pro dialog

Alexander Langer

Dal Sud Tirolo all'Europa

Nel trovarmi a Bergamo in quest'occasione, vorrei ricordare una cosa molto curiosa: io venni a Bergamo tantissimi anni fa, credo nel 1965. Fu una delle mie prime uscite fuori casa sulla questione sud-tirolese. A quel tempo esisteva in città un piccolo giornale - Sele-Bergamo - diretto da Sandro Zambetti.

Oltre ad occuparsi di critica cinematografica, il giornale si occupava con molta attenzione anche di problemi sociali e politici, ed aveva dedicato la sua attenzione anche alla questione sud-tirolese, in un periodo in cui ciò non era così facile né era di moda.
Era l'epoca in cui da noi in Sud-Tirolo c'erano ancora attentati. Era insomma una situazione abbastanza diversa da come si presenta oggi. Ed è perciò che mi fa un certo effetto tornare a Bergamo per parlare ancora della stessa questione.
Visto che si parte dal Sud-Tirolo per esplorare il mondo, e dato il carattere credo abbastanza informale della serata, vorrei prima tentare di raccontare un po' come a me e ad altri della mia generazione la questione sud-tirolese si è presentata vivendoci dentro e come questa si è poi rivelata un osservatorio dal quale io continuo - non so se per quella presunzione in base alla quale ognuno ritiene la propria realtà l'ombelico del mondo - a riuscire a capire ancora utilmente molte cose compreso, ad esempio, il Sudafrica.
La scorsa settimana ho avuto la grande emozione di passare diverso tempo con Nelson Mandela, durante la sua visita al Parlamento Europeo, accolto dai gruppi politici solidali con la lotta anti-apartheid. Abbiamo cenato insieme e poi, il giorno dopo, abbiamo avuto un incontro. Insomma, ho avuto modo di vederlo da vicino e di parlargli a lungo. Curiosamente mi ha fatto tornare in mente molte delle cose che ho imparato dall'esperienza sud-tirolese, ad esempio sulle questioni relative ai diritti dei singoli, sui diritti dei gruppi, su cosa succede quando una minoranza, fino a quel momento dominante, capisce che non lo sarà più e dovrà in qualche modo cedere il potere, e come reagisce. Ho capito tra l'altro che quello che da noi in Sud-Tirolo è stato rappresentato dal MSI, in Sudafrica ce l'avranno in forma più violenta.


A scuola di identità

Tento allora di raccontare la mia storia per aiutarvi a comprendere in forma più immediata la questione di cui stiamo parlando. Io vengo da una famiglia di madrelingua tedesca, sono cresciuto in un paese a stragrande maggioranza tedesco che si chiama Sterzing, in italiano Vipiteno, che qualcuno di voi forse conosce per ragioni turistiche. Negli anni della mia infanzia, per me era scontato che in paese non esistesse la scuola media in lingua tedesca. Ne esisteva una in lingua italiana, il che significava che chi come me voleva poi frequentare anche la scuola superiore in lingua tedesca doveva per forza andare a scuola in città. Ciò, pur essendo il nostro paese per circa tre quarti popolato da persone di lingua tedesca. Sterzing aveva il liceo italiano per i figli degli ufficiali, ma, dopo le elementari, non c'era nessun'altra scuola in lingua tedesca.
Per andare a scuola a Bolzano, in ogni caso, era altrettanto ovvio allora che io ed i miei coetanei, ragazzi di 10-11 anni, dovessimo assolutamente conoscere l'italiano. Per poter chiedere, ad esempio, il biglietto oppure per affrontare il viaggio in treno, perché anche se sulla carta già allora era garantito il diritto al bilinguismo, questo non era assolutamente praticato.
In quegli anni io, che ero cresciuto in una famiglia molto tollerante e assolutamente non impegnata nell'odio etnico, in un paese dove non c'erano grandi tensioni etniche, arrivando alla scuola media di Bolzano - eravamo nel '56-'57, gli anni in cui nel mondo succedevano i fatti dell'Ungheria e la crisi di Suez - vidi ad esempio per la prima volta cortei di scalmanati che agitavano bandiere tricolori... Erano i fascisti del tempo che sostenevano l'Ungheria. Io non capivo perché i fascisti sostenessero l'Ungheria, però mi accorgevo che questi, per sostenere l'Ungheria, passando davanti alla sede del giornale Dolomiten non perdevano comunque l'occasione per dire anche, "sud-tirolesi a morte", o cose del genere.
Ero sconcertato dal constatare che, se questi erano amici dell'Ungheria, certo nostri amici non erano. Eppure io mi sentivo, al contrario, molto simpatizzante dell'Ungheria e non capivo come anche loro potessero sostenerla. Un altro esempio. I primi scioperi scolastici - una cosa allora del tutto impensabile - erano indetti dai fascisti per l'Ungheria e credo anche per Trieste (almeno ho un vago ricordo di Trieste).
Ovviamente le scuole italiane non erano le nostre scuole. Gli istituti erano anche fisicamente distanti, per cui non c'erano scontri, non conoscevamo la paura. A Bolzano però conobbi la realtà di una città etnicamente divisa, dove il senso dell'appartenenza mi si faceva molto più nitido di quanto non lo fosse stato al mio paese, che pure era un piccolo paese di quattromila abitanti con una popolazione per tre quarti di lingua tedesca. Il contrario di quanto succedeva a Bolzano, dove circa tre quarti della popolazione era italiana e solo un quarto tedesca.
Io abitavo in un quartiere tutto italiano presso una famiglia di parenti, in una situazione curiosa perché il mio parente lavorava alla Montecatini ed era praticamente l'unico dipendente di lingua tedesca. Mi venni a trovare quindi in un mare di italiani. Ad esempio, la mattina sull'autobus per andare a scuola, oltre a me, c'era un solo bambino di lingua tedesca. Lì ho capito cosa voleva dire essere minoranza. Per di più erano gli anni in cui cominciava il terrorismo, intendendo per terrorismo gli attentati allora compiuti dagli irredentisti, autonomisti, secessionisti, comunque li si voglia battezzare. Poco dopo ci sarebbe stata la manifestazione del '57 che ebbe come slogan, "Loss von Trent", "Via da Trento" cioè, slogan che indicava il riferimento dal quale ci si voleva staccare, mentre non era chiaro invece a che cosa si poteva approdare.
Nel frattempo, il conflitto etnico, anche a causa dell'incomprensione e del guardarsi in cagnesco tra le comunità, era molto cresciuto, tanto che io stesso vivevo un forte conflitto di lealtà, appartenendo appunto ad una famiglia che non odiava gli italiani. Più tardi ho anche capito meglio il perché. I miei genitori sono sempre stati antinazisti, anzi furono perseguitati dal nazismo, per cui erano stati aiutati a volte anche da italiani, ovviamente da italiani non fascisti o anti-fascisti. Perciò l'equazione in base alla quale tutti i tedeschi dovevano essere nazisti e tutti gli italiani dovevano essere fascisti, in casa nostra già non funzionava più.
Avevo, quindi, il privilegio di una situazione un po' atipica, eppure il conflitto di lealtà lo vivevo tanto fortemente da rendermi conto che a scuola tutti gli altri odiavano gli italiani e che a quel punto non sapevo se dovessi odiarli anch'io, pur non comprendendo esattamente il perché. Come minimo, comunque - mi dicevo - perché avevano occupato la nostra terra.
Ero talmente sconcertato che a un certo momento chiesi ai miei genitori un aiuto per uscire da questo conflitto di lealtà verso la famiglia. Una famiglia che riceveva ospiti italiani in casa, con genitori che ad esempio ci tenevano che noi imparassimo l'italiano, mentre l'ambiente circostante era ostile agli italiani.


