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Movimento ecologista e istituzioni politiche

1.1.1987, La cultura dei verdi, ed. Ambiente e società
Dall'esperienza delle universita'verdi i grandi temi dell'ecologismo. Scritti di A. Donati - E. Tiezzi - A. Russo - F. Butera - L. Conti -G. Silvestrini - A. Langer - W. Sachs - H. Zampariolo - G. Lavanco - a cura di A. Russo - G. Silvestrini

Una parte delle attenzioni che oggi la stampa e l'opinione pubblica riservano ai cosiddetti "verdi" è dovuta al riflesso di risultati elettorali in alcuni paesi europei, ed in particolare alla comparsa di formazioni verdi in occasione delle elezioni per il rinnovo del parlamento europeo nel 1984. con un 8% di voti in Germania federale e in Belgio, e con percentuali di tutto rispetto (dal 4 al 6%) in Olanda, in Francia ed in Lussemburgo, e con una presenza significativa in altri paesi, con membri della Cee (come l'Austria, la Svezia, la Finlandia, la Svizzera), i verdi si sono dimostrati una forza politica emergente con cui bisogna ormai fare i conti. Anche in Italia con le recenti elezioni regionali e comunali del maggio 1985 ed il conseguente ingresso dei verdi in numerosi consigli regionali, provinciali e comunali (con percentuali nell'ordine del 2-3%, ma anche con punte fino all'8%) si può dire che si sia affacciata l'ecologia come fattore politico, ben oltre il perimetro ristretto delle liste verdi propriamente dette.
Sembrerebbe, dunque, a prima vista, un allargamento dell'arcobaleno politico: con gli "eco-pacifisti", una nuova famiglia politica entra in campo che da tempo non si era più arricchito di significativi nuovi ingressi, dopo che alla fine dell'Ottocento si era costituita e poi radicata la presenza socialista, negli anni '20 e '30, la componente fascista.
Ma sarebbe una visione troppo semplificata e riduttiva, perchè se è vero che i verdi sono approdati, in molti paesi, anche alla scelta di "buttarsi in politica" (tanto da contare oggi in Assia, in Germania federale, sul primo ministro verde: Joschka Fischer che regge il dicastero all'ambiente), essi tuttavia non sono in primo luogo e quasi naturalmente una componente dell'arco politico rappresentativo.
Molto di più di una proposta verde rispecchia un mutamento di giudizio sull'attività tecnologica, industriale, espansiva nel suo insieme, ed una scelta contro il modello di sviluppo - universalmente dominante nel mondo industrializzato o in via di industrializzazione - basato sulla crescita quantitativa del prodotto, del mercato, degli armamenti, dello sfruttamento delle risorse, della mercificazione e burocratizzazione di ogni settore della vita, in tutte le latitudini della terra, e anche oltre (nello spazio, per esempio).
L'allarme per il bosco che muore, i deserti che avanzano, i mari che si eutrofizzano, il territorio che si degrada, le risorse energetiche che si sprecano e si sostituiscono con energie incontrollabili, i cibi adulterati, le metropoli invivibili e particolarmente ostili a vecchi, bambini, handicappati, le specie animali o vegetali che si estinguono, l'atmosfera che viene inquinata, le acque che scarseggiano e non sono più pulite, le monocolture, l'agricoltura trasformata in campo di applicazione della chimica pesante, la stessa possibilità di manipolazione genetica: tutto questo, messo insieme all'allarme per la corsa agli armamenti ed alla reale possibilità di un olocausto nucleare, e alla consapevolezza che milioni di persone muoiono annualmente anche in "tempo di pace" per gli effetti della normalità fisiologica del cosiddetto sviluppo (fame, malattia, urbanesimo selvaggio, rapina di materie prime, distruzione di civiltà estranee all'industrialismo ed al mercato...) provoca una profonda presa di coscienza: si genera da qui non tanto la rivendicazione di un governo diverso o di una distribuzione diversa delle ricchezze tra le classi sociali all'interno delle società sviluppate, bensì una critica ed autocritica radicale che coinvolge le stesse idee di progresso e di sviluppo.
