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Il colore dei verdi

1.4.1987
Lungo le strade di Roma si possono vedere numerose scritte "no al nucleare!". Qualcuna è firmata "autonomia operaia". Qua e la a questa firma, apposta in vernice rossa, si sovrappone un'altra, in nero: sigle e simboli di destra rivendicano e fanno proprio lo stesso slogan da una posizione politica molto lontana. "Gli estremi si toccano" dirà qualcuno. Ma che pensare allora del sondaggio che il quotidiano cattolico "l'Avvenire" ha fatto nel mese di gennaio 1987, tra i suoi lettori, scoprendo l'esistenza di una maggioranza antinucleare? O di associazioni prestigiose e non certi facili agli estremismi come il WWF o Italia Nostra, che in occasione della recente conferenza energetica nazionale hanno sostenuto, in prima fila, le tesi antinucleari?

E quando i verdi nel 1986 hanno promosso, tutti insieme, un referendum contro la caccia, le oltre 800.000 firme raccolte provenivano da persone diversissime per fede politica o simpatie ideologiche: comunisti e democristiani anti-caccia sottoscrivevano contro lo "sport" praticato da centinaia di migliaia di cacciatori, molti dei quali anche loro comunisti e democristiani. Lo stesso vale, ovviamente, per gente di tutti i partiti ed ideali. Se si vogliono rimarcare una certa differenza caratteristica tra i due schieramenti, questa si potrebbe semmai ricercare lungo altre linee, meno politiche ideologiche. Per esempio si potrebbe rilevare che le donne si addensano più nettamente dalla parte delle scelte verdi che non gli uomini.

E quando il cardinale Ratzinger proclama la severa contrarietà della chiesa cattolica alla manipolazione genetica, gli può capitare (com'è successo) di ricevere un convinto plauso da parte degli ecologisti che magari per altri versi lo criticano anche aspramente. E che, nell'aderire alle sue posizioni sulla c.d. bioetica umana, gli domandano perchè non si decida di estendere la difesa della vita contro le tecnologie genetiche anche ad animali e piante. Sembra quasi che di fronte alle pressanti domande che emergono dalle molte facce della crisi ecologica, le risposte verdi spiazzino e scombussolino tante consolidate abitudini ideologiche. Ancora pochi anni fa, soprattutto in Italia, la compartimentazione politica sembrava reggere in modo ferreo. Bastava che uno aprisse bocca su un qualsiasi argomento, mettiamo sulla situazione internazionale o sulla condizione della donna, che già si poteva capire che cosa avrebbe detto se avesse affrontato anche la questione della scuola o delle pensioni o della sanità. Oggi le cose sono cambiate. Non solo la caduta di molte certezze un po' totalizzanti, e forse anche una generale inclinazione più pragmatica, hanno contribuito a diluire la rigidità di certe scelte di campo fortemente ideologizzate. E' soprattutto l'emergenza ambientale che fa apparire inadeguate e furvianti le coordinate di una geografia ideologica i cui cardini sembravano saldamente impostati sui binomi antagonisti destra/sinistra e conservazione/progresso. Tanto saldamente da coincidere, nella testa di molti, ed a seconda dei punti di vista, anche con la divisione fra il bene ed il male, tra oppressione e liberazione.

Di fronte all'avvelenamento dell'acqua potabile l'eutrofizzazione del mare Adriatico diventa difficile per la "sinistra" scagliarsi contro una destra inquinatrice dei suoli e di fiumi, o per la "destra" accusare la sinistra di aver trascurato e violato i limiti di sopportazione dell'ecosistema.

Semplicemente perchè, nella sostanza, destra e sinistra, conservatori e progressisti, rossi bianchi e neri hanno concordemente puntato sull'accelerazione di una crescita che ha visto nei grandi consumi energetici o nell'impiego massiccio dei pesticidi in agricoltura il motore universalmente accettato che spingeva in avanti la macchina produttiva e sociale. A volte ci si sente tuttavia domandare se la sensibilità ecologica non sia di per sé stessa più affine alla sinistra e se quindi una scelta "verde" non sia in qualche modo connaturata ad un'impostazione "rossa" e comunque progressista. Farebbe pensarlo, a giudizio di alcuni, soprattutto la circostanza che, almeno in Italia, la presa di coscienza ecologista è avvenuta negli anni passati in una maggiore misura nelle file della sinistra. la rivendicazione di vincoli contro la dissipazione del territorio o la convinzione di dover porre dei limiti più rigorosi all'inquinamento e la stessa pur travagliata conversione alla (provvisoria?) rinuncia al piano nucleare si sarebbe fatta strada soprattutto a sinistra, e la provenienza "rossa" di molti tra i militanti più attivi del movimento verde testimonierebbe una certa contiguità di ideali e di obiettivi. La spiegazione teorica dell'asserita affinità rosso-verde si troverebbe facilmente: in nome del profitto viene distrutto l'ambiente, chi combatte il dominio di un 'economia imperniata sulla ricerca del massimo profitto è il migliore e quasi automatico difensore della natura. E "chi non è rosso, non può essere verde", come arriva a sentenziare qualche custode dell'ortodossia di sinistra.