Il gioco del "noi e loro"

È stato così che ho capito molto presto alcune cose che ho poi ritrovato tantissime volte nella vita. Di queste, voglio rimarcarne alcune. Scelgo quelle che hanno un senso, un'utilità ai fini del nostro discorso. E prima di tutto una: di sicuro ho imparato immediatamente, senza che nessuno me lo dovesse insegnare cosa volesse dire l'identità etnica, linguistica, nazionale. Non mi voglio adesso impegnare sul termine: la definirò poi etno-linguistica, anche se possiamo accomunarla ad uno spettro di altre definizioni di identità: quella etnica, quella nazionale, quella che qualcuno vuol chiamare anche razziale, o chissà cosa. A queste, per definire un arco di identità molto forti, aggiungerei anche quella religiosa. Un senso del "noi", dell'appartenenza comunitaria, e quindi anche della delimitazione verso gli altri molto forte, che nel nostro caso, come praticamente in tutti gli altri casi quando si è di fronte ad una comunità in qualche modo rivale, contemplava anche un certo senso di conflitto con l'altro.
Da noi, allora, il senso della distinzione era facile da verificarsi, perché a quel tempo, grosso modo, la comunità tirolese di lingua tedesca era svantaggiata mentre quella italiana era avvantaggiata. Ciò non voleva dire che tutti i poveri fossero di lingua tedesca e tutti i ricchi di lingua italiana. Non era assolutamente vero. Però, si poteva dire che la modernizzazione passava attraverso il gruppo italiano e la parte chiamiamola arretrata (però con radici più profonde), era quella tirolese.
Tra noi bambini ogni tanto si faceva un gioco: cercavamo di distinguere ad occhio chi era di lingua tedesca e chi di lingua italiana. Era un gioco che poi si verificava andando a salutare il tipo e così si aveva la conferma: non sbagliavamo praticamente mai. Allora era facile distinguere. Oggi, ad esempio, un simile gioco non sarebbe più pensabile perché gli individui si assomigliano molto di più: nel vestiario, nel modo di camminare, nel modo di presentarsi, per quello che uno può notare insomma camminando per strada.
Oggi è tutto molto cambiato, persino il colore dei capelli non è per niente indicativo. Quel gioco che per noi allora era una tranquilla riconferma delle nostre ovvietà, e se si vuole dei nostri pregiudizi etnici, oggi non funzionerebbe più. Le comunità si sono sociologicamente, economicamente e persino nel costume talmente avvicinate che, salvo casi estremi - non dico proprio il cappello da schutzen o viceversa da bersaglieri come a volte si caratterizzano figurativamente le due comunità - situazioni comunque relativamente marginali dall'una e dall'altra parte, gli altri si assomigliano almeno a prima vista, anche se poi ciò non significa che siano diventati uguali.
Un'altra cosa che abbiamo imparato molto presto oltre al senso del "noi" e quindi ad una solidarietà del "noi" molto distinta dagli altri, è stata la positività della propria diversità, cioè la volontà di mantenere la propria identità, la propria differenza. A quel tempo, ad esempio, tra noi (parlo di ragazzi di 13-14 anni) la parola "assimilazione" aveva un senso e una connotazione assolutamente precisa e negativa: l'assimilazione non era desiderata.
Vi porterò l'esempio della mia famiglia. I miei genitori, entrambi nati e cresciuti sotto l'Austria, avevano fatto fatica ad imparare l'italiano. Mia madre fu italianizzata presto, nel senso che, quando si ritrovò da questa parte del confine, aveva 14 anni ed andava ancora a scuola. Il fascismo italianizzò le scuole, quindi lei da un anno all'altro si ritrovò improvvisamente in una scuola italiana nella quale dovette imparare l'italiano in qualche modo.
Mio padre, invece, aveva già finito le scuole ed ha quindi dovuto imparare l'italiano da adulto, facendo una maggior fatica. Entrambi i genitori, però, di tanto in tanto usavano (abitudine forse presa al tempo del fascismo o della guerra) un qualche intercalare italiano, ad esempio "pazienza" oppure "che ci vuoi fare". In quei casi io, davanti ai miei amici che magari venivano a trovarmi in casa, ero in grande imbarazzo perché sentivo questi motti italiani come indizio di cedimento e di assimilazione. Ricordo addirittura quel che dissi una volta ad un amico prima che venisse a trovarmi, per spiegargli tali stranezze della mia famiglia: "NON MERAVIGLIATEVI, NON DEVI PENSARE MALE, DA NOI CI SI SALUTA CON CIAO". Lo sentivo davvero come un elemento di cedimento del fronte etnico.
Se voi pensate che questo sentimento era vivo in un ragazzino di 12-13 anni che a casa non era stato educato alla contrapposizione etnica, credo che possiate facilmente immaginare di che cosa doveva essere intrisa la società in cui vivevamo, quello che assorbivamo senza che nessuno ci aizzasse, ci istigasse, ci predicasse delle cose particolari.