Sicuramente al fondo della presa di coscienza verde sta per molti versi un "allarme", un forte bisogno di tirare il freno di emergenza (come dice Claus Offe, richiamando Walter Benjamin), decelerando e possibilmente fermando un treno in corsa verso abissi non più tanto lontani. In questo senso la "cultura del limite" (che sottolinea la finitezza ed esauribilità delle risorse, talvolta sino all'ossessione della scarsità, da un lato, e gli eccessi ormai arrivati al limite dall'altro) è un elemento essenziale e di spicco di una nuova consapevolezza morale e politica. In certo senso si può richiamarne la metafora dell' apprendista stregone che ha trasformato in zelante servitore la vecchia scopa, ma che non sa più come fare a liberarsene e si vede soffocare dagli eccessi, o l'ancora più antico mito di re Mida che, una volta che tutto quel che egli tocca si trasformi in oro, sa che non potrà più né mangiare né bere.
A questo si coniuga un sedimento cospicuo - importante, ma disincantato - degli ideali e delle lotte degli anni '60 e '70, anche se frequentemente rivisitati assai criticamente e magari con qualche "pentimento" o "dissociazione". Il bisogno di ugualitarismo, di liberazione e di parità sessuale, di comunicazione, di abbattimento di gerarchie, di giustizia sostanziale, di democrazia, non solo non diminuisce sotto l'incalzare della crisi ecologica o della catastrofe nucleare, ma assume nuove forme: meno ideologiche ed assolute, magari, e più attente alle utopie concrete ed imperfette; meno totalizzanti e più reversibili (o "biodegradabili"), soprattutto meno esclusive e decisamente più empiriche e pluraliste. Nella formazione di una cultura verde o alternativa, svolge un ruolo da non sottovalutare il nuovo sapere critico acquisito sull'onda dei movimenti intorno al '68, anche se temperato alla luce di successive delusioni e correzioni di rotta: dalla medicina alla pedagogia, dall'architettura al diritto, dall'ingegneria all'urbanistica o alla psicologia. La critica radicale del modello di sviluppo espansivo, "della crescita", genera una attenta e multiforme ricerca e sperimentazione alternativa, alla ricerca e scoperta di modelli decelerati, decentrati, non violenti, trasporti, salute, abitazione, cultura, apprendimento, educazione, organizzazione sociale e politica, applicazione di tecnologie e così via. "Self-reliance", autorealizzazione, sussistenza (non mercato), sviluppo qualitativo e multidimensionale, contatto con la natura, cooperatività (non competizione), valori d'uso (non di scambio), e una fondamentale auto-limitazione sono alcuni tratti caratteristici di una cultura verde che - soprattutto in Italia - è appena in via di crescita, talvolta addirittura solo in stato nascente.
Conseguentemente tra i verdi d'Europa è assai diffusa la teoria e pratica della sperimentazione alternativa, della costruzione di ambiti autonomi di iniziativa e di autogestione, più che la tradizionale cultura politica orientata ad influire sulla gestione del potere o tesa alla sua conquista.
In un certo senso si potrebbe forse dire che l'emergere di formazioni verdi e alternative costituisce, in qualche modo, un tentativo di "dichiarazione di indipendenza" rispetto ad alcune dinamiche centrali riconosciute della civiltà dominante: e questo vale per la corsa agli armamenti ed il sistema dei blocchi politico-militari non meno che per il sistema di produzione e di consumo, per l'organizzazione della vita quotidiana non meno che per la tradizione logica politica (p.es. destra/sinistra, conservazione/progresso, ecc.)
Nella pratica dei verdi europei, poi, la gamma di oscillazioni è assai vasta : dalla diffusa e sistematica costruzione di contro-poteri disseminati nel territorio e in numerosi ambiti della vita associata, privilegiando l'allargamento ed il consolidamento della propria autonomia piuttosto che momenti di conflitto con lo stato, fino alla propria emarginazione (scelta o subita) nei ghetti dell'alternativismo minoritario. E le opzioni di fondo possono anch'esse oscillare tra un radicale rifiuto di ogni forma di collaborazione con il sistema e la conseguente scelta di svolgere anche sul piano politico una funzione di estraniazione ed opposizione "fondamentalista" (che, per esempio, in nome del "viver senz'armi" rifiuta ogni compromesso gradualista, o che pretende lucidamente e radicalmente la chiusura delle produzioni nocive ed inquinanti), ed una sperimentazione riformista ("Realpolitik"), condotta temporaneamente attraverso una politica delle alleanze e delle trattative, e l'incentivazione di una rete di ambiti alternativi autonomi (cooperative, iniziative popolari, strutture autogestite, strumenti di democrazia diretta, ecc.)
