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Colloquio con Claudia Roth sul futuro dei verdi in Europa

1.5.1995, da "La via verde", ed. Passigli, maggio 1995

Negli anni '80 il movimento verde ha suscitato un nuovo approccio alla politica, all'economia, alla società. La questione ambientale, vista non come hobby ecologico o come problema settoriale da risolvere, bensì come paradigma di una crescita non più sostenibile e di una metánoia da compiere, si è rilevata una fruttuosa ed originale chiave di lettura e di azione.

Con Claudia Roth, capolista dei Verdi tedeschi alle ultime elezioni europee, siamo stati eletti nel luglio 1994 co-presidenti del secondo Gruppo Verde del Parlamento europeo *). Insieme a due vice-presidenti, la belga fiamminga Magda Aelvoet e l'irlandese Patricia McKenna, ed al tesoriere Frieder Otto Wolf (Germania), coadiuvati dal segretario generale Juan Behrend e la sua vice Voula Tsetsi ci tocca condurre un Gruppo diventato più piccolo, rispetto al 1989 (attualmente 25 membri; nel 1989, con un Parlamento meno numeroso, erano 29), ed assai impoverito sul fianco sud, privo com'è di francesi, portoghesi, spagnoli e greci. Più sviluppato, invece, il lato nord, con tedeschi (con 12 quasi metà del Gruppo!), belgi, irlandesi, olandesi, lussemburghesi, svedesi, austriaci. Dall'Italia ci sono i tre Verdi (Adelaide Aglietta, Carlo Ripa di Meana ed il sottoscritto) e Leoluca Orlando (Rete), sindaco di Palermo.
In una conversazione-duetto con Claudia Roth (40 anni, precedenti impegni nel settore audio-visivo, del teatro e del lavoro stampa e pubbliche relazioni, proveniente dalla Germania sud-occidentale) cerchiamo di riflettere sul futuro dei Verdi europei.

AL: Negli anni '80 il movimento verde ha suscitato un nuovo approccio alla politica, all'economia, alla società. La questione ambientale, vista non come hobby ecologico o come problema settoriale da risolvere, bensì come paradigma di una crescita non più sostenibile e di una metánoia da compiere, si è rilevata una fruttuosa ed originale chiave di lettura e di azione. L'ingresso dei Verdi anche in politica ha obbligato tutti a reagire, a rinverdirsi. Ministeri per l'ambiente, campagne pubblicitarie incentrate sul "naturale", programmi politici ed amministrativi ridipinti o davvero riveduti ne sono stati la conseguenza... Di anno in anno i Verdi, pur minoritari, espandevano una qualche loro significativa presenza in questo o quel paese europeo. Nel 1989 alle elezioni europee, ben 12 milioni di cittadini hanno votato per i Verdi. Oggi il trend invece non appare favorevole ai Verdi. Dopo la caduta dei regimi comunisti all'Est, un nuovo consenso incentrato sulla competizione e la crescita economica sembra imporsi, e le crisi economiche e sociali sembrano voler risospingere la priorità ecologica nel limbo del lusso: un optional non poi così necessario. Il relativo indebolimento che i Verdi hanno conosciuto alle ultime elezioni europee, potrebbe essere non solo una mediocre pagella per come abbiamo lavorato, ma anche l'indizio di uno spostamento di attenzione, di abbandono del breve sogno di una politica di "pace tra gli uomini, pace con la natura". I Verdi francesi hanno subíto severi contraccolpi, i Verdi britannici oggi sono quasi scomparsi, e questa volta non a causa del loro sistema elettorale (nel 1989 con 3 milioni di voti, il 12%, non avevano accesso alla rappresentanza politica!), in diversi paesi i Verdi ristagnano elettoralmente o addirittura subiscono flessioni (Austria, Italia, Olanda, Belgio...). D'altra parte è indubbio che ormai i Verdi sono anche una forza di governo: il primo ministro verde - dopo il blitz di Francesco Rutelli, ministro per un giorno in Italia - in un governo nazionale si è ormai installato in Finlandia, in diverse regioni e comuni i Verdi sono parte di coalizioni di governo.

