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Un Parlamento verde d'Europa

10.7.1990, Archivio Langer

Relazione alla prima e unica sessione del "Parlamento verde d'Europa" che si è tenuta alla sede del P.E. a Strasburgo, nel luglio 1990, quando Alexander Langer era, insieme a Maria Santos, presidente del Gruppo verde.

Gli avvenimenti rivoluzionari ed in massima parte pacifici degli ultimi mesi del 1989 hanno cambiato in poco tempo la faccia dell'Europa. Sotto la pressione tumultuosa delle fughe, delle processioni con le candele e delle manifestazioni di piazza sono caduti regimi che avevano tiranneggiato per decenni metà del continente e fornito all'altra metà il pretesto per armarsi anch'esso fino ai denti. La profonda ferita che aveva spaccato l'Europa in due e che aveva trasformato in barriera fisica quasi invalicabile la più dura frontiera politica che l'umanità abbia sinora conosciuto, cominciava a rimarginarsi, gli europei dimenticati ritornavano in scena a Lipsia, a Cracovia, a Berlino, a Praga, a Budapest, a Sofia, a Timisoara ed in mille altri posti. L'Europa ricca che si crede molto "avanzata" reagiva un po' come il figliol prodigo del Vangelo: prima con la faccia sorridente, ma un po' tirata, e poi con la preoccupazione sempre meno nascosta che ormai si sarebbe avvicinato il momento in cui l'altra Europa, quella sinora relegata dietro muri e fili spinati, avrebbe chiesto la sua parte. Come un fratello disperso in guerra nel cui ritorno nessuno aveva più creduto, e che ora ha diritto alla sua quota di eredità, e quindi scombina un po' chi si è, nel frattempo, sistemato a suo modo. La stessa modernizzazione ecologica dell'Europa ricca sembrava basarsi sul presupposto che la depurazione della "parte sana" poteva avvenire trasferendo le attività, i prodotti ed i residui inquinanti nella "parte malata" (pagando prezzi stracciati per il disturbo).

Le istituzioni europee nel giro di pochi mesi sono diventate tutte obsolete: costruite in un mondo e per un mondo diviso tra i due blocchi contrapposti, ora faticavano ad adattarsi alla nuova realtà. L'unificazione europea basata sull'unità dei 12 partners comunitari diventava visibilmente monca, i patti militari contrapposti perdevano senso e l'integrazione tutta centrata sul mercato si rivelava tutta d'un colpo impossibile. Ma invece che rivedere a fondo il proprio disegno e le proprie istituzioni, per aprirsi senza riserve ai cittadini ed ai popoli europei sinora rimossi, l'Europa ricca e forte si è limitata a provvedimenti assistenziali, ed all'apprestamento di alcune nuove "sale d'aspetto" dove relegare gli europei dell'est, i loro ordinamenti, le loro aspettative.

Solo pochi hanno avuto subito il coraggio di abbattere davvero i muri e di approfittare della nuova situazione per anticipare con segni tangibili la nuova solidarietà ed unità europea. Il Papa che decide di convocare i vescovi europei, per dibattere delle prospettive della nuova Europa, ed il presidente cecoslovacco Vaclav Havel che vuole riunire a Praga un'"assemblea europea dei cittadini": segni, entrambi, che bisogna riflettere ed arrivare a proposte e linee di azione - in comune tra europei dell'est e dell'ovest - sulla nuova situazione del nostro continente, che per la prima volta non è il risultato di guerre o scontri sanguinosi. Non più una pace di Münster (come dopo la guerra dei 30 anni) o un "congresso di Vienna" (come dopo la rivoluzione francese e Napoleone), nè un trattato di Versailles (come dopo la prima guerra mondiale) o una "spartizione di Jalta" (alla fine della seconda) per delineare i contorni di una nuova Europa, e neanche soltanto quella "Helsinki II" che rimarrà pur sempre un affare concluso tra governi di stati sovrani. Piuttosto si tratta di appuntamenti concepiti per dare la parola a protagonisti europei in rappresentanza dei loro popoli, dei loro movimenti, del loro impegno.

Anche i verdi europei decidono di tentare di elaborare il loro contributo sul processo di unificazione tra le metà finora divise del vecchio continente e su come rimarginare le ferite non solo della divisione, ma anche dei modelli di organizzazione, sviluppo, produzione e consumo che ora rischiano di dilagare in tutta Europa, tanto da far magari un giorno considerare infausto quel momento in cui la gente di Berlino-Est ha pacificamente abrogato il "muro". E' pensabile che tutta l'Europa ora si unifichi ai livelli di motorizzazione, di consumi energetici, di produzione di sostanze chimiche e di cementificazione che oggi ne caratterizzano a parte "più evoluta"? E' immaginabile che la salute della biosfera tolleri un rilancio del processo di crescita, di produzione, di espansione del mercato che ora potrebbe essere il risultato principale del nuovo corso europeo? E come convincere alla moderazione gli europei dell'Est che ora vogliono recuperare i loro ritardi nella competizione produttivistica e consumistica, quando nella nostra metà d'Europa è proprio quella la logica dominante e sostanzialmente incontrastata? E come teorizzare un limite all'espansione delle automobili, del cemento, del nucleare o dei rifiuti chimici dell'Est, se l'Ovest continuasse lungo la sua traiettoria senza limiti? E come disfarsi subito delle scorie più pericolose ed oggi più palesemente anacronistiche della vecchia Europa dei blocchi, cioè degli armamenti (nucleari, chimici, convenzionali, ecc.)?