In ogni caso è già chiaro che i verdi, quando si organizzano come forza politica, non possono essere visti - né loro stessi si intendono tali - come naturale e scontato prolungamento delle tradizionali battaglie e dei tradizionali schieramenti della sinistra, ma che costituiscono piuttosto un polo di aggregazione, di ispirazione ideale e di iniziativa autonoma, sostanzialmente trasversale rispetto alle polarizzazioni.
Ci si chiede oggi in Europa - e se lo chiedono in primo luogo le grandi socialdemocrazie tedesca ed austriaca, ma anche i comunisti ed i socialisti in Italia, i socialisti francesi, le sinistre in Olanda ed in Belgio, ed altri ancora - se l'ingresso dei verdi sulla scena politica possa ancora essere assorbito o sia ormai irreversibile; alcuni recenti insuccessi o battute d'arresto hanno fatto "sperare" a qualcuno di trovarsi di fronte ad un fenomeno tutto sommato effimero e ben presto riconducibile entro gli schieramenti e modelli tradizionali, magari opportunamente aggiornati. Ma se, come ritengo probabile, i verdi non potranno più essere assorbiti o cancellati dalla geografia anche politica, ci si domanda se i nuovi arrivati renderanno sostanzialmente ingovernabili i sistemi rappresentativi e parlamentari esistenti, rivelandosi i verdi dei veri e propri destabilizzatori (consapevoli) nei confronti di quelle che definiscono le coalizioni industriali della crescita, o se si possa in qualche modo venire a patti con loro. Qualcuno invece vede nei verdi i naturali successori di quelle formazioni minori (soprattutto di matrice liberale) che si prestano quali potenziali alleati sia per i partiti conservatori che per quelli di sinistra. E'nota, ad esempio, la propensione di Willy Brandt a vedere nei verdi i possibili partner di una "maggioranza al di qua della destra". Altri (come la sinistra italiana) sembrano sperare piuttosto che i verdi, pur sviluppando una spinta innovativa, rimangono al di sotto della soglia di accesso autonomo alla rappresentanza politica ed arricchiscano piuttosto all'interno le tonalità comprese nelle forze politiche già consolidate.
Per ora è ancora presto per prevedere quale ruolo politico le formazioni verdi potranno rivestire nel sistema di alleanze politiche nei diversi paesi, e non è improbabile che di fronte ad una loro sostanziale non-integralità nel tradizionale sistema di alleanze, per alcune situazioni - ove si fronteggiano uno schieramento "conservatore" ed uno "progressista" di pari dimensioni - i partiti finiscono per rispondere alle sfide dei verdi formando "grandi coalizioni": per difendersi da una contestazione "fondamentalista" o comunque radicalmente ecologista e pacifista, i partiti socialisti da un lato e conservatori dall'altro, normalmente contrapposti, potrebbero preferire allearsi tra loro, lasciando i verdi all' opposizione e accentuando i caratteri di regime dei governi così costituiti. Dopo il banco di prova di coalizione "rosa-verde" che da dopo l'Assia sta offrendo, è probabile che nei prossimi anni si avranno alcune situazioni regionali e forse anche nazionali (Austria, Germania federale?) che verificheranno in concreto le diverse ipotesi, a meno che i verdi stessi, abbastanza poco disinvolti sul piano della Politica e delle Istituzioni, non contribuiscano improvvisamente a liberare le forze tradizionali da questi imbarazzi.
Una cosa comunque si può prevedere fin d'ora con una certa sicurezza: che i verdi nel prossimo futuro rappresenteranno piuttosto degli "organi di coscienza" che dei veri e propi partiti: stimoli alla critica pratica della società militarista ed industrialista, autoritaria ed espansionistica, e momenti di contestazione di fondo, magari con proteste radical-riformiste, ma non principalmente dei potenziali alleati di maggioranze governative.
