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Il comunismo è morto, il capitalismo uccide: quale sviluppo?

28.10.1990, Azione nonviolenta, aprile 1991

Resoconto della tavola rotonda conclusiva condotta da Alex Langer con Mauro Paissan, Wolfgang Sachs, Renata Ingrao, Michele Boato al Convegno di Verona “Sviluppo? Basta!”.

Introduzione al dibattito

Questa tavola rotonda conclusiva dovrebbe essere l'occasione in cui persone qualificate, interpreti sensibili di diversi filoni culturali e ideali, interpellano l'area "verde" in torno ad alcuni grandi interrogativi.

Al momento, come giornalista è presente Mauro Paissan, redattore de "Il Manifesto", osservatore critico e attento di ciò che si muove nell'area verde. Viceversa dalla parte delle risposte vi sono persone significative che risponderanno ognuno a nome proprio, a nome delle cose che fa e che pensa; sono Renata Ingrao, segretaria generale della Lega per l'ambiente, che rappresenta la parte più consistente, dal punto di vista organizzato, dell'ambientalismo in Italia. Poi abbiamo Wolfgang Sachs, che non opera in nessun contesto organizzato e che non parla con l'occhio a un'associazione particolare, ma che invece da molti anni, da una posizione privilegiata che oltrepassa le varie frontiere, è un accompagnatore solidale e critico dei movimenti ecologisti sia in Italia, dove ha vissuto negli ultimi anni, sia in Germania, suo paese d'origine sia negli Stati Uniti dove ha vissuto e insegnato. La terza persona da interpellare è Michele Boato, un verde con anche responsabilità politiche, poiché membro del Consiglio Regionale del Veneto e uno dei coordinatori della Federazione dei Verdi.

In questi giorni abbiamo visto riflettersi qui nel nostro convegno una acuta crisi non solo del socialismo, della stabilità ecologica e di tante altre cose, ma anche delle idee o se vogliamo delle ideologie interventiste. Abbiamo sentito da più parti critiche e riflessioni, anche profonde, rispetto alla pretesa di poter cambiare il mondo, di poter realizzare, con l'organizzazione e con la forza soggettiva, obbiettivi che si ritengono giusti o importanti.

Il primo stimolo che vorrei dare a questa discussione è il seguente: è possibile che oggi, non solo nel Nord del mondo, ma anche nel Sud, sia così difficile individuare degli ideali, delle forze motrici che non siano solo dei sogni, ma anche possibilità reali che aiutino a intravedere un possibile cambiamento e aiutino anche a provocarlo? È possibile, in particolare, che oggi l'unica forza incontrastata che può e che si propone di cambiare il mondo sia il mercato con la sua dinamica incontrollata?

Abbiamo addirittura visto, dalla testimonianza di Dieter Vogelay di Berlino Est, una sorta di obbedienza nei confronti del mercato da parte delle popolazioni dei paesi dell'Europa dell'Est, che votano e sostengono partiti che esaltano il mercato e che gli aprono la strada. Questa aspettativa è stata definita illusoria da Wolfgang Sachs: tra poco probabilmente il mercato ed il capitalismo rimpiangeranno il socialismo ed il comunismo, perché non ci sarà più la lotta contro di essi per giustificare e legittimare la loro politica. Mi sembra importante capire più a fondo se le ideologie - senza annettere a questo termine particolare peso - che pretendono di rendere felice l'uomo siano fortemente in crisi e perché.

Un secondo aspetto che vorrei mettere in luce è quello della necessità, riconosciuta in questo convegno senz'altro da tutti, di una forte contrazione del modello che governa dal punto di vista economico, culturale e politico il Nord industrializzato del mondo, anche se ogni processo di contrazione e di riduzione è assai difficile, così come è più difficoltoso tagliare qualsiasi spesa. Abbiamo sentito gli operai delle industrie belliche ed i loro sindacati protestare contro i tagli alla spesa militare, gli stessi sindacati che, in altri tavoli, li avevano chiesti; oggi uno degli interrogativi maggiori che sono emersi in questo incontro è quali siano le vie per arrivare a forme di "atterraggio morbido".

Voglio concludere questa introduzione riprendendo due punti emersi in particolare in alcuni dei gruppi di lavoro; il primo riguarda la questione del Golfo: molti di noi dell'area ecologista hanno vissuto un forte disagio perché ci si rendeva conto che la pura ripetizione dei vecchi slogan "via gli americani dalla Nato, dall'Italia, dal mondo" oppure "no alla guerra" avevano qualcosa di puramente declamatorio e autoconsolatorio. Nello stesso tempo abbiamo visto il dispiegarsi di una logica in cui, con tutte le motivazioni che giustificano interventi contro espansionismi e aggressioni del tutto ingiustificate, il conflitto assume fortemente le caratteristiche di uno scontro Nord-Sud; non perché Saddam Hussein rappresenti il Sud e perché le armate presenti rappresentino il Nord, ma perché il conflitto e la contraddizione che aprono sono Nord-Sud.

Tra le tematiche che a questo proposito devono trovare il modo di esprimersi è quella dell'obiezione di coscienza nei confronti della guerra, e di tutte le cose ad essa connesse. Il secondo punto che è emerso ormai da molte parti, non solo dalle associazioni pacifiste e nonviolente, non solo in Italia ma anche in altri paesi, è la certezza che si debba arrivare ad un dialogo, ad una forte rete di solidarietà tra popolazioni europee - e in particolare tra i popoli del Mediterraneo - e del Medio Oriente.
Apparentemente la crisi del Golfo ci distoglie dallo sforzo di operare la nostra contraddizione, ma è anche un banco di prova. Una proposta per quanto piccola come quella dello sciopero dell'automobile e della revisione dei nostri consumi energetici, è senz'altro una importante risposta ma non ci esime dal cercare anche risposte alla questione bellica.

