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alexander langer (22)

I verdi dopo i grünen

1.5.1991, In: "Metafora verde", maggio 1991
Con le elezioni del nuovo Bundestag della Germania unificata (2-12-1990) i "Grünen" sono sostanzialmente spariti dal parlamento. Dai 42 deputati verdi che erano stati eletti nel 1987 nella vecchia Bundesrepublik (la repubblica federale di Germania), ed ulteriori 7 rappresentanti civici e verdi che si erano aggiunti dal 3 ottobre 1990 provenienti dalla Volkskammer (il parlamento della DDR che prima di sciogliersi aveva inviato i suoi delegati proporzionali per due mesi scarsi al parlamento di Bonn), si sono ridotti a 8 rappresentanti della coalizione tra movimenti per i diritti civili (6) e verdi (2), presentatasi alle prime elezioni "unificate" nei territori della ex-RDT. Nessun verde occidentale è stato eletto, in quanto i "Grünen" con il 4,8% (dal 8,3% nel 1987) non hanno raggiunto la soglia minima del 5% sul territorio delle "vecchie" regioni federali. Se 8 deputati dell'est possono ugualmente entrare in parlamento, lo devono a una pronuncia della Corte costituzionale di Karlsruhe, che ha disposto che il quorum del 5% per questa prima elezione andava calcolato separatamente nei territori dell'est e dell'ovest, ed aveva così spianato l'ingresso del Bundestag agli ex-comunisti della SED di Gysi (ribattezzati - anche loro! - PDS) ed all'alleanza tra movimenti civici e verdi ("Bündnis 90/Grüne", 6% dei voti dell'est).
Insieme ai 49 deputati, anche 266(!) collaboratori parlamentari hanno di colpo "perso il posto", per non parlare della fine dei finanziamenti legati alla presenza dei "Grünen" nel Bundestag. E sicuramente un ricco patrimonio di competenze, preparazione, iniziative, ed un "ombrello" talvolta rilevante di sovvenzioni, appoggi e servizi sono venuti a mancare - come osservano ora con rammarico persino i commentatori della grande stampa che di solito non è tenera verso i verdi, ma che si rendono conto che il nuovo Bundestag sarà assai sciapo senza i "Grünen".
Così improvvisamente sono fortemente diminuite la visibilità e l'agibilità politica dei verdi tedeschi, ed il segnale di quella sconfitta si diffonde in tutta Europa (ed oltre), proprio a causa del ruolo-guida che a ragione ed a torto era stato attribuito da tempo ai "Grünen" rispetto al movimento verde. Si dovrà probabilmente dire che tutto un ciclo storico dell'ecologismo politico, quello contrassegnato per l'appunto dall'emergere dei verdi tedeschi come primo "partito politico dell'urgenza eco-pacifista" e come "titolari politici del verde" ora è concluso. Tutti i partiti si sono rinverditi, e i verdi tedeschi sono apparsi o superflui o comunque non indispensabili, e gli elettori germanici, pur messi in guardia, dai "Grünen", delle numerose catastrofi ambientali imminenti o già avviate e della crisi del Golfo, della rinascita di un nuovo sciovinismo da Grande Germania e dei pericoli dell'Europa del Mercato Unico, hanno preferito affidarsi ai partiti tradizionali o non andare a votare. Si calcola, infatti, che i verdi tedeschi abbiano perso i loro voti equamente tra socialdemocratici (rinverditi con lo sfortunato candidato Lafontaine ed arricchiti della presenza del transfuga Otto Schily), liberali (visti come utile contrappeso nella coalizione con i democristiani), astensioni (di gente che non si riconosceva più nei verdi e preferiva non votare per nessuno), neo-vetero-comunisti del PDS (una parte dell'ala sinistra dei verdi vi aveva esplicitamente aderito) e persino democristiani (dimostratisi sensibili ai temi del regionalismo, dell'ambiente e del "piccolo è bello").
Non è facile distinguere nell'analisi le ragioni specificamente "tedesche" di questa sconfitta, inerenti cioè al partito dei "Grünen" ed alla congiuntura storica della Germania unificata, e quelle più generali, che potrebbero valere anche per altri partiti verdi dell'Europa occidentale che non navigano neanche loro nelle migliori acque: basti pensare ai risultati elettorali piuttosto deludenti in Spagna (politiche 1989), in Italia (Roma 1989, regionali ed amministrative del maggio 1990), in Grecia (politiche 1989 e 1990), in Olanda (politiche 1990), in Austria (elezioni politiche 1990), in Gran Bretagna (si tratta di risultati assai parziali e di sondaggi, ma il trend sembra simile), in Portogallo (assenza dalla campagna presidenziale 1991).
