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Un bilancio comunitario impenetrabile

1.12.1989, da "Nuova Ecologia", 12/89

Quando all'Europarlamento si è - recentemente - parlato di soldi, i verdi o non c'erano, o non riuscivano a farsi sentire. Intendiamoci: non è necessariamente un segno di cattiva salute del gruppo verde, può far parte di un faticoso rodaggio, ed è meglio non proporre niente piuttosto che improvvisare generiche prese di posizione inventate solo per non scontentare nessuno.

La "settimana dei soldi" del Parlamento di Strasburgo (la tornata detta "ottobre II") doveva affrontare essenzialmente due temi: il progetto di bilancio della Comunità, per il 1990, e la questione dell'unità economica e monetaria. Ma dopo che sul bilancio i verdi di tutte le Commissioni avevano fatto del loro meglio per presentare emendamenti sensati e ragionevoli (un centinaio, concentrati poi in 77 proposte avanzate nuovamente in aula), hanno dovuto scoprire che - salvo uno (lotta all'alcoolismo) - nessuno di questi ha trovato consensi sufficienti per passare, e così l'intero sforzo di "ragionevolezza nel dettaglio" è andato a farsi benedire, e con esso il sudore di Yves Cochet (relatore verde sul bilancio) e di Dominique Voynet ("co-deputata" francese, impegnata nella medesima impresa). Dal che si deduce che o si accetta di entrare nel gioco delle trattative e degli accordi, o ci si limita ad un'azione solo declamatoria sul bilancio. Ed i fondi ambientali continueranno ad aggirarsi intorno allo zero-virgola, mentre i verdi vorrebbero portarli al 10% del bilancio comunitario entro il 1992.

Il quale bilancio, del resto - che quindi ha visto il voto contrario dei verdi - è frutto di un sofferto compromesso inter-istituzionale tra i governi dei 12 paesi comunitari e la Commissione esecutiva della C.E.: in teoria esso può impegnare, al massimo, l'1,18% del prodotto nazionale lordo della Comunità (e quindi circa 55 miliardi di ECU, equivalenti a 80.000 miliardi di lire), ma ancora una volta la Commissione ha avuto paura di toccare questo tetto e si è fermata a 46 MECU. Dopodichè il Parlamento ha voluto ostentare una propria volontà politica, chiedendo (non deliberando, perchè non può farlo) di aumentare di circa 1 miliardo di ECU quel margine, destinando i fondi in più soprattutto alla Polonia ed all'Ungheria, ad alcuni programmi europei (LINGUA, THERMIE, ecc.), ad un (modesto) contributo alla salvaguardia delle foreste tropicali, alla lotta contro il traffico di droga, ecc.

Più complicato, per i verdi, il dibattito sull'unione economica e monetaria, che ha visto scendere (favorevolmente) in campo molti dei "bigs" della politica italiana, da Forlani a Napolitano e La Malfa: una mozione molto critica, preparata da Claudia Roth, non è stata presa tempestivamente in considerazione dal gruppo, e così si è deciso di non impegnarsi oltre una generica denuncia dell'Europa dei mercanti e delle economie centralizzate che emarginano le regioni più periferiche o "arretrate". Il fervore europeista di alcuni membri del gruppo e l'altrettanto fervente diffidenza anti-comunitaria di altri verdi sui temi dell'unione economica e monetaria trova - comprensibilmente - un banco di prova particolarmente ostico. Così, di fronte all'incredibile ottimismo economico-monetario-europeo che ha colto quasi tutti (compresa la "sinistra unitaria europea", cioè il gruppo promosso dal PCI), il dissenso dei verdi è rimasto netto, anche se ancora poco argomentato: "potrebbe essere una buona cosa - ha detto Claudia Roth - se comportasse una ristrutturazione profonda dell'economia europea, favorevole agli strati sociali più deboli ed all'ambiente: ma di ciò non c`è traccia alcuna nei progetti oggi in discussione, anzi, e quindi ci opponiamo ad un'ulteriore spinta centralizzante che metterà ancora più potere in ancora meno mani".


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