L'ultimo aspetto che voglio toccare è quello dei consumi. Molti dei gruppi di lavoro e degli interventi hanno cercato di bilanciare questa tensione tra il bisogno di fare cose grandi e le ripercussioni in piccolo. C'è una tentazione oggettiva, nell'area qui riunita, di affidarsi in prevalenza solo alle risposte piccole, visto che le risposte grandi sono molto lontane e rischiano di sottometterci al gioco della politica. In altri contesti è invece vero il contrario, si fa molta politica ma non si è mai minimamente presa in considerazione l'idea di limitare i propri consumi energetici o di lavorare in questa direzione.

La questione dei consumi è un aspetto centrale se vogliamo affrontare seriamente il problema di una contrazione non vissuta come autoflagellazione e come una sorta di sacrificio per sentirsi buoni ma viceversa come passaggio ad una qualità diversa e migliore - vivere meglio con meno - come una scelta non ideologica ma oggi anche molto praticamente sperimentabile.

 

Conclusione del dibattito

 

Le ragioni dell’ecologia chiedono delle alternative molto profonde alla situazione attuale. C’è una frase di Brecht, scritta a suo tempo in un’ottica comunista, che dice: “se le cose restano come sono, siamo perduti, è possibile che non ve ne rendiate conto?”. Credo che oggi questa frase abbia ancora più ragioni di quante non ne avesse al tempo di Brecht.

Anch’io non riesco a vedere l’ecologismo come la terza via, ma può aprire terze, quarte, quinte e seste vie e spero proprio che se ne sviluppino molte. Sono favorevole a che molte forze si dichiarino e diventino ambientaliste e non considero da questo punto di vista neppure una disgrazia che ci siano più forze che esplicitamente si definiscano verdi, purché questo abbia delle ragioni politiche e non semplicemente di carriere da ridistribuire o cose del genere. Se ci sono opzioni diverse mi sembrerebbe un fatto legittimo, così come nessuno ha potuto dire che di per sé non era legittimo avere più forza politiche che si richiamavano al socialismo, al liberalismo o ad altre ideologie. Spero piuttosto che l’ecologismo – parola che tenderei ad evitare, così come “verdismo”, che ha addirittura un senso ironico – non diventi una nuova ideologia.

Sul problema demografico a me sembra che alcuni dei ragionamenti siano esattamente gli stessi che si possono fare, e giustamente si fanno, sull’acqua, sull’aria, sul suolo ecc. Si dice: la terra sopporta tot persone, tot edifici, sono disponibili tot litri d’acqua a testa, ecc. e credo che ognuna di questa indicazioni debba essere una forte spinta per cambiare rispetto al punto in cui siamo ora. Però credo anche che sarebbe una grave sciagura se immaginassimo di costruire su questo passaggio obbligato delle autorità nazionali o sovranazionali che amministrassero il razionamento e la scarsità dispensando dei buoni per prelevare acqua, buoni per respirare, buoni per fare figli e così via.

Detto questo, sono d’accordo che si dica che nell’ottica di un equilibrio ecologico la crescita della popolazione deve avere come tutto un limite, e che questo limite di per sé non può essere fissato in astratto dall’esterno; e poi vorrei riprendere quello già hanno ricordato Sarkar ed altri, che la questione non può essere posta solo in termini di numero di teste ma anche di impatto ambientale complessivo - se mi si passa l’espressione – delle persone. Da questo punto di vista credo che il Nord del mondo abbia il suo diritto di ricordare al Sud la necessità della limitazione della popolazione solo quando riuscirà a limitare la propria espansione materiale. Oggi che abbiamo una forte espansione consumistica del Nord, mi sembra che da questo punto di vista il problema stia più da noi, e questo non lo voglio certo dire per rimuovere il problema.

Infine la questione del governo mondiale. Personalmente sono meno contrario, rispetto ad altre voci, a fronte di una negoziazione internazionale possibilmente mondiale, e quando dico mondiale dico in sedi in cui non pesi solo il Nord ma anche il Sud, perché oggi molte negoziazioni cosiddette mondiali sono imposizioni del Nord verso il Sud.

Da questo punto di vista auspicherei forme di cooperazione sopranazionale, però credo che queste abbiano un senso solo se contemporaneamente ci sarà un forte decentramento del potere verso il basso; credo si possa dire con uno slogan “trasferite tanto potere verso l’alto quanto se ne trasferisce verso il basso”, se non vogliamo rischiare una ecocrazia.

Credo che sempre più in futuro qualunque processo di conversione ecologica della produzione assomiglierà nei suoi effetti alla fine di una guerra, nel senso che ci saranno ufficiali, soldati, armaioli disoccupati.

Dopo la prima guerra mondiale alcuni di questi si sono dati al fascismo, cioè in mancanza di alternative hanno costruito una forma inizialmente civile di guerra. Di questo dobbiamo essere coscienti e ovviamente dobbiamo fare il possibile perché delle alternative ci siano, però questo non mi esonera dal ritenere positiva la fine della guerra anche se questa comporta la disoccupazione dei militari di carriera e produttori di armi.

Trascrizione da registrazione del 28 ottobre 1990

Azione nonviolenta, aprile 1991

 

Ora pubblicato in

Alexander Langer, Fare la pace – Scritti su “Azione nonviolenta” 1984-1995

Edizioni  del Movimento Nonviolento, Verona 2005

 

 

 

 

 

 

 

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