Non transfughi, ma disertori del fronte etnico

In quell'epoca aveva un grande significato il fatto che Dolomiten, il quotidiano di lingua tedesca ancor oggi esistente, pubblicasse ogni sabato dei contributi sulla storia delle nostre "disgrazie": in particolare la prima guerra mondiale, l'annessione all'Italia, il tradimento italiano, le violenze perpetrate dal fascismo, l'espansionismo fascista, le brutalità fasciste, le persone mandate al confino. Del nazismo si parlava poco o mai, ma del fascismo si parlava molto, del fascismo inteso come fascismo italiano.
Anche questo contribuiva molto alla formazione della nostra identità collettiva. In particolare si coltivava il senso della memoria e quindi la capacità di distinguere la ragione e il torto; i torti subiti naturalmente, mentre ovviamente l'occhio non veniva particolarmente allenato a distinguere quelli che magari si erano inflitti. Tutto ciò però dava una forte impronta alla nostra formazione.
Ho perciò imparato - ritrovandolo poi spesso nella vita - cosa vuol dire avere una forte identità etnica o etno-linguistica, o nazionale, o in qualsiasi altro modo la si voglia definire, in particolare nel contesto di una situazione di attrito o comunque di conflitto.
Essendo molto disturbato da tale conflitto, per alcuni anni ho cercato individualmente e nel gruppo dei miei amici una via d'uscita. E quella che cercammo e trovammo allora, noi diciottenni a fine liceo o a fine istituto tecnico, continuo a ritenerla (suonerà magari immodesto) la migliore che si possa trovare.
In che consisteva la nostra via di uscita?
In quel periodo gli attentati si erano andati intensificando, erano gli anni tra il '61 e il '64, gli anni cioè nei quali ci furono anche morti. Il conflitto e anche l'odio erano perciò andati crescendo, con sud-tirolesi che venivano arrestati, torturati e uccisi dalla polizia. Una situazione non nella stessa dimensione quantitativa dell'Irlanda del Nord, ma certo con una forte intensità. C'era ad esempio il coprifuoco: dalle 10 di sera alle 6 del mattino non ci si poteva avvicinare più di 200 metri a centrali elettriche, impianti ferroviari, edifici pubblici, ecc. e spesso succedeva che, se qualcuno si avvicinava, i soldati sparavano (spesso tra l'altro anche fra di loro oppure su gente ignara).
Insomma fu un periodo nel quale vi furono svariate decine di morti, molti dei quali accidentali. E quindi il risentimento, l'odio, l'incomprensione tra le comunità erano diventati molto forti. Inoltre, il principale torto rinfacciato agli italiani era la continua immigrazione. Lo Stato, infatti, costruiva ancora case popolari e quindi arrivavano nuovi italiani. Noi seguivamo praticamente come su una tabellina quella che veniva allora chiamata "la marcia della morte", cioè la sommersione etnica, per cui verificavamo giorno dopo giorno se eravamo ancora maggioranza in casa nostra o se lo erano già diventati gli altri.
Bolzano era il simbolo di come nel giro di 30 anni ci si era ridotti da padroni a minoranza. In poche parole, il conflitto politico, la lotta per l'autonomia e viceversa, sull'altro versante, la repressione e la risposta dello Stato erano molto presenti.
La soluzione che così decidemmo di sperimentare tra alcuni amici (che, tra l'altro, sono rimasti ancora quasi tutti amici tra di loro, e lavorano ancora insieme perché quell'esperienza fu molto forte), fu tentare di dire: se noi, come noi crediamo, vogliamo che la gente riesca a vivere insieme, allora dobbiamo sperimentare sostanzialmente cosa vuol dire la convivenza interetnica.
E l'abbiamo sperimentata costituendo un piccolo gruppo che non aveva nessun nome, non aveva nessuna particolare tendenza, non era un gruppo politico (poi a quel tempo in fatto di politica riuscivamo a distinguere solo italiani e tedeschi, non ne sapevamo molto di più).
Tra le prime cose che per esempio capimmo da questa esperienza, fu che non serviva a nessuno se all'interno di questo gruppo qualcuno fosse diventato un transfuga, se cioè qualcuno da tirolese si fosse fatto in qualche modo italiano per venir maggiormente incontro agli altri, o viceversa da italiano (cosa allora più improbabile, oggi è un po' diverso) si fosse fatto tirolese. Era molto importante non essere transfughi, ma piuttosto essere disertori del fronte etnico. Questo sì. Chiamarsi cioè fuori dalla compattezza del fronte conflittuale, non partecipare alle iniziative, alle mobilitazioni, alle emozioni del fronte etnico, dell'uno e dell'altro.
Arrivammo allora alla conclusione che questo ci sarebbe stato più facile se intanto avessimo cominciato con il capire ciascuno la lingua dell'altro. Motivo per il quale abbiamo fatto grandi sforzi di bilinguismo, almeno passivo: cioè che ognuno potesse parlare nella propria lingua ed essere comunque capito dagli altri. Poi abbiamo fatto un grande sforzo, persino un po' patetico per la nostra età, di studiare la storia, perché ci rendevamo conto che ognuno di noi aveva uno stereotipo in forte misura unilaterale, se non totalmente falsato, dell'altro.
Ognuno di noi, cioè, conosceva solo gli orrori subiti dalla sua parte e non quelli inflitti, ognuno sapeva i torti ricevuti e non quelli che aveva imposto agli altri. Perciò ci mettemmo proprio a studiare. Ognuno si studiava qualcosa, poi ce lo raccontavamo, ci facevamo le domande, capivamo quali cose gli uni sapevano e non venivano dette, e così via.


Chi ha saltato il muro dell'inimicizia

C'è poi un'altra cosa importante che ho imparato da questa esperienza e che ho visto riconfermata in tutte le situazioni analoghe che ho poi conosciuto: oggi, quando mi trovo di fronte ad un conflitto interetnico, la prima cosa di cui vado in cerca è vedere se esiste un qualche gruppo che riesce a riunire al proprio interno persone dell'uno e dell'altro schieramento. Questa per me resta tuttora una cartina di tornasole.
Che poi questo gruppo sia religioso, politico, artistico, culturale, importa relativamente poco. Dall'Irlanda al Sudafrica, dalla Transil-vania alla Lituania, la prima cosa che mi chiedo se trovo a confrontarmi con una situazione conflittuale, è: "c'è qualcuno che è riuscito a saltare il muro dell'inimicizia? Esiste qualcuno che anche in piccolo gruppo riesce a sperimentare, quindi anche a dirsi le cose?"
Pensate al conflitto greco-turco: un conflitto atavico, in cui vengono mobilitate l'intera minaccia dell'Oriente e l'intera difesa dell' Occidente. Pensate al conflitto con gli slavi: in città come Klagenfurt o Trieste, è del tutto irragionevole ritenere oggi che in quelle città si sentano minacciati dalla componente slava rispettivamente l'elemento tedesco o italiano. Gli sloveni, infatti, in entrambe le città sono una piccola minoranza, praticamente emarginata senza alcun peso e potere. Eppure, in entrambe si vive ancora come se ci si dovesse difendere dagli Unni, come se si avessero di fronte i Mongoli, un'invasione insomma dell'Oriente, dell'Asia, della barbarie o non so che altro.
Oppure, ancora, pensiamo ad altri conflitti altrettanto atavici, con alle spalle più o meno secoli di storia e più o meno grandi cumuli di morti da una parte e dall'altra della barricata. L'Irlanda del Nord, ad esempio.
Ebbene, l'esperienza del gruppo interetnico - o se volete del gruppo-pilota che accetta di sperimentare su di sé le possibilità ed i limiti, i problemi della convivenza interetnica - per me rimane una cosa assolutamente determinante.
Un altro aspetto tra i tanti di quell'esperienza giovanile l'ho compreso molti anni dopo, ed è più complesso. Io - come altri della mia generazione - per un lungo tempo, dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, ho in qualche modo pensato che davvero il conflitto etnico - qualunque conflitto etnico, ma il nostro sud-tirolese in particolare - fosse fondamentalmente una maschera per nascondere, mistificare qualcos'altro, e cioè quello che per noi doveva essere il conflitto di classe, il conflitto sociale.
Ci siamo quindi sforzati a lungo di costruire un'ipotesi di convivenza, non dico basandoci sulla negazione del conflitto etnico (a questo noi proprio grazie alla nostra esperienza non siamo mai arrivati, a differenza di gruppi ideologici), ma sforzandoci di scoprire in qualche modo interessi comuni: interessi sociali comuni, interessi ecologici comuni, interessi culturali comuni... Insomma, sforzandoci comunque di scoprire le cose comuni e di muoverci di conseguenza secondo una linea basata sul seguente ragionamento: "il popolo sarebbe unito, ma i potenti lo vogliono dividere".
Il nostro schema interpretativo, in poche parole, si poteva riassumere così: " quando avremo finalmente rimosso il problema politico, legato all'alternativa autonomia sì-autonomia no, quando avremo la riforma dell'autonomia e il conflitto etnico sarà stato così rimosso, finalmente ci si potrà occupare dei veri problemi, intendendo per veri problemi la casa, il lavoro, la salute, l'educazione, l'agricoltura, e via dicendo...". In altre parole il conflitto etnico veniva un po' ideologicamente interpretato da noi - eravamo, ovviamente, anche noi figli di quegli anni - come una forma di falsa coscienza generalizzata.


