generale Mladic, non solo contro responsabili minori.

Le potenze invece non hanno gradito. "Così non si favorisce il negoziato di pace", hanno sentenziato. Chissà per quanto tempo il tribunale dell'Aja riceverà i fondi e il personale necessario per poter funzionare.

Con il Visitors Program delle istituzioni europee un numero considerevole di funzionari, giornalisti, uomini d'affari, studiosi e rappresentanti politici riesce ad ottenere un invito a Bruxelles, Strasburgo ed altre sedi europee, per conoscere i variegati aspetti della realtà comunitaria. Per una o più settimane compiono un giro tra Commissione, Parlamento, Banche europee, Ambasciate, Uffici studi, Gabinetti di importanti dirigenti. Deputati, direttori, capufficio, ma anche commissari e leaders politici vengono interpellati perché accettino di dedicare un po' del loro tempo a questi visitors, scegliendo loro chi vedere e per quanto tempo. Si tratta di un investimento importante per il futuro: non pochi degli invitati saranno (e qualche volta sono già oggi) occhi, orecchie e sensori importanti che i loro paesi rivolgono verso le istituzioni europee, diversi sono già diventati ministri, sindaci, direttori di giornali o televisioni, ambasciatori, dirigenti d'azienda.

Ewa Osniecka, giovane funzionaria polacca nel suo Ministero per l'integrazione europea (direttamente sottoposto alla Presidenza del Consiglio), ha tanta voglia di raccontare della Polonia che alla fine sono io che intervisto lei, non viceversa. "Voi dovete considerarci europei più che slavi... Siamo molto meglio informati sulla realtà europea di tanti di voi (confermo: è così). Siamo preparati a sostenere tutti i sacrifici necessari -cosa volete che siano per noi, che abbiamo dovuto tante volte ricostruire il nostro paese!" In un perfetto inglese racconta delle trasformazioni che nel suo paese si stanno imponendo a ritmo accelerato per "entrare in Europa" al più presto: l'amministrazione viene decentrata, programmi di riequilibrio regionale vengono messi in opera, la privatizzazione delle aziende procede, la gente studia le lingue e comincia a viaggiare. E' fiera che uno dei più prestigiosi rettori del Collège d'Europe a Bruges (Belgio) sia stato polacco -il prof. Lukacewski- e sottolinea che ora la Polonia stessa dispone di una analoga istituzione dove si formano giovani europei di vari paesi.

La funzionaria polacca europea riesce a trasmettere un senso di attesa e di speranza che si augurerebbe a tanti svogliati costruttori d'Europa all'ovest.

"Come fate voi a sostenere credibilmente la possibilità di un nuovo ordine internazionale, se l'Europa non è in grado di risolvere uno dei suoi problemi annosi come quello di Cipro? Volete davvero dare agli invasori turchi la possibilità di mettere il veto all'ingresso di Cipro in Europa?"

La domanda di Themis Themistocleous, direttore di un telegiornale cipriota, è ricorrente. Non c'è greco-cipriota -di alto o basso rango- che non la ponga. Cipro -come Malta- vuole entrare al più presto nell'Unione europea e vi è un accordo di massima che il negoziato di adesione cominci subito dopo la riforma costituzionale dell'Unione che partirà dalla Conferenza intergovernativa del 1996 ("Maastricht II").

Ma a Cipro vivono due comunità, dal 1974 ferreamente divise da una infausta linea verde presidiata dall'ONU: turchi al nord, greci al sud. Nicosia, la capitale, è divisa come lo era Berlino, ed in quel caso muri e fili spinati non dividono soltanto due sistemi politici, ma -cosa ben più profonda- due civiltà da secoli e forse da millenni antagoniste. Non è che prima dell'invasione le cose andassero benissimo: la minoranza turca si sentiva oppressa dalla maggioranza greca, la quale a sua volta si vedeva minacciata dal grande fratello: la Mezzaluna dall'Anatolia con una zampata poteva colpire Cipro.

Come successe nel 1974, provocando così non solo l'ingloriosa fine del regime dei colonnelli in Grecia (che alla fine pensavano di potersi annettere Cipro), ma anche una vera e propria epurazione etnica e successiva spartizione dell'isola dove è nato il mito dell'Europa (il toro..., you remember? ).

Nulla è più come prima: al sud non ci stanno più turchi, dal nord sono stati scacciati i greci, molti nuovi turchi sono stati importati dal continente, e l'idea di un'isola nuovamente unita nel suo pluralismo di lingue, culture e religioni fatica assai a farsi strada, tra mille progetti su come istituzionalizzare la diffidenza e l'ostilità tra le due comunità. I greci, normalmente assai filo-serbi per quanto concerne l'ex Jugoslavia, a volte hanno un baleno di comprensione quando si compara la divisione di Cipro (che anche doveva essere solo provvisoria) alle spartizioni progettate per la Bosnia.

L'Europa potrebbe essere un prezioso nuovo tetto comune per greco e turco-ciprioti, ma solo se entrambe le comunità sapranno distaccarsi un po' dalle rispettive potenze-madri e puntare su un futuro comune, nel quale la minoranza turca dell'isola -invece che inorgoglirsi per il suo staterello- fantoccio riconosciuto dalla sola Turchia- sarebbe il primo avamposto turco nell'Unione. Dove peraltro già oggi vivono e lavorano alcuni milioni di turchi immigrati.

Davvero solo un autogoal di euro-parlamentari asini, distratti ed incompetenti, la bocciatura di "Malpensa 2000" da parte del Parlamento europeo?