Le prime spiegazioni della disfatta dei verdi tedeschi sono le più scontate e già dette, ma meritano di essere ricordate. Mentre tutti i tedeschi si occupavano, per forza di cose, dell'unificazione delle due Germanie e questo era, inevitabilmente, il tema dominante dell'anno e della campagna elettorale, i "Grünen" avevano prima scongiurato e combattuto, poi aspramente criticato ed infine minimizzato tale evento ("tutti parlano di Germania - noi parliamo del tempo" era il loro slogan, con i loro messaggi elettorali incentrati sul clima). E quando di fronte all'affrettata unificazione saliva in molti ambienti, preoccupati di un risorgente nazionalismo tedesco, una forte domanda d'Europa, i "Grünen" rispondevano con i loro vecchi anatemi contro l'Europa dei mercati e dei capitali, incapaci di cogliere positivamente questo nuovo orientamento post-nazionalista e di opporre alle nuove tentazioni argomentazioni non puramente derivate dal passato. Incarnazione della massima auto-diffidenza storica dei tedeschi e tendenti a scorgere quasi una propensione biologica al nazismo nel patrimonio ereditario tedesco, non hanno potuto convincere la gente a riconoscersi nel loro... disfattismo che persino nell'uso del termine "Deutschland" (Germania) al posto di "Bundesrepublik" (repubblica federale) voleva leggere inclinazioni nostalgiche. La loro insistenza sui temi relativi a settori minoritari e discriminati della popolazione (i rifugiati ed immigranti, i rom, le minoranze sessuali, i giovani estremisti occupanti di case, ecc.) era diventata sempre più unilaterale, incapace di rapportarsi ai sentimenti ed alle preoccupazioni delle maggioranze, e poco comunicabile persino nel linguaggio.
Per non parlare delle condizioni più strettamente riferite al partito, alla sua vita interna, alla sua immagine pubblica. Dilaniato da anni nei due campi contrapposti dei "fundis" ("fondamentalisti") e "realos" (sostenitori di una "Realpolitik" più attenta alle istituzioni ed alle questioni del potere), a loro volta frammentati i numerose correnti e sotto-correnti, erano diventati spesso una caricatura di se stessi, e delle idee di fondo che avrebbero dovuto contrassegnare il loro progetto politico, sempre più spesso si riducevano a formule rituali e meccanismi burocratici. Un esempio ne è la controversa (e spesso non rispettata) rotazione nelle cariche elettive, che avrebbe dovuto segnalare il superamento del professionismo in politico e dell'attaccamento alla carriere (risoltosi non di rado in dilettantismo o in giochetti poco limpidi per farsi dispensare dalla rotazione). Un altro esempio lo fornisce la questione uomo-donna: partiti per affermare la piena parità dei diritti e delle opportunità ed il valore dello "specifico femminile" (e riusciti a contaminare con successo altri partiti, organismi, ecc.), i "Grünen" si erano ritrovati alla fine ad essere i guardiani delle "quote" (la lottizzazione donne/uomini), delle precedenze formali accordate alle donne, delle desinenze dei vocaboli ribattezzati al femminile... Altrettanto si può dire della democrazia interna, ridefinita ironicamente "basocrazia" da parte soprattutto dei "realos": con la giusta preoccupazione di non ridurre la politica al teatrino dei capi e di non nascondere la dimensione collettiva dell'impresa verde dietro l'immagine gonfiata dei leaders resi tali magari solo dalla stampa, i "Grünen" hanno finito - al contrario - ad esercitarsi da sempre al tiro al piccione contro chiunque emergesse un tantino ed avesse una qualche notorietà "esterna". Il/la colpevole immediatamente veniva definito "promi" ("vip") e richiamato al suo dovere di disciplina verso la base, che finiva però per essere in pratica la modesta base del funzionariato e degli iscritti al partito - pochi, tutto sommato, appena sufficienti (circa 20.000) a coprire la pletora di cariche interne ed esterne al partito che il consenso elettorale relativamente considerevole (7-12%, con punto anche superiori, e qualche volta superiori) loro assegnava. Insomma, un trionfo diffuso della lettera sopra lo spirito, ed una dominanza del velo ideologico solo raramente veramente squarciato (e non solo denunciato a parole). La stessa divisione in "fundis" e "realos" si era fortemente cristallizzata, fino a coincidere con la più vecchie delle distinzioni tra "sinistra" e "destra" del partito, tra anti-capitalisti e riformisti, tra oppositori (verbali) al sistema e collaborazionisti, tra "puri" e "contaminati".