E come già alla fine degli anni '70 / inizio anni '80, il paese-locomotiva per i Verdi anche oggi sembra essere la Germania. Lì i Verdi - scomparsi (quegli occidentali) dal Parlamento federale nel 1990, in seguito alla loro critica all'unificazione nazionale - ormai vanno a gonfie vele e per la prima volta hanno conquistato un peso di rilievo nel cuore industriale (e post-industriale) del paese, nella regione del Reno, Ruhr e Vestfalia. Mentre parliamo, i negoziati su una coalizione rosso-verde alla guida del più importante e popoloso Land tedesco sono in corso. Il governo di Kohl, intanto, ha levato formalmente la sua voce contro l'affondamento della piattaforma petrolifera Brent Spar della Shell nel mare del nord (contribuendo così ad affondare questa pericolosa intenzione, e dando oggettivamente una mano decisiva ai Verdi e a Greenpeace), e discute di una riforma fiscale ad impostazione ecologica, ed ha tentato di spronare a Berlino durante la Conferenza mondiale sul clima i paesi industriali ad assumersi una ben maggiore responsabilità per l'ambiente.
Cosa succede in Germania? I Verdi hanno attraversato felicemente il loro deserto, e stanno obbligando tutti ad una specie di terra promessa della correzione, se non proprio conversione ecologica?

CR: Certo, per noi Verdi tedeschi è una grande emozione essere diventati ormai una forza così importante e forse tra poco decisiva per il nostro paese. Da contro-corrente che eravamo, oggi riusciamo ad influenzare delle correnti, ed abbiamo ormai un posto stabile di terza forza politica, superando chiaramente sia i liberali che i post-comunisti dell'est. Il segreto del nostro successo sta soprattutto nella capacità, finalmente consolidata, di mettere insieme radici così diverse e molteplici, e farle davvero coesistere fruttuosamente. Siamo una coalizione in cui trovi la contadina e la femminista, il sindacalista e l'ecologista anti-industriale, i militanti dei diritti civili e promotori dei diritti degli omosessuali come alcune delle frange più impegnate delle chiese portestanti e cattolica. Abbiamo imparato a rispettare le nostre differenze più che combatterle, e ci sentiamo responsabilmente parte di un progetto comune. L'ecologia da noi non viene vista settorialmente, come "problema ambiente": forse questo ci ha risparmiato la sorte dei Verdi francesi. Abbiamo messo del tempo per smaltire le ripercussioni della caduta del muro, che ci ha obbligato ad allargare i nostri orizzonti. Così abbiamo anche imparato ad essere meno pretenziosi nei confronti di altri Verdi d'Europa cui magari credevamo di impartire lezioni. Oggi siamo contenti se ci chiamano roccaforte dei Verdi europei, e se la nostra esperienza è utile anche ad altri, ma non vogliamo insegnare niente a nessuno.

AL: Molti di voi, anche tu stessa, hanno una tradizione piuttosto radicale, più di opposizione e di critica fondamentale che di partecipazione alla gestione di qualcosa. Ed oggi siete forza di governo in molti posti e forse siete in procinto di andare in tempi non lontani al governo della prima potenza europea!

CR: Sì, credo che ciò sia realistico, se non facciamo troppi errori. Oggi gli elettori tedeschi sanno bene cosa vuol dire una politica con i Verdi e cosa ne è, quando invece i Verdi mancano. I sintomi di astinenza si sono chiaramente sentiti tra il 1990 ed il 1994, e nessuno vorrebbe più fare a meno di noi.

Certamente il nostro atteggiamento deve cambiare, se ci avviciniamo a responsabilità di governo. Ma io mi dico: se il ritmo della distruzione è quello attuale, ogni pur piccolo passo in una direzione diversa e migliore finisce per interessarmi di più che non la semplice conservazione e cura della mia identità politica.

