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La nuova alleanza

1.3.1986, MICROMEGA 3/86
Allo schema faustiano che esalta il superamento dei propri limiti, i verdi contrappongono la minacciosa parabola dell'apprendista stregone e valorizzano il rispetto dei limiti dello sviluppo. Un'interpretazione radicale del movimento ecologista, che implica ed esalta una peculiare visione del mondo.

di Alexander Langer

1. Se si trattasse "soltanto" di dare voce e peso ad una lobby della protezione della natura e del disinquinamento, una utile e forse anche abbastanza efficace azione potrebbe essere svolta entro la logica del sistema economico e politico vigente. Le ragioni e l'evidenza non mancano, in tal senso, e si sono sicuramente moltiplicate dopo Chernobyl. Anche i più dissennati fautori della spirale della crescita economica, tecnologica e militare non possono desiderare di tagliare nel breve periodo i rami sui quali sono seduti loro, i loro consumatori, i loro operai, i loro elettori, i loro soldati.

Le modalità per far sentire una simile lobby possono essere - e sono le più varie: associazione e comitati si mobilitano intorno ad obiettivi ecologici ed esercitano la loro pressione di opinione e di proposta; i partiti - premuti dalla concorrenza elettorale di reali o solo temute formazioni "verdi" - allungano i loro programmi ed aggiungono la voce "ecologica"; istituzioni e poteri pubblici si vedono indotti o costretti a singole misure di correzione: limiti più rigorosi all'inquinamento, provvedimenti fiscali favorevoli a diminuire la pesantezza dell'impatto ambientale derivante da un rapporto troppo rapace con la natura; giornali, difensori civici ed intellettuali diventano più attenti alla crisi ecologica nelle sue varie manifestazioni. La stessa insorgenza di raggruppamenti politici "verdi" sulla scena politico-istituzionale potrebbe, in molti casi, rientrare in questa ipotesi di "lobby ambientale", i cui effetti - senz'altro benefici, ancorché non risolutivi - conducono ad una razionalizzazione e forse ad un generale razionamento degli accessi, dei prelievi, degli usi e del riciclaggio dei beni ambientali.

Una simile accezione dell'ecologia politica può essere paragonata ai filtri imposti a certe industrie inquinanti o alla regolamentazione dello smaltimento dei rifiuti. Azioni, queste, che non possono essere ulteriormente eluse o rinviate nel mondo industrializzato, pena la polluzione generalizzata del nostro habitat e gravissime diseconomie che subentrano a distanza sempre più ravvicinata ad apparenti guadagni fondati sui disinvolti prelievi effettuati nella logica del breve periodo. Azioni tuttavia, che agiranno, al massimo nel senso di rallentare un po'il ritmo di una corsa distruttiva: chi, prigioniero di un assedio, se razionare meglio le risorse degli assediati, può attendersi legittimamente di resistere un po'a lungo, ma non per questo si libera dell'assedio.

2. Le vicende politiche e i dibattiti recenti - dal dopo-Chernobyl alla discussione su La qualità sociale di Ruffolo -sembrano indicare una certa diffusa propensione a "mettere filtri" ad un sistema produttivo, economico e politico ed anche ad una cultura finora assai poco attenti alla questione ecologica. L'istituzione di un ministero per l'Ambiente, la fissazione di certi valori-limite di tollerabilità, l'approvazione della legge Galasso, la controversia sul nucleare prepotentemente rilanciata da un milione di firme per i referendum antinucleari, le stesse tematiche del dibattito politico che ormai prevede quasi d'obbligo anche una tavola rotonda sul "verde" nei diversi appuntamenti del confronto politico: insieme al grande seguito che le diverse associazioni ambientaliste riescono a catalizzare (unico nuovo segnale di impegno in un panorama di spoliticizzazione diffusa) sono tutti indicatori di come ormai anche in Italia l'attenzione ecologica cominci a far parte dello spirito del tempo, e che certi profeti che qualche anno fa ancora gridavano quasi da soli contro la cementificazione o l'entusiasmo per "l'atomo pacifico", oggi non sono più isolati.

La sinistra, in particolare, si sta sforzando di assimilare rapidamente una cultura ecologica, come negli anni passati si è sforzata di integrare il femminismo, il pacifismo ed altri filoni espressi dai cosiddetti nuovi movimenti, ed in varie occasioni ha riconosciuto nell'iniziativa dei "verdi" utili stimoli, che, tuttavia, a suo giudizio prevalente, andrebbero ricondotti in un quadro di alleanze e di programmi che proprio la sinistra avrebbe saputo nel corso degli anni esprimere, elaborare e via via aggiornare o anche rivedere. Talvolta questo dibattito prende forma più nobile e disinteressata, vertendo su quanto gli obiettivi ecologisti siano compatibili con una visione "progressista" della storia e della vita, talaltra si concentra piuttosto su questioni più tattiche (i "verdi" non finiranno per dividere o indebolire la sinistra?, non saranno forse immaturi per la politica, buoni al massimo per esternare generose utopie o aspirazioni ideali?).

