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alexander langer (22)

Anche da noi si parla molto di Europa

1.11.1964, Offenes Wort
Oggi si parla molto di Europa - spesso forse addirittura troppo. E ciò nonostante ritengo che la maggior parte dei giovani della nostra terra continui a dimostrare un interesse di gran lunga troppo scarso. Ci si limita ad affermare di essere europeisti convinti, a volte forse si legge qualche rivista specifica (a scuola), in quinta si svolge qualche tema sull'argomento ed eventualmente capita - nei casi migliori - di procurarsi un piccolo distintivo europeo da mettere all'occhiello della giacca oppure da attaccare sulla targa dell'automobile: e questo è più o meno tutto quel che facciamo per l'Europa. Per il resto ci limitaiamo ad aspettare pazientemente l'evolversi della situazione.

Ma cosa intendiamo in realtà quando diciamo "Europa"? Quando ci riferiamo all'Europa come in questo articolo, allora pensiamo ad un processo non meglio definito di unificazione europea. Sappiamo che vengono intrapresi sforzi per fare dei singoli stati europei un'unica, grande Europa unitaria. E purtroppo spesso la nostra pigrizia intellettuale ci impedisce di prendere posizione sul tema.

Forse è più facile che sia l'Europa medievale ad evocare in noi un'idea precisa: quella di Occidente. Il concetto di Occidente riassume in sé tutti quei valori che oggi sentiamo essere ciò che veramente unisce gli europei. Senza l'Occidente, e soprattutto senza l'Occidente cristiano, oggi non sarebbe possibile nessuna Europa. Possiamo richiamarci agli esempi della storia - da Alessandro Magno (se proprio vogliamo) a Cesare, Carlo Magno, i Papi, Napoleone. Ma non è questa l'Europa che vogliamo. Nel 1923 il conte Coudenhove-Calergi pubblicò il suo libro 'Paneuropa', suscitando un grande interesse; i primi sforzi concreti per la costruzione di un'Europa unita iniziarono allora. Grandi statisti come Briand e Stresemann si impegnarono per la realizzazione di questo obiettivo, ma le dittature del nostro secolo decretarono il fallimento delle loro iniziative. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva diviso l'Europa, gli europei iniziarono finalmente a riscoprire le loro comuni radici culturali, la loro appartenza ad un Occidente unitario. Dalle forme di unione economica (Unione Montana, CEE, Alta Autorità, ecc.) si passò lentamente a considerare anche forme di unione politica. Oggi si parla già di un'Europa dei Sei (Benelux, Francia, Germania e Italia) - e iniziano le polemiche. Chi si è interessato più da vicino alla questione sa quali siano le posizioni contraddittorie di personaggi che per altri versi sono indubbiamenti grandi 'europei' come De Gaulle e Adenauer, soprattutto quando si tratta dell'Inghilterra.

Ma L'Europa deve essere un'Europa delle "patrie" (De Gaulle) oppure essa stessa una patria? Penso che convenga rinunciare ad approfondire la questione - ci porterebbe troppo lontano. Possiamo però constatare e affermare con sicurezza che la realizzazione di un'Europa unitaria dipenderà in prima istanza dagli europei. Senza europei nessuna Europa! Ed è questa la domanda che dobbiamo porci: vogliamo veramente un'Europa unita? Se non la vogliamo, perché? E se sì, cosa facciamo per realizzarla?

La stragrande maggioranza della gioventù europea condivide l'impostazione federalista, vale a dire: vuole un'unione. E mostra un vivo interesse per tutte le problematiche connesse a tale processo. Da noi invece, almeno così mi pare, l'atteggiamento è spesso opposto: l'idea di un'Europa unita non viene nemmeno pres a in considerazione, oppure risveglia solo un pallido interesse. Il più delle volte si reagisce con un sorrisino ironico-pessimista. Ed è davvero un peccato! Perché proprio in quanto sudtirolesi dovremmo essere particolarmente interessati alla questione europea, visto che solo in un'Europa unita i problemi della nostra terra (Heimat) potranno essere veramente risolti.

La gioventù europea è l'unica che possa realizzare l'obiettivo dell'unione, perché dopotutto rappresenta la popolazione dell'Europa futura. Fino a che la gioventù non penserà in modo europeo, l'Europa rimarrà un'illusione.

Il nostro atteggiamento nei confronti dell'Europa è spesso influenzato da posizioni ormai superate: dal nazionalismo, dal disinteresse, dalla chiusura (il nostro scarso interesse a conoscere i giovani di altri popoli), dal pes simismo e dal rifiuto. Dobbiamo superare queste barriere e aprirci in modo nuovo all'Europa, la nostra vera patria. Penso che si possa rimproverare alla gioventù cattolica sudtirolese, e italiana in generale, un attegiamento di scarsissimo interesse rispetto a questa tematica. Prendiamo esempio dai giovani cristiani della Germania, della Francia, dell'Austria, dell'Olanda ecc.!

Se non vogliamo che la strada per l'Europa da libera e volontaria si trasformi in obbligata, anche noi dobbiamo impegnarci di più!

da "Offenes Wort", novembre 1964

(Traduzione di Donatella Trevisan)
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