E penso che oggi l'unica maggioranza di riforma che si può realisticamente intravvedere in Germania è quella coalizione rosso-verde che abbiamo già sperimentato in alcune situazioni (come in Assia, nella Bassa Sassonia, a Brema, ad Amburgo...) e che oggi stiamo negoziando nel Nordreno-Vestfalia, dove dalla fine della guerra in poi la SPD ha sempre governato da sola, ed ora non ne ha più i numeri. L'esprienza nelle coalizioni regionali ci ha fatto maturare, e gli elettori sono consapevoli che è assai diverso avere i socialdemocratici da soli al governo (o addirittura una grande coalizione con i democristiani), o avere il pungolo verde nella squadra che governa. Direi che tra gli elettori oggi c'è una disponibilità al cambiamento molto forte. E se guardiamo ai nostri risultati, non possiamo fare l'elenco di quanti alberi o quanti laghi o fiumi abbiamo salvato, ma possiamo dire che la politica economica in Assia è cambiata, ed alla fine le industrie hanno preferito adeguarsi piuttosto che emigrare, come avevano minacciato agli inizi. Oggi in Assia abbiamo chiesto ed ottenuto il ministero della giustizia: un modo per dire che ce la sentiamo di dirigere anche settori classici della politica, dove sono in gioco i diritti e le libertà dei cittadini, dei rifugiati, degli immigrati. Siamo ormai disposti a sporcarci anche le mani, non solo a criticare o sognare.

AL: Infatti si può notare che oggi è venuta l'ora di una specie di seconda generazione dei Verdi, non solo in Germania. Si tratta spesso di persone per le quali non è stata così caratterizzante l'esperienza della solitudine, della lotta contro una soverchiante cultura avversa, dell'ostinazione dei pionieri. Meno protesta, più esperienza e capacità programmatica concreta, meno "one issue-movement" e più attenzione amministrativa. Una sorta di normalizzazione, con i pregi ed i difetti che le normalizzazioni comportano. Questa seconda generazione dei Verdi spesso risulta capace di stringere alleanze, ed è anche accetta agli occhi dei partners, e può essere in non pochi casi determinante per formare una maggioranza, o per far pendere la decisione verso un certo tipo di maggioranza possibile invece che un'altra, altrettanta possibile sul piano dei numeri. A volte però questo va a scapito della capacità di essere movimento civico. Si può notare che in molti casi gli organismi non governativi del volontariato, le associazioni, i gruppi di base (ambientalisti, di pace, nord-sud, dei diritti civili, ecc.) non trovano nei Verdi la loro casa naturale (magari piuttosto nei diversi Forum di ONG che via via si consolidano), ma considerano normale e dovuto che i Verdi li appoggino; spesso si rendono conto di quale possa essere il ruolo dei Verdi solo quando non ci sono più, quando non possono neanche sfruttare quello stimolo che la concorrenza politica comunque comporta.

Insomma, i Verdi stanno diventando una forza politica più normale, si diceva, con una sua riconosciuta capacità di proposta e qualche volta di leadership su alcuni temi delicati e particolari, con forte impatto, quale il futuro delle biotecnologie, una politica energetica sostenibile, talvolta sulla politica agraria e dei trasporti, i diritti civili soprattutto di gruppi particolarmente esposti (immigranti, rifugiati, minoranze, gruppi sessualmente discriminati...), mentre faticano ancora ad esercitare una forte influenza sui temi della politica sociale e non sempre risultano così nettamente profilati ed efficaci sui temi della politica estera e di pace, relazioni nord-sud, conflittualità etnica, riforma fiscale, federalismo... I Verdi potrebbero esprimere un potenziale assai più ampio su questi temi, così pure come sulla critica ragionata del feticcio dello sviluppo, della modernizzazione, che oggi avanza con nuove profonde ondate (informatica, biotecnologie, ecc.), e che trova fin troppi adoratori acritici. Bisogna che questa nuova normalità dei Verdi venga usata per imporre alcuni dei nostri temi forti, non per sfumarli.