Meno pronta appare la componente ufficialmente definita conservatrice dello schieramento politico a cogliere l'esigenza ecologica ed a metabolizzarla nei propri programmi: contraddizione abbastanza curiosa, se si pensa a certo buonsenso tradizionalista e campagnolo che contraddistingue larga parte della base sociale (ed elettorale) di quelle forze politiche, e che è fortemente radicato nel mondo premoderno, meno compromesso con la vorace legge della crescita industriale.

3. Se, dunque, si trattasse "soltanto" di rispondere alla sfida della crisi ecologica con una correzione aggiuntiva da apportare ai meccanismi economici, tecnologici e politici predominanti, la cosa non sarebbe facilissima (le vicende della legge Merli o del traffico urbano insegnano!) ma pur sempre realizzabile all'interno del quadro dato - con o senza "lista verde", visto che l'esistenza di una formazione politica esplicitamente ecologista, ma orientata nel senso dei "filtri" e dei "valori-limite" come qui si è tratteggiato, non cambierebbe molto, anche se indubbiamente stimolerebbe la concorrenza politica e provocherebbe degli effetti indotti in tutti gli altri soggetti politici.

Ma l'opzione verde, in realtà, non vuole solo moderare la corsa al "di più, più veloce, più alto, più forte" o disciplinarla con regole più giuste o più rigorose, ma punta a dare spazio ad altre forme di produzione, di vita, di scambio, di uso delle risorse che non implichino l'accettazione e la stimolazione di quella spirale della crescita (anche se ribattezzata "sviluppo") che - nel bene e nel male - ha dato vita al mondo moderno ed al suo valore-base chiamato "progresso" (o, per l'appunto, "sviluppo").

Non il garantire a tutti l'equo accesso e parità di condizioni di partecipazione a questa corsa è l'obiettivo dei "verdi", ma consentire, a chi non è ancora in gara, di non entrarci neanche, ed offrire ragionevoli possibilità di smettere a chi è già - individualmente e/o collettivamente - in corsa.

Analizzando alcuni paradigmi correnti, contestati dai "verdi", si capirà meglio quanto poco sia concepibile classificare la posizione ecologista semplicemente come aggiornamento o rivisitazione degli schieramenti culturali e politici in cui oggi si articola l'arco delle visioni "di sinistra" o "di centro" o "di destra" della società industriale contemporanea.

Allo schema faustiano che esalta il superamento dei propri limiti, essi contrappongono la minacciosa parabola dell'apprendista stregone e valorizzano l'accettazione rispettosa dei limiti, pur con una decisa preferenza per l'autolimitazione piuttosto che per la limitazione autoritaria. Alla ricerca di ambiti e dimensioni sempre più grandi oppongono il "piccolo è bello", nelle più varie accezioni ed applicazioni. Al culto della standardizzazione rispondono "viva la differenza" e non vedono perchè tutti debbano bere Coca-cola, curarsi con le stesse medicine o nutrirsi secondo lo stesso schema di calorie. Ad un sistema economico che funziona secondo il principio dell'aereo che non può stare fermo, altrimenti cade, replicano con la ricerca di modelli "stazionari", che esaltino l'equilibrio invece dello squilibrio che è motore di tutte le forme di capitalismo. All'enfasi della pura astrazione del valore di scambio (rappresentato magari oggi dalla carta di credito ancor più che dalle diverse monete) obiettano l'unicità e l'irripetibilità di ogni singola azione che lega una persona ad un'altra, che costituisce scambio tra esse. Alla ricerca forsennata di come eliminare ogni punto di attrito che fa perdere tempo o esige atteggiamenti qualitativamente differenziati e che si affida a risposte altrettanto differenziate, essi oppongono la valorizzazione di ogni possibilità che il singolo e lo comunità minori hanno di far valere la propria specificità.

Alla omologazione dei gusti, dei costumi, dei valori, dei comportamenti, delle abilità, essi rispondono con l'affermazione persino ostinata della irriducibile pluralità ed incongruenza delle differenti possibilità di vivere e di riprovvedere ai propri bisogni. Al costante sforzo di aumentare la velocità e bruciare le tappe dei processi sociali come dei movimenti individuali, essi contrappongono la lentezza come moltiplicatore di opportunità e di profondità. Alla brutale semplificazione (anche se mascherata da asserita "complessità") di ogni realtà personale o comunitaria, essi rispondono con la difesa e la valorizzazione di quella semplice complessità che può rinvenirsi anche nel microcosmo di un villaggio o di una comunità di quartiere. All'esigenza di accentrare e rendere immediati i flussi di informazione, di comandi, di trasmissione di comportamenti, essi obiettano moltiplicando gli attriti democratici e di autodeterminazione dei singoli o delle comunità minori. E più in generale, i "verdi" non si accontentano di una giustizia distributiva giocata tutta all'interno del sistema dei sazi o degli "sviluppati" o delle generazioni presenti, ma esigono che si prendano in giusta considerazione anche gli esclusi dai vari contesti più o meno contrattuali (non-nati, animali e piante, marginali compresi).