Ed è pur vero che nell'ultimo decennio in alcuni paesi europei i movimenti verdi sono apparsi come figli, fratelli o almeno cugini di certa sinistra, soprattutto quella libertaria ed antidogmatica che ha caratterizzato i movimenti giovanili e sociali riferibili al 1968. Ma è anche vero che proprio con la sinistra si sono più aspramente scontrati. Gli antinucleari si sono battuti anche frontalmente contro le socialdemocrazie che garantivano la scelta nucleare (come in Germania, Svezia, Austria, ecc.) o i comunisti che la sostenevano con determinazione (come in Italia). Ecologisti sono stati drammaticamente picchiati da sindacalisti ed operai, perchè ritenuti nemici dell'occupazione, non solo all'estero ma anche in Italia: per esempio davanti al Consiglio regionale piemontese, nel 1985, quando una larga maggioranza votò in favore di una nuova centrale atomica a Trino Vercellese.

E se la sinistra italiana non porta la principale responsabilità del dissesto del territorio o della cementificazione selvaggia, è solo perchè in fondo ha governato poco ed in posizione generalmente subalterna e parziale, rispetto p.es. alla Democrazia Cristiana ed ai suoi fedeli alleati. Chi ha avuto meno potere, ha anche meno distrutto. Ma non certo per virtù. Sulla scena propriamente politica i neofiti dell'ecologia sono più numerosi a sinistra, e tra i "rossi" oggi imperversa un grande dibattito anche teorico sulla impossibilità ed inutilità di battersi per la giustizia sociale se non si salvaguarda innanzitutto la vivibilità ambientale. Ma dietro le quinte dei palchi della politica e dell'ideologia, si nascondono "ecologisti" probabilmente più numerosi e più convinti che magari non conoscono neanche o comunque non usano questo termine, e che finora hanno sostenuto prevalentemente quelle forze politiche che appaiono più restie ad una correzione o addirittura conversione verde.

Forse queste persone così "naturalmente" ecologiste da non farlo neanche risaltare potrebbero essere definite come "i verdi di pancia" (e "di cuore") a paragone dei quali molti "verdi di testa" appaiono inevitabilmente un po' intellettualisti ed artefatti.

Basti pensare a moltissime donne di casa, a tanti e tanti contadini, a milioni di anziani per i quali va da sé che non si deve sporcare, che non si butta niente e si riusa tutto il possibile, e che nella società consumistica e "velocizzata" si trovano comunque a disagio. Nonostante la tempesta pubblicitaria e le vere e proprie costrizioni di una società organizzata in modo tale da imporre l'"usa e getta" come il ricorso all'automobile privata, i fitofarmaci in campagna come i diversi detersivi nocivi e gli sprechi energetici, esistono amplissime fasce sociali che questo modello di (in)civiltà lo sentono come una vera e propria violenza e follia che subiscono controvoglia e con una costante riluttanza almeno interiore. Se quindi i partiti cosiddetti "conservatori" o "moderati" o addirittura "di destra" raccolgono, come è dimostrato, un buon numero di consensi in questi ambiti definiti "arretrati" - della società (come nel sud d'Italia, o nelle zone rurali, o appunto tra le donne e gli anziani), se ne dovrebbe desumere che essi facciano una politica più rispettosa dell'ambiente ed oppongano resistenza a tante modernizzazioni devastanti. Ma la realtà è molto diversa. Basterebbe guardare la storia della dittatura autostradale, della insensata droga chimica che ha avvelenato l'agricoltura e degli scempi urbanistici e paesaggistici! In tutti questi ed innumerevoli altri casi forze politiche che traggono il loro consenso da un elettorato fondamentalmente conservatore ed ostile alle sempre nuove ipotesi tecnologiche che deformano e sostituiscono la natura e la dimensione umana e conviviale della vita, hanno invece spinto fino in fondo l'acceleratore di uno sviluppo, di una crescita folle e di una corsa alla rapina delle risorse, distruttiva di ogni equilibrio ambientale. Se la sinistra ha le sue responsabilità per aver sollecitato magari gli operai ed i sindacati a rivendicare sempre nuove ciminiere in nome dei posti di lavoro e dei salari da distribuire, questa "destra" non solo ha rivendicato, ma ha anche fatto - e come! E così si arriva alla curiosa situazione che tanta gente comune e davvero moderata, che non capisce proprio perchè ci si dovrebbe consegnare ad un futuro nucleare o arrendere alla droga televisiva totale, si trova tuttora rappresentata da politici che vorrebbero imporre le centrali atomiche e la televisione anche di mattino, e magari 24 ore su 24. Mentre dall'altra parte la stessa sinistra che fino a poco fa magnificava l'industrializzazione o la scelta dell'energia nucleare oggi è colpita da dubbi e lacerazioni, quando non da vere e proprie marce indietro.