A questo proposito ha assunto una certa rilevanza la questione, talvolta quasi ossessivamente avanzata, se i verdi siano di destra o di sinistra. Vorrei in proposito riprendere alcune argomentazioni che avevo proposto circa un anno fa (nel gennaio del 1985 su il Manifesto), arricchendole di nuove riflessioni esposte negli ultimi mesi in varie sedi (al festival nazionale dell'Unità, a Ferrara, e sulle colonne di Alfabeta, per esempio).
Qualcuno, per comodità di polemica, aveva coniato un semplicistico slogan: "non si può essere verdi se non si è rossi". Ed aveva, per ulteriore comodità di semplificazione, trovato scandaloso che i verdi non accettassero di omologarsi al nobile campo di sinistra, insinuando chissà quali inconfessabili interessi o inclinazioni. Così rapidamente e senza grandi fatiche in certe situazioni i verdi venivano etichettati nemici del popolo.
Fosse così semplice, e si potesse risolvere tutto con alcuni riferimenti classici al dogma, sarebbero persino da stare allegri. Basterebbe un elementare sistema di cartine tornasole per distinguere i buoni dai cattivi. Chi sta con gli operai e chi contro, chi sta con il capitale chi contro, o qualcosa del genere. Il mondo tornerebbe a girare per il verso giusto, dove il rosso si contrappone al bianco ed al nero, ed il più rosso è il migliore dei rossi.
Invece tutto è terribilmente più complesso. Anche perchè è molto difficile stabilire cosa voglia dire, oggi, essere di sinistra, distinguendo la sinistra per le sue opere, non solo per le sue parole.
In un mondo in cui persino in Cina si rivaluta il profitto e l'iniziativa privata e buona parte della sinistra italiana si era appiattita sulla cultura dell'emergenza antiterroristica, e dove la socialdemocrazia austriaca - cittadella dei garanti di ogni specie - comincia ad interessarsi dell'economia sommersa ed i sindacati parlano del part-time, si converrà che il concetto di sinistra perlomeno non si rivela immediatamente utile per attribuire con chiarezza delle scelte politiche ad un determinato campo sociale ed ideale piuttosto che ad un altro. Anzi, spesso la differenza tra destra e sinistra - e non solo nella politica estera, militare, nucleare, ecc. - è simile alla differenza tra il cacciatore ed il bracconiere: entrambi fanno la stessa cosa, ma a titolo diverso. E nel forte cambiamento sociale ed ideale che stiamo vivendo, certe categorie politiche ormai sembrano aver fatto il loro tempo. Al massimo si potrà indicare un certo schieramento sociale o una certa tradizione politico-culturale (di azione e di pensiero) con la convenzionale denominazione di "sinistra" o "centro" o "destra". E senza volermi sottrarre alla mia storia - che è situata chiaramente e convintamente nel campo della sinistra - voglio anche sottolineare come la sinistra - in Italia ed altrove - abbia contribuito a suo modo anche a provocare una situazione sempre più bloccata che oggi la vede prigioniera di alcuni suoi stessi meccanismi, ed in ritirata un po'su tutto il fronte.
Ed, in particolare, l'insistenza della sinistra sulla costruzione di uno schieramento per l'alternativa di governo come premessa di ogni processo di rinnovamento e cambiamento sociale ha finito per premiare sostanzialmente lo schieramento avversario: la sinistra non è riuscita - salvo nelle regioni rosse e su contenuti ben poco alternativi - a costruire intorno a sé un sistema di alleanze sociali capace di conquistare la maggioranza (sociale, non solo politica), e solo nel periodo dei grandi movimenti di massa sono maturate quelle aggregazioni di consensi e di tessuti nuovi che hanno portato allo scossone elettorale, in Italia, del 1975-76, e che oggi non a caso si sono sbriciolate.
Oggi la crisi, anzi, la mancanza di ogni grande progetto a sinistra e la perdita pressoché completa di legittimazione dell'utopia socialista non favorisce certo la prospettiva di una nuova aggregazione imperniata sulla sinistra, anche se la decadenza e la corruzione del "capitalismo realizzato", può contribuire, nonostante rampanti modernizzazioni e riscoperte neoliberiste, a determinare certi effimeri successi elettorali della sinistra (se non in Italia, magari altrove).
