pro dialog

Alexander Langer

La cultura della convivenza
Intervista alla lista alternativa per l'altro Sud-tirolo

- Cosa intendi quando affermi che la situazione venutasi a creare a Bolzano Rischia di trasformare la città in un "nuovo libano" ?

Abbiamo detto, ormai da anni ed anche al Presidente Pertini che nel settembre 1985 ci ha ricevuto al Quirinale, che non vogliamo che il Sudtirolo si trasformi in un piccolo Libano. Perché abbiamo questa preoccupazione, perché abbiamo evocato - seppure per impedirlo - uno spettro tanto funesto ?
Quando nella convivenza tra diverse comunità etniche (o religiose o razziali...) sullo stesso territorio esistono delle tensioni e dei conflitti, ci può essere la tentazione dell'esclusivismo etnico o religioso: la convinzione, che in realtà le diverse comunità siano tra loro incompatibili e che sarebbe meglio che non fossero costrette alla coabitazione. Non potendo tuttavia, per il momento, procedere allo sfratto ed all'espulsione della o delle comunità "nemiche", si decide di organizzare la vita collettiva in modo tale che le comunità e le persone appartenenti ai diversi gruppi abbiano a che fare il meno possibile gli uni con gli altri. Può essere il sistema dell'apartheid, attraverso la creazione di istituzioni completamente separate ed incomunicabili: fino al limite di cittadinanze o stati diversi (i bantustan per esempio, o i parlamentari separati), o la "libanizzazione", cioè un complicato sistema di rappresentazione proporzionali, di riserve etniche o confessionali, di feudi circoscritti, di garanzie di reciproca non ingerenza e sistematica estraneità. Può andar bene, per un certo periodo, come appunto nel libano dagli anni '40 agli anni '60 (fu chiamato la "Svizzera del Medio Oriente"), ma si in una simile situazione si lascia crescere e coltivare la reciproca ostilità, i corpi separati, magari anche le milizie etniche o confessionali, e si radica quindi una normalità fatta di comunità chiuse a riccio che formano blocchi compatti e conflittuali con le altre comunità, non ci si deve meravigliare troppo se dalla latente ed immanente ammissione di "incompatibilità" ad un certo punto si passa al conflitto anche violento ed armato. Magari con l'invocazione delle potenze amiche oltre confine, come proprio i casi del Libano e di Cipro dimostrano. Il risultato diventa la guerra civile, la spaccatura di questi aggregati pluri-etnici o pluri-confessionali, la trasformazione dei "confini etnici" in confini anche territoriali,, istituzionali, "linee di demarcazione" che finiscono per avere valenza anche militare. Nel Sudtirolo la sistematica prassi di separazione - anche istituzionale - delle tre comunità etno-linguistiche (tedesca, italiana, ladina) ed in particolare la formazione di due blocchi contrapposti (tirolese ed italiano) rischia di portare ad una spaccatura sempre più netta della società locale in due schieramenti nemici dove il passaggio dalla guerra fredda a quella calda è un pericolo sempre presente - basta poco per farla esplodere - almeno con singole azioni di violenza.

- Il Sudtiroler Volkspartei sostiene un pacchetto di rivendicazioni ben precise ed in parte già soddisfatte; il MSI ha raccolto 15 mila firme per modificare le leggi che regolano la convivenza tra le varie etnie. Potreste sintetizzare le ragioni degli uni e degli altri e poi spiegare la posizione e le istanze sostenute in questo campo dalla Lista alternativa per l'altro Sudtirolo ?

Il Sudtiroler Volkspartei per un lungo tempo è stato una specie di fronte di liberazione nazionale per la comunità tirolese (in lingua tedesca e ladina) ed ha indubbi meriti nella lotta per l'autonomia e per il riconoscimento di molti diritti prima negati o svuotati dallo stato italiano. Ma ormai da tempo le sue rivendicazioni più che puntare all'autogoverno (=autonomia) ed all'affermazione positiva, ma non esclusiva, dei diritti dei tirolesi, intendono perseguire il perfezionamento di meccanismi di separazione e reciproca delimitazione tra le comunità etniche. L'obiettivo di fondo poi è sicuramente una sorta di rigermanizzazione, la più ampia possibile, del Sudtirolo e la riduzione numerica e politica del gruppo italiano; magari nella speranza che così in un futuro possa essere rimessa in discussione la frontiera del Brennero che ha diviso - con la violenza bellica - il popolo tirolese contro la sua volontà.
Questa linea di revanscismo etnico ed una assai puntigliosa e spesso meschina gestione del "pacchetto di autonomia" ha contribuito fortemente a generare quella risposta "tricolore" che il 12 maggio scorso si è trasformata in un grande successo del MSI ed in oltre 20.000 firme di richiesta di revisione dello statuto speciale. In particolare il partito di Almirante chiede tra l'altro l'abolizione di alcuni meccanismi "garantisti", come la "proporzionale etnica" nel pubblico impiego o nella composizione di certi organismi giudicanti, e chiede l'abolizione della parificazione tra la lingua italiana e tedesca e dell'obbligo di bilinguismo nella pubblica amministrazione. Il nostro punto di vista è che oggi non servono aggiustamenti pro-italiani o pro-tedeschi dell'ordinamento sudtirolese, ma l'incoraggiamento di una "cultura della convivenza" che , pur rispettando la differente identità e tradizione dei distinti gruppi linguistici non ne faccia derivare una sorta di obbligo alla separatezza, ma privilegi anche momenti di incontro, di dialogo, di impegno comune, di democrazia non lottizzata secondo linee etniche. Vogliamo quindi il superamento di alcuni meccanismi che esaltano il fossato tra i gruppi linguistici, come la schedatura etnica della gente o la stessa "proporzionale etnica" che ormai dilaga in tutti gli aspetti della vita sudtirolese come onnipresente chiave di spartizione corporativa, mentre siamo assai favorevoli a tutti i momenti di autonomia, di autogoverno, di bi e plurilinguismo, di parità di diritti, di sviluppo delle identità diverse e delle culture differenti che non devono appiattirsi nell'assimilazione o in una sorta di artificioso calderone. Comunque non è in primo luogo a livello di ulteriori perfezionamenti legislativi o amministrativi che occorre arrivare ad una decisa inversione di rotta, quanto innanzitutto nella vita quotidiana della società civile. E l'ordinamento, le leggi, non devono imporre la separazione, ma almeno consentire anche l'opzione in favore della convivenza. Non è forse un caso che oggi noi dell'"altro Sudtirolo" siamo l'unica formazione politica realmente pluri-lingue, con un elettorato equamente ripartito tra italiani e tirolesi tedeschi e ladini.