Nella società tedesca tutto questo ha prodotto un diffuso senso di delusione e di crescente freddezza verso i verdi, che pure erano stati gli interpreti più efficaci di tutto un nuovo modo di sentire, di pensare, di vivere, di quella vera e diffusa "altra Germania" che ha forgiato e diffuso una nuova cultura e restituito al mondo ed all'Europa un popolo che era stato così profondamente marchiato dall'esperienza nazista.
Ma i "Grünen" non sono riusciti a svolgere un ruolo (ed essere percepiti come tali) diverso da quello delle Cassandre - sui problemi ambientali non meno che su quelli storico-politici del popolo tedesco. Ed hanno chiuso questa elaborazione in un linguaggio, in un circuito di esperienze e di dibattito ed in una proiezione politica che quanto più affermava di parlare a nome della maggioranza della gente o addirittura dei viventi, tanto più diventava autosufficiente e convinto di avere ragione in solitudine. Come chi ha mangiato troppo della mela della conoscenza e non può che trovare banale e scontato tutto quello che gli altri fanno e sanno, e finisce per essere odiato per la sua spocchia poco amorevole, anche i "Grünen" sono stati visti - alla fine - come una sorta di ente (assai qualificato e competente, magari) addetto ad esprimere la protesta ed il rifiuto (giustificati, al fondo, ma intraducibili in pratica politica e quotidiana per i meno virtuosi ed eroici), con la tacita intesa che poi la realizzazione pratica - per quanto possibile - delle riforme da loro postulate e delle risposte alle loro domande dovesse comunque essere affidata ad altri. E non a caso gli altri partiti, le amministrazioni, le autorità, le varie istituzioni (dall'Università sino ai grandi magazzini) nel frattempo si erano attrezzati a rispondere in qualche modo alle esigenze ambientaliste e di diversa cultura stimolate dai verdi - sino a rendere superflui coloro che erano stati tra i principali veicoli di questa presa di coscienza.
Incapaci di uscire dal minoritarismo, dilaniati da conflitti e concorrenzialità interna, fossilizzati nei propri riti, dogmi e gusci, insensibili alla rifondazione tedesca, diventati una caricatura burocratica di se stessi, espropriati da altri delle proprie tematiche più trainanti e convincenti - come meravigliarsi che i "Grünen" tedeschi non siano più riusciti a superare quella soglia di accesso alla rilevanza politica che l'ordinamento ha fissato proprio per evitare la proliferazione di opzioni minoritarie?
Ma la domanda di fondo che questa sconfitta pone a tutto il movimento verde in Europa, sembra essere soprattutto questa: è ancora vero che ad una politica di risanamento ambientale e di conversione ecologica fa bene avere nel sistema politico-parlamentare quel "braccio secolare" che i verdi - proprio a partire dai "Grünen" tedeschi - avevano cominciato ad essere, con importanti effetti di proliferazione, di moltiplicazione, di contaminazione, di osmosi, di apertura di conflitti, di progettazione di soluzioni? O non si sono trasformati, magari, i verdi "politici" in una sorta di boomerang, che rischia di isolare e banalizzare, ghettizzare e minimizzare le istanze che essi vogliono rappresentare, offrendone al sistema una conta al ribasso ed un comodo pretesto di marginalizzazione? Sono (o possono essere) i verdi ancora quello strumento che fa entrare in politica, nella cultura, nel dibattito sociale la presa di coscienza ecologica, o corrono il pericolo di rappresentarne il loculo minoritario e sterile? Insomma, riescono i verdi a rafforzare, estendere e rendere più credibile l'opzione ecologista, o ne rappresentano piuttosto - per una serie di errori politici e forse per la stessa difficile traducibilità politico-democratica di una fondamentale istanza di auto-contenimento e di auto-limitazione della società affluente - una rappresentazione marginalizzante e riduttiva?

Qualora ci si convincesse di questa ipotesi, sarebbe meglio lasciar perdere e cercare altri modi per perseguire e raggiungere gli obiettivi "verdi". Ed è questa la domanda cui i "Grünen" - forse di nuovo per primi in Europa - non sfuggiranno.

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