Come si può allora pretendere che le nuove spinte provenienti da un impostazione "verde" - con tutta la sua carica di radicalità eco-pacifista e di critica di fondo alla civiltà dominante, ma anche con tutta l'ingenuità e la frammentarietà di un abbozzo teorico, ideale e sociale ancora in fieri - passino per forza attraverso la cruna dell'ago del dogma "rosso" e dello schieramento "di sinistra", quassi fosse l'unico abilitato ad ospitare e legittimare teorie e prassi di trasformazione e di giustizia sociale?
In altra occasione mi è capitato di paragonare il rapporto tra il "verde" ed il "rosso " (termini semplificativi, ovviamente) al rapporto che i cristiani vedono intercorrere tra il Nuovo e d il Vecchio testamento, tra cristianesimo ed ebraismo. "Non si può essere cristiani, senza essere ebrei" decretavano - nel primo secolo di predicazione cristiana - i custodi della tradizione, pretendendo la circoncisione e la frequentazione della legge israelitica dai novelli seguaci del vangelo. Se il cristianesimo non avesse superato quell'angusta impostazione, sarebbe diventato uno dei filoni dell'ebraismo di allora, ed ancor più probabilmente una setta. Accettando invece di operare in campo aperto e tra i "gentili", esso è diventato un fenomeno epocale.
Senza voler forzare le analogie, sempre di valore limitato, mi sembra che si possa dire che il "verde" non possa essere presentato come "naturale" proseguo della tradizione "rossa", quasi ne fosse lo sbocco obbligato ed automatico, e che un affiancamento troppo stretto tra "rosso" e "verde" rischierebbe di sterilizzare molta parte del potenziale dinamico ed innovativo che ecologismo e pacifismo possono attivare in aree non toccate dalla sinistra o ad essa inaccessibili. Ma di ciò dirò meglio tra poco.
Per intanto vorrei solo ribadire che una logica di schieramento e di blocco non favorisce i cambiamenti, le nuove aggregazioni, la possibilità di introdurre nuovi valori e prospettive. Un ragionamento verde, a mio avviso, deve essere trasversale rispetto alla tradizione logica delle sinistre e possa, anche per questo motivo, incentivare la formazione di nuovi progetti e di nuove alleanze sociali.
Ma per tutto un periodo non breve l'approfondimento di una visione ecologista porterà allo scoperto distanze piuttosto marcate tre "verde" e "rosso", anche se conforta vedere nella sinistra importanti squarci di sensibilizzazione verde (dall'attuale dibattito sul nucleare della Cgil e nel Pci, al "sindacato dei cittadini" della Uil, all'attenzione riservata a La qualità sociale di Ruffolo, a certe recenti prese di posizioni in ordine a casi gravi di inquinamento, e così via).
Non credo, sia chiaro, che i verdi debbano lanciarsi in primo luogo contro la sinistra (almeno in Italia), né che essi si possano considerare un po'a metà strada tra destra e sinistra, equidistanti dagli opposti estremismi o qualcosa del genere.
Ma sempre meno si potrà dire impunemente che non si è verdi senza essere rossi, ed anzi si dovrà capire - a sinistra - che non si potrà più essere verdi senza essere rossi. Al di là dei giochi di parole sui colori; sarà la stessa emergenza ecologica e la crisi dello "sviluppo" ad aprire molti occhi.
E' possibile, quindi, che i verdi diventino punto di incontro, di rifondazione e di fusione di aspirazioni vecchie e nuove, e che intorno all'ecologismo, accanto a qualche bandiera lasciata cadere a sinistra (magari sessantottesca), si raccolga anche qualche idealità smarrita tradizionalmente dalle sinistre e magari rifugiata a destra: per esempio il senso della differenza contro un malinteso trionfo dell'uguaglianza; o il bisogno di identità, di tradizione, di "patria" (parlo delle piccole patrie, non di quelle che chiamano al fronte); o una domanda di spiritualità e di interiorità; o la rivalutazione dell'iniziativa personale e comunitaria rispetto allo statalismo ed all'adorazione dell'"ente pubblico"; o una ricerca di "comunità" non riconducibile alla socialità politicizzata e strutturata propria della tradizione di sinistra.