CR: Sì, stiamo diventando più normali, ma ciò ci fa percepire anche da molta gente come una scelta alla loro portata, come un apporto necessario alla politica. Se Kohl oggi deve fare della tutela del mare del Nord una sua causa, la gente capisce che questo avviene grazie ai Verdi. Poi magari siamo noi a non farcela sempre: siamo stressati, troppo poche persone devono ricoprire tantissime funzioni, siamo molto impegnati anche nei processi di discussione all'interno del partito.. Forse, a differenza del passato, oggi siamo percepiti anche noi come una rappresentanza che agisce a nome dei cittadini e li dispensa in qualche dall'agire direttamente, in prima persona. Ma non dimentichiamo una cosa importante: la crisi di credibilità della politica e dei politici non ha intaccato i Verdi, non abbiamo -in generale - avuto casi o persone di cui vergognarci o che gli elettori possano rinfacciarci!

AL: Resta molto controversa tra i Verdi europei la stessa prospettiva dell'integrazione europea. Per i più critici (molti se ne trovano tra i Verdi in Svezia, Irlanda, Austria, Svizzera, Germania ed in certa misura Portogallo) l'integrazione europea non è altro che la resa al grande mercato, per sua natura contrario alle possibilità di una società sostenibile, conviviale, a dimensione piccola (regionale, locale) ed aperta ad un alto tasso di autogestione democratica. Per altri nel giudizio prevale la possibilità di costruire una cornice di pace e di convivenza, un ordinamento a diritto comune che limiti abusi e forzature unilaterali ed una premessa necessaria per una pace universale: l'Unione europea come strumento di riequilibrio e di moderazione, proprio anche grazie alla molteplicità di popoli, culture ed interessi che in essa devono comunque trovare un denominatore comune. Questa posizione prevale tra i Verdi di paesi come Italia, Francia, Olanda, Belgio, Finlandia... ma cresce anche tra i Verdi tedeschi, dove trova ormai consensi espliciti e molto significativi. Ovviamente entrambi gli approcci colgono dati reali, ma valutano diversamente sia le possibilità dei Verdi e di altre forze ambientaliste e socialmente impegnate di influirvi, sia la dinamica che di per sè svilupperà il processo europeo. Personalmente mi sono via via convinto sempre di più che, soprattutto dopo il superamento della divisione dell'Europa, la "casa comune europea" sia la carta su cui puntare, e che l'Unione europea sia l'unica possibilità in questo tempo storico che in quella direzione si possa progredire. Quindi mi impegno in questo senso, pur con tutte le riserve più che fondate sulla natura tuttora poco democratica ed eccessivamente mercato-centrica e sulla prevalenza non certo superata di interessi economici e di potenza che tendono a dominare questo processo. Vuol dire che dovremo agire con ancor più determinazione ed ancor più capacità critica di prospettare alternative possibili e convincenti all'europeismo di chi vuole semplicemente il nuovo super-stato, la nuova super-potenza. Un deciso impegno dei Verdi tedeschi in questa direzione potrà cambiare molto, ritengo.

CR: Sì, i Verdi tedeschi sono oggi a mio giudizio il partito senz'altro "meno tedesco" e "più europeo" (forse anche più "mondiale") che ci sia in Germania, in base ai suoi ideali ed orientamenti politici, ed ha sempre impersonato una forte presa di distanza della parte migliore della Germania e dei tedeschi dal loro recente ed orribile passato. Ciò nonostante abbiamo ancora sotto-utilizzato gli impulsi che ci potevano venire dall'Europa, ed abbiamo i nostri problemi con la prospettiva europea; il nostro occhio era più tedesco di quanto non pensassimo, e per quanto ci sforzassimo di ripetere e noi ad ai nostri elettori "mai più (una certa) Germania" ("nie wieder Deutschland"). Sicuramente il confronto con la prospettiva europea tra i Verdi tedeschi si sta ulteriormente evolvendo ed inensificando, tra l'altro abbiamo avuto per un certo tempo in Jürgen Trittin (uno dei tre attuali portavoce federali) il "ministro per l'integrazione europea" della Bassa Sassonia.
Sono convinta che noi Verdi, ed in particolare noi Verdi tedeschi, dobbiamo considerare l'intera Europa come "nostro collegio elettorale", e tenerne conto. E per la diversa cultura politica della Germania siamo riusciti a non essere semplicemente un partito gruppettaro o dell'estrema sinistra, come inizialmente qualcuno voleva dipingerci, ma sempre di più diventiamo anche il luogo di aggregazione e di impegno di forze radicaldemocratiche e libertarie (io stessa provengo originariamente dalla gioventù liberale, ed appartengo piuttosto all'ala sinistra dei Verdi). Forse in Europa dovremo saper mettere all'ordine del giorno con più determinazione sia i temi della riconversione ecologica della società (dove la sinistra è ben lungi dall'aver acquisito una radicata convinzione), sia quelli dei diritti civili delle persone (come mai in Francia i Verdi non sono riusciti a colmare questo vuoto, in tempi di un ministro degli interni come Pasqua?).