Il richiamo dell'identità etnica

Adesso dopo molti anni ed ormai diversi decenni di esperienza nel campo, mi sono sempre più convinto che l'identità etnica, etnolinguistica, nazionale e religiosa fa parte degli elementi più forti, più determinanti ed insopprimibili, almeno nella nostra cultura, nelle nostre culture. Non so se questo sia così anche in Africa o in Asia (non oserei assolutamente pronunciarmi in proposito), ma nelle nostre culture lo è di certo. E mi sembra di vederne una riprova, guardando all'attuale evidente crisi del sistema comunista dell'Est Europa.
In questo momento, le uniche opzioni forti che almeno nell'immediato emergono e che si sono mantenute vive, dopo 40 anni di loro negazione teorica e pratica e di oppressione, sono quelle religiose e nazionali oppure etniche. Vale a dire, i valori forti, le identità forti, i richiami forti ora emergenti nell'Europa orientale e centrale si rifanno a quegli ambiti. C'è poco da dire. Persino la superfetazione partitica in corso fa appello ad esse. Fino ad esplosioni incontrollate: dall'odio dei bulgari contro i turchi, dei rumeni contro gli ungheresi, di entrambi contro i tedeschi e viceversa, degli slovacchi contro i cechi, dei lituani contro i russi (in realtà, anche contro i polacchi, ma intanto è meglio non manifestarlo in una situazione in cui entrambi comunque devono cercare di contrastare il "nemico" comune).
Mi sembra perciò di poter concludere a proposito della nostra esperienza, che tutti gli sforzi che davvero con pazienza, abnegazione ed applicazione, io ed altri amici abbiamo fatto per autoconvincerci e convincere altri che il conflitto etnico era manifestazione di falsa coscienza, oggi non ci convincono più. Alla prova e alla resa dei conti, non ci soddisfa insomma una spiegazione che legga il conflitto etnico e l'identità etnica (non è automatico che l'identità etnica debba portare al conflitto etnico, ma una forte identità - in particolare se a contatto ravvicinato con un'altra forte identità - è facile che porti al conflitto), semplicemente nei termini di una funzione, di un indotto del conflitto sociale o economico.
Non solo, ma con il senno di poi, cioè con quello di oggi, mi sembra di poter dire - non mi spingo fino ad una formulazione teorica - che i conflitti e le solidarietà etniche abbiano il più forte potere coinvolgente che sin qui io abbia conosciuto, almeno nelle nostre culture europee e del bacino del Mediterraneo. E quando dico "etniche" intendo mettere sempre tra parentesi linguistiche, nazionali e religiose.

Cosa voglio dire? Il padrone può maltrattare un operaio ma non avremo mai dagli altri operai una indignazione e solidarietà contro il padrone altrettanto forti di quelle che si registrano quando un turco maltratta un greco, o viceversa. Il richiamo di solidarietà, l'appello e la capacità di mobilitazione, il potere esplosivo insito in un conflitto etnico per la forte carica emotiva, per la facile ed immediata comunicazione che genera, per la evocazione simbolica che contiene - dobbiamo ammetterlo realisticamente - fanno dei conflitti etnici, per dirla senza fronzoli, una enorme polveriera.

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Le due soluzioni radicali

Fin qui il primo flash in qualche modo autobiografico. Ora vi propongo una seconda questione, questa più teorica, con una chiave di lettura che non vuole comunque erigersi a sistema e che poi, una volta usata, chi vuole può gettare anche via. Il conflitto etnico che mi pare pervada fortemente le nostre civiltà (tanto per usare un termine sufficientemente generico) e che mi pare che sia destinato ad aumentare ammette in linea teorica due vie d’uscita.

La prima. L’assimilazione, cioè l‘assorbimento del di- verso. Questa soluzione in genere la può proporre il più forte (che non vuole dire necessariamente il più numeroso, ma può voler dire il più forte economicamente, il più forte politicamente, a volte anche il più forte culturalmente).

E un possibile modello teorico, al quale anche gli stati si sono ispirati per un lungo tempo, e di fatto si ispirano ancor oggi largamente. L’assimilazione come riduzione della diversità, come riduzione della sua incidenza e por- tata, e quindi come tentativo di eliminare i conflitti derivanti da diversità, cercando di ridurla a conformità.

Non c’è dubbio che anche in Europa, dove pure si è ormai formalmente ripudiata l’assimilazione delle minoranze e dei diversi come strumento politico e culturale, in realtà questa pratica è ancor oggi largamente dominante. In particolare, nei confronti delle etnie e lingue minoritarie, soprattutto quelle senza stato. Penso ai baschi, ai gaelici, ai gallesi, ai curdi - la cui situazione è una delle più spaventose – agli armeni, in particolare quelli fuori dall’Unione Sovietica. Oppure penso a po- poli «piccoli», come le comunità eccitane, gli alsaziani, i lapponi. E l’elenco che si potrebbe fare sarebbe pur- troppo enorme.

L’assimilazione, dunque, è ancora uno degli schemi pre- dominanti per la soluzione del conflitto etnico. Essa si attua attraverso la scuola, con una politica migratoria (cioè di sommersione etnica), con una politica di disintegrazione della contiguità territoriale, cercando di ridurre a macchie sempre più isolate le comunità di lingua. E la stessa cosa si potrebbe dire nel caso delle religioni minoritarie o diverse.

Da parte mia non la ritengo una buona soluzione, ed in ogni caso non auspicabile. Non solo perché ho imparato quanto preziosa possa essere una propria identità, ma anche perché credo che effettivamente l’assimilazione sia una soluzione di assoluto impoverimento, da fin troppo tempo praticata e subita, e rappresenti comunque una non soluzione. Garantisce forse l’ordine pubblico nel breve periodo, ma mi pare non garantisca né ricchezza culturale né uno sviluppo equilibrato, nel senso che è un po’ come la monocoltura in economia: assicura un tipo di adatta- mento all’ambiente a discapito di tutti gli altri.

L’altra soluzione teoricamente pensabile è l’espulsione del diverso, cioè la garanzia dell’omogeneità ottenuta attraverso le più svariate forme di estromissione del diverso.

Noi abbiamo avuto alcune esperienze storiche molto pesanti. Per esempio molti di voi forse sanno che negli anni Venti è stato fatto un gigantesco scambio di popolazione traTurchia e Grecia.I greci dell’Asia minore vennero tra- sportati sulla penisola ellenica e i turchi delle isole sulla penisola dell’Asia minore. In questo modo, attraverso uno scambio di popolazioni, fu possibile tracciare delle frontiere nette.

La stessa popolazione sud-tirolese è stata oggetto di uno scambio (anche se poi solo parzialmente effettuato). Hitler e Mussolini ad un certo punto si misero d’accordo: a Mussolini sarebbe rimasto il territorio, ad Hitler sarebbe andata la gente, sempre utile per guerre e per essere mandata in terre di nuova conquista a fare «i tedeschi di frontiera».

Purtroppo uno degli esempi più eclatanti di espulsioni credo sia la politica adottata da Israele nei confronti dei palestinesi e nelle terre occupate. Ma di esempi ne abbiamo purtroppo tantissimi. In realtà le espulsioni ancor oggi sono molto più frequenti di quanto non si pensi. Nel conflitto in atto nelle regioni caucasiche e transcaucasiche - in particolare quello tra armeni e azeri - molte volte l’espulsione, il far piazza pulita, il delimitare netta- mente le rispettive aree, sembra essere l’unica politica per salvarsi la vita.