Penso ad un polo autonomo di elaborazione e di aggregazione che riesca a raccogliere ed esprimere anche bisogni "impolitici" e non toccati e classificati dalla consolidata polarizzazione politica: se i verdi riusciranno a rispondere a questo bisogno, ciò sarà assai più importante e necessario che non raggiungere l'ennesima variante di "rosso" alle numerose e spesso rissose tonalità già esistenti in quella gamma.
E non credo sia lontano il giorno in cui le menti ed i cuori più autenticamente popolari, nella sinistra, scopriranno che molte delle loro fondamentali speranze dovranno ricollocarsi in una prospettiva "verde" per ritrovare un senso, nelle mutate condizioni storiche e dopo le sperimentazioni rosse messe alla prova per circa un secolo.
Ma ciò mi induce a fare rilevare un importante tratto in comune tra i verdi e la sinistra che mi sembra meriti una riflessione critica e qualche sostanziosa conseguenza da trarne.
Anche i "verdi", infatti, hanno finora assunto - prevalentemente, almeno in Europa e nel mondo industrializzato - il volto di un movimento essenzialmente utopistico.
Intendo dire: un movimento (di pensiero, culturale, politico ecc.) che aspira a qualcosa che non si ha o non si è, ma si vorrebbe avere o diventare, immaginando un possibile mondo migliore da realizzare nel futuro.
Un mondo pacificato, liberato dall'aggressività delle armi e dello sfruttamento distruttivo dell'ambiente, il regno della cooperazione al posto della concorrenza, della solidarietà al posto della competizione, l'equilibrio (tendenzialmente stabile) economico e ecologico al posto dell'espansione e della crescita, la salvaguardia e la valorizzazione delle diversità invece che l'omologazione e la standardizzazione di tutto e di tutti. Dimensioni conviviali e non industriali - anche nello sviluppo tecnologico, nella produzione dei consumi, nella stessa democrazia e convivenza organizzata della società. Realizzazione di un nuovo rapporto con la natura e l'ambiente che - se già non è possibile ripristinare alcuna integrità violata e distrutta - almeno aiuti l'umanità a non procedere a ulteriori e del tutto irreparabili mutilazioni.
Sotto questo profilo di progettualità utopistica, i verdi sembrano parenti abbastanza stretti di altri movimenti o di altre correnti utopistiche: dagli scenari socio-religiosi che immaginano un nuovo mondo sino alle utopie di matrice socialista e comunista. In tutti questi movimenti domina una volontà di cambiamento e trasformazione profonda, spesso con un richiamo alle origini (al cristianesimo primitivo anteriore all'istituzionalizzazione costantiniana, al consumismo e collettivismo primitivo anteriore ai grandi interventi umani su scala industriale) e con l'indicazione di un orizzonte di speranza e di obiettivi da raggiungere.
Questi movimenti, dunque, esprimono una critica - in genere assai radicale - allo stato presente delle cose, talvolta con tinte anche apocalittiche (l'immiserimento progressivo del proletariato, l'inesorabile autodistruzione del genere umano ecc.). e tendono a individuare un possibile futuro più o meno "paradisiaco" nel tempo a venire, purchè si segua la strada della progettualità utopistica e i programmi concreti che ne sostanziano l'avvento graduale o repentino.
Una riprova meno ideologica e più materiale del carattere fortemente ideale e utopistico del movimento verde lo offre la geografia sociale e territoriale dei suoi insediamenti e dei suoi consensi elettorali. Aderiscono a idee verdi e praticano magari anche qualche impegno concreto in tal senso soprattutto persone che vivono nelle città, che hanno un livello abbastanza elevato di istruzione e di cultura, che spesso appartengono a ceti sociali del settore terziario e che comunque vivono prevalentemente nel nord del mondo (industrializzato, "progredito", con alti livelli di consumi), che soffrono delle numerose forme di amputazione del loro rapporto con la natura e che al di là dei loro interessi economici più immediati assumono un ethos e una coscienza che qualcuno chiama post-materiali (e post-industriali) e che comunque privilegiano le ragioni del lungo periodo rispetto a quelle - certamente più stringenti e rapaci, ma anche assai miopi - dell'immediato presente e futuro.