A leggere i giornali, è andata proprio così. Potenza delle veline governative! Dopo che la commissione trasporti del Parlamento europeo -col concorso forse inconsapevole di un signore di Cuneo, di nome Gipo Farassino, che magari volentieri avrebbe scambiato la Malpensa con un'autostrada Nizza-Cuneo, o forse ha firmato senza leggere- aveva raccomandato di soprassedere a "Malpensa 2000" come priorità europea, e scelto di investire i mezzi disponibili piuttosto per un progetto di trasporto combinato (ferrovia, nave, aereo, strada) verso l'area Adriatica e Balcanica, la rappresentanza del governo italiano è entrata in scena con decisione. " Interessi greci e tedeschi stanno prevalendo, vogliono mantenere marginale l'aeroporto della Malpensa per favorire invece Monaco e Atene", faceva sapere l'ambasciata; "datevi da fare per rimediare", veniva ingiunto a parlamentari e giornalisti. Che si potesse dare una diversa interpretazione al concetto di "interesse nazionale" (o non curarsene affatto), e privilegiare una politica dei trasporti meno concentrata sull'affollamento dello spazio aereo e piuttosto attenta a costruire collegamenti verso l'ex Jugoslavia (dove la guerra non potrà durare in eterno), la Grecia, la Turchia, il Medio Oriente, e che quindi si potesse in piena coscienza scegliere un'alternativa al mega-progetto Malpensa, non veniva neanche preso in considerazione.

Così per tre giorni si è avuto sul palcoscenico il seguente copione: corrispondenti italiani (svegliati all'ultimo momento, dall'ambasciata italiana) rimproverano parlamentari italiani (distratti anche in aula) che si scusano imbarazzati coi giornalisti, leghisti di gran calibro (il Bossi, il Formentini, il Fassa...) che cercano di rimediare alla figuraccia del Farassino, Allenza Nazionale e Forza Italia che ci inzuppa il pane, persino gran parte del Pds ed il verde Ripa di Meana che intimiditi da cotanto furore nazionale scelgono la difesa di Malpensa 2000 (mentre i verdi lombardi avevano raccolto firme contro il progetto). E Buttiglione che alza il dito contro i comunisti che per ragioni "emiliano-romagnole" si sarebbero lasciati tentare dalla chimera adriatica invece che mostrare le palle nazionali (leggasi Malpensa). Nessun spazio -nessuno!- per chi avesse voluto spiegare le ragioni per le quali è davvero meglio puntare su collegamenti verso il Sudest europeo e mediterraneo, invece che intasare ulteriormente, con soldi europei, i cieli lombardi.

Un corpo di pace europeo, civile, composto tra l'altro da obiettori di coscienza: accogliendo un emendamento dei Verdi, il Parlamento europeo ne propone l'istituzione, ed incarica i suoi due negoziatori (la socialista francese Mme. Guigou ed il democristiano tedesco Brok) di sostenere questa raccomandazione di fronte agli esponenti dei quindici governi e della Commissione esecutiva. Così accanto alla discussione -sicuramente non oziosa- sulla comunitarizzazione della politica di sicurezza e di difesa e sull'istituzione di una forza armata europea, si dovrebbe affiancare anche questa seconda riflessione: perché non costituire in tempi rapidi un corpo europeo comune, nel quale -con compiti di monitoraggio, mediazione, prevenzione, ecc..- potrebbe sedimentarsi una parte della larga esperienza di quelle decine di migliaia di europei che negli anni scorsi hanno compiuto volontariato di pace nell'ex Jugoslavia e altrove?

E così vengo a scoprire che esistono degli "zingari irlandesi"! Nel corso di una visita del Gruppo Verde in Irlanda, per studiare e sostenere il processo di pace tra le due Irlande e la riconciliazione tra gente delle due confessioni - divise sostanzialmente da una divergente memoria storica - abbiamo anche un pomeriggio di incontri con esponenti di una dozzina di organizzazioni del volontariato sui diritti umani e civili. Ascoltiamo i movimenti di gay e lesbiche (che notano significativi progressi nella legislazione anti-discriminazione), i gruppi di solidarietà con detenuti e malati di AIDS, i collettivi femministi che lottano per la legalizzazione del divorzio e dell'aborto... ed i travellers, i viaggianti, una tribú nomade di circa 25.000 persone che sembra risalgano agli inizi della colonizzazione inglese e paiono discendere da contadini e salariati agricoli espulsi dalle loro terre. Non sono etnicamente diversi dagli altri irlandesi, ma parlano una lingua un po' speciale ed "hanno dei loro segreti", si considerano una comunità nativa. Da secoli usavano muoversi attraverso il paese (con cavalli e carri, oggi roulottes), svolgevano mestieri oggi scomparsi come un tempo gli zingari (cestai, stagnini, carrettieri...) e risultano strani ed estranei in una società ormai modernizzata: non hanno indirizzo (e quindi non possono ricevere multe, e così per piccole contravvenzioni vanno direttamente in galera), non chiedono casa (ma vogliono posti-sosta attrezzati), vorrebbero mantenere la loro identità e particolarità. Disturbatori dell'ordine. Chissà se la presa di coscienza in loro favore crescerà in tempo utile da metterli ancora "sotto protezione" prima che scompaiano del tutto ed accordare loro qualche minimo diritto come un'educazione inter-culturale adeguata ed allacciamenti di acqua potabile... o almeno la stessa difesa contro aggressioni che spetta ad ogni cittadino (visto che ormai anche loro subiscono attacchi violenti in qualche periferia suburbana. Intanto loro stessi hanno deciso di mandare una piccola delegazione in Romania per conoscere meglio i gitani di quella parte d'Europa e costruire relazioni con loro.

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