- Come Lista avete boicottato il referendum-censimento con il quale si doveva dichiarare la propria appartenenza etnica, e che poi è servito da base per la legge proporzionale. Quali sono state le motivazioni di questa scelta ?

Abbiamo lottato con tutte le nostre forze - e purtroppo senza vincere - contro il censimento - schedatura etnica del 1981 proprio perché con esso si istituiva uno "status" distinto per linee etniche: invece che essere (o diventare) cittadini di un Sudtirolo indiviso e plurilingue, tutti sono stati costretti a scegliere una delle tre gabbie etniche in cui collocarsi (tedesca, italiana, ladina). Ogni diritto civile o sociale nel Sudtirolo oggi può essere utilizzando solo in veste di menbro di uno dei tre gruppi linguistici riconosciuti: il pubblico impiego ed ogni genere di concorso, l'elettorato passivo ed in certi casi anche attivo, il diritto alla casa (popolare o comunque agevolata), una borsa di studio, la partecipazione agli esami di bilinguismo, e così via. Io stesso non posso più insegnare nella mia terra (dove ho insegnato sin del 1968) perché ho rifiutato di firmare quel modulo etnico. Noi volevamo quindi affermare la scelta di essere cittadini di un Sudtirolo unitario, seppure pluri-etnico, proprio per non consentire alcuna forma di libanizzazione , e per non rendere anche burocratico e legale un confine tra gli appartenenti alle diverse etnie - oltretutto con la penosa costrizione dei "misti" di scegliere da che parte stare !

- A vostro parere qual è il confine tra le rivendicazioni autonomiste e le tendenze xenofobe?

Penso che sia giusta e fondata l'aspirazione di tutte le comunità locali - e non solo quelle etnicamente differenti dal più largo contesto - ad una solida forma di autonomia e di autogoverno. Tanto più legittima è tale aspirazione quando sia anche un modo per difendere e valorizzare delle particolarità linguistiche, culturali, storiche, religiose altrimenti magari minacciate o addirittura disconosciute o represse. Mi sembra perfino giustificata una sorta di tutela territoriale che ponga un certo argine, nelle regioni abitate da etnie minoritarie o da popoli minacciati, al pericolo di sommersione etnica (nel Sudtirolo, per esempio, vi sono alcune "limitazioni d'accesso" che hanno di fatto bloccato l'immigrazione italiana pilotata o favorita per decenni dai governi fascisti e post-fascisti). Ma mi sembra del tutto inaccettabile l'idea che dove è insediata un'etnia, un popolo, una confessione, una cultura....
Ma mi sembra del tutto inaccettabile l'idea che dove è insediata un'etnia, un popolo, una confessione, una cultura... non ci sia posto per nessun altro. Certo, occorre che i nuovi arrivati vengano messi nelle condizioni di poter trovare vengano sopraffatte o emarginate: ovviamente c'è qui un ampio ventaglio di differenti esperienze storiche, anche secondo la differente forza economico-sociale e culturale che i diversi gruppi possono mettere in campo: i turchi a Berlino arrivano da proletari, gli italiani nel Tirolo erano magari anche soggettivamente spesso dei proletari, ma con il regime fascista alla spalle. Ma non vedo alternative alla "cultura della convivenza", perché saranno sempre più rare le situazioni "pulite" dove etnia, nazione, stato ecc. coincidono: e quindi bisognerà decidersi: o si pensa davvero di poter costruire un'Europa con tante patrie-stato mono-etniche (in fondo dei piccoli ghetti, magari dorati e volontari, ma oggi impensabili e neanche desiderabili), o si trovano le soluzioni per una convivenza pluri-lingue, pluri-culturale, senza voler forzatamente trasformare i positivi elementi di identità e di differenza in altrettanti motivi di ostilità e di incompatibilità.