In altre parole: si aderisce al movimento verde più facilmente abitando nella metropoli e sentendo la mancanza di ogni diretto contatto con la natura (il latte arriva nel cartoccio e gli animali si vedono solo alla TV e allo zoo) che non lavorando la terra o vivendo nelle aree ancora meno industrializzate.
Questa situazione, di per sè non nuova (il movimento che si rifà al proletario non è forse figlio di intellettuali, piccoli e grandi borghesi, artigiani e altri rinnegati delle proprie condizioni materiali!), contribuisce tuttavia a esporre il movimento verde e alcuni rischi. Ne vorrei individuare soprattutto tre: 1. di rimanere una corrente minoritaria, tra l'illuminista e il predicatore (come talvolta accade al Partito radicale), e di non riuscire quindi a coinvolgere strati più larghi della società, soprattutto tra i ceti popolari, 2. di esercitare oggettivamente una concorrenza soprattutto alla sinistra, di cui soggettivamente molti verdi non riescono a non sentirsi parte integrante, anche se magari sofferente (soprattutto in Italia e in Olanda, un po'meno in Germania federale), e di non superarne quindi il perimetro culturale, sociale e ideale, rimanendone un po' ostaggi e un po' mosche cocchiere, 3. di perdersi nell'astrattezza di chi sogna o progetta il mondo migliore, finendo essenzialmente nell'"ideologia".
Al contrario delle caratteristiche che finora assunte dal movimento verde in Europa e negli Stati Uniti, esistono invece paradossalmente ampie aree geografiche e sociali, nelle quali sono (ancora diffuse pratiche, modi di vita e idee di valori che potremmo definire "verdi-ruspanti", o, forse meglio, naturaliter (che poi vuol dire sempre: "culturalmente"!) verdi.
Mi riferisco per esempio a regioni quali quelle dell'arco alpino e del meridione, dove la diffusione dell'industria, dello sfruttamento turistico di massa e di altre forme di modernizzazione imposta non ha ancora interamente sfondato e non è riuscita ancora a cancellare e snaturare integralmente le civiltà preesistenti.
Basti pensare - seppure sommariamente e senza indulgere a romanticismi o nostalgie - quante manifestazione di vita personale e comunitaria conservano vitali elementi di un rapporto con la natura e tra la gente che si potrebbe definire "spontaneamente ecologico" dall'economia di sussistenza alla coltivazione diretta, dall'agricoltura differenziata (non monocoltura) a tante forme ancora esistenti di artigianato, dalla sopravvivenza di forme comunitarie, non-statuali e non-istituzionali alla solidarietà vicinale e al mutuo aiuto, dall'ospitalità alla festa, dalle dimensioni stesse della vita quotidiana (ridotta densità della popolazione, della velocità, dell'accumulazione, delle differenze sociali...) al modo di sentire e di praticare tradizioni, costumi, idiomi, modi di dire....
Insomma: senza assolutamente voler disconoscere i molti elementi di alterazione violenta espansionista che ormai anche nei tessuti sociali più risposti e meno intaccati dalla mercificazione si trovano in abbondanza, e senza nascondersi in molti limiti e le molte contraddizioni insite nelle forme sociali meno moderne, non si può non notare che parecchie di quelle cose che altrove i verdi (o anche altri) faticano a "riscoprire", in certe aree geografiche o sociali non sono o ancora del tutto estirpate e omologate. E una diffusa differenza contro il "progresso", che in quelle zone si riscontra, può essere letta anche come difesa contro una modernizzazione alienante imposta dall'alto e dall'esterno; e come un'affermazione in positivo di peculiarità e di identità da salvaguardare e sviluppare.
In genere, in simili regioni d'`Europa le forze politiche dominanti sono di orientamento "conservatore", come si usa chiamare la destra moderata, non-fascista. E gli strati sociali in cui tali comportamenti e valori sono radicati, tendono a votare in politica per le "forze di conservazione". Non c'è troppo da meravigliarsene e non si potrebbe neanche dare torto a chi opta per la conservazione di qualcosa di prezioso, di valido, di radicato, di peculiare, di equilibrato e di umano.