Lo si è visto bene nel recente referendum (25 gennaio 1987) di Piombino e dintorni in cui una vasta maggioranza di cittadini, ed alla fine anche partiti e sindacati di sinistra, si sono pronunciati contro una megacentrale a carbone, pericolosa fonte di inquinamento, che ancora pochi anni prima passava per il principale veicolo di progresso economico e sociale dell'area interessata. E non sono rari i casi di militanti di sinistra che dieci anni fa scendevano in piazza contro i rincari della benzina, ritenendoli gravi misure antipopolari, e che oggi ammettono e magari propongono che infondo bisognerebbe aumentare ulteriormente i prezzi dei carburanti per scoraggiare un'economia e dei comportamenti privati basati così fortemente sul traffico stradale in continuo aumento, fonte di enorme danno all'ambiente e alla salute della gente.

Insomma: di fronte all'emergenza ecologica di un pianeta che rischia di fare la fine dell'apprendista stregone, vittima di una crescita incontrollabile da lui stesso evocata e messa in moto, tante sicure collocazioni ideologico-politiche e tante scontate delimitazioni di schieramenti entrano decisamente in crisi. E' di destra o di sinistra o di centro la proposta di ridurre drasticamente il traffico privato nelle città? O la richiesta di tornare ad un'agricoltura biologicamente sana finchè si è ancora, almeno parzialmente, in tempo? Ed è stata di destra o di sinistra o di centro la scelta di consegnare ad una pesca selvaggia, a strascico industriale, le fasce costiere dell'Adriatico o la disseminazione di strade, stradine e stradone dovunque e comunque? O l'incoraggiamento massiccio all'impiego di tonnellate di farmaci per curare i cittadini? E si potrebbe continuare a lungo. Certamente la logica del profitto ha fatto girare in maniera sempre più veloce questo carosello di crescita e di espansione smisurata che ormai è arrivata a minacciare la sopravvivenza delle specie viventi sulla Terra. Ma amici e nemici del profitto sono saliti indiscriminatamente sul carosello medesimo: gli uni in nome del mercato che garantiva benessere, gli altri per ottenere una più equa distribuzione dei benefici e nella speranza di togliere il volano dalle mani dei padroni privati per passarlo a quelle dei pubblici o collettivi. Oggi si moltiplica il numero di coloro che, anche a costo di rinunce e passi "indietro", voglio rallentare e forse arrestare il carosello, perchè ritengono prioritario il ripristino di un equilibrio di un equilibrio ecologico senza il quale lo stesso carosello dello sviluppo finirebbe per spezzarsi lasciando sul campo solo rovine. E se in passato questo invito alla limitazione ed autolimitazione poteva sembrare un lusso dei ricchi - come qualcuno aveva detto quando il "Club di Roma" o MIT statunitense avevano cominciato a parlare di limiti dello sviluppo e di "crescita zero" - oggi è divenuta una necessità che nessuno può far finta di non vedere. Ecco perchè le tradizionali classificazioni e le stesse rappresentanze politiche appaiono inadeguate a comprendere la novità ecologista, e piuttosto destinate ad essere scombussolate, svuotate ed in un certo senso superate da un'ottica verde. Senza nascondersi che non basta ritenersi "verdi" per non doversi più porre i problemi della giustizia sociale, dei diritti e degli ordinamenti democratici, delle libertà civili e politiche, del lavoro, della politica estera e di mille altre questioni ancora. In nome della priorità ecologista possono trovarsi e talvolta unirsi persone e gruppi sociali che forse in passato lottavano su posizioni distanti e magari addirittura contrarie; se oltretutto adotteranno i metodi dolci e nonviolenti della ricerca e formazione del consenso, potranno perlomeno evitare di erigere steccati e bandiere dietro cui diventa difficile riconoscere gli obiettivi reali e le cose importanti. Ma in nome dell'istanza ambientalista potrebbero anche scontrarsi concezioni tra loro molto lontane ed opposte che pure fanno riferimento all'ecologia: si pensi per esempio a chi la salvaguardia della natura la vorrebbe attuare soprattutto attraverso la pianificazione dirigistica o magari attraverso un governo centralizzato e persino planetario, o mediante l'istituzione di una specie di dittatura ecologica di emergenza, e chi invece rivendica la democraticità ed il decentramento delle scelte e del potere. O chi combatte l'"inquinamento della specie" che sarebbe costituito da incroci tra persone di diverso colore: persino il razzismo e concezioni fortemente elitarie e selettive potrebbero ammantarsi di verde.

Concludendo si deve quindi constatare che in nome del verde non si annullano automaticamente tutte le tensioni ed i conflitti, e la pluralità delle possibili scelte. Esistono e sempre più esisteranno diverse ed anche contrastanti politiche verdi. Ma sicuramente l'ecologia politica obbligherà molti ad uscire da trincee ideologiche e politiche ormai consunte ed a ridefinirsi di fronte a nuove ed urgenti domande che non ammettono vecchie e scontate risposte.
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