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Il vertice di Maastricht - Le piccole nazioni e la loro fede europeista

1.12.1991, da "Il Manifesto", dicembre 1991
Nessuna si aspetta un granchè dal vertice europeo di Maastricht. Perché dunque la variegata Europa delle minoranze linguistiche, delle etnie minoritarie, dei regionalismi e delle autonomie dovrebbe fare eccezione?

In effetti le tappe attualmente in corso del processo di integrazione europea non promettono di per sè particolare attenzione o simpatia alla causa dei piccoli popoli, dell'autogoverno locale, delle identità negate o compresse e della promozione autonomistica. Qualche assai vaga declamazione sul "principio di sussidiarietà" (riferito però più ai poteri degli stati-membri che non quelli delle regioni e dei comuni), qualche promessa di organismi più o meno pleonastici in rappresentanza delle assemble regionali e comunali nella futura architettura rappresentativa della Comunità - e nessuna garanzia, per ora, che al processo di trasferimento di poteri statali alla Comunità corrisponda un equivalente trasferimento di poteri verso il basso, cioè verso le istituzioni dell'autogoverno locale. La situazione attuale delle autonomie nella Comunità è fortemente differenziata: accanto a paesi con una dimensione federalista relativamente sviluppata (Germania, Spagna..) o addirittura semi-confederale (Belgio) coesistono paesi ad organizzazione assai centralista (Gran Bretagna, Francia, Grecia...). I dislivelli esistenti e le differenti tradizioni in materia non spingono i soci comunitari ad accordarsi su una sorta di "minimo garantito" in fatto di autonomie locali, nell'ambito della futura Unione Europea. E finchè tutte le attenzioni restano concentrate sulla moneta comune, sul mercato unico e su una eventuale politica estera e di sicurezza comunitaria, l'Europa unita davvero non sembra promettere grandi progressi ai poteri locali.

Solo nel Parlamento europeo c'è stato un singolare ed inaspettato sussulto di attenzione, poche settimane prima di Maastricht: su iniziativa dell'Intergruppo Lingue e Culture Minoritarie è stata inserita una rivendicazione forte tra i requisiti della futura cittadinanza europea dell'Unione. Si chiede, infatti, che l'Europa del nuovo Trattato si mostri esplicitamente consapevole che "la ricchezza del patrimonio culturale europeo è costituita essenzialmente dalla sua multiformità" e che dunque l'Unione ed i suoi stati-menbri "riconoscano l'esistenza sul loro territorio di gruppi etnici e/o linguistici minoritari e prendano le misure necessarie alla preservazione ed al libero sviluppo della loro identità linguistica e culturale." Ancor più dettagliatamente il Parlamento prefigura un vero e proprio paragrafo autonomistico: "L'Unione ed i suoi Stati membri riconoscono a tali gruppi il diritto all'auto-organizzazione democratica. Per favorire l'espressione dell'identità delle comunità etno-linguistiche minoritarie storicamente presenti sul territorio degli Stati membri e la buona convivenza nelle regioni interessate, l'Unione ed i suoi Stati membri assicurano garanzie speciali per realizzare la sostanziale uguaglianza dei cittadini ed adottano particolari forme di tutela e promozione delle lingue minoritarie, di autogoverno locale, territoriale o di gruppo, di cooperazione interregionale anche transfrontaliera."

Per una curiosa coinvidenza temporale questo voto del Parlamento europeo avveniva nello stesso giorno (il 21.11.1991) in cui in Italia alcuni intellettuali di sinistra in nome dell'unità culturale e linguistica della Nazione protestavano contro il varo (per ora solo da parte della Camera dei deputati) di un disegno di legge in favore dei diritti delle minoranze linguistiche!

Ed in questo divario sta forse anche una spiegazione del perché in Europa gran parte delle organizzazioni etno-linguistiche siano convintamente "europeiste" e si aspettino parecchio dalla dimensione euro-federalista. Nonostante il magro bottino che hanno potuto portare a casa sinora.

Naturalmente chi soffre l'oppressione o perlomeno l'incomprensione degli Stati nazionali e la loro pesante pretesa di omogeneità, tende a preferire piuttosto una aggregazione sovra- e pluri-nazionale che toglie poteri ai singoli stati membri. Oltre che sottrarre poteri concreti, toglie a loro soprattutto la giustificazione ideologica primaria: che si sta insieme perchè si appartiene alla stessa nazione, e dall'"unità di destino" si fa derivare facilmente anche "unità di comando". Cittadinanza e nazionalità vengono fatte coincidere, ai cittadini è chiesta lealtà e fedeltà alla nazione, la finzione dello stato-nazione è dura a morire. Concetti che ovviamente non convincono coloro che appartengono a quelle "nazioni proibite" e parlano quelle "lingue tagliate" che non hanno trovato una propria proiezione statal-nazionale o sono capitati entro confini statuali "sbagliati". Ma anche le forze autonomiste che non rivendicano particolari peculiarità etniche o linguistiche, e fondano il loro autonomismo semplicemente su una opzione anti-centralista e favorevole all'autogoverno locale, pensano in genere che un'Europa comunitaria dovrà per forza di cose decentrarsi di più ed aprire spazi consistenti alle autonomie locali, pena il totale intasamento burocratico.

Ecco perchè molte delle forze etno-nazionali sono da tempo su posizioni federaliste ed europeiste e cercano la loro realizzazione piuttosto in un'Europa comunitaria e regionalista piuttosto che negli stati nazionali o negli "Stati uniti d'Europa".

Ma in tempi recentissimi, dopo la caduta dei regimi comunisti e l'emergere di nuove e forti rivendicazioni etno-nazionali, il riferimento al territorio ed alla comunità locale (l'Europa delle regioni) cede sempre più il passo alla tentazione di sostituire l'imposta e falsa omogeneità etnica degli stati-nazione esistenti con una supposta più autentica omogeneità a livello più ristretto: all'esclusivismo etnico degli Stati qua e là comincia ad opporsi l'esclusivismo etnico di chi sinora era privo di Stato o incluso contro la propria volontà in Stati che non riconosceva come omogenei. L'"Europa delle etnie" non è identica all'"Europa delle regioni", e forse la Comunità dovrà scegliere con decisione di trasformarsi in tessuto realmente federalista e regionalista se non vuole rischiare di trovarsi presto di fronte a tensioni etniche dirompenti anche al proprio interno.

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