Cosa che la sinistra in genere mostra di non aver capito, tanto da non essere mai riuscita a penetrare profondamente e tanto meno a esercitare alcuna egemonia nelle aree di cui parliamo. Anzi, la caratterizzazione "anticonservatrice" della sinistra ha fornito i trionfi della destra, consentendole di compiere una colossale e riuscita mistificazione: presentarsi - in genere con l'aiuto dei funzionari della religione, dei valori tramandati, e gestire intanto senza concorrenza una vasta trasformazione distruttrice che ha sfigurato in maniera selvaggia l'ambiente e i tessuti sociali, rovinando, commercializzando e volgendo in folclore (importante instrumentum regni) tutto ciò che asseriva di voler conservare.
Bisognerebbe finalmente contestare alla destra il diritto di fregiarsi delle insegne della "conservazione": in realtà "conserva" unicamente - e neanche sempre! - i rapporti di potere, quando si minacci un cambiamento in direzione della giustizia e dell'uguaglianza. (Per rendersi conto di quanto paco "conservatrice" sia in realtà la destra, basta osservare le vicende di forsennate imprese edili, industriali, militari, turistiche e via dicendo nei regni di questa destra pseudo-conservatrice: dalla Baviera al Veneto, dalla Sicilia al Molise).
Che la destra sia realmente "conservatrice" è dunque, in gran parte, una bugia ereditaria che ormai ci si trascina dietro senza verifica critica, e che comunque le ha permesso di farsi forte di una reale esigenza di molte persone e gruppi sociali. Sarebbe ora di "andare a vedere".
Come bisognerebbe "andare a vedere" se la denigrazione progressiva della "conservazione" non si basi anch'essa su una bugia ereditaria: che cioè in fin dei conti le cose (la vita, la società ecc.) possono solo migliorare. Ma è poi vero che la gente è convinta che col passare del tempo e col progresso della scienza, della tecnica. ell'industria ecc. la vita diventi via via più vivibile, più bella, più giusta, più gratificante? Credo che solo degli incalliti ideologi possano rispondere di sì senza esitazione.
Succede così che, magari sul fondamento di alcune bugie ereditarie e di assiomi ideologici, la sinistra si sia lasciata storicamente collocare in posizione di svantaggio in una serie di binomi dialettici: occupando lo spazio dell'utopia, lasciava alla destra quello dell'esperienza; imperniando la propria azione in vista del futuro, il passato rimaneva di pertinenza alla destra; alle speranze un po' visionarie della sinistra, la destra poteva opporre il buon senso, e rivendicare la profondità delle radici contro le fioriture un po'effimere della sinistra.
La difficoltà della sinistra di diventare "maggioranza" ha anche a che fare con la difficoltà della gente di fidarsi di un futuro non provato alla luce dell'esperienza.
Ora mi pare che per il movimento verde possa aprirsi uno spazio di coinvolgimento e di affermazione popolare laddove i "rossi" non sono riusciti a fare breccia. Se i verdi sapranno rinunciare alla tentazione intellettualistica di presentarsi come rinnovatori del mondo in nome di progetti e principi astratti, e riusciranno invece a collegarsi a quanto di vivo e di propositivo si può ricavare dall'esperienza non ancora cancellata dei rapporti tra uomo e natura, e tra uomini, nella cultura popolare, il discorso verde potrebbe smascherare contemporaneamente la falsità del "conservatorismo" della destra e del "progressivismo" della sinistra, prospettando una via d'uscita, davvero liberata dalla consunta polarizzazione ereditaria tra destra e sinistra.
Un motivo in più per chiedere che i verdi non si presentino come semplice appendice o riedizione della sinistra, ma facciano il possibile per sviluppare piena autonomia e per recuperare un saldo rapporto con elementi della tradizione e della "conservazione".
Il discorso verde non può parlare solo di futuro e non di passato, di utopia e non di esperienza, di visione e non di buon senso... In questa luce credo che il vero banco di prova dei movimenti verdi si trovi non nelle grandi metropoli e nei ceti post-industriali, ma nelle regioni e negli strati sociali che non hanno ancora subito per intero la lobotomia industriale e modernizzatrice. Un banco di prova assai difficile, ma invitabile, se si vuole arrivare in profondità.

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