Ed alla pretesa centralizzatrice di tutti gli apparati costruiti per organizzare e pianificare la felicità, il benessere ed il progresso del genere umano, essi oppongono la radicalità del decentramento che magari impedirà grandi e simultanei progressi - ma sicuramente impedisce che tante catastrofi prodotte dall'uomo raggiungano immediatamente dimensioni universali.

4. Se i "verdi" quindi si qualificano come un movimento non solo "ambientalista", ma ecologista in senso più lato e più profondo, essi dovranno anche accettare in pieno di essere il movimento della qualità contro la quantità, dell'autolimitazione contro l'espansionismo, della possibilità di sganciarsi dallo "sviluppo" contro l'obbligatorietà delle conquiste beatifiche dell'industrialismo moderno, non importa molto da chi sia gestito.

Una simile posizione può significare - ed in ciò può essere implicito un sostanzioso conflitto con la "sinistra" - una rivalutazione profonda e reale della "conservazione", contrapposta all'enfatizzazione del "cambiamento", della "transizione", della "trasformazione" comunque denominata e definita. Ma implica sicuramente anche - contrapponendosi con naturalezza ed irriducibilità alla "destra" - un rifiuto convinto della violenza, dei processi autoritari e coatti, delle società gerarchizzate e tendenti all'omologazione obbligatoria, della competizione e della "prestazione" eretta a misuratore universale.

Nell'immediato futuro è prevedibile che i "verdi" debbano ancora maturare più compiutamente le numerose, profonde e non sempre lineari implicazioni di molte loro critiche o intuizioni appena affiorate. Non è un caso che forse la forma di azione attualmente più confacente a questo movimento sia una sorta di obiezione di coscienza, un "no, grazie!" opposto alle seduzioni e coercizioni del falso progresso - per quanto copiose possano essere (e siano, in effetti) le singole questioni, anche di grandissimo momento: si pensi solo al problema energetico. In nessun caso l'assunzione di responsabilità di governo - in grande o in piccolo - dovrebbero legare le mani ai "verdi" tanto da farli cadere nella trappola della "gestione verde" di un meccanismo al cui superamento si dicono votati.

Ma forse proprio i "verdi" potranno superare non solo una polarizzazione tutta ideologica e consunta tra destra e sinistra, ma anche tra attività di governo e protesta di opposizione.

In fondo non è ancora una soluzione consolidata ed univocamente accettabile agli occhi di chi - tra i "verdi - voglia essere qualcosa di diverso e di più di una "lobby ambientalista": che non possa trattarsi di un tradizionale partito, a sua volta strumento di forzature, di accentramento e di omologazione, interamente forgiato dai meccanismi della competizione e della ricerca di conquista di potere, appare tuttavia già chiaro ed assodato, anche in contrapposizione con la scelta dei Grünen germanici.

Anche la tradizionale suddivisione in impegno "ideologico" o "politico" o "religioso" o - più genericamente - "etico" per i "verdi" non ha ancora prodotto una netta separazione di ambiti di azione. Certo è che senza sentire profonde motivazioni ed un forte "ethos civile" gli ecologisti non vedono nella sfera politica un terreno sufficientemente convincente di impegno e di azione. Anche perchè gli attuali meccanismi elettorali sono costruiti apposta per far vincere i miopi interessi del breve periodo, non diversamente dai meccanismi economici (altrimenti perchè la gente comprerebbe prodotti fortemente nocivi e voterebbe per i partiti distruttori dell'ambiente?). Ma i "verdi", a loro volta, non ritengono di doversi affidare piuttosto alla speranza di una sorta di dittatura illuminata ecologica per fermare la corsa all'autodistruzione.

Con i movimenti "verdi" rispetto alla sinistra hanno assai meno pronto il ricorso all'arma politica ed alla speranza utopica: troppo consapevoli di quanto difficile sia operare nei brevi tempi storici per incidere nei lunghi tempi biologici, e troppo coscienti che tante utopie a loro volta non erano/sono altro che espressione dell'illusione che il mondo sia smontabile e ricomponibile a volontà.

Ma per non assistere impotenti all'accelerazione di veri e propri processi (forse irreversibili) di erosione di vivibilità, anche i "verdi" dovranno imparare ad usare gli strumenti della politica. cercando di non fare gli apprendisti stregoni.
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