Politica che viene proposta e a volte praticata anche dal basso, nel senso che ad esempio la gente del Nagorno Karabakh, l’enclave armena in territorio azero, oggi afferma: «annetteteci ad una qualsiasi repubblica cristiana, non importa quale, ma almeno cristiana, perché con questi musulmani dell’Azerbaigian noi non possiamo stare».

La politica delle estromissioni ha poi avuto esempi clamorosi alla fine della seconda guerra mondiale, quando le popolazioni di stirpe tedesca che erano state prima in parte solidali con la politica di Hitler e in parte un suo strumento, furono estromesse in massa da paesi come la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la stessa Unione Sovietica, la Romania e così via.

Questo tipo di azione comporta un tale carico di violenza e di ingiustizia che mi pare non possa costituire neppure essa una soluzione accettabile.

Le due soluzioni radicali di cui abbiamo sin qui parlato, con il corredo delle loro varianti intermedie, le definirei improntate all’esclusivismo etnico. E quando uso questa categoria, ho già detto, voglio usare una chiave, non un sistema. Per esclusivismo etnico intendo una linea di condotta (spesso anche teorizzata) che sostanzialmente si basa sulla convinzione che sullo stesso territorio non possano coesistere diversità perché ciò genera solo conflitti, e che sia quindi meglio che su ogni territorio ci sia una sola presenza etnica, magari ben delimitata, per di- fendere così la possibilità di viverci bene.

Politiche di integrazione e politiche di separazione

Le due soluzioni radicali dell’esclusivismo etnico - assimilazione o espulsione - possono arrivare fino all'annientamento fisico. Non voglio neppure spingermi a parlare di ciò, ma è un’ulteriore conseguenza se si segue fino in fondo questa linea. Esistono però due varianti più moderate delle due soluzioni estreme ricordate: sul versante dell’assimilazione sono le politiche dette «di integrazione», e sul versante dell’espulsione, quelle dette «di separazione».

Integrazione è una di quelle parole un po’ «ameba», informi e difficili da definire nel contenuto. Può significare anche qualcosa di molto positivo, come mettere ciascuno a proprio agio. Ma può anche voler dire sostanzialmente mangiarsi e digerirsi qualcuno, metabolizzare insomma il diverso. Non voglio attaccarmi troppo alle parole, ma in ogni caso esistono forme attenuate di assimilazione, spesso attuate oggi molto più che con la scuola o addirittura con la proibizione di una lingua o di una religione, semplice- mente attraverso la massificazione industrialista e consumista, che in realtà è molto più efficace nel cancellare le differenze, di qualsiasi altra politica.

Di politiche di separazione, abbiamo in parte un esempio nel Sud-Tirolo. La separazione tra le comunità, tuttora relativamente forte, è improntata all’idea in base alla quale è meglio che ciascuno viva per conto suo, che le occasioni di interazione e di interferenza siano limitate. Per cui è preferibile che una persona, una volta entrata ad esempio nel canale tedesco, possa percorrerlo fino alla fine senza essere sostanzialmente disturbato dagli altri. O, viceversa, che chi entri nel canale italiano possa seguirlo fino alla fine.

Di politiche di separazione abbiamo anche modelli pratici che sono poi stati teorizzati. Per esempio nella società statunitense, che pure tendenzialmente punta all’integrazione (modello meltingpot), in realtà convivono tranquillamente modelli di assoluta separatezza, nell’ambito dei quali alcune comunità conservano la propria lingua e riducono al minimo l’interazione con altre comunità. Un individuo può così vivere da cinese, da polacco, da irlandese, da italiano, da messicano per tutta la sua vita senza scontrarsi più di tanto con il fatto di trovarsi negli Stati Uniti.

Io credo che molti movimenti di liberazione (non voglio dire tutti, ma in parte lo penso) perseguano un’idea di potere, di stato e di organizzazione statuale fortemente caratterizzata di fatto dall’esclusivismo etnico. Un’idea, non estranea neppure alla nostra mente, che è fortemente caratterizzata dalla convinzione che una nazione, un’etnia, un popolo diventi soggetto della storia se ha la capacità di imporre il proprio esclusivismo etnico, di farsi il proprio stato, il proprio esercito, la propria grammatica, la propria amministrazione Come se tutto ciò fosse la più alta realizzazione ed esplicitazione di sé.

A mio parere non ci si deve meravigliare che in particolare (e peraltro anche comprensibilmente) molte delle nazioni o delle etnie, alle quali questo diritto è sempre stato negato oppure è stato negato per un lungo tempo - e di nuovo vi prego di non pensare all’Africa, Asia e America Latina, ma piuttosto all’area culturale egemonizzata dalla nostra civiltà in tutte le sue articolazioni - tendano oggi nell’immediato a soluzioni che vanno nella direzione di un proprio esclusivismo etnico. Ciò anche se nessuno lo scrive sulle sue bandiere ed anzi afferma di volere soltanto un proprio stato: dai palestinesi ai lituani, dai sud-tirolesi ai baschi, dagli armeni ai georgiani, dai lettoni agli estoni, dagli slovacchi fino agli albanesi del Kossovo (dove la questione è più complicata). Restano esclusi solo i lapponi che non hanno mai avanzato una simile rivendicazione.

Grandi squilibri, grandi migrazioni

Ora la mia convinzione, oggi più facilmente motivabile, va invece in un’altra direzione. Si può facilmente rilevare dai dati di fatto che nel mondo in cui viviamo, per una serie di ragioni collegate nella nostra epoca a squilibri essenzialmente dovuti all’uomo e quindi squilibri in primo luogo economico-sociali, con il loro corollario di squilibri ecologici, gli uomini sono più che mai in- dotti a grandi spostamenti. Storicamente le grandi migrazioni di popoli erano di solito provocate, più di quanto non lo siano oggi, da fattori naturali quali ad esempio cambiamenti climatici. Di sicuro avevano la loro incidenza in questo anche fattori umani. È il caso dei popoli nomadi che avevano ad un certo punto esaurito la produttività di un determinato territorio o cose di questo genere.

Gli squilibri ai quali assistiamo oggi si producono sempre più spesso nel breve periodo, causando quindi onde molto più corte e squilibri che indubbiamente comportano enormi spostamenti di popolazione. Se per un attimo dimentichiamo la questione etnica e guardiamo semplicemente all’equilibrio tra città e campagne, ci rendiamo conto che non c’è mai stato un periodo della sto- ria in cui in così poco tempo masse tanto enormi di persone sono state spostate. Pensate all’inurbamento, al- l’enormità di squilibri e quindi di migrazioni che si sono prodotti. E stavolta non parliamo più solo dell’Europa o della nostra area mediterranea, ma in particolare di Africa,Asia ed America Latina.

A questo punto pensate poi alle enormi migrazioni derivanti da catastrofi ecologiche indotte dall’uomo. Le grandi dighe costruite in giro per il mondo in virtù del nuovo sogno di potenza energetica hanno indotto ad esempio qualcosa come 500 milioni di persone a cambiare luogo di vita. La cifra - devo dire - appare troppo grande, ma probabilmente è vera; io la riporto così come l’ho sentita, ma anche con il dubbio che mi ha suscitato. In ogni caso 500 milioni di persone, un decimo circa dell’umanità, possono essere considerate profughi ecologico-economici.