AL: Oggi che i Verdi in molti paesi europei non hanno il vento in poppa, qualcuno rispolvera l'argomento che si tratti di un'opzione politica che può avere spazio solo in una società relativamente sazia e benestante, senza vedere che il benessere ecologico è una necessità assai più dei poveri che dei ricchi (visto che i ricchi possono comprarsene i surrogati).

CR: Ma, forse in certo senso i Verdi sono davvero un "lusso" di società più complesse, più consapevoli, più sviluppate. Direi un indicatore di società avanzata - non certo di inclinazioni yuppies. Da noi per esempio votano per i Verdi ormai anche parecchi disoccupati, che non credono più alle ricette tradizionali. Siamo una parte della società post-industriale, un aiuto a superare l'industrialismo.

AL: Un consiglio da dare ai Verdi europei di altri paesi?

CR: Non disprezzerei troppo la cura del partito. E, ma l'ho già detto, bisogna che le differenze convivano e si apprezzino, piuttosto che denigrarsi o combattersi. Essere un partito ed essere organizzati per condurre un comune dibattito per raggiungere comuni convinzioni, e poi agire di conseguenza, non vuole ancora dire burcoratizzarsi o reprimere la spontaneità. Semmai ci sarà un problema di comunicazione con tutti quei settori della società che ne restano estranei, ritenendo quella una cosa che non li riguarda. Essere un partito non significa neanche essere o diventare corrotti.

AL: Quando si parla dei Verdi e dei loro partiti, ci si imbatte sempre nella considerazione che sono piuttosto pochi i grandi spiriti, i maestri di pensiero che esplicitamente si impegnano al loro fianco, e che l'angustia dei partiti sembra scoraggiare un coinvolgimento come quello che potrebbe sorgere in mare più aperto.

CR: E' vero, ma bisogna anche ricordare che agli inizi eravamo i destinatari scontati di molti consensi intellettuali (per certi gruppi di musica o nell'ambito del pacifismo..), ma poi le mode sono un po' cambiate. Certamente dobbiamo fare un grande sforzo per riaprire e tenere aperto un canale di reciproca comunicazione col mondo di chi forse sa sviluppare visioni meno ancorate al contingente.

AL: Che ne diresti di una specie di sinedrio di saggi europei, impegnati in una vicinanza/distanza critica verso i Verdi, una sorta di cenacolo da ascoltare e con cui interloquire? In fondo lo stesso Gruppo Verde al P.E. oggi non è più così diffidente come un tempo verso le personalità di rilievo, e ne conta diverse al proprio interno.

CR: Sarebbe una bellissima idea...

Concludiamo la nostra conversazione mettendeoci ad immaginare chi ci piacerebbe avere in questo cenacolo verde europeo, e ci ripromettiamo di mettere il Gruppo Verde come risorsa preziosa al servizio di tutti i Verdi europei, anche più di quanto non si sia riusciti a fare in questo suo primo anno di vita.

*) Il primo si era costituito nel 1989, in precedenza alcuni Verdi erano stati - fin dal 1979 - in gruppi misti (coordinamento tecnico, poi Arcobaleno) del P.E.

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