Un "parlamento europeo verde", convocato dal gruppo verde al Parlamento europeo, ha riunito a Strasburgo rappresentanti eletti nelle assemblee legislative di tutta Europa per varare un orientamento comune dei verdi sulla "casa comune europea".

Così, appena completato il ciclo delle elezioni all'Est e due-tre giorni dopo l'"unificazione del marco tedesco", i verdi di tutta Europa - in nome del mandato popolare degli eletti ecologisti - davano vita ad un'istituzione pan-europea che intendeva anticipare l'unità europea, al di là della C.E. e dei residui dei blocchi, e che potrà in futuro diventare un riferimento per i cittadini, per i movimenti e per le associazioni che riconoscono nella "conversione ecologica" la sfida principale cui anche la "casa comune europea" dovrà rispondere.

Ma non tutti i partecipanti dell'est al primo "parlamento verde d'Europa" - riunitosi dal 3 al 5 luglio 1990 su invito del gruppo verde al Parlamento europeo - avevano compreso subito che si trattava di una, seppur autorevole, "simulazione" parlamentare e non di un parlamento vero e proprio con poteri decisionali. Tanta era la fame e la sete di un'istituzione comune veramente europea, e tanta la soddisfazione di poter parlare liberamente, e con un vero mandato elettivo alle spalle, a nome dei propri popoli in chi fino a poco fa conosceva i parlamenti solo in forma caricaturale.

Quattro sedute in tre giorni - decisamente troppo poco per accontentare tutte le aspettative, ma abbastanza per riconoscersi uniti in un comune mandato verde europeo, esercitato da qualcuno nel parlamento slovacco o lituano, da qualcun altro in quello svedese o belga, da qualcun altro ancora in quello europeo, romeno, bulgaro o al Bundestag tedesco-federale... Circa 200 persone, tra eletti (circa 120) ed osservatori, che andavano da membri del soviet supremo a membri di consigli regionali italiani, parlamenti cantonali svizzeri o diete dei Länder tedeschi, ai neo-eletti verdi della Volkskammer della RDT, che sanno di cedere presto il passo ad un nuovo parlamento comune alle ex-due-Germanie.

Linguaggi differenti, certo, e problematiche non sempre immediatamente omogenee. Dall'est venivano soprattutto due domande pressanti: "diteci cosa fare contro la crisi ecologica, come risanare i nostri disastri, come affrontare il problema del nucleare, dei rifiuti, dell'energia, dell'agricoltura, dell'inquinamento industriale..." e " che tipo di economia pensate possa permetterci di uscire dalla nostra depressione attuale senza rovinare ulteriormente l'ambiente?". Ed una richiesta assai precisa: "non potreste aiutarci voi, o dei tecnici da voi indicati, ad impedire che ora le vostre imprese occidentali rifilino le loro patacche nocive a noi, dell'Europa ex-comunista? avremmo bisogno di qualcuno che ci facesse, conoscendo questo tipo di industrie e di economia, una buona valutazione di impatto di quello che ora ci aspetta!"

Tra i verdi dell'Ovest invece dominava un altro interrogativo: "non sarete mica anche voi vittime del fascino consumista, come quei vostri concittadini che ora aspettano solo di diventare come noi?"

Entrambi gli interrogativi non hanno ancora trovato risposte soddisfacenti, e sono stati discussi più nei corridoi che non nell'emiciclo messo a disposizione dal "vero" Parlamento europeo. Le rappresentanze politiche dei verdi occidentali sembravano poco capaci di rispondere alle domande specifiche di "know how" verde (occorrevano piuttosto gli "eco-istituti"!), e quelli dell'est non sembravano tutti così decisi come una Ljuba Trbinova, parlamentare slovacca, che invece affermava sicura: "noi finora abbiamo schiacciato i nostri nasi contro la vostra vetrina, ma siamo in molti a sapere che dietro le quinte della vetrina le cose sono ben diverse da quanto non appaiano, e vogliamo che voi ci aiutiate a non sbagliare".

Molte e sensibili le differenze culturali, non solo tra est ed ovest, ma graduate anche all'interno dell'est (i verdi cecoslovacchi, tedesco-orientali, sloveni, ungheresi e forse anche polacchi assai più simili e vicini a noi, i bulgari, romeni, baltici, sovietici più distanti) e dell'ovest (divisi tra pro- ed anti-europeisti, per esempio). E con un peso rilevante del fattore nazionale all'est (questione baltica, per esempio).

Le tre risoluzioni approvate su "democrazia ed istituzioni in Europa", "pace e disarmo" e "priorità ecologiche del continente europeo" possono costituire una prima base di lavoro comune. Una prossima sessione del parlamento verde d'Europa dovrebbe tenersi ad Est, forse a Kiev.

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