Le due cose in realtà vanno di pari passo. Cioè, non possono più vivere a causa degli squilibri creati nell’habitat a loro congeniale e naturale, in particolare nelle foreste. Si pensi all’Indonesia oppure al Brasile, un paese in continuo movimento in particolare in direzione Sud-Nord, dopo che un tempo era stato verso Est, adesso sull’asse Est-Ovest ed anche un movimento di ritorno Nord- Sud Si pensi ai grandi movimenti all’interno dell’Africa. Ora in questa situazione, con l’aggiunta della generale mobilità tipica della società contemporanea, al di là di ogni desiderabilità o indesiderabilità, mi pare che sia comunque scontato che grandi cambiamenti di dislocazione nell’insediamento di popolazioni stanno già avvenendo e di ancor più grandi ne avverranno

A me pare che sulla base dell’esperienza acquisita con le minoranze storiche e con i diversi storici (le minoranze storiche di cui avevo parlato prima, comprese le due minoranze non stanziali che la nostra civiltà conosce, cioè gli ebrei e gli zingari, tutte le altre sono stanziali: dagli albanesi agli albanofoni nell’Italia meridionale, dai ruteni, a qualsiasi altro esempio) oggi ci siano molte buone ragioni perché le nostre società si affrettino a fare - scusate l’immodestia - quel che il nostro piccolo gruppo en- t’anni fa tentò di fare a Bolzano e dintorni. E cioè sperimentare con i diversi con i quali si è a contatto una possibile pratica, politica e cultura della convivenza. Cosa che oggi può essere ancora considerato forse un lusso, un optional, un qualcosa insomma che si potrebbe anche tentare di risolvere altrimenti, ricorrendo magari al- l’esclusivismo etnico, vale a dire all’assimilazione se l'assimilando è debole oppure disposto a farsi assimilare, o con l’espulsione se non lo è.

Non basta dire: plurietnico è bello

Che la soluzione plurietnica, plurilingue, pluriculturale, plurireligiosa offra di più, mi pare facilmente dimostra- bile. Dovunque, infatti, la diversità e la pluralità sono più ricche dell’uniformità, semplicemente perché offrono un tessuto di relazioni, una possibilità di espressione e di rapporti tra le persone molto più articolati, con molte più opzioni. Di sicuro sono anche molto più problematiche: non mi faccio alcuna illusione, non sono sostenitore della facile idea del «plurietnico è bello» o di cose del genere.

Credo che plurietnico sia bello, anzi, dico: plurietnico è bello, plurilingue è bello, pluriculturale è bello. Sono però anche consapevole che tutto ciò richiede una pedagogia, richiede ordinamenti, ha insomma bisogno di una quantità di cose. Sono convinto, ad esempio, che nel Sudafrica sia bene che almeno per un lungo periodo transitorio - qual- cosa come 30 o 40 anni - vengano conservati anche alcuni diritti di gruppo accanto ai diritti individuali.

Vi porto di nuovo un esempio del nostro ordinamento locale: nel Sud-Tirolo oggi a livello provinciale o comunale un bilancio pubblico - della regione, della provincia, del comune - non può essere approvato se la comunità linguistica minoritaria (in quel determinato territorio) tramite i suoi rappresentanti si oppone con un certo quorum. Se per caso gli italiani minoritari in provincia di Bolzano dicono: «questo bilancio è troppo squilibrato a favore della comunità di lingua tedesca», hanno a disposizione uno strumento (finora mai utilizzato) per dire: «no, così non può essere approvato». Si tratta della procedura di arbitrato, che adesso non vi sto a spiegare. Lo stesso vale per il gruppo di lingua tedesca, laddove è minoritario.

Sono stato e sono tuttora fortemente impegnato contro il regime di separazione, ma non vedrei male neppure in Sudafrica, nel ritrovato contesto democratico di «una per- sona, un voto», una garanzia di questo genere. Ciò, benché determini di per sé una separazione. Difatti prevede che ad un certo momento una persona possa dire: «io parlo in quanto appartenente a questa comunità etnica».

In questo senso, quindi, non esistono semplificazioni. Una cosa che ho imparato nel corso del tempo, incontrandomi con le più diverse etnie e minoranze, è che non esiste davvero una formula che possa essere applicabile in tutti i casi. Ogni situazione, cioè, è talmente ricca di complicazioni, di implicazioni particolari che nessuna soluzione può automaticamente essere giudicata valida anche per altri casi. In fondo, basterebbe che ognuno di noi esaminasse un attimo i propri costumi familiari, i propri modi di dirimere i conflitti, di gestire le feste, e così via, per scoprire che per fortuna esistono tanti modi diversi di farlo.

Credo comunque che il problema delle migrazioni - che storicamente nella nostra aerea geografica sono state soprattutto sull’asse Est-Ovest e Nord-Sud, e che ora tenderanno a verificarsi su quello Sud-Nord - richiederà alle nostre società una forte capacità di risposta con politiche della convivenza. Ed a questo proposito personalmente non ritengo sia una soluzione auspicabile la semplice integrazione, cioè il semplice mescolarsi o meltingpot, come viene definito negli Stati Uniti. Così pure non ritengo possibile una politica della separazione.

Niente ovviamente in contrario a scelte personali che conducano in quella direzione, ma penso che proprio una cultura della diversità faccia parte, questo sì, dello specifico sedimento storico europeo, per cui anche i processi di integrazione europea oppure di risposta ai nuovi flussi migratori non dovranno tendere ad una «fusione», ad un melting-pot. Dovrà e potrà esserci invece una risposta basata sulla pluralità, più complessa e senz’altro anche più complicata, ma che comunque sia in grado di mantenere e di coltivare la diversità. Ben sa- pendo che poi da questo nascono anche nuove diversità.

Io personalmente, ad esempio, sono cosciente che il mio modo di essere una persona di cultura e di formazione tedesca è oggi ben diverso da come lo era mio padre e ancor di più mio nonno. Il bacino di riferimento di mio nonno, compreso quello di «rigenerazione», cioè dove trovare moglie, da quali parenti mandare un figlio, ecc., era del tutto diverso rispetto al mio. Persino la lingua che ora parlo io è un po’ diversa da quella che parlano i miei parenti a Nord del Brennero.

I dubbi sul ritorno

Recentemente ho scoperto un’etnia della cui esistenza proprio non sapevo niente - i greci pontini, cioè i greci che vivono sulle coste del Mar Nero. In quest’area viveva un gruppo di greci - greci, diciamo, dell’estero, venuti cioè dall’Asia Minore, dove erano fuggiti dai Turchi - che nel periodo staliniano dalla sponda settentrionale del Mar Nero dove vivevano, furono spediti in Siberia. Erano già di per sé una comunità di quelle che si definiscono «resi- duali», un po’ sul genere di quella albanese in Italia. Figuratevi poi, quando vennero spediti in Siberia sotto Stalin. Oggi di greco hanno conservato ben poco, eppure ora c’è un movimento di ritorno in Grecia.

Personalmente non sono mai stato molto entusiasta di questi movimenti cosiddetti «di ritorno». È una questione di gusti del tutto personale, ma penso a tutto quel che va perso in questi controesodi: il discorso vale per i tedeschi che dalla Transilvania romena o persino dalVolga tornano in Germania, come per i greci che oggi dalla Siberia fanno ritorno in Grecia, cioè in un paese che i loro antenati hanno lasciato 500, 600 anni fa, forse mille anni fa.

