pro dialog

Alexander Langer

Ancora un censimento: quattro desideri
La questione del censimento etnico è diventata ormai quasi un feticcio dell'autonomia sudtirolese, tanto da poter far perdere di vista verità elementari e persino ovvie. E' bene, dunque, che questa volta se ne discuta ampiamente, ampiamente, senza tabú ed alla luce del sole, in tempo utile, affinché la società altoatesina non rischi di trovarsi, nel 1991, una seconda volta ingabbiata da automatismi che forse alla fine nessuno voleva, ma che funzionano - una volta messi in moto - come un'inesorabile e preciso carro armato.

Proviamo a ragionare in modo semplice e chiaro. In un contesto, nel quale la convivenza tra persone di diverse lingue e culture costituisce una ragion d'essere importante dello stesso ordinamento, è senz'altro utile sapere periodicamente quante persone parlino questa o quella madrelingua e/o si considerino comunque appartenenti ai diversi gruppi linguistici (purchè non vi sia coercizione, e le scelte possibili rispettino la libertà delle persone e la realtà della situazione). Conoscendo la consistenza dei diversi gruppi linguistici, per quanto una rilevazione per forza di cose comunque semplificante la possa accertare, si viene - per esempio - a sapere se la tutela delle minoranze e la perdurante compresenza di più gruppi linguistici sullo stesso territorio riesce a funzionare bene, e con quali evoluzioni demografiche, sotto il profilo etno-linguistico. Quindi nessuno potrà trovare inutile o dannosa la rilevazione periodica della consistenza dei gruppi linguistici sul nostro territorio, e teoricamente si potrebbe addirittura pensare ad un censimento assai differenziato, capace di rilevare anche la presenza di immigrati di provenienza africana, asiatica o americana.

Assai meno accettabile è, nella nostra situazione, considerare il censimento linguistico come un'occasione di ostentazione di compattezza o di fedeltà etnica o addirittura di competizione demografico-numerica tra gruppi: per fortuna oggi in Alto Adige esistono ben altre e più positive possibilità di manifestare la propria identità culturale ed il proprio ataccamento alla lingua ed alle tradizioni: nella vita quotidiana, soprattutto culturale e politica, vi sono mille occasioni per praticare la propria lingua, cultura ed identità etnica - per chi lo desideri - senza dover ricorrere ad artificiosi banchi di prova.

Serve, dunque, un censimento linguistico il più possibile veritiero, libero, realistico e sdrammatizzato, e non sarebbe difficile realizzarlo, almeno in questa Provincia (magari potrebbe essere utile ed interessante anche altrove, almeno dove se ne esprima il desiderio): per semplicità si dovrebbe, a mio giudizio, preferire la formula già usata nel 1971, con 4 caselle per segnare la propria appartenenza al gruppo linguistico italiano, ladino, tedesco o altro, facendo poi le proporzioni tra i gruppi linguistici - naturalmente - solo tra chi ha scelto una delle tre dizioni univoche. Ovviamente tale rilevazione va fatta, come ogni accertamento statistico che si rispetti, in modo totalmente anonimo e segreto, senza possibilità di utilizzare quelle "crocette" sul modulo per alcun fine particolare, e mai comunque per identificare la scelta etnica della singola persona.

Quello che invece assolutamente non va - e non ci sono soluzioni bizantine che tengano - è l'abbinamento della rilevazione statistica (quanti siamo che ci consideriamo parte di questo o di quel gruppo linguistico) con una scelta personale e nominativa di status (una specie di prenotazione per posti o alloggi "tedeschi" o "italiani", ecc.). Ciò non è previsto dallo statuto di autonomia, che fissa solo la "proporzionale" come criterio di ripartizione di certi posti nel pubblico impiego statale, ma che mai si sarebbe potuto sognare di introdurre alcuna schedatura e registrazione etnica nominativa, e ciò contrasta - come si é visto dai tanti e tanti conflitti - con fondamentali esigenze di libertà personale che non devono essere ulteriormente coartate.

Ora qualcuno chiederà: ma come si fa allora ad assegnare i posti nel pubblico impiego statale, e le case, e le borse di studio, e come si può ammettere all'esame di patentino qualcuno che non si sia "dichiarato"...?

Ma è mai possibile che il tarlo benedikteriano-berloffiano sia già entrato così profondamente nella mente di tante persone da non poter neanche immaginare un grosso ridimensionamento della necessità di identificazione etnica nel nostro ordinamento (non ammissibile per nessun'altra finalità che non l'ammissione al pubblico impiego statale, ex art.89 dello statuto) e da non poter pensare ad una semplice dichiarazione, magari davanti al segretario comunale, nei pochi casi in cui davvero sia necessaria per legge? In fondo si tratta di spartire qualcosa come 7000 posti di lavoro nel pubblico impiego statale secondo la proporzionale voluta dallo statuto, di cui nel corso di un decennio censuario verranno assegnati si e no 2-3000! E per poter assegnare questi 3000 posti si devono schedare 450.000 persone?

Voglio solo ricordare che l'ordinamento scolastico altoatesino (diviso per gruppi linguistici e con l'obbligo di impiegare insegnanti di madrelingua) ha funzionato benissimo dal 1945 al 1981 senza censimento etnico, sulla base di una semplice dichiarazione degli insegnanti che venivano assunti. Altrettanto si dica del pubblico impiego regionale, provinciale e comunale: sin dagli anni 1959/60 erano previste norme di ripartizione etnica, e per due decenni tali norme hanno funzionato senza alcun bisogno di schedatura etnica generalizzata della gente.

Semmai si potrebbe al massimo prevedere che chi si dichiari di un gruppo linguistico, debba poi sostenere i principali esami di concorso in quella lingua, salva - ovviamente - la necessità di conoscere entrambe le lingue ufficiali.

Concludendo, dunque, voglio ribadire che nessuna necessità statutaria prevede il censimento etnico nominativo, ed i guasti prodotti da questa decennale prova di forza e di compattezza etnica sono ormai fin troppo noti. Non esiste, a mio modesto avviso, alcuno spazio per soluzioni pasticciate, parziali esoneri, complicati conteggi, quarte o quinte gabbie per "mistilingui", e via dicendo. Esiste la strada maestra - ed è davvero strano che non se ne voglia prendere atto - del ritorno al censimento linguistico anonimo del 1961 e 1971 (meglio nella formula 1971), e ad un generale depotenziamento della necessità di identificazione etnica burocratica nel nostro ordinamento. Sarebbe non solo un bene per tanta gente, ma anche un modo per ridare fiducia nella riformabilità di quel groviglio di codicilli che è diventato l'originario e non brutto disegno autonomistico.