La stessa esperienza sionista - il ritorno degli ebrei in Israele - pur con tutto il carico di entusiasmo e di riscatto, di emancipazione che contiene - se diventasse una sorta di regola che portasse tutti gli ebrei ad andare a vivere in Palestina, mi sembrerebbe un enorme impoverimento per tutte le altre realtà dove la presenza ebraica per secoli, e talvolta per millenni, ha segnato una diversità e una com- ponente importanti.Tutte queste idee pan-nazionali con- tengono sempre anche una componente che definirei anch’essa di forte assimilazione e di omogeneizzazione, non certo di coltivazione delle diversità.

L’illusione dello stato nazionale

Entriamo ora nel merito dell’ultimo punto del tema, e cioè quello del rapporto tra autonomia dei popoli e autorità sovranazionali. Le cose che sin qui ho cercato di tratteggiare seppure in modo molto approssimato, mettono in discussione in profondità due dei più radicati pilastri del nostro diritto internazionale e del nostro di- ritto statuale, ovvero lo stato nazionale e i confini.

In realtà lo stato nazionale è nella maggior parte dei casi una truffa, nel senso che esistono pochissimi stati che davvero possono essere considerati stati nazionali. Intendo, cioè, stati che organizzano una nazione, basati su un’unica, esclusiva «famiglia» etnica, etnolinguistica, culturale.

Perché non esistono, o quasi, stati nazionali? Perché appunto la complessità delle vicende umane, degli sposta- menti delle popolazioni, ecc. ha reso del tutto artificiale le frontiere; e se oggi molte volte le frontiere coincidono con un passaggio linguistico, per cui al di qua si parla una lingua e al di là un’altra, questo è frutto di un pro- cesso artificiale, non spontaneo, frutto della storia degli stati nazionali che noi conosciamo e della relativa politica che essi hanno perseguito

Allora, l’idea che lo stato nazionale sia per un’etnia, per un popolo, per una nazione la forma ottimale per auto- organizzarsi, mi pare mostri in qualche modo la corda altrettanto quanto l’idea che tutti gli uomini esistenti sulla Terra possano e debbano avere i nostri stessi standard occidentali di consumi energetici. Ciò - lo sapete - non è possibile. Quindi, o cambiamo qualcosa noi, o decidiamo a priori che alcuni devono restare poveri. Oggi, infatti, non è possibile sostenere che tutti gli oltre 5 miliardi di uomini che vivono sullaTerra possano avere un consumo ed uno spreco energetico uguale al nostro, per non parlare poi degli americani o dei canadesi.

Allo stesso modo ritengo impossibile anche l’idea che ogni nazione, ogni etnia debba per forza avere un proprio stato nazionale. E impossibile per la stessa ragione. Non si dà la possibilità storica. Prendiamo il caso del processo in corso attualmente nei paesi baltici, che da questo punto di vista è molto interessante. Ora si disquisisce perché i popoli baltici debbano aver diritto ad un proprio stato e perché i bielorussi no. Si dice: «i Baltici negli anniVenti avevano uno stato». E questo il criterio: chi ha avuto una volta lo stato di per sé sia nobilitato ad aver diritto ad uno stato per sempre? E allora i baschi o i curdi che non lo hanno mai avuto, non hanno diritto ad uno stato? E poi chissà cosa intendiamo oggi per stato e cosa si poteva intendere un tempo.

Mi sembra insomma che l’idea che ogni gruppo nazionale o etnico possa avere un suo stato sia storicamente non realizzabile, tanto più se pensiamo per ipotesi all’Asia, al- l’Africa, all’Africa Latina, dove oggi si comincia (e in parte si è già cominciato) persino a scimmiottare le nostre idee di stato nazionale e di movimenti nazionali per raggiungerlo.

Lo stato nazionale inteso come stato di un popolo per un solo popolo, di una nazione per una sola nazione, di una lingua per una sola lingua, di un’etnia per una sola etnia, oltre tutto è anche concettualmente impossibile, a meno di attuare appunto o una politica di assimilazione o una politica di espulsione.

Anche i nostri stati nazionali relativamente tranquilli non devono trarre in inganno: perché vuol dire che il processo di riduzione all’omogeneità lo hanno già attuato.

L’Italia, bisogna dirlo, proprio perché divenuta tardi uno stato, conserva ancora tracce relativamente vitali di diversità. Proviamo a pensare alla quantità di gruppi linguistici o etnici diversi e minoritari che la popolano: dai piccoli gruppi di catalani ai quasi altrettanto piccoli gruppi di occitani, dagli albanesi ai grecanici, dai sud-tirolesi agli sloveni, dai walser ai franco-provenzali. Insomma, se osserviamo una carta linguistica o etnica dell’Italia, ve- diamo ancora molti segni di pluralità e di diversità.

Da questo punto di vista la Francia ha già molto più compresso e cancellato tali segni, dato il più lungo pro- cesso di unificazione nazionale. La Germania altrettanto, anche se ora sarà interessante verificare cosa succederà con l’unificazione, perché il nuovo stato tedesco avrà al suo interno una seconda minoranza. Finora l’unica minoranza riconosciuta in quanto tale era una minoranza danese nel Nord, ai confini con la Danimarca, paese con cui tutto va bene perché funziona il criterio della reciprocità (o, se volete, dei reciproci ostaggi), essendoci una minoranza tedesca in Danimarca ed una minoranza danese in Germania.

La nuova minoranza, invece, è una minoranza slavofona, quella dei serbi, localizzata nel Sud della Ddr, e che è già quasi sparita, pur essendo stata un po’ vezzeggiata dal governo orientale, ma poi in pratica quasi fatta sparire. Oggi anche i serbi reclamano i loro diritti e quindi anche la Germania dovrà confrontarsi con una questione etnica al suo interno. E non parliamo poi di tutti gli altri stati dell’Europa centrale ed orientale che hanno molte, proprio molte questioni etniche aperte. Come appunto si può constatare facilmente per via delle forme conflittuali con cui esse si stanno ora manifestando.

I limiti della sovranità nazionale

A mio parere, dunque, l’idea di stato nazionale oggi più che mai è un’idea datata, non più idonea a risolvere i problemi di convivenza tra persone e tra popoli. Ma c’è una seconda idea fortemente datata, quella della sovranità statuale e della sacralità dei confini, ovvero l’idea secondo la quale in sostanza ognuno entro i suoi confini può fare tutto ciò che vuole.

Il movimento dei diritti umani ha comunque già dato un bel colpo a questa idea. Noi oggi ci riteniamo legittimati, quando vengono violati i diritti umani, ad intervenire anche in un altro stato, e tutti quanti ci sentiamo legittimati, almeno moralmente legittimati, a non riconoscere tale problema come semplice affare interno di un altro stato.

Un’idea del genere, a mio avviso, si sta sempre più affermando anche in campo ecologico (seppure al momento senza valore giuridico). Un esempio. Come noi ci riteniamo in diritto di dire: «per favore non deforestate l'Amazzonia», se qualcuno venisse da quella regione e dicesse: «per favore non tagliate le Alpi Apuane per rica- vare marmo», noi dovremmo dire: «avete ragione».

In altre parole anche in quest’ambito sta succedendo quanto avviene nel diritto privato: oggi non riconosciamo più la vecchia idea del diritto romano per cui uno è signore «usque ad sidera» e «usque ad inferos» (cioè, fino alle stelle e fino agli inferi) sul proprio pez- zetto di proprietà e quindi su di esso può fare quel che vuole.Tant’è che per esempio oggi ti può essere detto che sulla tua proprietà puoi costruire o non costruire, puoi far questo e non quest’altro...

Altrettanto poco difendibile mi pare l’idea di sovranità statuale, che era un corollario di quella certa idea di stato nazionale, per quanto oggi sia considerata l’altro pilastro del diritto internazionale. Oggi, intorno alla questione della sovranità, si giocano partite delicate: dalle estradizioni giudiziarie alla omogeneizzazione delle regole, fino alle questioni militari su quanto un confine possa o non possa essere violato, e quanto una sovranità abbia valore.

Insomma a me sembra che a livello di pratica politica e di pratica culturale, oggi sia venuto il momento di tentare una rifondazione a partire anche dalle nostre esperienze. Una rifondazione nel senso dell’autoaffermazione dei popoli che non debba necessariamente tradursi in uno stato, nella conquista di uno stato, cioè di una propria sovranità nel vecchio senso del termine. Occorre piuttosto trovare vie all’autoaffermazione dei popoli, che valorizzino molto il diritto alla propria identità, alla propria diversità, all’essere se stessi,insomma nelle tante svariate forme che appunto ci sono.

Nello stesso tempo occorre procedere ad una limitazione e ad una diluizione, vorrei dire volontarie, delle sovranità. In questo senso, dopo averci riflettuto molto, da ormai diversi anni mi vado sempre più convincendo della necessità di muoversi verso forme istituzionali e di aggregazione che per l’appunto diluiscano, svuotino, diffondano quella che viene ancora tramandata come sovranità statale. Forme istituzionali che prevedano e che consentano un forte diritto all’ingerenza democratica dal basso. Un po’ come chi sta a valle su un fiume deve avere il diritto di dire a quelli a monte: «per favore, voi non potete sporcarlo come volete, perché ci sono anch’io più giù». E dico ciò pur essendo partito da una posizione molto critica per esempio nei confronti della Comunità europea e del processo di integrazione a li- vello continentale che anch’io so benissimo essere domi- nato dai grandi monopoli.

Eppure credo che se non si va verso autorità sovranazionali, dovremo adeguarci ad un’idea di sovranità che porta a fatti quali quelli sotto gli occhi di tutti. Che ad esempio ogni stato, ma anche ogni regione, ogni provincia, metta i suoi impianti più inquinanti a valle, il più vicino possibile al confine, perché in questo modo le conseguenze incomberanno su qualcun altro.

Chiudere dal basso il «cerchio ecologico»

C’è un ulteriore corollario a questa diluizione di sovranità: essa deve essere un processo di contemporanea diluizione verso l’alto e verso il basso. Sarei molto preoccupato di processi di integrazione che prevedano solo la costruzione di grandi istituzioni sovranazionali, il grande rafforzamento di poteri trans o sovranazionali (o comunque li si voglia chiamare), e non, contemporaneamente, anche un forte decentramento di potere verso il basso. Per tante ragioni, alcune delle quali già evidenti da quel che ho detto prima, cioè per l'autoaffermazione e l’autogestione anche di identità, di organizzazione insomma della vita in maniera congrua alle diverse comunità locali.

Oggi, tuttavia, a mio parere, c’è anche una nuova ragione più propriamente ecologica per postulare un forte autonomismo, una forte accentuazione della dimensione locale. Ed è che bisogna chiudere un cerchio ecologico, ad esempio tra l’uso di una risorsa e la sua rigenerazione. Prendiamo il caso dell’acqua: essa va usata e quindi restituita pulita. Oppure, un altro esempio, fare i conti con la disponibilità ecologica di una determinata risorsa senza pesare su chissà chi.Altro caso, la gestione dei rifiuti...

Insomma è sempre più urgente che i cerchi vengano chiusi a livelli abbastanza piccoli senza rinviare ad altri la responsabilità di farlo. La questione dei rifiuti, in questo senso, può essere considerata esemplare. Finché penseremo che i rifiuti tossici da noi prodotti li smaltirà qualcun altro, potremo anche gingillarci con la sovranità. Troveremo sempre, cioè, qualcuno più povero di noi, di- sposto a farsi pagare per prendersi i rifiuti nocivi. Noi non sapremo più dove li andrà a buttare, basta che li getti fuori dal nostro confine, dalla nostra regione, dal nostro comune, dalla nostra azienda, e così via.

È evidente che tutto ciò non può andare avanti. Siccome nessuno dirà «io faccio da pattumiera per tutti gli altri», dovremo pensare ogni giorno di più ad una capacità sul territorio di gestire la produzione dei rifiuti e, quindi, possibilmente la loro minimizzazione, il riciclaggio, il riuso, lo smaltimento...

E la stessa cosa la potremmo dire a proposito di molte altre questioni. Con ogni probabilità, ad esempio, dovremo arrivare a dispetto dei processi sovranazionali a rivalutare le autosufficienze alimentari, cioè la capacità di un territorio di alimentare la propria gente e quindi di produrre una sufficiente varietà di alimenti fino ad arrivare ad una autonomia alimentare di fondo, pur senza escludere la possibilità di scambi.

Ancora. Penso che la congestione dei nostri traffici ci obbligherà a porre molti più limiti di quelli attuali. Oggi, per esempio, quando sono a casa mia, continuo a vedere ogni notte le colonne di Tir che vanno a prelevare latte in Baviera, dove pascolano le relative mucche, per por- tarlo nella pianura padana, dove si trasforma in Parmalat o qualcosa del genere. Altre colonne di Tir, poi, lo trasportano così lavorato in Calabria, in Sicilia, in Puglia, dove poi verrà bevuto.Tutta questa catena è una completa follia.

Se dovessero essere pagati i veri costi che essa comporta, si comincerebbe a reintrodurre e far pascolare le mucche in Calabria o in Puglia e così via. Dovremmo tendere a chiudere, e in molti ambiti, dei cerchi senza rimandare il pagamento dei relativi costi ad altri che sono lontani da noi o che verranno dopo di noi. In questo senso la questione delle autonomie, cioè di un forte livello di autogoverno e di potere decentrato della comunità locale, ha anche un suo forte significato ecologico, oltre che culturale o etnico.

Con questo sono arrivato alla fine della mia conversazione. La questione centrale che volevo mettere in luce è che non credo vi sia un’alternativa ragionevole ad una cultura e ad una politica della convivenza. Ovvero, ogni alternativa può essere solo violenta: le alternative possibili contengono un grado già adesso alto di violenza, che tenderà a crescere man mano aumenterà l’intensità del conflitto. D’altra parte i conflitti etnici e le questioni che essi comportano non sono semplicemente maschera di qualcosa d’altro, ma hanno una loro propria e auto- noma capacità dirompente di manifestarsi. Credo perciò che la costruzione di una politica della convivenza e quindi della diluizione delle tensioni attraverso un tratto di plurilinguismo e di pluriculturalismo, attraverso ordinamenti plurietnici, sia davvero utile. Non ci troveremo così impreparati poi sotto l’incalzare delle pressioni o dei conflitti.